Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 20
XV. O pure ℞. _Corteccia di mezzo del sambuco onc. 1; farina di avena onc. 2; e fatto cuocer tutto in latte dolce a guisa di cataplasma, applicandone alle aposteme, dicono che le fa maturar presto._
XVI. O pure ℞. _Lievito mez. onc., rafano onc. 1 e mez.; farina di semi di senape dram. 1; cipolla cotta sotto le ceneri dram. 2 e mez.; aglio cotto nella stessa forma dram. 1 e mez.; triaca dram 3. Mesci tutto nel mortaio, e fanne empiastro._
XVII. Ovvero ℞. _Fichi secchi polputi dram. 3; polpa d’uve grosse, gomma ammoniaca, ana mez. onc.; bdellio, sagapeno, ana dram. 2 e mez.; sugo d’oppio onc. 2 e mez. Si disciolgano le gomme in aceto; poscia tutto si mescoli nel mortaio, e di sei in sei ore si muti questo empiastro._
XVIII. O pure. ℞. _Fichi secchi: cuocili e pestali, o pur cipolle sotto le ceneri; poi mischia con esso loro un pochetto di butirro vecchio e di triaca, che ancor questo ha giovato a molti._
Oltre a tanti empiastri che ho qui notato per tutti, e principalmente per la povera gente, sappiasi ancora che le sole foglie di cavolo rosso unte con olio di rape, bastano a maturare i buboni coll’andarle mutando, e innumerabili in questa maniera furono ne’ tempi addietro curati. Altri presa una cipolla e scavandola alquanto vi metteano dentro un poco di triaca; poi fattala arrostire sotto le ceneri calde, la pestavano ben bene e ridottala in forma d’empiastro e mischiatavi sopra sugna di porco se ne servivano con felice successo a maturare i buboni. Alcuni stimano meglio l’aggiungervi la triaca, dappoichè la cipolla è cotta; siccome ancora credono meglio non arrostir molto la cipolla affinchè non perda la miglior sua forza. Scrive il Foresti che un chirurgo d’un lazzeretto si valea spezialmente di cipolle cotte e tritate con senape bianca frescamente macinata, o in vece di senape mischiava alquanto di triaca colle cipolle, e senz’altro spesse volte in due o tre dì, e al più in quattro i buboni restavano maturati. Non parlo qui del servirsi che fanno molti oltramontani di rimedj mercuriali, o sia argento vivo, ovvero di rospi secchi per curare i tumori pestilenziali, imperocchè il primo rimedio è stato trovato da altri sommamente dannoso o pericoloso; e l’altro non porta seco un carattere autentico che il lasci facilmente approvare. Chi volesse qui fidarsi dei chimici e spargirici, troverà lodatissimi fra essi un empiastro di Paracelso per maturar buboni, e un altro d’Angelo Sala, e finalmente uno di Paolo Barbetta, decantato assaissimo. Io per me non oserei riprovare, ma nè pur consigliare sì fatti rimedj sulla fede sola dei loro per altro celebri autori, perchè le promesse e idee di molti chimici o empirici non son diverse da quelle degli alchimisti. Nulladimeno perchè il Barbetta è medico di gran credito e scrive di non aver conosciuto empiastro più nobile ed utile del seguente, mentre posto sopra i buboni, senza far crosta ne traeva sì egregiamente gli umori maligni, che il bubone fra quattro o sei dì si levava affatto via, io il riferirò qui. L’aveva egli preso dall’Agricola e vedremo che Angelo Sala se ne era fatto bello anch’egli.
_Empiastro magnetico arsenicale._
℞. _Gomme sagapeno, armoniaco, galbano, magnete arsenicale, ana dram. 3; trementina di larice, cera, ana mez. onc.; olio di succino dram. 2; terra di vitriuolo dolcificata dram. 1. Disciogli le gomme in buon aceto, e spremutele per panno di lino fa che bollendo insieme di nuovo s’inspissiscano sino a prendere la prima consistenza. Poi separatamente fa liquefare la cera e la trementina, e agita tutto fuori del fuoco, finchè si riducano in forma d’unguento. Aggiungi poi le gomme, la magnete e il resto degl’ingredienti, e avrai un empiastro efficacissimo a tirar fuori ogni sorta di veleno_.
Come si faccia la magnete arsenicale, la quale manipolata che sia non è più velenosa, per quanto dicono, potendone ognuno farne prova con darne ai cani, l’impareremo più a basso da Angelo Sala. Venendo crosta ai buboni, si leverà facilmente via (e questo importa assaissimo) con una sola spatola dopo un giorno, o poco più, se unirai all’empiastro suddetto un poco d’unguento basilicon o di triaca.
Allorchè si sarà continuato per qualche giorno sopra i buboni l’uso de’ suddetti cataplasmi e cominceranno a maturarsi le materie, allora si lascino stare gli attraenti, come sono lo sterco di colombi, il lievito ecc., con adoperar poi soli maturanti. Il Diemerbrochio scrive d’essersi spesse volte servito, e con felicità, del solo seguente empiastro dal principio fino al fine della cura. ℞. _Gomma galbano disciolta in aceto, empiastro oxicrocco, diachilò con gomma, ana onc. 1, mischiando tutto_. Nota egli ancora di non aver medicato con gagliardi attraenti i buboni nati presso alle orecchie per ischivare il pericolo della soffocazione, avendo anche osservato che con empiastri que’ tumori in poche ore crescevano a dismisura e portavano poscia molti alla buca, e però medicava quelli con soli emollienti o con leggieri attraenti. Con gli altri non occorreva tanto riguardo. Maturati perfettamente i buboni, per lo più nè pure si rompono da per sè stessi; e però bisogna allora tagliarli o romperli con un legnetto acuto, se si può; se no, col ferro. Si facciano aprire non nella cima, ma in fondo, e nella parte più bassa affinchè la marcia più facilmente ne esca. I cauterj potenziali non son qui lodati. Consigliano alcuni medici di tagliare i buboni maligni e pestilenziali prima che sieno perfettamente maturi; e l’Ingrascia è di parere che quando coi buboni va congiunto qualche grave accidente, o febbre, che minacci rovina, allora sia meglio aprirli, benchè non maturi. Ma la sperienza ci avvisa che per lo più a tentativi sì animosi succedono fieri dolori, infiammazioni e cancrene; e però non s’ha per lo più a ricorrere, se non con gran riguardo, a queste troppo sollecite operazioni. Nella peste della nostra città del 1630 in un avvertimento pubblico fu lodato il tagliar profondamente sul principio i buboni d’umor tenero e liquido, curandoli poi con digestivi. Fu anche notificato che in quei d’umore molle sì, ma non fluido, conveniva dopo il taglio coprir le taste di corrosivi. Questi però non sono metodi da approvarsi così alla cieca. Avvisavano bensì saviamente che i buboni duri come ghiande non si doveano tagliare; altrimenti l’infermo se ne andava, e che però conveniva ungerli con olio di giglio bianco più volte, che così o si risolvevano in nulla, o si maturavano. Pare a me d’aver suggerito empiastri più gagliardi a questo effetto. Tagliati i tumori, e spremuta la marcia, si attende poi a curar la ferita, tenendovi tasta con digestivo e sopra un qualche empiastro emolliente, ungendo intorno con olio rosato. Si può far anche senza tasta, secondo il metodo stimabilissimo del Magati, ultimamente illustrato dal dottore Dionisio Andrea Sancassani, purchè la piaga stia aperta e si possa andar purgando: il che in questo caso è più necessario che nelle piaghe non pestilenti. Per un digestivo insigne vien commendato dal Diemerbrochio il seguente
_Empiastro digestivo per i buboni tagliati._
℞. _Scordio sottilissimamente polverizzato dram. 2; rosso d’un uovo, trementina di Venezia, mele, unguento degli apostoli, ana mez. onc. Mesci tutto._
E Silvio de le Boe scrive d’aver adoperato con buon esito, per guarire in breve essi buboni aperti il balsamo di zolfo trementinato e anisato, insieme con unguento basilicon e triaca, mettendo di più sopra esso medicamento l’empiastro _diapompholygos_ o altro simile.
Resta ch’io dica qualche cosa dell’uso dei vescicanti nella cura dei buboni. Alcuni li riprovano con varj raziocinj; ma Ercole Sassonia, e meglio ancora di lui altri valorosi medici, hanno diffusamente risposto a tali difficoltà; e noi abbiam qui la sperienza anche del soprammentovato Diemerbrochio, il quale ha osservato mille volte che i vescicanti, purchè applicati nel primo apparir dei buboni, son riusciti di un notabilissimo giovamento, di modo che scaricandosi per la loro ferita il maligno umore a molti sono da per sè svanite quelle velenose aposteme. Il suo metodo perciò era questo. Subito che apparivano essi buboni egli applicava un vescicante alla lor parte inferiore talmente che toccasse la lor durezza. Svegliata nello spazio di otto o dieci ore la vescica, e levatala via, metteva sopra la piaga una foglia di cavolo rosso o di bieta unta con butirro vecchio o con olio di rape, acciocchè restando aperto il luogo si potessero per colà evacuare i cattivi umori. Noi abbiamo nelle nostre spezierie il cerotto vescicante. Tuttavia aggiungerò altre ricette.
_I. Vescicante._
℞. _Radici di piretro, semi di senape bianca, ana mez. dram.; cantaridi scrup. 1 e mez., o pure scrup. 2; mele dram. 1; lievito di pane acido dram. 1 e mez. o dram. 2; aceto rosato quanto basta. Se ne formi pasta vescicatoria._
_II. Altro vescicante._
℞. _Semi di senape bianca, di euforbio, ana dram. 1; radici di piretro mez. dram.; cantaridi dram. 2; ragia di pino, cera quanto basta. Si faccia pasta._
_III. Vescicante del Mercuriale._
℞. _Cantaridi preparate dram. 3; lievito mez. onc.; un poco d’aceto fortissimo, e mischia._
_IV. Vescicante del Pareo._
℞. _Cantaridi, pepe, euforbio, piretro, ana mez. dram.; lievito dram. 2; semi di senape dram. 1; un poco d’aceto, e mischia._
Silvio de le Boe scrive di non aver mai potuto avvertire qual buon effetto succeda dai vescicanti; ma giacchè non dice d’averlo veduto nè pur cattivo in tempo di peste, e gli altri ne contano molti vantaggi, pare che sia bene il valersene. Altri poi hanno usato di applicare i vescicatorj lontano dai tumori, per esempio a mezza la coscia, se questi erano all’anguinaia; ma un tal metodo non è approvato da altri intendenti che il pretendono o inutile o nocivo. Se il vescicatorio non eccita secondo il suo costume la vescica, è quasi inevitabile la morte; e ciò sia detto della cura dei buboni.
CAPO IX.
_Carboni pestilenziali. Pronostici intorno ad essi. Varj metodi per curarli poco lodevoli. Maturarli e separarli, maniera più commendata dell’altre. Varj medicamenti per questo effetto, ed altri per levar via l’escara._
Più perniciosi delle finora descritte aposteme pestilenziali sono i carboni, chiamati antraci dai Greci, e formati anch’essi dal veleno della peste, il quale venendo probabilmente spinto dalla natura alla cute per via dell’arterie e della circolazione del sangue disciolto, ed ivi arrestandosi per qualche stagnazione o fissazione d’esso sangue, forma in varie parti esterne ed anche interne del corpo delle vesciche e pustole dolorosissime e infiammate che mortificando, cioè rendendo morta la carne, a poco a poco diventano dure, livide o nere. Talvolta si son vedute insino a trenta di queste fierissime pustole in un solo appestato, nascendo esse nel petto, collo, schiena, braccia, cosce, diti, ecc, ed anche internamente nelle tuniche del ventricolo e in altre viscere: nel qual ultimo caso è spedita la vita degl’infermi. Notinsi le seguenti osservazioni fatte da medici accurati: I. Se nascono carboni nelle glandule emuntorie in luogo di buboni, ciò è mortalissimo. II. Quei che vengono o nel principio del male, o poco dopo, in siti carnosi, sono lodevoli o tollerabili. III. All’incontro i nati nelle dita de’ piedi e delle mani e sopra la spina del dorso e sopra nervi, danno campo di pessimi augurj; e però questi debbono eccettuarsi dalla regola d’alcuni medici, i quali stimano tanto men pericolosi i carboncelli, quanto più escono lontani dal cuore. IV. Se hanno una certa coda, o pure se nascono tardi, è cattivo indizio; pessimo se prorompono in molta quantità, essendo ciò un effetto di maggiore e più grave copia di veleno. Il Mercuriale con altri tiene diversamente; ma il Sennerio, il Riverio, il Barbetta ed altri assaissimi confermano con troppe sperienze l’osservazione suddetta; potendosi nondimeno immaginare che tal diversità di pareri sia proceduta dal diverso carattere delle medesime pesti. V. carboni biancheggianti senza diminuzion di febbre, levano la speranza di guarire; ma se fra due o tre dì fanno un cerchio rosso all’intorno, più facilmente e più presto degli altri guariscono. VI. Se diventano molto larghi e di gran mole, come talvolta accade, riescono difficilissimi a curarsi, anzi mortalissimi se spuntano sopra qualche parte nervosa. VII. Qualora nel principio si fermano e quasi spariscono, o pure restando in vigore la febbre si seccano, predicono la rovina dell’infermo. Nella peste, che in questi medesimi giorni affligge Vienna ed altri paesi, escono buboni, ma non già carboni, segno non essere quella epidemia di gran malignità, e perciò doversene sperare la fine con la venuta del verno. Ivi il maggior benefizio si è ottenuto finora dai sudori provvocati sul principio del male coll’uso delle seguenti
_Pillole antipestilenziali d’Emanuele, chiamate anche di Gesù e del general Cusani._
℞. _Aloè epatico purissimo onc. 1; zafferano, mirra, ana dram. 1; zedoaria, genziana, ana scrup. 1; rabarbaro scelto dram. 2; agarico bianco dram. 1; triaca d’Andromaco, quanto una noce. Si polverizzino separatamente, poscia si mescolino in mortaio e se ne facciano pillole della grossezza d’un pisello. Per la preservativa se ne prende una ciascun giorno; per la curativa 8 o 10 in acqua, e il malato ben coperto sudi. Non è necessario l’agarico nè il rabarbaro._
In quanto alla cura de’ carboni, il cardinal Gastaldi scrive che nel contagio di Roma del 1656 nessun rimedio era più giovevole, quanto l’adoperare la scarificazione, cioè il tagliar loro d’intorno, con separare la carne morta dalla viva, e lo scarificarli anch’essi e cavar via molta copia di sangue, ungendoli poscia con unguento egiziaco, triaca ed olio di scorpioni, e finalmente ungendo l’escara, o sia la crosta, con sugna, o butirro, finch’essa cadeva. Essendosi prima trovati inutili altri rimedj, questo in fine parve il metodo più utile per curare i carboni ed anche i buboni. Nell’avvertimento stampato in Modena pel contagio del 1630 si legge che i carboni si medicavano con refrigeranti d’intorno e con empiastri in mezzo; tanto che separati dalla carne buona, si cavassero con la molletta, applicando poi in que’ fori gli ordinarj digestivi delle ferite. Oribasio, Egineta ed altri antichi e moderni consigliano anch’essi lo scarificare profondamente, ovvero il tagliarli sino alle radici con un rasoio; imperocchè temono che sia rimedio troppo debole e lento quello degli empiastri.
Il perchè secondo altri si può tagliar la crosta del carbonchio in croce, o in più tagli (quanti più se ne fanno, tanto dicono che sia meglio) profondandoli sino a toccar del vivo, ma non penetrando nel vivo per timore d’arterie, vene, nervi, ecc. Indi si ha da procurar l’uscita al sangue, sbruffandolo d’acqua salsa calda, o fomentando il luogo con ispugna bagnata nell’acqua suddetta, ma avvertendo di far uscire il sangue in quantità discreta e non troppa. Poscia si dee asciugar bene la ferita, e far entrare nei tagli zucchero candido fatto sottilissimo come fior di farina, mettendovi poi sopra qualche empiastro.
Un’altra via di debellare il carbone, è scottarlo con ferro infocato, come sarebbe testa di chiodo grande; e sarà bene aver prima levato via della grossezza della crosta ciò che si potrà levare senza dar dolore al paziente. Dee la scottatura essere tanto larga, che tutto intorno tocchi del vivo; potendosi anche scottarlo in diverse volte con ferro picciolo a parte a parte. Così ci son molti che nelle parti carnose li separano dalla carne buona con ferro tagliente, e dipoi li spiccano, operando in più volte un poco per giorno, affinchè il dolore riesca più tollerabile. Fanno il taglio in maniera che si veda la carne buona, mettendo, finchè si finisca di spiccarli, tra il buono e il cattivo della carne o zucchero candido ben sottilizzato, o rosso d’uovo con sale ben polverizzato, o pure rosso d’uovo con trementina, ovvero fili asciutti. Se vi resta del cattivo, convien porvi qualche corrosivo, o pure tagliare quel che resta sino a toccar del vivo, facendo uscire il sangue con acqua calda. Che se il carboncello è duro, alcuni lo scarnano tutto intorno assai profondamente in una o più volte; poscia legatolo bene con uno spago o simile legatura, il cavano con una pronta strappata, sicchè talvolta resta la carne netta di sotto, e talvolta ancora vi resta qualche bisogno di mondificare. Altri ancora adoperano vescicatorj e acqua forte, e altri simili aspri rimedi.
Ma si avverta che tutti i metodi finora accennati sono da lasciarsi il più che si può, non solo perchè portano degl’intollerabili dolori agl’infermi, con accrescer loro anche la febbre e la vigilia, ma ancora perchè moltissimi altri medici hanno osservato che questi sì precipitosi tagli, o rimedi crudeli, poco o nulla giovano, e conducono bene spesso più velocemente alla morte i miseri infermi. Siccome per lo contrario la sperienza ha mostrato che i carboni quanto più piacevolmente sono trattati, tanto più presto sono guariti, Tommaso Cornelio, celebre medico, in un suo Dialogo favoloso, composto alla guisa di quei di Luciano, consiglia il lasciare più tosto alla natura che il dare in mano ai medici i malati di peste; perocchè, dice egli, i medici adoperano facilmente rimedi perniciosi, facendo essi ciò che talvolta non giungerebbe a fare il morbo medesimo. Può essere che il Cornelio parli da burla; ma può anche essere che burlando egli colpisca nel vero, e che la suddetta disgrazia non si fermi nella sola malattia pestilenziale. Certo nei lazzeretti troppo spesso s’è fatta vedere la crudeltà de’ cerusici nel ricorrere al ferro infocato per curare i carboni, mentre senza badare bruciavano nervi, tendini, muscoli e vene (e l’osservò anche il Cristini nella peste di Roma del 1656), di maniera che molti non solamente morivano, ma morivano ancora martiri della cirugia per 25 o 30 bottoni di fuoco. Nè pare che si opponga a tali sperienze ciò che testè ci fece udire il cardinal Gastaldi; perchè forse quelle furono scarificazioni modeste, o pure elle cominciarono a trovarsi utili solamente nella declinazione della peste, cioè in un tempo in cui il morbo suol cedere da per sè stesso, con attribuirsi poi la gloria della guarigione ai rimedi che si usano allora: dal che mi figuro io che sieno procedute altre contrarietà, e probabilmente alcuni inganni di molti medici nell’esaltare o biasimare or questo ed ora quel rimedio. La conclusion nondimeno si è, che i tagli prima del tempo nei carboni s’hanno da abborrire, e doversi eleggere il metodo più regolare, più mite e meno pericoloso, qual è quello che ora soggiugnerò.
Presi che avrà l’infermo i sudoriferi ed altri antidoti interni, che sono creduti abili a spingere fuori il più che si può del veleno pestilenziale per i pori, ed usciti i carboni, si dee immediatamente metter loro sopra una foglia di cavolo, o sia verza rossa unta con olio di rape. Dipoi, ed anche sul principio, sarà meglio mitigare il dolore de’ carbonchi con de’ rimedi emollienti ed anodini, a fine di separar con essi la carne morta del carbone dalla vicina viva e buona. Ecco la ricetta d’uno presa dal Diemerbrochio:
_Suppurante per i carboni._
℞. _Radici di consolida maggiore secche, erba scordio secca, ana dram. 2; radici d’altea secche, farina di semi di lino passata per setaccio, fior di farina di frumento, ana onc. 1. Fanne polvere sottile, in cui metti dentro acqua comune quanto basta. Si cuocano alquanto, acciocchè si sciolgano le mucilagini, e la composizione venga in forma di polenta grossa. Aggiungi mele, trementina, unguento d’apostoli, ana dram. 3; pece liquida, unguento basilicon, ana dram. 2; il rosso d’un uovo; zafferano scrup. 1. Mescola tutto. Se gli può anche aggiungere triaca dram. 2._
Il suddetto Diemerbrochio scrive d’aver provato molti medicamenti; e di non averne trovato alcuno migliore di questo, con cui in breve si otteneva la separazione de’ carboncelli, stendendolo grosso sopra i medesimi, e rinnovandolo due o tre volte il giorno. Ma per facilitare ai poveri e a chi non ha comodità di speziali e di meglio, i soccorsi pel bisogno loro, raccoglierò qui altri suppuranti suggeriti dai medici in tal congiuntura, benchè non tutti di egual vigore.
_Altri suppuranti per maturar carboni._
℞. _Cipolla cotta con triaca, o aggiuntavi dopo la cottura, ed olio di lino o di noci; e quando questi olj manchino, quello d’ulive, mischiando tutto._
Ovvero ℞. _Tuorlo d’uovo e sale prima seccato, poi polverizzato sottilmente come fior di farina. Aggiungi caligine, butirro e carbone pesto ben bene, di quel che è bruciato sul focolare. Unisci tutto con diligenza, e formane empiastro. In vece di sale comune è meglio un oncia di sale ammoniaco._
O pure _Empiastro di butirro mischiato con olio rosato. O empiastro fatto di cipolle di gigli bianchi cotte sotto le ceneri e pestate, o sole, o insieme con butirro o con olio rosato._
Dicono che questi tre empiastri tra i facili e di poca spesa sono i principali che vengano lodati per maturare e far separare i carboni. Nel primo si può mettere mitridato di Diamocrate in vece di triaca; ma comunque si faccia, il tengono per molto utile al suddetto oggetto. Altri adoperano butirro solo lavato, quando loro manchi tutt’altro. Altri mischiano insieme rosso d’uovo, zucchero bianco ben polverizzato e zafferano. Altri foglie di lapazio, che rumice suol chiamarsi, foglie di piantaggine, butirro, o sugna di porco senza sale, pestando tutto insieme. Dicono che sia potente empiastro il prendere radici d’altea, che è malvavischio, cotte nell’acqua, e poi ben peste, e mescolate con alquanto d’olio di lauro e con rosso d’uovo. Il Rondinelli scrive che in Firenze per i carboni grandi si trovò cosa ottima l’applicar loro l’empiastro di cinque farine, che manteneva il calore, e li separava. Ai mezzani si applicava un poco di capitello per poter arrivare più alle radici, e così si fermavano. Ai piccioli si adoperava unguento egiziaco. Nè si trovò mai che chi aveva i carboni non avesse anche i buboni. Se crediamo a Giovanni Tragaulzio, l’erba consolida maggiore, pestata fra due pietre, sana egregiamente i carbonchi, e in termine di 24 ore. Io per me non crederei tanto senza vederne più d’una prova. Anche il Bauderon attribuisce il medesimo valore alla scabbiosa verde, pestata in mortaio di pietra; ed altri scrivono che la carne di bue diligentemente pestata e posta sopra i carboni, in tre giorni li stacca. Paracelso, il Sennerto, ed alcuni spargirici lodano il premere la circonferenza del carbone, subito ch’esso è nato, con un zaffiro o giacinto, girandolo intorno per un quarto d’ora, tanto che il cerchio sulla carne apparisca livido. Scrivono che questo accelera la separazione del carbone, e che la stessa gemma zaffiro è anche buona da impedire il nascere ai carboni, e che in oltre posta sopra i medesimi li estingue. Il rapporto io, non perchè mi senta disposto a crederlo buonamente, ma per dire agli altri che non se ne fidino nè pur essi senza averne veduto de’ legittimi sperimenti.
Altri prendono fichi secchi, sugna di porco maschio e sterco di colombo, il qual empiastro conviene a maturare ogni altro tumore. O pure mele crudo con fior di farina di frumento, dicendo essere empiastro ottimo per far maturare. Anche le foglie di cavolo crude pestate con sale, e ridotte in empiastro; e parimente il rafano preparato nella stessa maniera, possono servire alla suppurazione de’ carboni. Lodano alcuni come empiastri molto efficaci i due seguenti, e il secondo specialmente dicono che quasi violenta i carboni a cedere.
_Suppuranti per maturar carboni._
_Togli farina di frumento onc. 1; un rosso di uovo; sterco rosso di gallina, sterco bianco di colombo, seme di eruca, o sia rucula, ana mez. dram.; sale polverizzato sottilissimamente dram. 1; mele tanto che basti per far buona composizione. Tutte le cose sieno ben macinate, e miste insieme._