Part 9
Questa specie di delitto contiene sotto di sè diverse specie subalterne, di maggiori o minori circostanze, o veramente di diversi gradi. Attesochè, uno è quella lesa maestà la quale si dice totalmente pubblica, e che riguarda lo stato della mutazione del principato. E questa si suole spiegare col termine della ribellione formale, sottraendosi dal dominio e dalla obbedienza di un principe, e dandosi sotto il dominio o veramente sotto la protezione di un altro, secondo le altre volte accennato famoso Vespero Siciliano. O veramente eleggendosi un principe proprio: — oppure mettendosi in stato di libertà e di repubblica. — E questa è la specie maggiore, e la primaria, sopra la quale merita dirsi manifesta pazzia quella de’ giuristi, nel mettervi bocca; e nel volerla regolare con le loro leguleiche proposizioni, e con le tradizioni dei dottorelli, attesochè di questi casi è regolatore l’evento della guerra e della maggiore o minore potenza, per quel che se n’è accennato anco nella materia giurisdizionale; che però pare avere la maggior parte più il politico che il legale.
E lo stesso pare cammini nell’altra specie di lesa maestà parimente pubblica, per la ragione dell’offesa la quale si faccia al principato, ancorchè il delitto per parte di chi lo commette non sia pubblico, nè popolare, com’è l’antecedente, ma sia privato: cioè che qualche suddito, ribellandosi al proprio principe e negandogli l’ubbidienza, gli muova guerra e gli faccia resistenza, o veramente che aderisca o si dia al servizio di un altro principe suo nemico, oppure gli dia aiuto di denaro, o d’arme e di vittovaglie in maniera che il delitto ferisca il principato, e non la persona particolare di quel principe ovvero di quel supremo magistrato.
La terza specie di lesa maestà, anche di primo grado, è quella la quale riguarda il delitto che si commetta dal suddito nella propria persona del principe sovrano, o veramente di quel suo vicario o supremo magistrato il quale in sua assenza lo rappresenti totalmente, e che vi stia in sua vece, ma che non ferisca il principato, perchè non si faccia per mutare il dominio nè la forma del governo, ma che solamente per vendetta privata o per odio pubblico si uccida quella persona. E parimente sopra questa specie di delitto cade poca disputa, che venga stimato gravissimo e degno di gravissime pene, della vita, della confiscazione dei beni, dell’infamia e di qualche gastigo anche nella posterità. Ma parimente gran parte vi hanno le leggi e gli stili particolari dei principali».
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_Domande dei sudditi pontificii, racchiuse nel manifesto diretto ai principi e popoli d’Europa._
1.º Ch’egli conceda piena e generale amnistia a tutti i prevenuti politici dall’anno 1821 fino a questo giorno.
2.º Ch’egli dia codici civili e criminali modellati su quelli degli altri popoli civili dell’Europa, i quali consacrino la pubblicità dei dibattimenti, l’istituzione dei giurati, l’abolizione della confisca e quella della pena di morte per le colpe di lesa maestà.
3.º Che il tribunale del santo Officio non eserciti veruna autorità sui laici, nè su questi abbiano giurisdizione i tribunali ecclesiastici.
4.º Che le cause politiche sieno quind’innanzi ricercate e punite dai tribunali ordinari, giudicanti colle regole comuni.
5.º Che i Consigli municipali siano eletti liberamente dai cittadini, ed approvati dal sovrano; che questi elegga i Consigli provinciali fra le terne presentate dai Municipali, ed elegga il supremo Consiglio di stato fra quelle che verranno avanzate dai provinciali.
6.º Che il supremo Consiglio di stato risieda in Roma, sovraintenda al debito pubblico, ed abbia voto deliberativo sui preventivi e consuntivi dello stato, e lo abbia consultivo nelle altre bisogne.
7.º Che tutti gl’impieghi e le dignità civili e militari e giudiziarie sieno pei secolari.
8.º Che l’istruzione pubblica sia tolta dalla soggezione dei vescovi e del clero, al quale sarà riservata la educazione religiosa.
9.º Che la censura preventiva della stampa sia ristretta nei termini sufficienti a prevenire le ingiurie alla divinità, alla religione cattolica, al sovrano ed alla vita privata dei cittadini.
10.º Che sia licenziata la truppa straniera.
11.º Che sia istituita una guardia cittadina, alla quale vengano affidati il mantenimento dell’ordine pubblico e la custodia delle leggi.
12.º Che, infine, il governo entri nella via di tutti quei miglioramenti sociali che sono realmente dello spirito del secolo, ad esempio di tutti i governi civili d’Europa.
In data 23 marzo 1831 fu pubblicato in Roma e nelle diverse città dello stato pontificio un editto che cominciava colle parole seguenti: — Un’era novella, ec., e prometteva alle popolazioni delle Romagne molti miglioramenti di governo. Ma dopo che fu affisso non riuscì più ad alcuno di averne copia; mi è perciò impossibile porlo come avrei voluto tra i documenti, ad appoggio della mia proposizione: «Non avere il governo mantenuto le promesse del 31.» Tuttavia, quand’anche non fosser cose note, a tutti, il solo fatto di affiggere un editto ed impedire poi che se ne spargano copie, parla chiaro abbastanza.
Al detto editto fu poscia sostituito l’altro in data 5 luglio 1831[9], che è attualmente in vigore. Ma tutti i governatori hanno in diverse epoche ricevute circolari derogatorie ai pochi buoni articoli che sono in esso, le quali circolari furono sette od otto.
A maggior prova in favore delle proteste incolpabili di violenza, trascrivo qui la relazione d’un fatto avvenuto in Faenza tre anni sono. Mi rendo garante della sua autenticità.
«Dopo che nel 1843 furono mandati a vuoto i tentativi di rivoluzione dello stato pontificio, e furono costretti ad emigrare il cavaliere Lovatelli e compagni, i volontari di Faenza cominciarono a dar segno di voler ripetere le infami aggressioni degli anni precedenti, percotendo ed impunemente ferendo ed ammazzando per le vie i pacifici cittadini. E precisamente in una sera del settembre 1843 manifestarono questa loro perversa determinazione aggirandosi per la città in copia e palesemente armati, e minacciando con gesti e parole. I cittadini, irritati di questa condotta, dalla pubblica forza tollerata, si unirono In numero forse di un migliaio circa, e si recarono Inermi sulla piazza maggiore, a protestare in faccia de’ carabinieri ivi accorsi, ed alla guardia degli Svizzeri, che non volevano, come nei passati tempi, essere impunemente percossi, feriti ed ammazzati. La forza usò prudenti parole a persuadere i più irritati a calmarsi: ed i volontari si dissiparono sentito il grosso ragunamento fattosi di cittadini sulla pubblica piazza e nelle logge di essa, protestando ad alta voce non volere più tollerare di essere bastonati nè ammazzati da sì infame canaglia di briganti: questi si dissiparono tornandosene alle loro abitazioni.
Alcuni giovani a nome di tutti salirono al pubblico palazzo per fare al governatore una rappresentanza, la quale fu amorevolmente accolta (intimidito da questo forte attruppamento di cittadini). In seguito la forza perquisì i volontari che incontrava di notte tempo, vietando loro di portare armi occulte, e questi non osarono più turbare la pace del paese. Nessuno poi dei cittadini fu per questo fatto nè manco ammonito dal governo.»
SULLE ATTUALI CONDIZIONI DELLA ROMAGNA
DI GINO CAPPONI
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LA QUESTIONE ITALIANA
DI M. CANUTI
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LETTERA AL ROMANO PONTEFICE
DI ORAZIO BUSHNELL
DOTTORE DI TEOLOGIA DI HARTFORD, STATI UNITI D’AMERICA
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INDIRIZZO AI REVERENDI PRELATI
MONSIGNOR JANNI UDITOR SANTISSIMO E RUFFINI FISCALE GENERALE
SULLE ATTUALI CONDIZIONI DELLA ROMAGNA
DI GINO CAPPONI
La sommossa di Romagna è terminata: Iddio non voglia che le mannaie e le catene brandite ora invece d’armi da coloro che men dovrebbono usarle, non vengano tosto a suscitarne altre sommosse e più atroci vendette. E, aggiunghiamo noi, non voglia Dio che le presunzioni di coloro i quali crederono bastasse a liberare la patria alzare un grido o un fucile, si voltino in disperazione; e che, dall’opposto lato, la facile e comoda prudenza dei timidi prevalga così da persuadere l’inerzia. In Romagna la rivolta è inevitabile per la qualità e le opere del governo e per lo stato degli animi; anzi una continua rivolta, più o meno flagrante, è la necessaria condizione di quella provincia. Ma il buon successo di una rivoluzione è ivi difficile più che altrove, perchè alla infelicissima Romagna manca un fine a cui tendere, una sorte in cui sperare. Addosso a lei stanno tutte le forze dell’Austria, preste a comprimere ogni moto di cui l’Italia possa giovarsi; ed ancorchè all’Austria ciò sia vietato, ecco la Romagna ridotta ad essere palleggiata nelle ambagi dei protocolli. Ed oltreciò il governo, comunque non abbia amici, ha però un numero sufficiente di partigiani armati, i quali pasciuti a spese pubbliche e ingrassati negli odii, non ricusano menar le mani per la difesa di lui, dacchè il governo si è ridotto miseramente a non essere altro oramai che una fazione. Una rivoluzione fortunata delle Romagne è dunque assai malagevole, sinchè ella non venga promossa da cause esterne e più generali; ma lo stato delle Romagne, se fu sin qui torbido, ognidì più diverrà tumultuario e minaccioso. Le commissioni militari non pacificheranno quella provincia, dove spirano tante anime ardenti e disdegnose di soggiacere a una brutal forza; le mannaie non la quieteranno: e il governo, fatto più che mai straniero e avverso alla nazione, debilitato dalle sue proprie colpe, debilitato dalla ignoranza ognor crescente nei reggitori di quello stato, non potrà, senza erario e senza credito, nemmen provvedere ai suoi stessi partigiani, pagare gli Svizzeri e mantenersi coll’aumentare un deficit il quale diviene sempre più rovinoso di anno in anno. Nè può adoperare alcun rimedio, perchè in un corpo già guasto, gli stessi rimedi vengono a trasmutarsi in veleno.
La condizione delle Romagne, anzi di tutto lo stato ecclesiastico, dovrebbe adunque tenersi come disperata; e tanto più disperata, in quanto che i rumori di quello stato necessariamente si propagano per tutta Europa e fuori; e se il fare giustizia ai sudditi viene in qualche modo a scuotere il seggio di quel principe che insieme è centro dell’unità religiosa, le coscienze se ne turbano, la cristianità si agita: cosicchè, nell’attuale ordine di cose, è come se la civil giustizia andasse contro alla religione, e i poveri sudditi fossero condannati a pagare sangue e lacrime e disordini per la quiete universale delle coscienze e l’unità della Chiesa. Il governo tale quale è non può reggere lo stato, perchè egli è ridotto dalla necessità della sua natura a temere ogni riforma, a impedire ogni miglioramento. Il governo del papa sussiste perchè tutti sentono il capo della Chiesa cattolica dover essere indipendente dalle volontà di un altro principe, e sicuro dai tumulti d’uno stato popolare. La sovranità fu data al papa perchè egli avesse indipendenza: e considerata per tal modo la sovranità di lui, si deve tenere non solamente giusta, ma necessaria (Vedi la nota a pag. 154), e nell’istoria essa apparisce come la più legittima per l’origine, e fondata più d’ogni altra sopra il consenso dei popoli. Ma quando la prima volta, più di mille anni fa, il pontefice divenne principe, e per molti secoli dipoi, la sovranità si reggeva più che altro sulla potenza d’una idea astratta e sul prestigio di un nome, ed era contenuta dalle giurisdizioni popolari o personali che da ogni lato resistevano. I principi non governavano come ora a minuto la macchina dello stato; e meno d’ogni altro gli ecclesiastici si brigavano delle faccende amministrative, che essi lasciavano trascorrere in mano dei secolari. Per tal modo il principato degli ecclesiastici era ai sudditi generalmente dolce; e potevano le due potestà andare insieme congiunte senza mostrarsi inconciliabili. Ma ora che preti e vescovi è necessario che sieno curatori dell’economia pubblica e inventori di tasse, e generalissimi delle milizie, e (ho vergogna a dirlo) capi e incitatori di sbirri; ora i vizi d’un tale reggimento si renderono intollerabili, perchè essi offendono, non che il pensiero dei più veggenti, anche l’interesse dei più infimi e il buon senso di tutti: e la dignità degli ecclesiastici si avvilisce tanto più quanto è più costretta a divertire continuamente dall’alto suo ministero. Ma se in qualche modo il principato secolare del pontefice si potesse ricondurre a ciò ch’egli era una volta, mi pare che le difficoltà, ora affatto inestricabili, si verrebbero a comporre, per quanto è dato alle umane cose.
Le monarchie già sono e più che mai saranno astrette a concedere la divisione di quei poteri, i quali da soli due o tre secoli in qua furono, o parvero raccolti nella persona del principe; i governi rappresentativi si distendono rapidamente su tutta Europa. E se in alcun luogo la partecipazione dei cittadini allo stato è conveniente o necessaria, tale si è certamente, e più che altrove, nello stato della Chiesa, dove gli amministratori delle cose pubbliche, quando non sieno tratti dalla nazione, riescono ad essa affatto stranieri per le qualità del grado e dell’ufficio loro, e vengono affatto a segregarsi da lei, quasi occupatori dell’altrui suolo. Laonde al pontefice si addice bene di trarre la gerarchia ecclesiastica da tutto quanto l’orbe cattolico; ma i reggitori e i ministri del governo secolare gli conviene escano dalla nazione e sieno secolari: se no, tra la nazione e lui sarà lo scisma inconciliabile, e amendue fiacchi e travagliati. Un papa che regni senza governare, quest’è il solo mezzo atto a sciogliere il nodo, sin qui disperato. Nè si alleghi la difficoltà che avrebbe il pontefice a mantenere in quel modo l’autorità sua, imperocchè, oltre alla santità del grado, lo stesso interesse dei Romani lo aiuterebbe a mantenerla. Roma ha più bisogno del papa, che non il papa di Roma; s’egli, non dico già si rifuggisse sotto le ali d’un potentato straniero (chè per lui sarebbe un troppo discendere), ma solamente ne andasse a Orvieto o a Viterbo, dovrebbero i secolari governanti richiamarlo con le mani supplichevoli, come i Romani fecero più volte nel medio evo: il papa, col solo ritirarsi sul Monte sacro, farebbe Roma deserta.
Nel pontefice, attorniato dal sacro collegio dei principi della Chiesa, starebbe l’alta sovranità tanto sicura e inviolabile, quanto a niun principe secolare mai non è dato di possederla: e se dall’amministrarsi lo stato a quel modo, si dubitasse che al papa venissero meno le rendite necessarie alla maestà del pontificato, agevol cosa riuscirebbe l’assegnargli, in modo certo e al tutto immune da spoliazione, tanta ricchezza che bastasse a mantenere anche esteriormente la dignità dell’eccelso grado. Inoltre mi pare che i potentati cattolici, i quali bene e debitamente si contrapposero all’abuso tanto eccessivo una volta dei proventi ecclesiastici, ora (ed allora più che mai) potrebbero, senza danno e senza scapito della dignità d’entrambi, assicurare al pontefice una moderata prestazione che immediatamente derivi da quegli uffici ch’egli esercita: uffici che importano la quiete delle coscienze e il buon ordine degli stati. A chi paga un console o un ambasciatore in terra di barbari per vana apparenza di decoro o per guadagno assai dubbioso, mi pare non disconvenga pagare al papa una bolla per le istituzioni dei vescovi o per altro qualsivoglia titolo: il che a’ popoli riuscirebbe assai meno gravoso di tante inutili spese ch’essi fanno in terra straniera. E se tali spese giovano ai commerci, questa puranche varrebbe a stringere la fraternità tra le nazioni cristiane.
Io so bene che tali riforme non mai si fecero di buon grado e per ispontanea concessione, bensì condotte dai tempi e da forza di necessità. Ma qui necessità stringe, e i tempi le maturarono, ed ora la forza minaccia di compierle. I rivoltosi dell’altro dì non si levarono, come per l’innanzi, contro ai preti, perchè son preti, nè contro l’altare; non abbatterono gli stemmi, nè rinnegarono sudditanza al papa: ma da lui chiederono un governo da cristiani, e sulla bianca bandiera scrissero giustizia e leggi: _leggi conformi ai diritti delle nazioni civili_; tanto oggi divennero attemperati i consigli anche degli uomini più inaspriti, e il pensiero provvido e le volontà discrete. Che il papa abbia principato vuole ora ciascuno, sino a coloro che più ne soffrono: i tempi gliel diedero, nè si voglion rompere le tradizioni: e se in antico era male che il papa non fosse principe, ora disfarlo sarebbe peggio (_Vedi la nota_ a pag. 154). Ma un principato di questa fatta vuole altra qualità di ministri, d’istituzioni, di leggi; o il papa si faccia gradatamente a concederle, o al primo alitare d’un qualche vento in Europa la forza cieca gliele imporrà; e qui è da scegliere, tra il bruttare di sangue la tiara perchè poi cada nel fango, o renderla più venerabile agli occhi di tutti, con l’assolverla da ogni colpa. Questo gridan alto i Romagnuoli; questo ripetono a più bassa voce nelle altre provincie i sudditi, ch’esser vorrebbono cittadini: e la separazione dell’ecclesiastico dal civil governo, sola possibile uscita dalle presenti difficoltà, già si pronostica in Roma, non pur dai laici solamente, ma dagli ecclesiastici più assennati e migliori, e su nelle stesse anticamere del Vaticano, insino all’ultima porta là dove sta chiuso a ogni discorso il vecchio infelice. E a questo fine mi sembrano bene accomodarsi i nuovi costumi che già si veggono apparire in Roma; dove molti dignitari della Chiesa, meno ambiziosi oggimai di scienza profana, ed assai meno ravvolti che prima non fossero nelle conversazioni secolaresche, danno segno di ridursi ad un vivere più clericale. Anticipare l’evento che i tempi maturano, incombe oggi a tutti coloro che più hanno a cuore la religione e l’Italia, professando nei discorsi e negli scritti (per quanto ci è dato) quelle opinioni che stanno già nel pensiero di tutti; e una franca ed onesta voce, in qualche modo possiamo alzarla noi pure, se la timidità non cel vieta. Ma più d’ogni altro è necessario sien pronti al soccorso i principi italiani, a’ quali non giova starsi con le mani alla cintola quando la vicina cosa è in fiamme o in rovina; e tra essi ve ne ha che per le forze militari e per la condizione politica mi pare non debbano temere scherno e dispregio, se un bel giorno dichiarano non aver essi più voglia di tollerare in silenzio, che solo patrono e guardiano dell’Italia abbia ad essere lo straniero. Tempo è che i principi italiani intervengano pur essi in quelle cose che importano alla salute d’Italia.
GINO CAPPONI.
NOTA.
I mali che affliggono da secoli la Chiesa e l’Italia procedono tutti da una sola fonte, la riunione di due incompatibili poteri nella persona del vescovo di Roma. La cura radicale di quelli può quindi trovarsi nella separazione dei poteri medesimi, nel restituire, cioè, la Chiesa nello stato in cui nacque e fiorì, e si sparse per tanta parte di mondo. Il dire che era male in antico che il papa non fosse principe, o che il principato del papa sia ora necessario, pute di eresia. Il Concilio stesso di Trento non osò dire altro, se non che sarebbe eresia il sostenere che il papa non potesse essere principe. Che la sovranità poi sia stata data al papa onde egli avesse indipendenza, è uno svarione storico troppo grosso perchè occorra di confutarlo. Che, finalmente, sia necessario che il papa non dipenda dalla volontà di un principe qualsiasi, e che per questo ogni Italiano voglia ch’egli abbia un principato indipendente, non è vero nè teologicamente, nè storicamente, nè politicamente; e novantanove sopra cento Italiani disinteressati farebbero di ciò, ove parlar potessero liberamente, ampia testimonianza. Del resto, ognuno ha a mente i versi di Dante, del Petrarca, ec., e sa quel che abbiano intorno a questi punti scritto altri sommi Italiani e stranieri, san Bernardo, Châteaubriand, ec., ec. Il fatto lagrimevole è questo, che il principato temporale del papa non può in verun modo essere riformato.
(_Nota aggiunta_.)
LA QUESTIONE ITALIANA
DI M. CANUTI
L’Europa non avrà riposo, finchè quella nazione, la quale nel Medio Evo accese la fiaccola della civiltà e della libertà, non fruisca essa pure la luce ch’ella creò.
(SISMONDI, _Storia del risorgimento della libertà Italiana._)
Fra le questioni delle quali maggiormente dovrebbe l’Europa liberale, e meglio ancora la Francia occuparsi, quella dell’Italia ha un posto eminente. Il governo francese, ad onta de’ suoi sforzi per conservare la pace, potrebbe improvvisamente trovarsi avvolto in una guerra, ed allora l’alleanza de’ circostanti paesi, e più d’ogni altro dell’Italia, gli addiverrebbe veramente necessaria.
Da lunga pezza avrebbe la Francia dovuto favoreggiare l’emancipazione della nostra penisola. Per isventura nol fece, e par fino che attender voglia l’ora del pericolo per accingervisi. Ma dovrebbero gl’Italiani starsene sino al tocco incerto di quest’ora colle mani in mano, o non piuttosto apparecchiarsi a rigenerare da sè la loro patria?
L’Italia non può rimanersi ov’ella è più lungamente: e sarebbe cosa iniqua il pretendere che il nostro bel paese, l’incivilimento del quale non è punto inferiore a quello d’altre colte nazioni, e nel quale i sentimenti di nazionalità e di indipendenza si sono di già estesi fra il popolo cotanto, giaccia tuttavia a pezzi sotto il giogo di stranieri, e scemo d’istituzioni rappresentative.
I politici moti che da quasi mezzo secolo tratto tratto colà si manifestano, traggono l’origin loro da questi sentimenti di libertà e d’indipendenza. I governi però, invece di arrendersi alle politiche esigenze delle popolazioni, sprezzarono mai sempre l’opinion pubblica, ed ai desiderii di nazionalità colle persecuzioni, ai diritti colle violenze corrisposero. Eppure i sovrani d’Europa ed i principi d’Italia di promesse di libertà ai popoli, quando di loro ebber bisogno, non furono parchi. Il re Ferdinando di Sicilia, l’arciduca Carlo d’Austria, il generale Nugent, lord Bentink ebbero a promettere agli Italiani, anche avanti la caduta di Napoleone, indipendenza nazionale e costituzionali franchigie. E queste promesse furono rinnovate al tempo della Ristorazione del 1815, benchè sempre bugiardamente.
Ma agl’Italiani non corre punto l’obbligo di giustificare la rivendicazione delle loro libertà per le promesse dei governi, avvegnachè le ragioni loro siano fondate sul principio della sovranità nazionale, sul diritto d’ogni popolo a governarsi da sè, e sulle condizioni morali del loro paese. Tuttavia sono desse un argomento che conforta assai i legittimi richiami delle diverse provincie dell’Italiana penisola.
È noto che il granduca di Toscana, Ferdinando I, accogliendo il 7 gennaio 1815 i membri del Consiglio generale di Firenze, venuti a congratularsi con lui del suo ritorno ne’ suoi stati, ebbe loro a dichiarare «che la felicità de’ suoi sudditi costituiva il primo de’ suoi doveri; che non avea dopo la sua tornata potuto prevedere ogni cosa, nè stabilire in Toscana le istituzioni tutte, le quali erano dalla condizione intellettuale del popolo richieste; ma che non sarebbe corso molto tempo prima che il suo popolo possedesse una Costituzione ed una rappresentanza nazionale».
Quest’ottimo disegno, il quale l’Austria non volle nè allora nè poi fosse recato ad effetto, era stato pure nudrito dal granduca precedente, Leopoldo I, fra le cui riforme a pro’ della Toscana primeggiava, come ben sappiamo, quella di una costituzione per ordine suo compilata dal senator Gianni.