Degli ultimi casi di Romagna

Part 17

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perchè i segretari di stato, i sostituti, i primari impiegati sono anch’essi composti di polpa ed ossa come tutti gli uomini, e si danno buon tempo, ed amano le loro lasciviole, e si piegano volentieri alle lacrime di qualche bella signora o di qualche scaltra zombracca. Questo sistema fa che gli onesti impiegati, i quali abborrono ogni sorta d’intrigo, rimangono molti anni ne’ loro posti senza ottenere avanzamenti, ed i faccendieri, che possono spendere od estorquere una commendatizia, o procurarsi una protezione, hanno avanzamenti lucrosi ed onorevoli senza merito, senza giustizia, senza onestà. Ed ecco perchè nei tribunali, ne’ dicasteri, in tutti gli uffici si trovano sempre impiegati facili ad esser sedotti, incapaci a rettamente eseguire le loro attribuzioni, mancanti di pratica, di teoria, e quindi attivissimi a male amministrare la giustizia, a commettere errori dannosi per le cose del pubblico e per gli affari de’ privati, ora per ignoranza, ora per cattiveria.

Gl’impieghi si conferiscono a preferenza ai Romani, o almeno in molto più favorevole proporzione per essi, poichè fra di loro tutti sono figli o nipoti di preti, di prelati, o addetti alle case de’ cardinali, o stretti in amicizia co’ ministri stranieri e con i loro domestici. Costoro, quando vengono a coprire le cariche in provincia, sono orgogliosi, insolenti, maneschi, ingiusti, tanto che sono odiati da tutti, e cagionano male umore contro il Governo. Quanto è necessaria un’attiva e radicale riforma su questo delicatissimo ramo! Abbia pure lo stato ottime leggi, savissimi ordinamenti, istituzioni onorevoli; se gl’impiegati non sono probi ed intelligenti, il malcontento durerà sempre, si darà ognora luogo all’arbitrio, e i sudditi lamenteranno, non avranno amore e rispetto al sovrano, desidereranno cambiamenti politici, e faranno congiure e tenteranno ribellioni. Un miglioramento in ciò debbe esser prontissimo e radicalissimo. Senza di esso ogni altra buona ordinanza sarà inutile, poichè sono i cattivi esecutori delle cose quelli che rendono vani i buoni ed utili miglioramenti.

Perchè gl’impieghi non si dovrebbero conferire dietro rigorosissimo esame relativo?

Perchè non esigere dai richiedenti la prova certa di una immaculata condotta?

Perchè a circostanze pari l’anzianità non viene calcolata?

Perchè gli assegni non si proporzionano, e non si aumentano certe vilissime paghe d’impieghi delicati, e non si toglie così un argomento potente alla prevaricazione?

Perchè non si danno compensi alle fatiche straordinarie, alle operazioni utili dello stato?

Perchè non si esige dai capi d’ufficio un’attiva sorveglianza e mensuali ingenui rapporti?

Perchè non si stabiliscono da per tutto ispettori provinciali probissimi, ch’esaminino con pieno rigore la condotta degl’impiegati, e perchè non sono gl’ispettori stessi sottoposti a rigoroso rendimento di conto delle loro operazioni?

I sorvegliatori attuali sono tutti pressochè uguali a quell’uditor santissimo che presentemente va facendo un viaggio di piacere per lo stato col titolo di visitatore. Ha dato una occhiata a certi locali, a certi uffici, ed ha trovato, il buon uomo, che tutto andava in piena regola e perfettamente, anche dove le cose andavano in malissima regola e in pieno disordine. Io non so a che scopo avvisasse il viaggio di costui. Certo è ch’egli non fece nulla, e si è procacciata l’indignazione de’ popoli e la derisione degl’impiegati.

Concludiamo. I preti stiano nel santuario. Non s’impaccino negl’impieghi dello stato, perchè è giusto che i primi posti ch’essi occupano si cedano ai laici. E più presto il papa giunge a ciò, e più sicuro sarà in trono, e contenti saranno i suoi sudditi. Questo è osso un po’ duro da rodere per loro. Ma è di giustizia un cotal cambiamento. È nel desiderio dei più, e basti.

CAPITOLO XVII.

STAMPA.

La libertà della stampa, quando essa abbia un limite e si opponga alla pubblicazione di cose irreligiose e disoneste, è affare utilissimo e necessarissimo ad ogni governo ben regolato.

Quando a ciascuno fosse fatto lecito di censurare la condotta degl’impiegati, quando si potesse dire liberamente a carico dei signori ministri, quando si potesse levar la voce contro gli errori che commette il Governo, quando fosse tollerato parlare della cattiva amministrazione pubblica, quando fosse permesso pronunciare il proprio sentimento su certi metodi di studio; io vi so ben dire che i signori impiegati opererebbero con miglior giustizia, il Governo rifletterebbe di più sulle determinazioni che prendesse, l’erario non sarebbe l’ufficio legale di latrocinii, gl’instruttori adotterebbero i metodi riconosciuti migliori, e così ogni cosa prenderebbe il suo posto conveniente, ed i popoli avrebbero meno ragione di lamentarsi, ed il regno de’ preti diverrebbe a tutti accetto e gradito.

E chi scrive sia responsabile di quello che asserisce, quando le cose stampate offendono direttamente le persone ed abbiano apparenza di calunnia.

Così la censura sacra, la censura politica non si opporranno più al progresso delle scienze, perchè quelle menti torbide d’inquisitori, commissari, trovano da evitar sempre qualunque libro scientifico, e gli scrittori, o indispettiti od iscoraggiati, dimettono il santo pensiero di scriver per la bassa ed alta istruzione, ed al popolo non si distribuisce il pane dello sapienza, si eterna la di lui ignoranza e rozzezza. Il santo Padre nuovo non tema, no, di accordare la libertà della stampa; egli deve valutare i vantaggi ch’essa arreca, e deve considerare ch’è mezzo atto a favorire il contento dei popoli, ch’è quanto dire che assicura le saldissime ed eterne basi al trono pontificale.

CAPITOLO XVIII.

SALUTE PUBBLICA.

Dà argomento di somma civiltà quel paese che s’interessa molto della salute de’ popoli. Ma se si ha a dire il vero la igiene pubblica è assai nel nostro stato trascurata. Ond’è che il nuovo sovrano deve mantenere in vigore le poche buone leggi che vi sono in questo proposito, riformare quelle che meritano correzione, istituirne delle nuove, atte a guarentire la salute della nazione.

Qui non v’è bisogno d’interessare i medici italiani perchè scrivano per norma del Governo. Vi sono opere classiche che ne trattano estesissimamente, fra le quali quella del piemontese Lorenzo Martini[11] e di Gian Pietro Frank, che possiamo riputare come nostro connazionale.

Io mi contenterò di accennare la necessità in che siamo di avere alcune cose essenzialissime per la tutela della sanità del popolo. E giustizia vuole che a questa si dia subito prontissima mano ed aiuto, perchè è troppo grave colpa del Governo il non riparare a certi danni frequentissimi nell’umana società.

Ne’ luoghi di marina, dove la prima industria è la pesca, accadono spesso morti per annegamento, nella mancanza in che si è degli argomenti opportuni a risuscitare, dirò così, i poveri affogati.

La società filantropica di Londra, di cui è capo il re, ha salvato in pochi anni la vita a moltissimi asfittici, che nello stato nostro vengono seppelliti per morti. Fino a che il sovrano non oppone a cotali disgrazie tutti quei mezzi che la scienza gli ha proposti, egli si fa reo della morte di ciascheduno, e ne dovrà render conto a Dio, il quale, quando gli affida le nazioni, impone di ben guardare la vita de’ propri sudditi.

E così parlo della mancanza di un porto o un canale da Ancona fino al confine del Tronto, per cui le barche da pesca nelle burrasche frequenti dell’Adriatico non avendo altro rifugio che il lontanissimo porto di Brindisi, in ogni caso di tempesta si perdono molti legni col proprio equipaggio, e ciò per colpa del Governo, che in così lungo tratto di mare non ha eretto mai un asilo di sicurezza per que’ disgraziati.

È inconveniente grandissimo la facilità, anzi il favore e lo stimolo che dai parrochi si adopera per la celebrazione dei matrimoni, senza guardare affatto la salute fisica degl’individui che si maritano, e se abbiano mezzi economici a campare una famiglia. Ecco perchè da noi si vedono schiere di tisici, di scrofolosi, di apopletici, di sifilitici. Così la nazione perde della propria robustezza, e in pochi anni si riduce lo stato ad uno ospedale d’incurabili. La Polizia abbia sue leggi atte ad impedire matrimoni malsani, e badi che ne’ contraenti non manchino affatto i mezzi della sussistenza. Quest’ultima providenza vale anche a prevenire la funesta propagazione de’ ladroncelli, poichè in cotali coniugii i padri esigono che la prole si procuri da sè stessa quel mantenimento che si ottiene poi nei furti di campagna e nelle piccole ruberie delle strade.

È grandissima l’inerzia del governo a non riparare ai primi impaludamenti di alcuni territorii, che poi col tempo non si tolgono più, o almeno importeranno grandissime spese. Quasi ogni provincia dello stato è soggetta a queste disgrazie, e la cattiva sanità o la morte degli abitanti di questi luoghi sono pure mali di cui la colpa essendo del sovrano, egli ne renderà conto a Dio, se dal canto suo non adopererà quei mezzi che la scienza idraulica propone.

L’ignorante e superstizioso abuso di suonar le campane nei momenti delle rivoluzioni atmosferiche, costa la vita a non pochi fanatici, ed il regnante si fa reo avanti Dio della morte di costoro, perchè non ne impedisce con legge la pratica.

In molti piccoli municipii si seppelliscono ancora i defunti nelle chiese. E ciò importa che nelle calde stagioni si sviluppi sempre qualche mortale epidemia, che uccide non pochi cittadini. Il capo dello stato è l’uccisore di costoro, perchè non seppe rendere universale la legge de’ cimiteri rurali.

In molte comunità, sia per colpa dell’autorità civile, sia per la negligenza degl’impiegati sanitari, i commestibili che si vendono al pubblico sono molte volte mal sani, e ne va di sotto la salute e la vita di molti. Il principe risponderà a Dio di codesti danni, perchè non fece rispettare le leggi, che pure su ciò provvidi papi emanarono.

Gli ospedali mancano in molti paesi dello stato, e non pochi individui periscono per mancanza di soccorsi. Anche la morte di costoro peserà sulla bilancia del supremo giudizio a danno dei reggitori del trono.

Gl’incendii, la mancanza de’ ponti, le strade pericolose, gli edifici cadenti, e mille altre cagioni di danno pubblico e privato, obbligano per giustizia il sovrano a spander per lo stato i corpi de’ pompieri, a ordinar la fabbricazione de’ ponti, ad accomodar le strade e a far demolire gli edifici pericolosi, ed altro. Tutte queste cose ove vengano trascurate, il giudizio di Dio sarà grave contro colui che impera, perchè avrebbe dovuto reggere qual padre i popoli che gli furono affidati.

Ed ho accennato le cose essenzialissime, che richieggono pronto provvedimento, perchè se avessi voluto enumerare tutti i mali relativi alla sicurezza e sanità de’ popoli, io avrei dovuto fare un lungo trattato, inutili d’altronde, perchè, come dissi di sopra, noi non ne manchiamo, e può il Governo perfezionare la igiene dello stato se vorrà prendere regola da quei libri utilissimi.

CAPITOLO ULTIMO.

Io mi era proposto di trattare ancora diversi altri argomenti utilissimi in questo libricciuolo. Ma la necessità mi ha indotto a por termine al mio lavoro, perchè giunse nelle provincie la notizia della rapidissima elezione del nuovo pontefice. Il nuovo unto del Signore, il supremo re della terra sarebbe, secondo la novella percorsa, l’eminentissimo cardinale Mastai di Sinigaglia, vescovo della città d’Imola. Io m’ho visto una commozione di animi così straordinaria per la costui esaltazione, che rare volte i popoli s’addimostrano sì lieti per cagioni di pubblica e comune fortuna. E posso credere che la esultanza dei sudditi sia pienamente giustificata, poichè il novello sovrano è ricco di rare virtù, di sapienza, di umanità, di carità evangelica.

È in me fede grandissima ch’egli accolga le parole espresse nel presente indirizzo con quella gentilezza di cuore con cui ricevette ognora ed esaudì le preghiere di tanti sciaurati al suo sacro impero nella diocesi d’Imola sottoposti. E la bontà di cui è riccamente adorno mi fa sperare ancora, che se il desiderio in me del pubblico bene mi ha portato talora ad adoprare parole aspre e rigorose contro il reggimento politico del cessato sovrano, egli vorrà usarmi quella indulgenza che può meritare uno il quale, amico com’è della Sede apostolica, vuole e brama che i sudditi di tanto sovrano non abbian lamenti a fare, e si chiamin lieti e contenti di esser figli e vassalli del regno della Chiesa.

E potrei quasi far sacramento, che fra non molto tempo le popolazioni vedranno praticati i più saggi ordinamenti di cui si gloriano le nazioni civili.

Le sciagurate famiglie de’ prigioni politici riabbraccieranno nelle loro case i loro più cari.

I popoli avranno un codice criminale e civile, la cui mercè la vita e le sostanze degli uomini saranno rese tranquille e sicure.

Le procedure criminali correranno più spedite, saranno cristianamente trattati gl’inquisiti, ed abolite interamente le infami giunte e commissioni militari e civili.

Le imposizioni non saranno più gravose ai sudditi, e cesseranno le angarie e i soprusi dei regolamenti doganali e daziari.

La Polizia avrà sue leggi certe, e non si darà più luogo all’arbitrio.

L’istruzione favoreggiata e facile, e libero a tutti di dissetarsi al calice della scienza.

Provveduto all’educazione fisica e morale degli infanti, assicurato un asilo o sussidio alla impotente vecchiezza.

Cacciate le truppe straniere, e congedati i corpi de’ malvagi volontari pontificii.

Protetta la industria nazionale, e vietati i tirannici appalti.

Resa più splendida la cattolica religione nostra col rimuoverne gli abusi, e col creare pii e saggi ministri.

Soppresso l’ordine de’ Gesuiti, peste mortale del mondo cattolico.

Istituite ordinanze onorevoli per la retta amministrazione delle cose municipali e provinciali.

Occupate negli impieghi le persone più meritevoli, e rese le debite ricompense al merito.

Accordate le più interessanti cariche dello stato a laici dotti e probissimi.

Concesso ad ognuno lo stampar liberamente, ne’ limiti della religione e della onestà.

Guarentita la pubblica sanità e sicurezza coll’adottamento di savie leggi igieniche.

E questa sarà propriamente per noi l’_era novella_ promessa per la paura d’un papa, osservata per la magnanimità di un altro.

Ma quanti ostacoli non troverà egli il nuovo gerarca per la esecuzione di così utili ordinamenti! Sono alcuni fra’ porporati che, vedendo in ogni innovamento una pericolosa concessione, e desiosi di vedere oppressi i sudditi o per inopportuna paura o per malignità di cuore, consiglieranno insistenti di lasciare le cose nello stato in cui sono, ispireranno dei dubbi sulla ingenuità di coloro che dimanderanno le riforme, in ogni movimento innocente sogneranno una ribellione, e si faranno essi stessi nascosti autori di fatti sospetti, di scritti incendiari, di emblemi rivoluzionari. La satanica arte di costoro potrebbe trionfare della perspicacia del sovrano. Il nuovo principe non creda alla buona apparenza delle loro parole. Essi, come dice sant’Agostino, sono al di fuori scialbati candidissimamente, ma hanno l’anima nera come tizzo di carbone. Quando i popoli pontificii si vedranno posti al rango che si addice all’attuale loro civiltà smetteranno ogni idea di cambiamento politico, troveranno dolce il comando della monarchia pontificale, non avranno ad invidiare i vicini reggimenti civili di stati italiani; faranno voti per la conservazione della santa Sede, e prepareranno cogli scritti e colle parole una gloriosa immortalità a Pio IX, che soddisfece ai prepotenti bisogni de’ tempi.

E però il perdono ch’egli darà agl’inquisiti di stato sia santo ed ingenuo, come quello che darebbe Gesù Cristo se avesse da tornare sulla terra.

Se l’amnistia non viene accompagnata dalla reintegrazione ne’ diritti civili, se quegli che vien perdonato non è sicuro dalla calunnia di nemici, dalla indiscreta sorveglianza di commissari di polizia; se gli vien restituita una libertà con limiti angustiosissimi; se non viene saggiamente provveduto alla di lui sussistenza, ove ne abbisogni; se gli verranno fatte insidie morali, e valutato a delitto il pensiero o una parola, questa amnistia diventerebbe un laccio, un tranello empissimo, più orribile e penoso della stessa condanna a cui l’inquisito politico soggiacque.

E so ben io che la santa virtù del nuovo regnante abborrisce da cotali vili ed insidiosi concetti. Ma nella corte s’introducono sempre alcuni astuti che ordiscono segrete mene contro l’umanità, e questi sono nemici dell’uomo, sono nemici del Governo, ma si dichiarano da loro stessi e filantropici e devoti al vicario di Gesù Cristo.

Da questi truculenti si guardi il successore di san Pietro, e ponga freno alla loro prepotente influenza, col distrugger tosto ogni sorta di arbitrio alla Polizia, nucleo fin ora di tirannide non solo, ma primario elemento di schiavitù, massima cagione del mal contento de’ popoli, e potente nemico del governo pontificio.

Ma qui gl’infiniti amici del Governo, i pretesi sostenitori del trono e del pontificato seguiteranno a gridare e dire come la esperienza addimostri la inefficacia della clemenza, e che i malcontenti, anche dopo il perdono, si mostrarono coi fatti nemici violentissimi del Governo.

Io risponderò dicendo, che la massima parte di coloro i quali furono nuovamente rilegati in carcere fu ristretta per semplice sospetto della irrequieta Polizia; e che i loro incarti, fabbricati da perversi e sanguinari processanti, non diedero risultanze positive, o si trattò solamente di semplici parole, o fatti isolati di niun valore. E nell’altra parte se vi furono individui i quali ritornarono ad inveschiarsi profondamente in affari politici rilevanti, questi sono di quella classe di cui poco sopra io parlavo, posta in uno stato di violenza terribile, vale a dire, trascurata non solo dal Governo e dalla società, e priva di mezzi di sussistenza, ma provocata gravissimamente dalla insolente Polizia o per inopportune sorveglianze o perchè privata dell’interna libertà, e non reintegrata mai ne’ diritti sociali, al godimento de’ quali ognuno di loro intendeva. Ed ecco perchè io raccomandava che il perdono fosse generoso, amplissimo, ingenuo, generale.

E così pongo fine a questo qualunque siasi lavoro che intrapresi al solo scopo di esser utile ai miei compatriotti. In esso non adoperai studio di sorta a farne un libretto elegante e filosofico: volli attenermi ad un linguaggio di comune intelligenza, e presi nota solamente di quelle cose più rilevanti che mi parevano degne di ricordo e necessarie di miglioramento. Quindi non frasi, non regolare ordine di materie, non concetti nuovi e profondi. Il miglior pregio del libro, sono la verità e la santità del fine. Se una sola delle mie idee non esistesse già nella mente del sovrano, che deve intender certo a cambiamenti solidissimi, e fosse tolta in considerazione io mi chiamerò fortunato di aver avuto una parte benchè impercettibile nello stabilimento del bene universale.

RELAZIONE

DEL FATTO AVVENUTO IN CESENA

LA SERA DEL 14 LUGLIO 1846.