Part 18
Molte cose sono state ragionate da varii, sui cattivi ordini che aggravano il nostro stato, e che ne fanno, per così dire, una anormalità, in mezzo al progresso civile de’ tempi nostri. Ma per comprendere i mali effetti di quelli, e trarne argomento a spiegare il profondo malcontento che regna in queste provincie (malcontento che non si acqueterà mai, ove il nuovo sommo pontefice non dia mano con ardimento e risoluzione a riforme radicali, vincendo la subdola opposizione e la mala fede con che molti suoi iniqui ministri gli possono attraversare ogni buona intenzione), a comprendere, dicemmo, pienamente i mali effetti di quegli ordini, più d’ogni ragionamento, giova sovente il rappresentare l’azione concreta nella realtà de’ fatti. Certi episodi della vita sociale de’ nostri infelicissimi paesi bastan soli a rivelare que’ mille patimenti, que’ mille dolori morali e que’ profondi fremiti di sdegno disperato che dee provare un popolo generoso nel vedersi (oltre all’altre sue grandi sventure) senza delitto macellato impunemente da una mano vilissima di sgherri stranieri, a’ quali un massacro, che rinnovasse la memoria de’ Vespri siciliani, sarebbe poca pena alla sola colpa di starci qui insolenti e briachi in sul viso. Ma veniamo al fatto, che giustificherà appieno l’ira delle nostre parole. — Al qual fatto, perchè sia inteso bene da chi non conosce le piaghe de’ nostri paesi, ci fa d’uopo premettere un breve commento. Egli è da sapere adunque che il difetto d’operosità industriale e commerciale, le cattive leggi economiche, la mancanza assoluta di educazione popolare, la poca agiatezza e i pochi risparmi delle classi elevate, e la conseguente difficoltà per le classi operaie di trovar lavoro, e, non ultima cagione di miserie e di corruzioni, le truppe estere, che precludono la carriera militare ai figliuoli del nostro popolo, tutte queste e molte altre cagioni, che lungo sarebbe l’enumerare, vanno ogni giorno più arruolando alla turba de’ delinquenti molti popolani corrotti dalla indigenza, dalla ineducazione e dalla abitudine de’ vizi. Tutta questa gente, nelle nostre città, si va organizzando in associazioni giurate al delitto, e muove una aperta guerra alle proprietà e alla sicurezza personale del cittadino. Ciò è conosciuto dalle Polizie. E però chi facesse una statistica de’ furti e delle aggressioni impunite che avvengono in queste provincie, troverebbe di che far maraviglia a un uomo de’ secoli barbari. Ma la cosa va più innanzi in molti paesi; le Polizie si contentano, non solo che vi si rubi alla piena luce del giorno, ma che vi s’inquieti il pacifico cittadino con insolenze e minacce, e pare insomma che s’intenda a provocare e sfrenar la canaglia contro le classi medie ed elevate, la cui inclinazione all’ordine e alle riforme civili, chiamata dalle nostre Polizie istesse liberalismo, arrovella tutti questi nostri impiegati, gente la più parte ignorante e immorale, e che però ha solo nel durar de’ disordini qualche speranza di potersi mantenere in grado. La cosa è giunta a tale in alcune città, che in Faenza, per esempio, or son pochi dì, fu fatta una istanza, sottoscritta da centinaia di cittadini, non che da sacerdoti, parrochi di campagna, ecc., e inviata al pontefice per ottenere permesso di armarsi a difesa dei propri averi, e far quello che non sanno fare (così esprimevasi quello scritto) tante truppe nazionali e forestiere. Ma se queste ultime non sanno o non curano frenare i ladri e gli assassini, coi quali hanno perfetta affinità, sanno molto bene farla da carnefici sugli onesti e tranquilli cittadini. — Ora udite l’avvenuto. — Nella sera dei 13 corrente fu, in Cesena, ferito d’un’archibugiata un Eutimio Stefani, per sopranome Timino, il quale unito ad un tal Mamolino, di recente dimesso dal carcere, erasi fatto capo di un’orda di masnadieri, che da lungo tempo, percorrendo le vie a mano armata e provocando i buoni cittadini, infestavano questa città, stimolati non si sa bene da chi, certo tollerati dalla Polizia. Il male essendo divenuto insopportabile, ed avendo costoro nella mattina del 14 minacciata aspra vendetta del loro capo, la sera di detto giorno molti giovani, costretti dalla necessità della comune difesa, eransi ragunati nella piazza di San Francesco, con animo di punire quella mala gente, e veder modo di fiaccarne per sempre la baldanza. Di tale assembramento fu dato preventivo avviso al governatore, il qual disse sapere ove i ladri si riunivano e dove avean riposte le armi, e che avrebbe in breve trovata via di farli arrestare e perquisire. Fu di tutto parimenti avvertito il comandante di piazza capitano De-Bons. All’una ora di notte partiva dalla piazza maggiore un carro di polvere, scortato da un forte distaccamento di Svizzeri, e dirigevasi verso San Francesco. Alla testa di costoro erano l’ufficiale generale, e Vesi, agente di Polizia. Il militare convoglio trapassò la piazza, ove stava assembrata quella gioventù, senza incontrare alcuna minaccia, alcun insulto, e si fermò innanzi alla porta della caserma Carabinieri, nella quale era stato il giorno, ed ove aveva ordinato il capitano De-Bons fosse ricondotto. Non si sa per qual motivo la porta della caserma fosse chiusa, nè s’intende perchè l’ufficiale generale, non provocato da alcuna offesa, senza curare quelle preventive cautele che sono un dovere sacrosanto anche quando è assolutamente necessario il far impeto sul popolo, con inaudita improntitudine, fatta voltare la fronte ai soldati, comandò due scariche di plotone contro gli assembrati, la maggior parte de’ quali erano seduti sulle macerie ivi esistenti, bevendo e conversando pacificamente. Appena eseguito l’assassinio, fuggirono i vili appiattandosi dietro il carico della polvere. Molti furono i giovani feriti, cinque caddero semivivi sul luogo, due dei quali già morti. Tanto è vero poi che quella gioventù non avea pensiero ostile alla forza, che, sebbene così brutalmente trattata, e in numero tanto maggiore da vendicare a larga misura sui fuggiaschi assalitori il sangue de’ loro fratelli iniquamente versato, pure sgombrò la piazza. Niuno Svizzero fu ferito, e tutti i cittadini lo furono alle spalle: lo attestano concordi i chirurghi, lo provano le sezioni ai cadaveri. Quella notte fu terribile alla città pei gravi danni che potevano generarsi alla medesima da una popolare reazione. Fu necessaria tutta la prudenza, il sangue freddo, e diremo l’eroica rassegnazione di alcuni giovani per impedire che molti i quali erano corsi ad armarsi non assalissero i vili assassini de’ loro amici, dando il segno di un generale massacro. Quanto non lascia sperar bene di sè così fatta gioventù, capace di frenarsi per l’amore dell’ordine e per la speranza di trovar ragione sulla giustizia del novello monarca!
Oggi è cosa per mille indizi a tutti manifesta, che quell’eccidio derivò da tradimento, e ciò non fa specie; ma quello che più fa meraviglia tra noi, gli è che gli Svizzeri abbiano osato, in faccia alla coscienza di tutto un paese, tentar la menzogna fingendo, ne’ loro rapporti, che gli assembrati volessero impadronirsi della polvere, e che da ciò fossero costretti a far fuoco. Un pretesto era certamente necessario per veder di schermirsi pure in alcun modo da tanta infamia; ma l’addotto da loro era troppo assurdo, perchè non venisse subito smentito: molto più che anche la forza nazionale, aggiunta all’estera, a scorta del convoglio, altamente ripete: il contegno dei cittadini essere stato tale da non dar luogo a pretesti — Ora siamo in istato d’assedio. Gli Svizzeri, benchè duplicati di numero, conscii come sono della lor iniquità, tengonsi sempre sotto le armi, e sono segregati da ogni consorzio. L’ufficiale generale, che comandò il fuoco, per tutta punizione è stato traslocato a Forlì. — La nostra magistratura sta redigendo un ricorso contro la forza e la Polizia, il quale documento verrà spedito a Roma. Tutti i cittadini di ogni colore, di ogni stato sono pieni d’indignazione, di orrore, di odio contro la brutalità de’ nemici. Taccio le lagrime disperate delle madri, delle famiglie, dei parenti, che si videro rapiti i loro cari in così orribil modo. Uno spettatore dell’assassinio dell’altra sera gridava col pianto dell’ira negli occhi: «Ogni straniero è per noi Italiani sempre nemico, ma niuno straniero è così barbaro, così feroce, così bestiale come lo Svizzero.» E dicea pur troppo la verità: ma questi sozzi e infami rifiuti dell’Elvezia tremino di quel pianto e di quel grido, e riflettano che già troppi sono i motivi che li rendono esosi al nostro popolo, ai quali aggiungendosi queste incomportabili provocazioni, la lunga pazienza non tarderà a convertirsi in furore. Quanto a noi facciam voto che, ad evitare ogni ulteriore scandalo ed altre più gravi sventure, il pontefice provvegga sollecitamente al pericolo con risoluto consiglio, liberando lo stato da questa dolorosissima piaga delle armi mercenarie, che sono il più grande insulto e il peggior danno che un Governo far possa ai suoi sudditi.
Cesena, 16 luglio 1846.
FINE.
INDICE
A Cesare Balbo Pag. 5 Degli ultimi casi di Romagna 7 Documenti 107 Sulle attuali condizioni della Romagna di Gino Capponi 147 La questione italiana di M. Canuti 157 Lettera del reverendo Orazio Bushnell al romano pontefice Gregorio XVI 181 Indirizzo ai reverendi prelati monsignor Janni e Ruffini 195 Indirizzo al successore di Gregorio XVI 217 Relazione del fatto avvenuto in Cesena la sera del 14 luglio 1846 297
NOTE:
[1] Nello stato papale il prete delinquente è punito con un grado di pena minore, che non il secolare. Mentre dovrebbe essere appunto l’opposto, e punirsi più rigorosamente l’ecclesiastico, il quale pel suo stato è tenuto dar buon esempio, che si suppone persona più istruita e frenata da più alto grado di moralità.
[2] Salva la Banca romana.
[3] Carlo Adolphe, Antonio Sparapani.
[4] A far conoscere sempre più le iniquità delle Commissioni, non è inutile narrare alcuni particolari sul fatto dell’avvocato Pantoli, e di questo processo. Non trovando la Commissione altri che volesse incaricarsi della difesa, avea scelto quest’onest’uomo, che per la sua nota devozione al governo potea ragionevolmente supporsi si sarebbe fatto docile istrumento del tribunale nell’ufficio al quale si destinava. Il colonnello Freddi andò in persona a Forlì per vincer le sue ripugnanze e condurlo a Ravenna, come accadde appunto. Accortosi il Pantoli nel corso del processo con quanta iniquità fosse condotto, si pose in opposizione aperta cogli atti della Commissione: diede eccezione d’incompetenza all’avvocato Attilio Fontana, assessore straordinario, per causa d’aver preso parte al processo, e non poter perciò esserne giudice: ad appoggiare la detta eccezione produsse un attestato di don Trenta, parroco di San Vitale, deponente aver proposta l’impunità a Domenico Boschi come via di salute, e ciò per ordine del giudice Fontana. Entrò la polizia, ed intimò all’onesto curato di dar copia dell’attestato. Ricusando questi coll’addurre che ciò non potea fare senz’ordine del suo superiore ecclesiastico, fu per ordine del cardinale legato rinchiuso in una stanza, nè potè uscirne senz’avere scritto il chiesto attestato. — Di questo Fontana si narra (non posso affermarlo come certo) che per trovar materia al processo si facesse condurre la notte manettato nelle carceri in forma di uomo arrestato e perseguitato dalla Commissione, affinchè i prigionieri nel primo moto di pietà più facilmente gli s’aprissero, e potesse cavar loro di bocca qualche confessione. L’incompetenza dell’assessore Fontana non fu ammessa dalla segreteria di Stato, come neppure l’altra eccezione d’incompetenza che il Pantoli promosse contro l’intero tribunale per difetto di giurisdizione, inquantochè esso era stato incaricato di conoscere dei delitti commessi contro la forza pubblica, non già dei delitti meramente politici.
[5] Ignoro se l’idea di dare alla mossa di Rimini il carattere di protesta sia nata prima o dopo l’impresa. Quanto a me ho parlato di questi fatti come se tal idea non fosse stata giammai espressa, sembrandomi progetto da esser piuttosto deriso presso i popoli più esperti delle possibilità e convenienze politiche, e perciò progetto fuori d’ogni discussione quello di voler protestare con poche armi, mentre la stampa dei paesi liberi d’Europa avrebbe potuto prestar l’opera sua a render pubblica ed incolpabile una ragionevole e dignitosa protesta de’ sudditi pontificii: e certamente in Romagna, ove sono tanti uomini arditi, e sprezzanti il pericolo della carcere ed i dolori dell’esilio, si sarebbe trovato più d’uno contento di firmarla a nome di tutti, se non fosse sembrata cosa dignitosa il lasciarla anonima.
Aggiungerò più innanzi, nel parlare de’ modi di protestare in Italia, altre ragioni a questo proposito.
[6] Io avea scritte queste linee due mesi prima della consegna del signor P. Renzi, per la quale sono sforzato aggiunger questa nota.
Il signor P. Renzi era uno de’ principali del moto di Rimini; ed accolto dalla Toscana, si era cogli altri ridotto in Marsiglia. Dopo poco tempo tornò, senza però farsi nuovamente reo verso il governo pontificio. Fu arrestato immediatamente, e denunziato il suo arresto al Nunzio. Questi lo chiese in virtù del malaugurato trattato di estradizione per cause politiche.
Intanto la diplomazia s’agitava, gridando contro il governo toscano per quella ch’essa chiamava connivenza co’ ribelli. Il granduca manteneva la sua buona volontà ed il desiderio di salvare quell’infelice.
I consultori legali del governo opinavano non essere l’estradizione di questo caso imposta dal trattato, e formale invece nel governo il debito di salvare il Renzi, per virtù della promessa fatta all’atto ch’esso cogli altri s’erano arresi alle truppe toscane. Ma il ministero insistè, e dopo contrasto durato infelicemente più d’un mese, e che per la sua stessa durata dava animo a sperar bene, il Renzi fu consegnato al papa.
È doloroso che gli uomini testè entrati nel ministero toscano sieno giudicati dall’opinione pubblica (essa assolve il granduca, o non l’accusa se non di debolezza e d’essersi lasciato troppo dominare dall’influenza del suoi ministri e della diplomazia) pei sostenitori più ostinati di questa ingiusta, inopportuna ed impolitica risoluzione. Il ministero ha tolto a sè medesimo l’appoggio dell’opinione con quest’atto, che sembra possa considerarsi come suo programma politico, e che il pubblico ha accolto con dolore, biasimo e sospetto; quasi presagio d’un nuovo sistema, che toglierebbe al governo toscano la maggiore, per non dir la sola sua forza, quella d’esser tenuto dolce ed umano.
Avendo lodato il primo atto del granduca, la veracità della quale fo professione, mi sforza a biasimare il secondo.
Non è fuor di proposito l’osservar qui che l’Austria non ha restituiti al papa i rifugiati a Fiume. Espongo l’osservazione, e ne lascio i comenti al lettore.
[7] Per aver idea della stima che si fa in Romagna della prigione, è da sapersi che se domandate colà ad un giovane: — Siete mai stato in carcere? — vi risponde quasi con rammarico: — Non posso ancora dire d’esser uomo. —
[8] In tutti, sessantasette inquisiti, dei quali cinque possidenti, cinque negozianti, cinque esercenti arti liberali, cinquantadue artigiani e mestieranti diversi; e venticinque di loro ammogliati e con prole.
[9] Per mostrar l’inefficacia di quest’editto basti notare le seguenti disposizioni:
_Titolo II, Art._ 2.
La nomina de’ consiglieri fu affidata per la prima volta ai delegati.
_Art._ 10.
Fu vietato che potesse porsi in deliberazione qualunque proposizione se prima l’oggetto della medesima non fosse stato manifestato all’autorità governativa.
_Art._ 12.
Fu stabilito che il processo verbale dovesse essere approvato dal delegato.
_Titolo III, Art._ 9.
Gli atti de’ Consigli provinciali furon sottoposti all’esame ed all’approvazione del preside e della congregazione governativa. Fu vietato che i Consigli provinciali potessero occuparsi di atti diversi dai meri amministrativi, e fu data al delegati facoltà di discioglierli ad arbitrio.
[10] Vedete quel che ne scrivono, fra tanti altri, lord Brougham nella sua filosofica politica, Hanke nella Storia del papi dei secoli XVI e XVII, e Rosselli in Roma verso la metà del secolo XIX, edizione di Parigi. (_Nota aggiunta_)
[11] Vedasi la sua POLIZIA MEDICA, Capolago, 1834, volume unico in 8.º, con tavole in rame.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Per comodità di lettura è stato aggiunto un indice a fine volume.