Part 16
È però necessario che ogni chiesa matrice, anche de’ piccoli luoghi, sia fornita di tutto il bisognevole, e di un numero bastevole di ministri per la esecuzione delle pubbliche funzioni, e ne venga impedita la pratica per prevenire la derisione de’ troppo satirici secolari.
Tutto ciò sia sottoposto alla severa sorveglianza de’ vescovi.
E per chiudere questo articolo, nel quale infinite cose si potrebbero dire, ove se ne dovesse fare un trattato, dirò che interessa alla santa religione nostra: che i ministri del culto sien esemplari in tutto, pii, dotti, devoti, da poter servir d’esempio e modello a tutti gli ordini civili dello stato.
Che certe pratiche minute di devozione, certe riunioni superstiziose sono sempre a danno di una soda e ragionevole credenza.
Che la tolleranza di alcuni pregiudizii, il favore che si accorda a certi miracoli, a certi santuari, l’opinione che si vuol mantenere su certi prodigi non verificati, son cose tutte di particolare speculazione di alcuni, e di superstizione per altri e di raffreddamento religioso per tutti.
Per ciò, un nuovo pontefice, se deve esser cauto nella remozione di tanti abusi, non deve però trascurare di sradicarli a tempi opportuni, sotto favorevoli condizioni. Il ritornare la religione cattolica alla primitiva semplicità è desiderio onesto che il papa deve favorire. Senza di questo il protestantismo potrebbe arrivare ad aver un vantaggio sopra di noi, e con danno della verità, della pace del mondo.
CAPITOLO XI.
ISTRUZIONE.
Se Leone XII non avesse fatto altro nel suo regno che la bolla _Quod divina sapientia_, esso meriterebbe per questo solo di essere appellato papa di santa memoria.
Infatti prima che da lui si promulgasse il regolamento sugli studi, la istruzione era sotto un’epoca di mortificante deterioramento, irregolare il corso delle scuole, massimi gli abusi, infiniti i privilegi a certi comuni, a certi luoghi, ed anche ad alcuni privati, di conferir lauree in ogni ramo di scienza. Egli soppresse codesti inutili diritti, ristabilì alcune antiche università, richiamò gli antichi licei, istituì accademie, ordinò norme e leggi anche sulle scuole private.
Ma ogni radicale riforma è difficile che sul momento riesca perfetta, ond’è che egli lasciò ai vescovi la presidenza in tutto il ramo dell’istruzione, e qui il buon pontefice errò, fors’anche per colpa de’ tempi.
La piccola istruzione fu anche troppo negligentata, ed i metodi proposti non sono dell’attualità.
Il nuovo papa vedrà di per sè quanto sia assurdo far immischiare i vescovi nella pubblica istruzione. La loro missione dev’essere tutta religiosa, e l’educazione scientifica de’ giovani ha bisogno di tutt’altri direttori che non sono i vescovi.
E così dicasi de’ metodi ne’ primi studi.
Quando le cose vecchie non son buone in confronto delle nuove, queste debbono preferirsi. Le scuole di mutuo insegnamento sono da preferirsi pe’ giovanetti, ed i sistemi frateschi sono da abolire nelle scuole di filosofia. Non c’illudiamo. L’influenza del buono sarà sempre preponderante, ed i falsi metodi se non si aboliscono, vanno a cader da loro; colla differenza che se i giovani studieranno su buoni e retti principii, saranno dotti e savi cittadini, se saranno istruiti falsamente, la tendenza del secolo gli farà correggere da loro stessi, ma di non tutte le massime erronee si spoglieranno, nè saranno i migliori cittadini e i più buoni cattolici.
Le università abbisognano di cattedre di che mancano; tali sono una scuola di letteratura, di economia pubblica, di diritto delle genti, di diritto naturale, ecc.
Si vuol più cautela nell’accordar permissioni per istruire la gioventù. Quanto è lodevole l’insegnamento dei padri Barnabiti e Scolopi, altrettanto sono nocivi i principii di alcune scuole pubbliche e private, sieno del sesso maschile o femminile, e troppo si è larghi da per tutto nel concedere autorizzazione a questo fine. Un’apposita congregazione provinciale deve sorvegliare il ramo dell’istruzione, ed ogni paese deve avere sue deputazioni che dipendano da quella. — La congregazion degli studi in Roma sia anch’essa composta di dotti ed onesti secolari, ed abbia il supremo potere su tutte le scuole dello stato. Con questo mezzo si perfezionerà il sublime progetto del buon Leone XII, ed il nuovo papa si avrà il merito di esser nomato il riformatore degli studi. Mi riman solo una cosa da avvertire su questo argomento, e poi do termine.
In tutte le università si adopera un’indulgenza troppo nociva nell’accordar le lauree. Moltissimi dottori sono ignoranti. Per porre una remora all’abuso de’ collegi esaminatori, gli esami sien pubblici, e le dissertazioni per lauree sieno scritte su tema dato improvvisamente, e corra l’obbligo all’università di pubblicarle in istampa a proprie spese.
Questo è l’unico modo per evitare che i professori e gli esaminatori abusino, ed è cagione ancora che i giovani studino con profitto per ben proprio e per utilità della patria.
CAPITOLO XII.
TRUPPE.
Lo stato nostro, di sua natura pacifico, diventerebbe tranquillissimo e sicuro quando siano accordati ai sudditi quei miglioramenti che vengon dimandati dall’attuale incivilimento. È per questo che la santa sede può abbisognare di poche truppe, che si posson comporre seguitando ad attenersi al sistema di accettare i volontari che si presentano, adoperando maggior cautela nel ricevimento, ed escludendo quelli che mancano di documenti che comprovino una buona condotta.
Io penserei che si potessero anche ricevere individui che furono già inquisiti, o la condotta dei quali è sospetta ai magistrati politici là dove essi sono domiciliati. Ma di cotal razza di soldati si dovrebbe fare un battaglione a parte, regolato da disciplina militare più severa, e sorvegliato con maggiore attenzione. Così da cattivi soggetti si potrà trarre buon profitto, si riformerebbero i loro costumi, e col tempo si restituirebbero alla società cittadini purgati, degni di considerazione. E se il papa dovesse combattere contro i nemici della santa sede, di quali truppe si servirebbe egli all’occorrenza? Il ciel volesse che il papato diventasse militare per Italia nostra! Ma qualunque potesse essere il bisogno ne’ papi di aver truppe, io vedo che lo stato potrebbe, all’occorrenza, aver buoni soldati, se, adottando una specie di coscrizione municipale, col titolo di truppe urbane facesse in ogni luogo iscriver ne’ ruoli secondo le leggi di coscrizione coloro che vi debbono stare, ed obbligasse gli arruolati ad esercitarsi nelle manovre militari, dirette da pratici istruttori, che non mancano in alcun comune. Così il governo potrebbe calcolare all’occorrenza su truppa regolare ed abituata all’esercizio dell’armi, facendo che i coscritti si prestassero ad ogni chiamata dello stato, che li armerebbe regolarmente alla opportunità. Io credo che la più parte de’ lanzi che l’imperatore manda a soccorrere il papa, quando i sudditi gli si ribellano, siano corpi di riserva che i capi delle municipalità fan chiamare, forse a suon di campane, allorchè il governo ne abbisogna. Da tutto ciò ne emerge che le truppe straniere devono esser subito congedate, e tolto così una profonda cagione di rancore ai popoli, che a malincuore sopportan la presenza di codesti mascalzoni, vergogna e disonore della patria libera da cui vengono.
Appena si crederebbe da chi non è statista che un buffo regno come il nostro, di poco più di due milioni d’individui, abbia due diversi corpi di truppe politiche per la sicurezza dell’interno. E molto meno si crederebbe che sianvi paesi sforniti affatto di soldati di polizia, per lo che il reggimento civile in questi luoghi non ha sostegno di sorta, ed è libero a tutti di fare almeno quel che si vuole senza dipendenza dell’autorità.
Lascio degl’inconvenienti che accadono fra i diversi corpi politici, i quali fra di loro non si ricambiano stima, anzi si aborrono cordialmente.
Lascio dei privilegi che si accordano ad un corpo di questi, all’altro si negano.
Ma prudenza di governo è quella di lasciare certe terre e castelli popolatissimi senza l’ombra di una guardia e in balia di loro stessi i popolani di que’ luoghi? Anche qui mirabilmente spicca l’egoismo di Roma. Colà sono migliaia di soldati di ogni arma solamente per pompa, per inutile lusso, per far corte al papa, ai cardinali, ai prelati, ai capi dello stato-maggiore.
Perchè non si debbono egualmente distribuire le truppe per lo stato e lasciarne solo un maggior numero nella capitale per decoro e servizio delle corte? Perchè il governo non se ne serve a far scortar le diligenze, e garantire con una buona mano di dragoni il danaro che i privati inviano ne’ luoghi con quel mezzo mal sicuro?
È poca ingiustizia dello stato il far pagare a due per cento il trasporto dei danari, e poi non garantirli in caso di assassinio? In luogo di due finanzieri, perchè la polizia di Roma non fa scortare da otto dragoni le diligenze ed i corrieri? Indicati gl’inconvenienti in questo titolo, ne emergono facili le riforme. Il nuovo papa le adotti se brama sentirsi nominare papa e re galantuomo.
CAPITOLO XIII.
APPALTI.
Non v’è economista che non gridi la croce contro gli appalti. Tutto il lucro che rimane all’imprenditore è a danno dello stato e dei sudditi. Poi le angherie dei privati contro il pubblico, alienano gli animi dal cuor del sovrano. Sono infiniti i mali insomma che da questo falso sistema provengono. Io piglierò ad esempio l’amministrazione de’ tabacchi. Un recente signore ne è l’appaltatore. Arricchitosi non si sa come, esercitando i suoi una servilissima arte, poi divenuto ricco banchiere e duca, dando ad usura ai papi il suo oro mal’acquistato, facendo mostra di generosità co’ primi piaggiatori di Roma, prodigando a tempo utile qualche elemosina al popolazzo, allogando di tempo in tempo lucrose opere ad artisti, profondendo danaro scaltramente in società brillantissime, oscurando il lustro dei veri principi romani, arrivò costui a padroneggiare lo stato e rendersi devoti i capi di tutti i dicasteri, ad estorquere concessioni e privilegi dalla corte, e farla, in fine, con pochi altri vili satelliti, da vero tiranno, e soperchiatore in tutti i dominii della santa sede.
I di lui agenti hanno demoralizzato tutti i buoni e schietti abitanti che sono lungo il lido del mare dal Tronto a Comacchio e sull’altro del Mediterraneo. Ha istituito una polizia composta di sgherri armati, i quali abusano della protezione che loro accorda il governo. Ha posto la diffidenza nelle famiglie, il sospetto fra gli amici e parenti, ha favoreggiato lo spionaggio, ha comprato i tradimenti, ha tradito la buona fede dei sudditi, ha tolto all’amore del governo mille cuori devotissimi. Ha corrotto magistrati, ha sedotto soldati, ha sacrificato molti individui, ha immiserite comode famiglie, ha deteriorato il commercio di mare, l’industria pubblica e privata.
Che più? Ha turbato colle sue perquisizioni la sacra pace dei religiosi, delle vergini di Gesù Cristo, le ceneri de’ defunti.
Dio mantenga il di lui tremendo giudizio sopra di costui, e non gli accordi mai quella prole che agogna!!
Gli appaltatori degli altri rami sono anch’essi più o meno dannosi allo stato, sia dal lato economico, sia dal lato morale. Ma la perversità è massima nell’amministrazione de’ tabacchi, ed è argomento di gravissimi scandali, da che l’imbecillità di un papa egoista ne die’ la privativa all’appaltatore presente.
Io ho sentito parlare di progetti su questo argomento che mi sembrano molto utili allo stato. Ignoro se siano facilmente eseguibili, ma se il governo ne farà argomento di disquisizione con persone atte a dar consigli, mi par probabile di poterli effettuare.
Intendo parlare della libertà di commercio sui tabacchi e sui sali.
Poniamo che il governo abbia un milione netto di rendita sui sali e tabacchi. Istituisca una tassa provinciale proporzionata, che renda allo stato quello che introita coll’appalto, ed i sudditi saranno ben contenti di fare un pagamento di poco rilievo a rate, e scegliere e comprare dai più esatti industriosi sia il sale, sia il tabacco, che sarà sempre abbondante nello stato, ed a prezzo tenuissimo. Se si ha a dir la verità, i tabacchi dello stato pontificio sono per avventura migliori di tutti quelli degli stati italiani. Ma i prezzi loro enormissimi, ed i tabacchi che costerebbero lieve somma, sono di pessima qualità, insopportabili, da non poterne far uso.
Quando la fabbricazione de’ tabacchi era libera, v’era fra i commercianti una gara utilissima, venivano occupati sperimentati artisti nazionali, e in questo maleaugurato bisogno del popolo si provvedeva con soddisfazione dell’odorato, e con moderatissimo incomodo delle borse. Lo stesso dicasi del sale. Ogni industriante aveva un interesse a fabbricarne dell’ottimo, e non si vide altro che in quell’epoca portata a perfezione l’operazione di questo genere necessario, o introdotto nello stato il miglior sale che trovasi in natura in altri luoghi più fortunati.
Non vi fu caso mai che alle popolazioni mancasse un genere o l’altro. Ma a garantire i consumatori da un’evenienza appena possibile mille modi avrebbe il governo, tra’ quali l’istituzione a proprie spese di spacci normali in ogni comunità.
Io mi sono diffuso a parlare a lungo di questo appalto, poichè è quello che è più degli altri tirannicamente amministrato, e mal si sopporta dai popoli che alle oppressioni del governo si aggiunga quella d’un esoso privato, che con sue ladronerie si compera ormai i dominii della santa sede.
L’altro dazio gravosissimo al popoli è quello del macinato. Io stimo che il governo potrebbe, con proprio vantaggio e più tranquillità dei sudditi, adottare un progetto simile al precedente, e toglier via dalle provincie tanta ribaldaglia di appaltatori, che fanno malcontente le popolazioni a danno sempre della sicurezza del pontificato.
Le forniture sono un _fac simile_ degli appalti. Colla differenza che la trufferia dei fornitori si fa più direttamente a danno dell’erario, e ne risentono alcune classi di persone che hanno diritto ad esigere più riguardi e più compassione dal governo. Tali sono le truppe, malmenate tanto dai fornitori generali di Roma, ed i poveri carcerati, specialmente delle provincie, dove il trattamento ed il vestiario viene subappaltato due o tre volte; tanto che l’ultimo fornitore rade fino alla pelle lo sciagurato prigioniero, per far anch’esso un lucroso guadagno. Io non so se fosse possibile al governo di amministrar queste cose a proprio conto: è però vero che un tale ramo esige una prontissima riforma, che migliori la condizione di queste classi, e specialmente dell’ultima, la quale ha diritto ad ogni nostro riguardo ed alle nostre premure.
Ma qualcuno potrebbe opporre che coll’abolizione di certi appalti un numero grandissimo d’impiegati rimarrebbe sprovvisto improvvisamente senza aver altre risorse. Per ciò che riguarda gl’impiegati camerali essi hanno diritto ad essere mantenuti in soldo e si porranno in riposo, o si faranno occupare in altri impieghi. Quanto agl’incaricati dell’attuale appaltatore de’ tabacchi essi siano congedati con qualche gratificazione, e tornino alle loro antiche professioni, o si procurino qualche occupazione, e facciano insomma quello che prima dell’appalto ducale facevano. La carriera stessa militare può servire a moltissimi di onesta professione ed onorata.
Tutte le altre privative e privilegi ed esenzioni sono, più o meno, un abuso del governo per procacciare un piccolo lucro a sè stesso, e che arricchiscono qualche privato con danno di tutti gli altri sudditi.
Merita però anche questa parte una seria disquisizione le di cui risultanze tendano a far vantaggio ai più, allo stato medesimo, che suona lo stesso. Nè s’intenda con ciò che le invenzioni o i perfezionamenti nei rami industriali non debbano premiarsi ed incoraggirsi co’ dovuti onori e privilegi. Quando il vero merito o una scoperta utile alla nazione implora dal Governo protezione e soccorso, si deve essere generosi nel concedere, perchè la ricompensa alle cose utili è stimolo a sempre progressivi miglioramenti.
CAPITOLO XIV.
MANIFATTURE, INDUSTRIA AGRICOLA, ECC.
Manifatture nazionali, industria agricola, società d’incoraggimento, case di soccorso, istituti di beneficenza, case di sanità, ricoveri, bagni pubblici, scuole di arti, scuole di nautica, sale d’asilo, spedali di maternità, ec., sono tutte parole, per noi pontificii, che abbiamo lette nei giornali italiani e stranieri, o sentite ricordare da qualche viaggiatore nazionale che abbia veduta e percorsa la sua patria.
Non mi si opponga che Roma è ricca di opere pie e di stabilimenti utili, e che in qualche paese dello stato già sono istituite casse di risparmio, ed altre e savie istituzioni: poichè io risponderò che codeste eccezioni sono di maggior cordoglio per chi desidera miglioramenti, i quali ove non spandano la benefica influenza da pertutto, servono invece di rancore e d’invidia contro gli abitanti della capitale, i quali sembrano accampar diritto a privilegi che non sono conceduti agli abitanti delle provincie.
E poi se vi volesse fare un esame di codesti istituti che sono in Roma, e che si riducono alla perfine a qualche ospedale od altri pochissimi stabilimenti di utile pubblico, si vedrebbe che alla direzione di alcuni son sempre preti o pavonazzi, o rossi o neri, che ne sciupano le rendite, se ne profittano, e non sanno porre un’ombra di ordine nell’interno di esse; e direttori di altri sono sfaccendati artisti, capi di fabbriche ignoranti, o inerti di loro natura, o tendenti solamente al proprio lucro, o godenti una inopportuna protezione di qualche impiegato autorevole di governo, o mancanti affatto, benchè meritevoli, della necessaria protezione del sovrano. A sviluppare questo capitolo con qualche analitico esame sarebbevi voluta una memoria che avrebbe essa sola occupate molte pagine. Mi è bastato accennare i sommi capi per ricordare al successor di Gregorio, che non per colpa nostra noi non risentiamo ancora la influenza del progresso, ma per ignoranza e per mala volontà di chi ha retto e governato finora.
E chiuderò col dire che le istituzioni umanitarie accennate nel primo periodo del presente capitolo, ove trovassero appoggio nel governo e mano forte nella classe dei ricchi, oltre alle tante utilità di che sarebbero feraci, preverrebbero che il pauperismo, proprio compassionevole, del nostro stato sarebbe grandemente diminuito, e il vagabondaggio e gl’individui oziosi di cui noi abbondiamo, sarebbero ridotti al minimo numero, con molta soddisfazione de’ sudditi tutti e specialmente di certe città dove la poveraglia di necessità e di professione è di grave noia alla tranquillità dei cittadini, e di niuna sicurezza individuale.
CAPITOLO XV.
AMMINISTRAZIONI COMUNALI.
Chi si ferma a guardare nella corteccia le istituzioni dei Consigli comunali, riman sorpreso, come nel governo dei preti possa esservi un ordinamento tanto democratico.
In fatti ogni municipio ha copioso numero di comizii, tratto da tutte le classi degl’individui che compongono una comunità.
Ma il governo nell’istituire gli ordini municipali gittò nella bocca degli affamati terra, e non pane. Lascio della sorveglianza e supremazia tirannica e capricciosa che viene accordata ad ogni capo di provincia, su’ negozi della comunità. Lascio della esosa dipendenza che si esige dalle magistrature nell’obbligare a comunicare in antecedenza ai delegati e governatori le proposte di cui deve farsi discussione.
Ma i comizii vincano pure a pieni suffragi un partito che venne posto a squittinio secreto; quella risoluzione dev’esser sempre approvata dai delegati, i quali a posta loro, a pieno capriccio, per vedute parzialissime e private, molte volte negano la sanzione dell’atto il quale rimane sul colpo nullo ed invalido, come se non avesse avuto luogo alcuna discussione. E non sono mica rare le prepotenti negative de’ delegati ad approvare certi atti consigliari. Queste accadono di continuo, e specialmente contro le piccole comuni, che sono più assai tirannicamente trattate di tutte le altre. Così l’apparente democrazia de’ Consigli diventa autocrazia, ed i delegati tutti dello stato sono i czar delle provincie.
Or lascio che altri immagini gli arbitrii de’ legati, la influenza de’ quali presso il governo è molto maggiore.
Trovo giusto che una supremazia de’ capi delle provincie sorvegli al buon ordine delle cose municipali; che gli atti consigliari non si debbano sanzionare se le formalità volute dalla legge si trascurarono nella celebrazione degli atti medesimi; ma le risoluzioni che a maggioranza dei voti prendono i rappresentanti del popolo, sieno rispettate, e non dipendano dalla ignoranza o malizia de’ capi delle provincie, i quali nella maggior parte non essendo statisti, niun interesse hanno per le cose nostre, e consumano il tempo nel capo-luogo tra le adulazioni de’ patrizi, nelle crapule, nelle lascivie e nell’ozio più riprovevole.
Lasciano essi la cura degli affari più gravi nelle mani de’ loro secretari generali, moltissimi fra’ quali sono diretti dall’amor del lucro, dalla forza degl’impegni, dalla passione della vendetta. Ecco il beato regime di che si godono le più belle provincie d’Italia. Ecco i bravi governanti che i papi mandano a felicitare i popoli. Abatini discoli o porporati astuti stranieri, sempre ignoranti, scolaruzzi senza studio, vanarelli, pazzarelli, gonfi degli onori che loro vengono resi dai nobiluzzi delle città, senz’amor del pubblico bene, pensanti solamente a vivere, anzi a vegetare.
E l’ubbriaco Tedesco sa e conosce meglio di noi cotali obbrobri, e manda suoi lanzi a reprimere le nostre rivoluzioni!!! Ma Dio non paga il sabato. E la vendetta ch’egli fa contro gli oppressori di un popolo quanto è più lontana, tanto è più gagliarda. Sel sappia lo stupido Ferdinando; Iddio non paga il sabato!
E chiudo questo capitolo imprecando cordialmente ogni vendetta contro al Tedesco, pregando il cielo che faccia parer buone e sante queste mie parole al successore del Bellunese, già da incorruttibil giustizia giudicato.
CAPITOLO XVI.
IMPIEGATI.
Il conferimento degl’impieghi è di quasi esclusiva attribuzione della segreteria di stato. La nomina è sempre tutta a nome del sovrano, ma poche volte ei se ne briga davvero, tranne il caso in cui voglia provedere qualche suo ben affetto, o raccomandato da persona autorevole. Nei primi anni del pontificato di Gregorio il di lui aiutante di camera vendeva a prezzi fissi i posti e le cariche anche più onorevoli e sublimi. Talchè si videro fra i giudici, governatori, cancellieri, proposti, e via discorrendo, persone che occupavano posti vilissimi, o avevano servito nelle truppe, o erano cherici, o non avevano fatto alcuno studio, o erano istruiti in rami diversi affatto da quelli dell’impiego che andavano ad esercitare. Lo stesso sistema è adottato dalla segreteria di stato, eccetto rarissime cose. L’impegno di cardinali, di nobili romani, de’ ministri, degli stessi servitori di qualche personaggio, basta ad ottenere un biglietto di nomina. Talora
«Spiccano ciò che voglion da palazzo »Chi porta bella moglie e bel ragazzo,»