Degli ultimi casi di Romagna

Part 15

Chapter 153,678 wordsPublic domain

Ma per render meno onerosa questa imposizione, occorre che il governo adotti un sistema di umanità il più possibilmente generoso. Le vessazioni che continuamente vengono fatte e dai ministri doganali e dalle guardie di finanza, rendono troppo odioso ai popoli questo ramo, ed il rancore degl’individui si scarica sempre a danno del Governo. Le tasse debbono esser più proporzionali, la piccolissima industria nazionale più favorita, il sistema di proibizione abolito, annullato il monopolio dei pochi, che è sempre a danno di molti. È necessaria la istituzione di un regolamento doganale, che il pubblico deve conoscere per norma propria. Gli editti, le circolari, che servono attualmente di codice agli uffiziali delle dogane, sono una raccolta di massime contradittorie, incerte, ingiuste, sempre oscure e misteriose. Frequentemente avviene che la tesoreria o modifichi o deroghi certe leggi che sono a notizia di molti, e non accade mai, o quasi mai, che e la modificazione e la deroga si facciano note al pubblico; ond’è che un buon numero di persone viene preso a questa insidia che il Governo tende, e quindi si estorcono multe sanguinose, si fabbricano processi e criminali e civili, e si tradisce la buona fede dell’onesto commerciante e del buon cittadino. Il modo di procedere verso i contravventori alla legge ed i contrabbandieri è tirannico, vessatorio, degno della sacra Inquisizione. Se qualcuno che si trova ingiustamente gravato osasse muover lite contro la Camera, il giudizio è sempre contrario se (come il più delle volte accade) emana dal tribunale della Camera stessa. Ove poi per mirabile o fortuito caso il giudizio fosse favorevole, le immense spese a cui l’attore soggiacque non gli sono rifatte mai, perchè è massima che il Governo, sebbene abbia il torto, non debbe compensare i danni di quello che dovette spendere molta somma a farsi render ragione. Solito abuso di potere ed infame amministrazione di giustizia. Viene confuso il contrabbandiere di professione, che ruba moltissimo all’erario, col privato cittadino che froda una piccola tassa sopra un genere di valor minimo che serve ad uso proprio. Nè mi si opponga che esiste pure una circolare recente di un tesoriere espulso, colla quale si faceva intendere ai ministri e alle guardie doganali che non si avessero ad irritare i privati con vessazioni per frodi di piccol valore; perchè io vi so dire che tanto i ministri, come le guardie sono veramente una masnada di ribaldi, che minacciano, battono, uccidono per bagattelle da nulla, per certe bazzecole il cui dazio frodato non reca il minimo danno all’erario. Anzi cotestoro pigliano di mira più particolarmente i piccoli contrabbandi, perchè quasi sempre complici delle grandi contravvenzioni; con questo fanno un lucro grandissimo, con gli altri non percepirebbero nulla. È proprio doloroso il trovarsi, come è accaduto a me, ne’ confini specialmente di Toscana e di Napoli, a vedere un’orda di sfrenati soldati italiani, correr dietro a certi sciaurati contrabbandieri, italiani anch’essi, batterli specialmente, ed anche ucciderli per toglier loro un fardelletto, che poi si trovava contenere una dozzina di scodelle di terra, o una mezza libbra di generi coloniali, o qualche otre contenente poche libbre di olio fetidissimo.

Io fremo d’indignazione quando sopra gli uffici doganali miro le insegne di santa Chiesa, e penso che da quei luoghi escono ordini disumani, ministri avari, ladri, uccisori de’ propri fratelli, persone che mancano di pietà, di religione, di modestia, di civiltà. Io sempre ricordo a quella vista i sublimi concetti di quel nostro Allighieri, il quale parlando appunto di queste sante insegne, di cui il governo de’ preti sì abusa, esclama, pieno di fuoco, in bocca di san Pietro:

Non fu nostra intenzion c’a destra mano De’ nostri successor parte sedesse, Parte dall’altra, del popol cristiano: Nè che le chiavi che mi fur concesse Divenisser segnacolo in vessillo, Che contro i battezzati combattesse. Nè ch’io fossi in figura di sigillo A privilegi venduti e mendaci, Ond’io soventi arrosso e disfavillo.

Accade frequentissimamente che misere famigliuole di campagna, prive di un obolo, arrischino di raccogliere qualche libbra di acqua salata nelle tante sorgenti che sono sparse in certi luoghi delle province, e se ne servano per farne un amarissimo e disgustoso cibo, facendovi cuocere o pochi vegetabili, o un poco di farina gialla. Non è a dire a quanti barbari trattamenti vengono sottoposti questi disgraziati. Poca cosa sarebbero le battiture, le ferite che riportano dagli scherani del papa, o da quelli del duca appaltatore. Quegli infelici vengono molte volte uccisi sul luogo del contrabbando, ed i rei non solo non vengono puniti, ma talora furono decorati con croci, o nastri da cavalieri, e regalati con danaro.

Io non dico menzogne; i fatti che racconto sono autentici, noti a tutti, vanno per le bocche di tutti, e tolgono ogni volta al Governo mille buoni partigiani, che in avanti avrebbero data la vita a sostegno della santa Sede.

E, per far ritorno alle dogane pontificie, conchiudo che istituiti, ordinamenti giusti e chiari, abolito il sistema proibitivo, diminuite certe tasse di generi che a noi mancano, aumentatene alcune altre per cose di minor conto e di lusso, emanate leggi severe contro i ministri vessatori e violenti, regolata la procedura civile e criminale che ha luogo a carico de’ contravventori, può questo ramo rifiorire onorevolmente, ed esser meno gravoso, ed anche accetto ai sudditi pontificii. Sono qua e là per lo stato impiegati pieni di capacità, atti a proporre riforme; e deve il sovrano eccitarli a presentare analoghi regolamenti, da farsi poi ad altri considerare prima che vengano adottati. —

CAPITOLO VII.

Questo capo io avevo riservato per parlare degli uffici del censo, catasti, ipoteche, archivi.

Simili instituzioni essendo basate sopra savi principii che il Governo nostro ha già da qualche tempo adottati, io mi esimo dal farne parola. Pochi miglioramenti saranno necessari nella parte pratica, per dire che in questo ramo vi è perfezione. Il Governo non deve però tralasciarli, e dimandi ed accetti ed adotti quelle riforme che saranno necessarie. Anche in codesti uffici abbiamo impiegati abilissimi, ottimi, per dare utili e saggi consigli.

CAPITOLO VIII.

POLIZIA.

Non è da far maraviglia se, avendo noi veduto la mostruosità d’un codice criminale, la mancanza di un codice civile, la insussistenza di regolamenti doganali, ora diciamo che la Polizia non abbia neppur essa un codice che serva di direzione agli ufficiali reggitori, e sia di guarentigia alla sicurezza privata e pubblica de’ cittadini. Qui è dove l’arbitrio e l’insolenza e l’oppressione del Governo spiccano mirabilmente. La Polizia è il nucleo della tirannide pontificia. In ogni capoluogo di provincia, in ogni città, in ogni terra, in ogni villaggio sono impiegati politici, nelle persone de’ legati co’ loro direttori, in quelle dei delegati co’ loro segretari, ne’ governatori, nei priori comunali, ne’ sindaci.

La forza di Polizia, ne’ luoghi ove esiste, dipende immediatamente da costoro, colla differenza che ognuno de’ capi è in relazione diretta coll’immediato superiore. Più è sublime il grado di quello che rappresenta nei luoghi la persona del sovrano, più è grande la indipendenza di lui, maggiori gli arbitrii, più ristretta la libertà individuale, meno garantita la sicurezza personale.

Un capo di Polizia, appunto perchè non vi è un codice, può far tutto. Egli s’immischia in affari civili, criminali, religiosi, economici, politici, privati, pubblici.

Qualunque misura può adottare in via politica, qualunque violenza può commettere, senza che niuno possa richiamarlo, rimproverarlo, perchè è sempre in grado di poter in apparenza giustificare un’imprudenza, una imprevidenza, un arbitrio, una soperchieria.

Un dicastero di Polizia è più infame del tribunale del santo Officio. Sia pure assurdo, contrario alla giustizia, immane il procedere di quest’ultimo, sarà sempre vero che egli ha un sistema, una norma nel procedere, una regola da seguire. La Polizia carcera un individuo, lo bandisce da un paese, lo sorveglia, gli nega un foglio di passo, lo ristringe dentro un territorio, lo diffida da esercitar diritti civili; gli nega di portar armi lecite, si oppone alla di lui istruzione, lo priva d’impieghi onorevoli, di cariche conferitegli da un Consiglio, lo costringe a non uscir di dotte, a non farsi attore in teatro, lo annienta, lo distrugge.

La Polizia v’intercetta lettere agli uffici postali, le legge, le ritiene, o ha la sfrontatezza di consegnarle dissigillate.

A qualunque ora può entrarvi in casa, cercarvi nella persona, nelle cose, s’impossessa di oggetti, di scritti, di libri, di armi, di denaro.

La Polizia a capriccio fa chiudere officine, caffè, bagordi, ridotti, impedisce giuochi leciti ed illeciti; si oppone quando lo voglia ad ogni onesto ricreamento de cittadini, vietando musiche, cantori, balli, riunioni decorose e lecite.

La Polizia impone ad arbitrio tasse sui caffè, locande, bettole, trattorie. Instituisce multe a capriccio fuori di leggi note, all’insaputa del Governo superiore e della Suprema di Stato. La Polizia fa pagare i permessi di permanenza a periodi arbitrari, con tasse diverse per ogni paese, per ogni individuo, secondo la matta volontà di un legato o delegato.

La Polizia vi fa pagare i visti sui passaporti, impone tasse, multe dove crede, sempre fuori di nota legge, a piacer suo, a posta propria.

Io non so dir di più. La Polizia, che in uno Stato ben regolato è un officio necessario, quando sia diretto da un codice imparziale, conosciuto da tutti, nel nostro è luogo tenebroso, misterioso, composto da persone odiate, da capi inetti e timidi, da commissari atroci ed iniqui, da ispettori fanatici e ribaldi, da spie vili e calunniose, da ribaldaglia scellerata, tolta dal lezzo delle città, dalle carceri, dalle galere. E quantunque poco religiosamente, ben a ragione un autore vivente dice «che se Dio lo avesse chiamato ne’ dì della creazione, egli lo avrebbe consigliato a formar col limo più vile, impastato col veleno della vipera e del rospo, i commissari di Polizia, perchè non avessero avuto il diritto di dire di esser formati ad immagine e similitudine sua».

A me, che debbo trattar sempre le cose sui principii generali ed indeterminati, non rimane altro ad aggiungere in questo spaventevole titolo. Un codice di polizia è lavoro altamente scabroso per la facilità in cui si può incorrere a stabilire ordinanze arbitrarie, che offendono la libertà dei cittadini. Ciò nondimeno non ne è impossibile la compilazione. Un poco di bene vi è a ricavare dalle costituzioni dei regni civili, un po’ se ne può trarre dai codici del cessato Impero, molto posson fare i dotti politici dello Stato. Comunque sia, questo libro è di necessità pel nostro Governo. Esso deve stare fra i primi ordinamenti civili che il nuovo papa sarà per darci, perchè non vi può esser miglioramento dove si fasciasse sussistere una Polizia qual è la presente, che, come dianzi dicemmo, è nucleo di tirannide formidabile.

Dunque ai capi di Polizia, mi si opporrà, non sarà dato mai deviare alcun poco da questo codice particolare, il quale non potrà poi contenere tutti i fatti parziali possibili ad accadere in un luogo, in una città popolosa, faccendiera? Essi, quando il loro libro non consideri qualche evenimento particolare, devono farla da autorità conciliatrici, sentir sempre le parti che fra di loro contendono, e negli altri casi adoperare misure prudenziali, in cui l’arbitrio, se deve aver luogo, non offenda l’individuo, od arrechi il minimo dispiacere possibile.

Lo stesso vagabondaggio, tanto trascurato dalle Polizie moderne, ha diritto a pretendere che l’arbitrio operi nel minimo grado sugl’individui che lo compongono, e quelle misure che la Polizia dovesse pigliare contro di costoro avrebbero ad essere sempre piene d’umanità, tendenti solamente a prevenire i delitti e ad assicurare la tranquillità pubblica. E chi fosse così generoso da pubblicar presto i fondamenti elementari di un tal libro, ben meriterebbe della patria.

CAPITOLO IX.

CARCERI.

Quando si dice da noi che un individuo rimane sostenuto sulle prigioni, tosto subentra un’idea di un patire grandissimo, e si grida alla tirannide, all’abuso. Già altrove notammo che le prigioni ed i luoghi di condanna nello Stato pontificio sono luoghi orridi, malsani, oscuri, obbrobriosi all’umanità.

Ora è da avvertire che in codeste sucide carceri sono sempre confusi il reo coll’innocente; un primo delinquente col delinquente abituato; l’uomo educato con quello della plebe; il reo di grave delitto col reo di lieve colpa.

Senza poter pretendere che il Governo adotti un sistema penitenziario, quale lo vogliono le colte nazioni d’oggi, mi par giustizia che i sudditi possan chiedere una riforma notabile su questo proposito; che le carceri debbano essere salubri; che vi sian da per tutto case di correzione per gli eccessi d’insubordinazione; che debban esser distinti i rei dagli accusati, quelli che già furono condannati da quelli che nol sono.

La carcere pei meri accusati debbe essere un luogo di reclusione comodissimo, lauto il trattamento, molta la libertà, con la cautela di sorveglianza per non informare il processo, ed altre condiscendenze. Poichè se dalle risultanze del processo avesse poi a dichiararsi la innocenza di un inquisito, con qual giustizia si sarà potuto aggravare sopra la persona di questi un soverchio rigore; e così anche pei condannati? Minore indulgenza sarà d’uopo per essi, ma locali sani, vitto salubre, abbondante, nettezza nel vestiario, nelle persone, nelle cose.

E quello che non ho notato nel capitolo sul regolamento organico e di procedura, noterò adesso, cioè la necessità d’una maggiore speditezza nei giudizi, colla istituzione dei tribunali criminali esclusivi, poichè ogni giorno di carcere che subisce un accusato, il quale poi fosse dichiarato innocente, è un’ingiustizia che grida vendetta avanti il cospetto di Dio. Io credo che non possa esservi cosa più orribile ad un uomo di vedersi rinchiuso, e malamente trattato, fra persone delittuose, colla coscienza della propria innocenza. E perchè il legislatore non ha da immaginare quadri così luttuosi e di abbominazione? forse sono poco frequenti i casi d’individui che furono rinchiusi per mesi ed anni o per arbitrio delle polizie, o per negligenza di processanti, o per incuria di tribunali, che poi non furono rinvenuti rei, anzi furono dichiarati innocenti.

E in questo articolo, sebbene dovesse avere un posto particolare, mi piace aggiungere che i delinquenti i quali subirono una condanna, nell’uscir che fanno dalle prigioni non arrivano mai a godere dei diritti civili, o per mancanza del Governo o per il pregiudizio della società. È quindi ben necessario che il sovrano istituisca lui, o favorisca la istituzione de’ patronati, la quale è diretta a far proteggere gl’individui che uscirono dal carcere, a sorvegliarli paternamente, a sovvenirli, a procurar loro occupazioni, impieghi, a prevenire insomma, che, stretti da necessità e scontenti della mala accoglienza che ricevono, ritornino a commettere delitti e a diventare malvagi e pericolosi cittadini.

Credo che la carceri del santo Ufficio siano attualmente le ordinarie prigioni dei vescovi o quelle governative. Da che non usan più gli auto-da-fè, io non presto fede alle fandonie che si raccontano rispetto ai carcerati per delitti religiosi. Comunque, è obbligo del Governo, finchè non abbia abolito interamente il santo Ufficio (ciò che deve far presto) d’impossessarsi di quei prigioni, sostenerli nelle carceri ordinarie, e punirli proporzionatamente secondo i loro delitti, essendo giusto che in materie religiose debba esser tolleranza da parte del Governo, ma rispetto sommo dal lato dei sudditi.

CAPITOLO X.

RELIGIONE.

Il presente capitolo discende molto bene dagli ultimi periodi del precedente. Dissi dell’obbligo che hanno i cittadini a rispettare la sacrosanta religione degli avi nostri, e della tolleranza che il Governo aver deve per le opinioni religiose. Io non so come non si debba esser perfetto cristiano da colui che intese pel verso suo la santa legge del Vangelo. Io ti adoro, religion santissima di Gesù Cristo, credo alla santità della tua legge, imploro di morire nel seno della santa

Chiesa, di essere sepolto tra’ miei padri, di profittare delle preci de’ fedeli, dei suffragi dei santi ministri, di godere la celeste gloria del paradiso; questa è la profession della mia fede. Con tutto ciò, siccome le volontà degli uomini sono libere per concessione divina, e perchè alcuni ciecamente discredono dalle massime della Chiesa, questi non si devono costringere col ferro e col fuoco a credere in Gesù Cristo: si tengano però obbligati a rispettare in tutto e per tutto le pratiche nostre religiose, le opinioni, il dogma, la dottrina cattolica. I contravventori si debbono punire dai tribunali ordinari con pene proporzionate risultanti da un filosofico titolo di codice che il nuovo papa ci darà. — Questo capitolo sulla religione importerebbe esso solo un grande volume, ove si volesse discorrere di tutti gl’inconvenienti che sono nella disciplina e nelle pratiche ecclesiastiche. Io accennerò per sommi capi quelle cose che mi sembrano più degne di rilievo, e sulle quali possono adottarsi provvidenze utilissime.

I vescovadi non son ben distribuiti nel nostro stato. Un immenso tratto di paese, e per ordinario quello che avrebbe più bisogno d’un pastore, ne è privo. In altri luoghi sono frequenti poco men che le parrocchie.

Le rendite di alcuni vescovadi sono scandalosamente strabocchevoli, quelle di alcuni altri sono per la parsimonia indecenti: qui il rimedio è facile. Si erigano nuove chiese episcopali dove il bisogno lo esiga, ed alle chiese straricche si tolga la rendita per quelle. Sia, se non un perfetto pareggio in tutti i vescovati, almeno un poco di equilibrio che modifichi il fasto di alcuni vescovi, incoraggisca l’animo di altri.

Il popolo ignora i fondamenti di nostra santa religione. Causa n’è specialmente ne’ piccoli luoghi la vergognosa inerzia dei parrochi, che non ispiegano il catechismo e che non danno istruzioni individuali ai teneri ragazzi. I signori vescovi sorveglino con rigore la condotta di questi pastori, fra i quali io conosco invece certi lupi che consumano molto lautamente il gregge a loro affidato. Vi sia una dottrina di facilissima intelligenza, sia adottata universalmente in tutte le diocesi, nè si permetta ai vescovi di aggiungervi, o togliere, o modificare le massime che vi sono dichiarate, perchè, sebbene io creda che lo scopo di queste riformazioni sia sempre santissimo, pure ingenera grande confusione nelle menti grossolane del volgo, che impara poi di mala voglia, o non comprende d’aver creduto santamente in passato, e sente rimorsi per un errore che non ha commesso: come non ha guari accadde in una vasta diocesi, nella quale uno zelante vescovo volle cambiare le parole degli atti di fede, di speranza e carità, ed i diocesani volgari si spaventarono orrendamente temendo di esser dannati, perchè prima non seppero bene, poi per la difficoltà ad imparare il vero. L’ammissione al clericato ed al presbiterato si fa senza troppo considerarvi sopra dai vescovi. Il clero dello stato pontificio è il più ignorante di tutto il clero cattolico, salve poche eccezioni. Basta avere studiato gramatica latina, e saper quattro pagine di un libro qualunque di morale per diventar prete e canonico e confessore. E con quanto danno della religione, ognuno che abbia fior di senno sel può da sè medesimo considerare. Però al sacro ordine del presbiterato non si dovrebbero promuovere che quelli i quali, avendo prima dato saggio di una savissima condotta, fecero poi i loro studi in perfetta regola, e si sottoporranno a rigorosissimo esame delle scienze filosofiche, morali, dommatiche, teologiche.

E con questo rimane anche provveduto in appresso ad una buona scelta di parrochi di campagna, dove si vedono talora certi ignoranti, i quali insegnano in buona fede eresie e massime erronee al ceto de’ contadini, che in vero avrebbe bisogno di una istruzione religiosa purissima, per essere nelle campagne stesse la demoralizzazione pervenuta al massimo grado.

La collazione de’ benefizi sia un po’ più equamente distribuita, nè si tolleri l’abuso di veder pochi straricchi di rendite per molti benefizi, ed altri averne un solo miserabile, capace appena di campar la vita di un individuo.

Le confraternite, arciconfraternite di Roma e provincie sono un semenzaio di ribaldi, che fomenta le dissensioni cittadine, son cagione di un mal inteso fanatismo religioso, origine di scandali obbrobriosi.

Queste vengano abolite; si lascino sussistere le sole antichissime del santissimo Sacramento e della buona morte, e le rendite delle compagnie servano allo stato per isdebitarsi in parte con gli usurai ai quali si vendè il morto papa.

Sonovi anche certi ordini religiosi che hanno rendite immense. Se non temessi di osar troppo, direi che si abolissero per isdebitar lo stato colle ricchezze di costoro. Ma i Gesuiti, oh i Gesuiti, sì, è necessità che sian soppressi, distrutti fin dalle radici, disperdutane la memoria. Pio VII col restituirli, sperò, il santo pontefice, che si fossero corretti de’ loro vizi, che avessero ripigliati i santi principii co’ quali istituì il loro fondatore.

Adoperar parole contro di costoro dopo quel che ne scrissero autori gravissimi ed ortodossi mi sembra affatto inutile. Chiunque sarà per essere il nuovo papa ei non potrà stare felice in trono se non imita quel Ganganelli di sacra memoria, che, prima di risolversi alla loro abolizione con quel suo celebre breve _Dominus ac Redemptor_, li studiò profondamente, li conobbe indegni di rimanere, trovò essere necessità la loro distruzione.

E poichè siamo a parlar de’ frati, io debbo ricordare che vi è grande abuso nell’accettazione di nuovi confratelli, e somma imprudenza nel farli professare in età troppo verde. Io non dubito di asserire che se un pontefice promulgasse una legge nella quale autorizzasse i frati di tutti gli ordini a restituirsi al secolo, i conventi rimarrebbero quasi vuoti. Tanto sono essi pentiti di trovarsi adulti colà dove adolescenti giurarono di morire. Niuno faccia il voto solenne se non a trent’anni. Quest’è l’epoca della vita in cui l’uomo difficilmente s’inganna nella scelta del suo stato.

_Nemo militans Deo implicet se negotiis saecularibus_. Con questo insegnamento, che è pur chiarissimo, è insopportabile l’abuso di alcuni preti d’immischiarsi non solo in affari politici, economici, ma di abbassarsi perfino alcuni di essi in affari di commercio, in monopolii, in negozi di cambio, e via discorrendo. Ve ne ha taluno che, lasciato da parte l’ufficio divino e la santa messa, padroneggia nelle campagne, servendo, in qualità di fattore o ministro, un qualche grande, a cui presta poi anche il servizio di cappellano confessore, Dio sa con quanta riprovevole indulgenza!

Questo è costume frequentissimo, specialmente nelle provincie dell’Umbria e della Marca.

Il nuovo papa ammonisca severamente i vescovi contro un abuso ch’è nocivo alla santa religione.

Le funzioni religiose non si eseguiscono sempre con quel decoro che esige la casa di Dio. Tranne alcune chiese cattedrali, dove il cerimoniale è con qualche esattezza osservato, negli altri luoghi, pochi preti, con paramenti indecenti, senza niuna esattezza e regolarità, si fanno lecito di praticare le più auguste funzioni della Chiesa con iscandalo degli spettatori, ai quali la funzione stessa diventa argomento di scherno e di motteggi scherzosi.