Part 11
Quel _motuproprio_ contiene pure l’organizzazione giudiziaria, la quale lascia sussistere i tribunali civili supremi della capitale, da noi già mentovati, tutti composti di soli prelati, i tribunali dei vescovi, il tribunale del vicariato di Roma, e parecchie altre ecclesiastiche giurisdizioni, le quali hanno, fra gli altri privilegi, quello di giudicare i laici, anche negli affari civili.
Tale era la condizione miserabile di quel paese. Pure, ad onta dei gravi disordini dell’amministrazione e degli innumerevoli mali ch’esse dovevano sopportare, le provincie sopportavano pazientemente, imaginandosi che lo stendardo tricolore che sventolava sull’Italia avrebbe, tosto o tardi, condotto la santa sede a sciogliere la data fede. Ma gli uomini, nelle cui mani era caduta la somma delle cose francesi nel 1838, invece d’imitare Thiers, il quale nel 1836 ricusò d’evacuare Ancona, sgombrarono quel posto importante senza che il papa avesse concedute le promesse riforme, o data alcuna garanzia pel futuro. Allora videro le popolazioni chiaramente che non dovevano far calcolo che sulle proprie forze, se pur volevano riconquistare le loro franchigie. Un tentativo d’insurrezione si fece in Bologna nel 1843. Le cause che l’arrestarono son notorie. Roma avrebbe dovuto aprire gli occhi alfine, e soddisfare i bisogni ed i voti onesti delle popolazioni; ma non fece niente altro, che incrudelire su chi aveva messo mano a quel moto, e incaponire sempre più a non toglierne le cagioni. Invece di alquanto sgravare i sudditi, il governo accrebbe il peso delle contribuzioni a loro imposte: invece di porre le finanze in ordine, aumentò il _deficit_ ed il debito pubblico: invece d’incoraggiare l’agricoltura, il commercio, l’industria, il progresso delle scienze e delle arti, lasciò il popolo scioperato, inceppò il corso dei buoni studi, censurò i congressi scientifici, s’oppose alla costruzione delle strade ferrate, e pose incagli all’introduzione degli utili ritrovati.
Per compiere questa pittura aggiungeremo che Roma non solo conservò i tribunali politici, le giurisdizioni ecclesiastiche, l’Inquisizione, ma creò inoltre commissioni militari, le quali furono prodighe oltre misura della pena di morte contro ogni principio di giustizia e d’umanità; conciossiachè la morte inflitta da tribunali militari, dopo uno sommaria procedura, senz’alcuna delle guarentigie riconosciute dalle leggi di tutte le nazioni incivilite, non può chiamarsi atto di giustizia, ma bensì giudiziale assassinamento. Quindi è che il malcontento è universale: le persecuzioni incessanti, le prigioni piene a ribocco, e i rifuggenti a strani asili sempre più numerosi.
Un tale stato di cose non può durar lungamente; se non vi si apporta qualche alleviamento e rimedio, questo turbamento si estenderà e radicherà non solo negli stati del papa, ma nel resto d’Italia ancora.
Non mi tratterrò a dimostrare quanto l’onore e l’interesse della Francia siano compromessi nella presente quistione. Basta leggere i brillanti discorsi pronunciati in occasione dell’evacuazione d’Ancona dai signori Guizot e Duchâtel, attuali ministri, e dai signori Thiers, duca di Broglio, Villemain, de Vatry ed altri molti oratori eminenti delle due Camere per chiarirsene.
Spero che il governo francese non vorrà abbandonare del tutto quelle misere popolazioni, i cui numerosi e giusti richiami contro l’amministrazione papale gli sono notissimi. Spero che l’attual ministro di Francia presso la corte di Roma volgerà tutta la sua influenza e diplomatica perizia a favore del paese suo nativo, onde conseguisca le necessarie riforme.
Ma non conviene che gl’Italiani si nutrano di illusorie speranze. Essi debbono far valere la loro causa con prudenza politica non meno che con energia e perseveranza, aver di mira il bene della loro patria, e non il successo di un sistema o di un partito, e ricordarsi che senza concordia, e soprattutto senza unione, l’Italia non potrà giammai superare i grandi ostacoli che le attraversano le vie alla sua rigenerazione ed alla sua felicità.
Parigi, settembre 1845.
LETTERA
del reverendo ORAZIO BUSHNELL
DOTTORE DI TEOLOGIA DI HARTFORD, STATI UNITI D’AMERICA
AL ROMANO PONTEFICE GREGORIO XVI.
_Venerando Pontefice!_
So che queste mia lettera non verrà da voi bene accolta. Io parlerò in essa schietto e senza sospezione che l’eminente dignità vostra mi assoggetti ad una indebita ritenutezza; ma parlerò in guisa che, se talvolta sembrassi vostro avversatore, voi, nullameno, possiate riconoscermi avversatore rispettoso e liberale.... E sta bene l’aggiungere che nel fare il giro dell’Italia, il quale ho testè compito, io non adempiva ad alcun incarico dell’alleanza cristiana. Ma venni a voi semplicemente, come la comune dei viaggiatori fa, benchè non scevro di dubbio, per lo stile del vostro breve (contro l’_Alleanza medesima_ 8 _maggio_ 1844), ch’io dovessi ad un abbaglio di polizia la permissione avutane di passare. Vidi naturalmente quel che si offerse agli occhi miei: investigai, come ogni intelligente viaggiatore suol fare, e forse con una non ordinaria diligenza, e niente mi riuscì più gradito, che di rinvenire alcune cose per le quali il mio giudizio del vostro sistema potea essere alquanto raddolcito; e quando poi giunsi a scoprirvi parti eccellenti e belle veramente, ebbi a provarne un purissimo contento. Eppure ne ritorno collo spirito afflitissimo del tristo spettacolo che ho visto: la lugubre imagine del vostro stato m’insegue dappertutto: e se mi assido a scrivere questa rimostranza, il fo nella speranza delle benedizioni che sono promesse a chi visita coloro che gemon nelle carceri, e ad essi ministra... E prima di tutto deggio protestare contro al disonore che voi fate alla religione per quella specie di civil governo che voi, congiuntamente col vostro spirituale officio, sostenete. Egli è, per non dire altro, un fatto molto straordinario questo, che voi, il quale vi chiamate ministro, anzi vicario di Cristo, siate diventato appunto quel regal personaggio, quel re, il quale Cristo non volle a niun modo essere. Tale però voi siete, e di questo la responsabilità grava le vostre spalle; responsabilità la quale dee misurarsi non solo dall’estensione del poter vostro, ma, e molto più, dalla santità delle vostre pretensioni. Voi vi dichiarate capo della Chiesa di Cristo... e pure voi avete fama d’essere capo del pessimo governo di tutta Cristianità[10]. Al viaggiatore che attraversa gli stati vostri, nulla si appresenta che indichi prosperità o contentezza: niun segno di miglioramento gli rallegra la vista, che non sia smentito da segni di scadimento e ruina. Come la mesta Campagna, regione un tempo di fertilità e di vita, accerchia Roma di silenzio e desolazione, così, politicamente parlando, ogni cosa vostra che partecipi della natura della speranza, della bellezza sociale, del pubblico avanzamento, langue e disseccasi nell’aere maligno del vostro sacerdotale dispotismo. I vostri ministri, benchè tutti assoluti, non hanno alcuna determinata sfera d’azione, nè sottostanno ad alcuna responsabilità. Nei decreti loro contraddicono l’un l’altro e voi medesimo, usurpando anche le attribuzioni delle corti di giustizia per opposte vie, come queste alla loro volta violano la giurisdizione e le decisioni l’una dell’altra. L’obbedienza è perplessa e schernita, ed il torto, circondato da tante emole magistrature, le quali dovrebbero esserne i vindici, è costretto a comperarsi la sua riparazione a tal costo, che il pubblico rimedio riesce spesso peggiore e più crudele della privata ingiuria. Perchè ogni centro di potere, eccettuatine pochi, è la sede di qualche imbroglio, e bazzicanvi dattorno creature d’amendue i sessi, le quali sanno colla chiave di sporchi e criminosi segreti, o per virtù di ben noti articoli di società, aprire e chiudere a loro talento le porte del favore. L’innocenza non è protezione, perchè i vostri processi criminali sono segreti, come tutte le opere delle tenebre. Se uno ha beni non gli resta altro scampo che quello di correre arditamente l’arringo, e scapparne fuori con quel che gli può rimanere, oppure d’aprirsi sordamente la via con gl’intrighi e le subornazioni. Il dar saggio di ingegno crea, a chi non è nel sacerdozio, sospetti e pericoli: spie se ne stanno in agguato per una qualche mercede, e l’esilio non si fa lungamente attendere. Il vostro clero ambizioso e vorace ha invaso non solo le chiese ed i monasteri, ma ancora gli stadi dell’educazione, le corti di giustizia e tutte le magistrature maggiori: fino il ministro della guerra deve essere un prelato. Ogni nutritiva ed eccitante speranza è perciò tolta alla gioventù. Niuna via ad avanzamento è schiusa, eccetto quella cui si entra per la umil porta della dipendenza ecclesiastica: lo che disanima ogni magnanimo conato, e volge tutti i rivoli dell’ambizione entro lo stagno dell’ipocrisia, il più vile de’ peccati. Mai non potrò obbliare il mesto sguardo di un brillante e compito giovane quando mi disse: «Alcuna speranza, signore, non v’ha qui per noi: i preti ci hanno tolto ogni cosa». Frattanto voi avete l’esercizio dei più proficui negozi venduto, come monopolii. Il traffico di contrabbando, che a quelli tien dietro in lucro, è pur esso virtualmente venduto, essendo i dazi da cui procede tenuti alti, come ne corre voce fra le persone più gravi, per un continuo intrigo dei contrabbandieri con certuni presso del governo. Quel che ne rimane dopo che la cortigianerìa ha esausto i suoi sorrisi, e l’astuzia la sua cupidigia, va a nutrire l’onesta industria. Il lavoro manuale poi, essendo naturalmente la più indifesa delle potenze sociali, giace depresso più disperatamente ed angosciosamente d’ogni altra. E per timore che la miseria alzi il sospiro dell’impazienza, o l’infortunio sprigioni il non permesso gemito, voi stanziate nelle vostre impoverite e scorate provincie un esercito di soldati grosso abbastanza per contenere un impero in pace. Indi imponete loro un altro esercito di ecclesiastici fuori affatto di misura coi mezzi, e, vorrei sperare ancora, coi peccati di esse (a Roma si conta un ecclesiastico fra ventotto abitanti), il quale di necessità viene, come il primo, sostentato dalla borsa del popolo: e poi, quasi che la terra non fornisse ministri di concussione abbastanza, voi mettete a quartieri in quelle un terzo esercito di santi, flagello pessimo e terribilissimo; perchè santi ogni terzo giorno di lavoro scendono dal cielo a legare le mani all’industria. Forse i vostri popoli sorreggersi potrebbero, se non prosperare, al peso delle vostre terrene concussioni. Ma quando il cielo stesso vien giù a deluderli, ogni loro sforzo sarebbe insufficiente. Quale popolazione, infatti, privata di una terza parte della sua industria, quale popolazione educata alla scioperatezza e spinta a gironzar per le vie, come la vostra fa nei dì feriati, ed in questa guisa a consumare un terzo del suo tempo in un _legale far niente_, potrebbe lungamente ritenere qualche vestigio di prosperità o savia economia? In verità io non ebbi mai un’idea così magnifica della liberalità della natura, che allorquando rimirai l’innumerabile esercito di consumatori il quale voi avevate potuto condurre alla preda senza lasciarvi dietro le spalle una fame ed una mortalità universale.
Per fornire questa miseranda pittura non mi è duopo d’aggiungere altro se non che voi avete aduggiato le abitazioni del vostro popolo, e resele aride di consolazione. Perchè è quivi che gli oppressi degli altri paesi ponno sempre temperare colla libertà e nell’espansione dell’amore e delle simpatie domestiche l’amaritudine delle loro afflizioni.
Ma da voi i vostri confessori vanno sempre, come i vostri agenti di polizia, rovistando sintomi di scontento, ed odorando, per dir così, in ogni canto le ansie meditazioni della sventura. Spesso a Roma sentiva io vantarsi che i vostri preti formano una così mirabil polizia! Voi intromettete un confessore tra moglie e marito, e tra loro due ed i loro figliuoli; talchè, se questi biasciano un libero motto, o prorompono in un sospiro a mensa, sanno già che un invisibile orecchio gli avrà intesi; ed allora, se scansano la prigione, proveranno ciò che sia l’obliterare colle penitenze l’angoscia ch’ei cercarono d’alleggerire colle parole. Conseguentemente è loro mestieri di chiudersi in petto i pensieri loro, di non confidare l’uno nell’altro: al focolare non v’è libertà, la mensa è un circolo di spioni, e l’ultima gocciola di consolazione che il cielo concede in alleviamento dei dolori dell’oppressione, è così dissipata.
Laonde avviene di necessità che il carattere del vostro popolo è tanto depresso, quanto lo sono le sue economiche circostanze: del che nessun viaggiatore sta lungamente in forse. Poichè egli osserva più di tutto la generalmente bella forma della gente, lo sguardo brillante ed intelligente, tanto ad essa comune; ma una breve ora gli basta poi per discoprire in essa una malinconica assenza di tuttociò che tira al generoso. I vostri sudditi sono appassionati, facili alle ire, servili, vendicativi, e tristamente sforniti d’industria, di ordine, di previdenza. Non dico questo di tutti, ma dei più; e ne do carico a voi, che, regnando sopra di loro in nome di una religione che promette di esaltar l’uomo ad una divina immagine, gli avete avvallati anche al di sotto della loro animale natura, ridotti ad una più profonda ignominia, che il peccato, senza di voi, non avrebbe fatto. E non si fu per qualche penosa consapevolezza di queste cose che voi v’induceste a stabilire un più generale sistema di educazione? Ero lì per ringraziarvene; ma perchè, quando volete compiere un dovere che ha qualche cosa di cristiano in sè, accoppiate ad esso un qualche segno opposto all’indole del cristianesimo? Perchè, per esempio, insegnate voi, per quel che mi fu detto, la geografia d’Italia, e proibite quella del mondo? Perchè temete voi di far conoscere al popol vostro quel mondo il quale Cristo imprese di rendere una sola confraternita nel Vero? Forse perchè non venga in esso a destarsi qualche ubbiosa veglia di libertà o di lume, conoscendo la più nobile istoria e la più felice condizione d’altri popoli? Voi avete pure una gazzetta piccina come la vostra geografia; appena grande quanto una lastra di vetro, e singolare per questo soltanto, che tuttociò che potrebbe in alcuna guisa occasionare una riflessione, ne è diligentemente escluso. Anzi la via più corta ad un Romano per sapere ciò che avvenga in Italia stessa, è quella di prendere una gazzetta inglese o francese. È dunque per siffatti modi o stromenti che voi sperate di purgare il carattere del vostro popolo ed il diffamato nome del vostro governo? Siete voi cieco a tal punto, che pensiate di poter fare uomini dei vostri sudditi, in questo secolo senza lumi, senza notizia del mondo, degl’imperi nei quali è spartito, e delle istituzioni che differenziano questi imperi medesimi?
Queste censure del vostro governo potrebbero per avventura essere in alcuni particolari erronee: ma la loro giustezza in genere è manifesta al vostro popolo stesso ed a tutti i viaggiatori. Forse voi, rispondendo, addurrete la separazione del vostro civile governo dall’ecclesiastico, per cui ogni apparente menda di quello debba considerarsi da sè stessa, ed attribuirsi a cagioni istoriche distinte dalla vostra religione. Ma si troverà, al contrario, che ciascuna delle note di civile abbassamento, da me indicate, se ne scorrerete la lista, è una legittima conseguenza di cause ecclesiastiche, e niente altro. E di ciò potrei fornirvi anche una prova statistica: perchè non ha molto che ho visto provarsi da un curioso confronto di dati statistici, quantunque il documento non siami ora accessibile, che la pochezza delle esportazioni dai differenti Stati d’Italia, la mancanza di educazione, la gravezza delle imposte, il numero dei delitti e dei bastardi stava in istrettissimo rapporto coll’abbondanza degli ecclesiastici! Roma, la città spirituale, la metropoli della Chiesa di Dio, ha più ecclesiastici di ogni altra, ed è perciò pessima e vilissima sopra ogni altra italiana città! Voglia Dio concedervi qualche cristiana sensibilità perchè piagniate di un fatto tanto umiliante!
Considerate un momento la posizione vostra rispetto a noi ed al mondo. Noi vi veggiamo esercitare un poter regale: voi ci dite ancora di essere il primo vescovo della Chiesa di Dio ed il rappresentante di Cristo in terra. Noi ci aspettiamo però da voi il più benigno governo del mondo, la nazione più illuminata, magnanima, libera e felice. Invece voi svergognate pubblicamente la religione di Cristo col fare che ogni bene sociale sia per essa aduggiato. Tutti i calcoli fondati sulla benignità della virtù cristiana si trovano costì erronei, e non ci resta che d’inferire, che, se Cristo veramente è rappresentato da voi, Cristo è il più fatale ostacolo al miglioramento ed alla felicità del genere umano. L’induzione è irresistibile, e, quel che è più, si fa. Protesto io perciò in nome del mondo cristiano contro i falli per i quali voi fornite al mondo un tanto funesto argomento. Io nè dico, nè credo che voi siate un tiranno, nè so che alcuno dei vostri sudditi vi giudichi tale. Ma la gran disgrazia è che la vostra ecclesiastico-civile architettura v’ha assegnato un posto che è il posto soltanto di un tiranno. Perchè voi siete dall’ufficio vostro locato nel centro di un sistema di oppressione, onde lo governiate; dimodochè, se non abbondate nell’esercizio dell’officio stesso in prove di misericordia, che equivalgano ad una rivolta contro quel sistema, voi fate il déspoto, benchè con tanta più bella maniera, quanto più sono le vostre intenzioni umane. Voi siete chiamato, nello stile ufficiale, il _papa_, cioè il padre del vostro popolo; e non dubito che questo titolo non vi riesca carissimo; e volesse il Cielo che la vostra infelice ignoranza di una così bella connessità non rendesse a voi più facile l’ingannarvi in questo, che altrimenti non avverrebbe! Ma dove sono gl’indizi di quella scambievole confidenza, di quella scioltezza di modi, di quella tenerezza di protezione corrisposta da altrettanta tenerezza di rispetto, che contradistinguono i rapporti di una vera paternità? È egli paterno l’andare in chiesa, come voi fate, per mezzo due file di soldati? È egli paterno l’assoldare, come voi fate, reggimenti mercenari, perchè non osate fidarvi del vostro popolo? Tratto tratto scoppianvi intorno rivoluzioni, e voi mandate a chiamare le truppe austriache onde vi proteggano da disfatta e da espulsione. E si sa già dal mondo intero, e da voi meglio che da tutti, che non v’ha giorno nel calendario nel quale il vostro popolo, se fosse lasciato fare, non vi caccerebbe d’Italia. In questo io non ravviso niente di paterno; ed invano cerco qualche scena di paterna benignità in cui voi accoglieste i vostri figli al seno in libertà, e riceveste le figliali loro tenerezze. Quel che ho scoperto di più somiglievole a ciò è quando voi siete visto per l’aria portato al di sopra di loro, trinciando benedizioni. Ma tosto che questa pompa è finita, voi scappite dentro i recessi del Vaticano come un oriental tiranno, con intorno sentinelle che proteggano i vostri sonni. Che se una qualche rivoluzione avesse a scoppiare prima dell’alba, voi avete sotto il guanciale la chiave di una porta di soccorso, ed una coperta galleria murata in aria, lunga mezzo miglio, per cui potreste sbiettarvela entro Castel Sant’Angelo e rifugiarvi dietro le sue artiglierie. Colà, colla miccia in mano, Vostra Paternità attenderebbe i suoi figli per carezzarli....
Londra, aprile 1846.
INDIRIZZO
AI REVERENDI PRELATI
MONSIGNOR JANNI UDITOR SANTISSIMO
E
RUFFINI FISCALE GENERALE
Quando voi moveste dalla capitale alla volta di queste provincie, vi precorse una voce, la quale diceva: essere voi deputati a consultare le popolazioni intorno ai loro bisogni e alle cagioni del loro malcontento. Strano ufficio in vero, e che avrebbe comprovata nel Governo nostro una maravigliosa ignoranza dello stato positivo de’ paesi a lui soggetti, ma dal quale nondimeno avremmo avuto indizio di buona volontà ne’ reggitori e speranza di lieti successi, perocchè sarebbe stata aperta con ciò la via alle legali rappresentanze, e tolta occasione al protestare violento. Ma da quella opinione fu ben altro l’effetto; ed oggi una voce popolare vi dice: semplici revisori di processi e d’atti giudiziari. Una voce popolare, abbiam detto, perocchè niun atto pubblico fa noto l’oggetto della vostra venuta tra noi, niun appello a niuna classe o corpo di cittadini die’ titolo ad alcuno di presentarvisi e far rimostranze. Siete adunque venuti a far nulla per gl’interessi generali delle popolazioni, poco o niente per qualche diritto o interesse personale che sia stato offeso, come tutto dì avviene nell’amministrazione della giustizia; e Dio pur voglia che, almeno in questa parte, a qualcuno di que’ poveri innocenti, che languono nelle galere per forza d’iniqui giudizi politici, la vostra opera valga la redenzione! Ciò sarebbe per avventura l’unico bene reale che uscir potesse da voi.
Sono molti anni che continui mali umori e moti popolari, provanti gravi sofferenze in chi li opera, estrema inciviltà nel governo in cui nascono, affliggono, più o meno, tutto lo stato pontificio. Nè è a dire che que’ moti sieno l’effetto della intemperanza di pochi faziosi. Chi vive nei nostri paesi, e conosce le remote cause e le immediate provocazioni, sa che certi umori sono la espressione di una opinione universale, spinta di tanto in tanto a manifestarsi violentemente dal mal governo di quegli stessi a’ quali starebbe il sacrosanto obbligo di por mano ai rimedi civili del male. A che, con ipocrite e compre parole di giornali, illudere voi medesimi, e tentare di nascondere al mondo, con incomportabili menzogne, le piaghe vostre e de’ sudditi? Oggi che i popoli hanno coscienza di sè, ella è impossibil cosa il governarne a grado vostro i pensieri e i giudizi. L’opinione rende a ciascuno il suo avere secondo I meriti; ed oggi in Italia i popoli pontificii sono compianti pel loro patire, e difesi da pubblicazioni imparziali e documenti, che, dopo fatta la giusta parte del biasimo all’inconsideratezza dei poveri tormentati, consegnano ad eterna infamia le nequizie e gli arbitrii di reggitori spietati ed ipocriti.
Quando un governo, dopo tante e così significanti lezioni, prosegue nella sua mala consuetudine, non si possono fare che due supposizioni: o che egli non comprenda affatto alcuna ragione di beni e di mali civili, e vada innanzi alla cieca, ignorando i propri doveri, non che i pericoli che gli sovrastanno, o che egli sia coscienziosamente tristo e tirannico, e, a poter perseverare nelle sue voglie malvagie, fidi o nella sua propria o nell’altrui potenza. Sia l’uno, sia l’altro errore che oggi guida la politica della vostra corte, o signori, noi crediamo opportuno l’esporvi senza velo i sentimenti, le speranze, i travagli dei popoli, e recarvi a mente quelle generali condizioni politiche alle quali è forse unicamente raccomandata la vita del governo vostro. I primi potreste ignorarli, e non è meraviglia in chi vive in una capitale non curante ed oziosa; sulle seconde potreste illudervi. Noi saremo franchi e sinceri, senza passione nelle nostre parole, perocchè, forti della ragione e della opinione, non abbiamo bisogno di esagerare.