Part 12
Signori! chi conosce un poco la storia, e la studia con animo libero da preoccupazioni, comprende che vi sono delle leggi providenziali che si effettuano inevitabilmente nel corso delle cose umane, nè forza di volontà individuale può nulla contr’esse. Quando in sul finire del passato secolo, una grande nazione, venuta alla coscienza di alcune idee e diritti civili, volle scuotere il giogo degli antichi privilegi feudali, le stolte reazioni dell’egoismo de’ nobili e del clero non impedirono la necessità degli eventi, ed altro non fecero che rendere più terribile e profonda la rovina del vecchio edificio. Dio ci guardi dal giustificare gli eccessi della rivoluzione francese; noi rechiamo l’esempio unicamente per dimostrare che la forza delle idee si sa fare la strada a tutti gli ostacoli. Cinquanta in sessant’anni d’esperienze dopo quella grande scossa hanno ammaestrato popoli e re; hanno generato un completo rivolgimento nella natura dei primi e nella politica de’ secondi. Il popolo, oggigiorno, non è più una massa ignorante e passiva, non è più materia maneggiabile a grado di privilegiati e di sovrani. Un medio ceto numeroso, illuminato, potente, depositario delle opinioni civili, delle arti, delle scienze, un popolo che tende per tutto a sollevarsi alle prerogative e ai diritti morali, costituiscono nella attuale società una forza che si va ogni dì più emancipando dalla obbedienza passiva, e forma della pubblica opinione un terribile sindacato al potere. La civile egualità innanzi alle leggi, il diritto politico del cittadino a far sorvegliare per mezzo ai abili rappresentanti gl’interessi comuni dell’associazione alla quale appartiene, il dovere d’ogni nazione di rivendicare sè stessa da tutto ciò che tende a dividerla, a offenderne il ben essere materiale e la moral dignità, a impedirne que’ sociali sviluppamenti a cui è chiamata dalla Provvidenza, sono idee così profondamente impresse nella ragione e coscienza dei popoli, che il non avvertirle non può dipendere che da ignoranza, e il non farne conto, o il volerle rintuzzare, che da una misera illusione ed oltracotanza dell’egoismo governativo. Però i principi e governi illuminati vanno inclinando l’animo a favorire queste necessarie condizioni di vita pei loro stati, e si può dire oramai, che, in mezzo a questo movimento della civiltà europea (a non volere parlare della Russia, che può considerarsi, pei suoi ordini politici e pe’ suoi modi barbarici, fuori d’ogni questione civile), non rimane addietro che l’Austria, nella sua decrepita vecchiezza, e qualche piccolo stato italiano, che raccomanda il filo della debole sua vita al simulacro cadente dell’Impero. Il nostro governo è nel novero di questi servitori dello straniero in Italia.
Signori! le garantie civili, che assicurano il morale esercizio della libertà privata e la reciproca indipendenza de’ consociati; le franchigie politiche, che somministrano alla volontà illuminata delle nazioni i mezzi di manifestarsi e di agire; il buon ordinamento degli studii, necessari a tutti i più nobili perfezionamenti delle società, e pe’ quali la pubblica opinione acquista i mezzi di migliorarsi e di progredire; e, dietro a ciò, lo sviluppamento della liberalità commerciale, delle istituzioni animatrici, della produzione agricola e manifatturiera, la moralità e l’istruzione delle classi inferiori, e le providenze opportune a sollevarle dall’abbiezione in cui vivono, tutto questo forma, presso a poco, il programma del liberalismo. Non si tratta di sovvertire la società ma sì bene di migliorarla, non di annientare il sentimento dei doveri religiosi, morali e civili, ma di avvalorarne negli animi la dignità e guarentirne l’osservanza. Ciò non si ottiene dai popoli coll’avvilirli e renderli poveri e schiavi, sì bene col sottrarli, per quanto è possibile, alle abbiezioni delle necessità materiali, ed elevarli alla vita dello spirito, all’intelligenza de’ rapporti e doveri sociali.
Ora, rispondeteci in coscienza: questi desiderii, queste speranze del liberalismo vi sembrano elle un bene o un male? Non sono anzi le condizioni essenziali della vera moralità, della vera religione? Credete voi che possa comprendere la dignità della religione di Cristo l’anima dello schiavo? Che possa innalzarsi al sentimento dei doveri religiosi l’uomo nel quale cercate di spegnere il sentimento dei doveri verso la patria, verso la propria nazione?
Sì, o signori, noi lo proclamiamo altamente; se il liberalismo consiste nell’amore della nostra nazione, nella speranza della sua indipendenza, dell’associazione dei suoi interessi economici e morali, nel desiderio d’istituzioni che assicurino i progressi della intelligenza o della moralità, che aumentino coll’agiatezza la civiltà, che con larghe e ben regolate leggi economiche ci ritornino nello splendore dei nostri antichi commerci, che, offrendo al povero popolo mezzi d’istruzione, di lavoro, di risparmio, lo educhino alla moralità degli affetti domestici, e ne innalzino l’anima al concetto di una Provvidenza che si occupa delle sue miserie, se questo è liberalismo, noi lo proclamiamo in faccia a tutta l’umanità e nel cospetto di Dio, siamo liberali. Noi comprendiamo che questo nome possa parere una bestemmia a qualche appaltatore di gabelle pontificie, a qualche monsignore, che speri, col non saper far nulla, essersi acquistato merito ad una delegazione o ad un cappello cardinalizio, e non pensi che ad impinguare la propria famiglia delle ricchezze dello stato; ma per noi popolo, questo nome è cosa grande, che ci lega a tutte le più care speranze, a’ più elevati destini, ai quali la Provvidenza chiama l’umanità. Ora dimanderemo a voi che cosa fa il governo pontificio, non già in fatto di riforme politiche (chè potrebbe parere un sogno il pretendere una costituzione dal papa), ma almeno in favore di quegl’interessi economici e civili che, senza scemare menomamente il potere assoluto, assicurano anzi, col ben essere e la tranquillità dei sudditi, la esistenza medesima d’un governo? Da quali norme di ragione e di giustizia, da quali lumi è guidato nel regime dei popoli alla sua cura commessi? Signori, nell’attuale movimento degl’interessi civili ed economici delle varie nazioni, colle strette attinenze che si vanno generando fra popolo e popolo per la necessità delle comunicazioni, e pei rapporti delle industrie e dei commerci reciproci, il primo dovere di un governo che non voglia rovinare prima i suoi sudditi e poi sè stesso, si è quello di studiar bene la suscettibilità produttiva e la posizione relativa dei propri stati, onde adattarvi un conveniente ordinamento di leggi industriali e commerciali, ed assicurare per tal modo il ben essere della popolazione nelle sue classi diverse. Per lo stato pontificio v’ha in ciò, oltre ad un dovere comune di ogni governo rispetto ai governati, un dovere verso tutta la nazione. Il governo nostro sarà tenuto a render conto, non solo ai suoi sudditi, ma a tutta Italia, della sua zotica opposizione a quei miglioramenti economici che sono richiesti dal tempo. La sua contrarietà alle strade ferrate, per citare un esempio, impedendo una spedita comunicazione tra le Due Sicilie e l’Italia settentrionale, è inceppamento grande a quello sviluppo di attività commerciale a cui tendono gli altri stati italiani, e può esser causa alla nazione di perdere molte buone occasioni di risorgimento, e fonte di miserie infinite. Dicasi altrettanto della opposizione che troverebbe una lega doganale italiana presso i nostri governanti, siccome buoni servitori che sono, forse senza avvedersene nè anco, degli interessi austriaci in Italia. Ma torniamo a noi, sui quali ora ricade il maggior peso di questa cattiva economia politica; se pur di tal nome, che suppone scienza, si può chiamare una farragine di disposizioni arbitrarie, non emanate da alcun principio di vera dottrina e di pratica illuminata, protezioni assurde, proibizioni irragionevoli, rovinosi appalti finanziari, monopolii, e tutta la trista schiera delle infelici illusioni del sistema proibitivo. Tutt’i governi civili di Europa hanno conosciuti i danni di questo falso sistema, e vanno emendandosene; anche gli altri principi italiani provvedono ai casi propri con saviezza e coscienza; solo Roma vuol far male per non fare ciò che fanno gli altri; e anche in questo ella è umile discepola dello indietreggiare dell’Austria. Niun altro mezzo poi di miglioramento morale ed economico è incoraggiato, e neppur tollerato tra noi. Si sa l’avversione dei superiori per tutto ciò che puzza d’associazione; bando assoluto adunque a questa idea in qualunque sua applicazione, che è come dire bando ad ogni impresa di migliorazioni agricole o manifatturiere, bando a società di qualunque genere, sieno gravi o dilettevoli, ad accademie scientifiche o letterarie, ad istituzioni filantropiche. Tutte le nostre città, o signori, hanno sofferte ripetute ripulse a tutte le dimande fatte al governo, intorno alle qui riferite cose. Intanto una frequente gioventù, non educata a nobili emulazioni, e veggendosi attraversata ogni generosa ed utile carriera, si abbandona all’ozio, alla sensualità, allo scetticismo; il popolo, nella inoperosità e nella miseria, va perdendo quella seconda vita, che è propria di lui, e che, bene usata da accorti reggitori, potrebbe partorire generosissimi effetti; le classi medie, i possidenti, i negoziatori impoveriscono: scarsi e mal commerciabili i redditi, infiniti i pesi, e con tanta gravezza delle imposte anche indirette, e spesso arbitrarie a carico delle comuni e delle provincie, il governo non basta a sostenere le spese ordinarie, per le quali sole v’ha un notevole _deficit_, senza poi far parola delle truppe estere, che sono altra gravissima sorgente di rovina economica per lo stato, di demoralizzazione, di sozze e crudeli malattie, e di irreligione pel popolo. Se a questo aggiungasi, che quel poco che ci resta è mal guarentito, che la sicurezza del cittadino è disturbata di continuo da aggressioni e ladronecci, per non curanza delle polizie, che hanno occhi soltanto per travedere colpe politiche, anche dove non sono; se aggiungasi che non esiste un codice di leggi bene ordinate e appropriate ai nostri bisogni, che le procedure civili sono lunghe, dispendiosissime, complicate ad arte dal curialismo romano, al quale ne viene affidata la compilazione, voi, o signori, riflettendo a tutto questo con sincero cuore, dovrete convenire di due cose: l’una, che il governo ha offesi sino ad ora enormemente con la sua mala amministrazione gl’interessi dello stato, e questo è un male grande pei sudditi; l’altra, che da tutte queste cagioni debbe necessariamente generarsi nell’animo dei medesimi una immensa disistima verso i reggitori, per la loro poca intelligenza dei buoni ordini civili, e rivolgimento grande di coscienze, per la loro volontaria perseveranza negli errori; e questa seconda cosa è un grandissimo male per il governo; e presto o tardi se ne accorgerà, perchè gli affari del mondo oggidì camminano presto, e guai a chi resta addietro, e per volere star fermo, fa male agli altri. Nondimeno, o signori, se i danni si fermassero qui, i popoli curverebbero forse le spalle, e pazienterebbero. Ma vi ha di peggio assai. Vi ha la polizia con le sue vessazioni politiche, v’ha i commessi, i carabinieri, i volontari, coi loro atti arbitrari, violenti, provocanti l’ira del popolo. Non v’ha peggior cosa per un governo, che questa del permettere gli arbitrii, e levar via dagli animi, esso per primo col proprio esempio, il sentimento della legalità. Se un governo non sa rispettare la legalità, non la rispetteranno certo i suoi sudditi; sono poi un effetto di questa indulgenza del governo all’arbitrio, gli eccessi di una fazione di gente scellerata, che vive dello spionaggio, che si arricchisce di ogni falso allarme dei governanti, e però soffia nel fuoco, provoca, attizza; ne sono un effetto gli operamenti delle commissioni; e se avete sindacati con coscienza i loro processi, se vi siete informati nei nostri paesi della loro condotta, saprete meglio di noi che cosa siano. Noi possiam dirvi (unico compenso nella nostra sventura) che l’infamia delle medesime, la qual tutta ridonda a vergogna di chi le permise ed incoraggiò, è oggi pubblicamente nota per le stampe; e perchè sappiate che giudizio fanno di siffatte cose i pensatori anche i più moderati, e per non ripetere più a lungo cose note e dette da altri, noi vi rimettiamo ad un libro che tramanderà ai posteri la memoria di questi obbrobrii; un libro di un uomo generoso, il marchese Massimo d’Azeglio, conosciuto e amato da tutta Italia pei suoi meriti letterari ed artistici, e per le sue alte virtù civili. Signori! quest’uomo, al nome del quale rispondono con viva gratitudine i cuori d’un intero popolo, assunse spontaneamente la nostra difesa, come si piglia dai generosi la difesa della sventura. In quel suo libro, al quale noi tutti possiamo fare testimonianza, ei dice la verità, ma non dice tutto, perchè bisogna vivere e soffrire lungo tempo nei nostri paesi, per poterlo dire. Voi vedrete da quel libro che, se qualche centinaio di tribolati ha protestato violentemente contro la persecuzione e l’ingiustizia, ciò avvenne dopo tali provocazioni, che fanno ricadere tutta la responsabilità di quei fatti sul capo di chi ci governa. E se quei pochi si mossero per non saper soffrire, gli altri, e son tutti, sapete perchè non favorirono il movimento? Perchè non era tempo; perchè, più dalle proprie scontentezze, prendon norma dagl’interessi italiani, perchè Italia e la sua indipendenza ci sta in cuore più dei nostri particolari bisogni. Signori! una tale situazione è grave pei sudditi, gravissima pel governo. Il male ha profonde radici, nè i modi estraordinari e tirannici di repressione, le carceri, i patiboli valgono ad annichilire le idee, sibbene a concitare le passioni. Noi abbiamo detto in principio, che un grande cangiamento si è operato nella natura dei popoli, e che i re hanno imparato, la maggior parte, a rispettare in quelli la dignità d’uomini. Le esorbitanze del potere si fanno ogni dì più infrequenti, e, a parlar solo di cose italiane, i principi della Penisola, più o meno, vanno operando qualche cosa di bene. L’agricoltura, l’industria, il commercio, gli studi, le arti, l’educazione popolare, le istituzioni di pubblica beneficenza fioriscono in Toscana, nelle Due Sicilie e in Lombardia ancora, e sopra tutti in Piemonte. Visitate le città, le borgate, le campagne, e vi troverete frequenti scuole infantili, case di carità e d’industria, uomini di scienza e caritatevoli, parrochi pieni di dottrina, veri ministri del Vangelo, che istruiscono i fanciulli del loro popolo, che predicano l’amore, la fratellanza, la virtù; e da per tutto vita attiva, lavoro, moralità. Signori! nelle nostre città, nelle nostre campagne il popolo è abbandonato alla corruzione e alla miseria. Nelle nostre città si sono uditi vescovi predicare la guerra civile, la crociata contro i liberali; si sono veduti i preti mescolarsi alle misere ire di parte, eccitare la canaglia a furibonde passioni. Non v’ha terra cattolica in cui il prete veramente cristiano sia così raro, come nello stato della chiesa; sono immischiati a tutte le passioni più avare e più sozze di questo basso mondo; e il popolo ne ha mali esempi e scandali, e diviene miscredente. A tutti questi inconvenienti, voi recherete in iscusa questa parola: Le rivoluzioni!... Signori! le rivoluzioni non le fanno i popoli ben governati. Costa assai una rivoluzione, perchè un popolo vi si precipiti entro, senza gravissime cagioni; e sono queste cagioni che i governi savi cercano di torre via. I popoli pontificii hanno diritto di fare un confronto tra i procedimenti degli altri governi e quelli del proprio; e se, alla vista del progredimento delle condizioni civili dei popoli cristiani in generale, e degli stati italiani in particolare, i popoli pontificii dimandano ai loro governanti che cosa hanno fatto dalla restaurazione in poi, noi non sappiamo che risposta potranno dare. Gli studi permessi nelle università possono essere una misura delle viste scientifiche e civili del nostro governo. Tutte le scienze che servono a formare uomini di stato, o giovano allo sviluppo della vita industriale e commerciale, tutte quelle discipline che eccitano gli animi a sentimenti patrii e generose espansioni, ne sono bandite come una maledizione. Nulla di economia sociale, di diritto pubblico, di storia letteraria, civile e politica italiana, poco di letteratura italiana, e quel poco pedantescamente insegnato, poco o nulla di scienze naturali applicate alle arti, nulla, insomma, di tutto ciò che dà vita e moto all’attuale civiltà. Nondimeno da molti si studia senza il permesso dei superiori; le idee, materia sottilissima, filtrano da tutte le parti, e ciò non fa che accrescere il divorzio tra governo e sudditi. Signori! noi vogliamo concedervi (così tra parentesi) che tutto questo sia un male; che la tendenza delle nazioni ad una vasta associazione d’interessi, che queste industrie, questi commerci, queste garanzie politiche, questa libertà della stampa, questo voler sapere come si è governati, questo volere inframmettersi delle azioni dei principi, che da prima trattavano le loro bisogne con tutto il loro comodo, senza che altri vi ponesse mano, sia un male, una diavoleria. Ma che cosa ci volete fare? ella è divenuta una smania di quasi tutta Europa. Anche la Germania ha voluto la sua lega doganale, e adesso vuole le sue costituzioni. Quella instancabile Polonia risorge sempre più fiera ed eroica dalle sue rovine, e più tempo corre, più si avvalora nella fede de’ suoi santi diritti, più s’inquieta del mercato nefando che d’essa fu fatto. Nè l’Ungherese e il Boemo osservano inerti i magnanimi ardimenti, e l’Austria ha grandi conti da saldare anche a quelle nazioni. E Italia non dorme, e grida allo straniero, e sembra, ora più che mai, rallegrarsi di vicine speranze. Contro questa forza della opinione, che (lasciando la parentesi gesuitica) non è un male, perchè si conforma ai più sacrosanti diritti della umanità, contro questa forza, dico, credete voi che la volontà di pochi, a’ quali tornerebbe a conto il contrario, possa bastare? La storia ha mostrato che questa lotta dell’egoismo de’ pochi contro il diritto di tutti alla perfine va a finir male; e il meglio sarebbe di cedere e rispettare i diritti dei popoli. I governi prudenti lo fan per amore; i meno savi, presto o tardi, sono costretti a farlo per forza. Signori! vi hanno governi protestanti in Europa, e lo diciamo a vergogna de’ governi cattolici, e in particolare del nostro, il quale dovrebbe insegnare la buona via a tutti gli altri, v’hanno governi protestanti, i quali, guidati insieme dal lume della scienza e della carità, non si vergognano, nè si stancano di analizzare e studiare profondamente le miserie sociali onde sono afflitti, e penetrandone le più riposte origini, vanno adoperandosi di medicarli per quanto è da loro.
Que’ governi, o signori, rispettano ne’ tumulti popolari il diritto che ha chi soffre di lamentarsi qualche volta. Che cosa fa ora, o signori, l’Inghilterra protestante verso l’infelice Irlanda? non le apparecchia catene, non carceri, non patiboli; ma le dà adito invece a poter manifestare più ordinatamente e con più legalità le proprie piaghe. Il governo inglese sa che i popoli agiscono più tranquillamente quando sono equamente costituiti. Ora a noi. Per quanto il governo si studii di mentire il vero senso de’ moti popolari dello stato, il fatto è che questi moti, e i più recenti in particolare, non significavano altro che un bisogno di riforme economiche e civili. Le dimande espresse nel manifesto pubblicato in Rimini non erano nè eccessivamente ardite, nè contrarie a quelle norme di ragion civile che molti buoni governi, anche assoluti, oggi hanno adottate; e basti l’esempio di Prussia, altro governo protestante, che fa vergogna all’apostolica Roma. Or bene; che cosa hanno fatto i nostri reggitori dal moto di Rimini in poi? Hanno vieppiù aggravata la mano sui sudditi, hanno sparso nuovi semi di malcontento, non solo nelle quattro Legazioni, ma anche nelle Marche e nell’Umbria, con arresti e persecuzioni: non hanno ascoltata alcuna delle fatte dimande, e per tutta ammenda ai mali passati e presenti, mandano voi, o signori, non a raccogliere i voti delle popolazioni, non a studiarne i bisogni, ma a spazzare la polvere degli archivi e a sfogliar processi; e intanto i gravi disordini, gli errori amministrativi d’ogni genere, gli arbitrii e le provocazioni, severe e profonde cagioni del nostro mal essere, rimangono intatti. La vostra missione adunque fu in tutto inutile e ridicola; e noi protestiamo contro la leggerezza di un governo che giuoca spensieratamente, per un male inteso interesse per una inconcepibile mania di opposizione, la quiete, la moralità, la vita de’ suoi sudditi. Signori! Noi vi vogliamo dire, infine, tutta la verità. Non crediate che qui si congiuri e si tramino ascose insidie al potere. Forse i cattivi procedimenti dei nostri rettori andranno movendo, or qua, or là, reazioni e tumulti; ma le quistioni che abbiamo col governo hanno per noi un interesse secondario, e la principale è la questione italiana. Sarebbe inutile di perder tempo ed opera nelle prime, innanzi che la seconda non si maturi. Il giorno che i nostri fratelli italiani crederanno di poter combattere lo straniero, noi li seguiteremo coll’energia di un popolo stanco e indignato; e allora, o signori, tutte le ragioni tra la corte romana e i suoi sudditi saranno in breve pareggiate. Ecco tutto. Questo giorno può essere lontano, ma potrebbe eziandio essere poco remoto. Vi sono grandi probabilità anche per questa seconda combinazione. L’Austria, quest’edificio composto di elementi che ripugnan tra loro, e tenuto insieme sin qui dalla sola forza materiale, nell’interesse di una famiglia sovrana, quest’opera mostruosa dell’ambizione, ha in sè i germi del proprio dissolvimento. D’altronde una grande mutazione si va compiendo nello spirito del popolo italiano. Egli sente il suo avvenire, si riscuote alle memorie gloriose del suo passato, si va educando ai sacrifici, ai martiri, e le vessazioni non fanno che rattemprare vieppiù gli animi, per modo che noi dobbiamo saper grado, in certa maniera, a chi ci fa male. La vita italiana d’oggidì si è dunque elevata al sentimento della nazionalità. L’Italiano non si rifugge più, per evitare il senso delle sue miserie, in uno spensierato sensualismo. Guardate la letteratura, prima espressione del sentire di un popolo. Essa oggi non è più profumata dalle lascivie mitologiche, dalle ridicolezze pastorali dell’Arcadia; ma è piena d’aneliti italiani. L’epoca letteraria presente è un preludio che annunzia le armonie della futura resurrezione. Non v’ha città, non v’ha borgo oggi in Italia, ove ogni ceto non s’interessi delle nazionali speranze, non si accenda ai discorsi o agli scritti generosi di cose patrie.