Da Sassari a Cagliari e viceversa

Part 9

Chapter 93,785 wordsPublic domain

In alto del vagone si leggevano, a lettere cubitali, le parole 10 ROSTI — parto infelice di qualche viaggiatore annoiato, che aveva creduto far dello spirito regalando alla lettera P una lunga coda. — I vetri de’ sei finestrini erano tempestati d’iniziali e di geroglifici — altro capriccio di vanitoso viaggiatore, il quale, forse, voleva far conoscere al pubblico che non portava al dito scaglie di bicchieri.

Eravamo _au grand complet._ La Compagnia Reale delle Sarde Ferrovie doveva essere ben soddisfatta, poichè, invece di dieci, eravamo _tredici_ _Rosti._ E ve li nomino.

Un uomo sui quaranta, il cui cilindro e l’abito nero rivelavano un _Travet_ puro sangue; il quale sedeva fra due figli: un giovinotto di dieci, ed una bambina di sette anni;

La moglie di _Travet_: una donnetta sui trenta, belloccia, ma succhiata in viso dai patimenti fisici e morali; e quantunque avesse una pronunciata tendenza allo stato interessante, essa reggeva sul grembo un bambino di circa un anno, malaticcio, irrequieto, piagnucoloso.

Una balia, o governante, che vestiva il costume del Campidano, e che teneva a bada due altri marmocchi — uno di tre anni seduto in grembo, e l’altro di cinque che si appoggiava alle sue ginocchia.

Tutti questi individui componevano Una sola famiglia.

Gli altri personaggi erano:

Un allegro caporale furiere che andava in permesso; — Un capo minatore febbricitante che si recava a Cagliari per un consulto medico; — Una vecchia signora che tossiva ogni cinque minuti — e uno speziale di Villasor, con cappellone di feltro grigio, e un colossale ombrello che teneva fra le ginocchia.

Io completava quel mobilio animale. Entrato all’impazzata nello scompartimento, mi ero visto costretto a scivolare, non senza fatica, tra il figlio maggiore di Travet e la vecchia raffreddata.

Eravamo dunque otto adulti e cinque bambini — totale, tredici animi del purgatorio dentro l’inferno d’un guscio di noce.

Se io non mi fossi trovato con un sacco di pensieri, e in una condizione d’animo eccezionale, vi assicuro che ben volentieri avrei descritto tutte le peripezie accadute alla famiglia di quel Travet _traslocato_; il quale durante il trasporto della capitale da Sassari a Cagliari aveva sofferto tutti gli spasimi, le torture ed i supplizi, di cui è tassabile in terra la specie umana.

Nè crediate che ciò avrei fatto col malanimo di metterlo in ridicolo; oh no! — sarei stato mosso dal santo intendimento di costringere l’umanità a versare una lagrima sulle miserie burocratiche di terzo grado!

Fatto appena un mezzo chilometro di strada, il bambino che sedeva in grembo alla balia si mise a gridare:

— Mamma... pane!

Nessuno gli badò. I discorsi dei passeggieri soffocarono le grida del marmocchio.

— Pane!... voglio pane! — ripetè più forte il bambino.

La povera moglie, nello stato in cui era, e con un bimbo in grembo, non poteva muoversi. La balia aveva le mani legate dagli altri due marmocchi. Non restava che il papà, il quale in quel momento spiegava al caporale furiere una recente _Circolare ministeriale_, non badando ad altro.

— Roberto!! — esclamò la moglie, dando un’occhiata significativa al marito. — Carluccio vuole pane.

Roberto — che così si chiamava l’impiegato — si liberò con uno sforzo dalle due tenaglie che aveva al fianco, si alzò in piedi, e dopo aver frugato fra una valigia e una mezza dozzina di cappelli di paglia, tolse un pezzo di pane, che diede a Carluccio.

Già si era rimesso a sedere tra i suoi figli, quando quattro vocine gridarono in coro:

— Pane!

— Pane anche a me!!

— Anche a me!!!

— _Pappa_! — balbettò il piccino nel suo gergo speciale.

E il povero Travet tornò ad alzarsi per distribuire il pane a dritta e a mancina.

Si sa bene; chiesto pane da uno, tutti gli altri bambini si ricordano di aver fame. E qui i soliti malumori:

— Il mio è piccolo!

— Il suo è più grosso!

— Io ne voglio un altro pezzo!

La cosa parve alfine assestata, e Travet tornò a sedere per riprendere la conversazione col caporale.

Non si era ancora arrivati alla stazione di Assemini, quando la bambina, che era al fianco del papà, disse rivolta alla mamma:

— Ho sete.

E tutti gli altri in coro:

— Acqua!

— Anche a me!!

— _Bumba_! — disse il piccino col solito gergo, il quale non ha per interprete che la mamma.

Nessuno badò ai bambini; e la madre, colla sua voce lamentosa e stentata, disse rivolta al marito:

— Roberto!... hanno sete!

E Roberto di nuovo in piedi a prendere una bottiglia d’acqua, e a far girare il bicchiere da un figlio all’altro, dopo aver versato la metà del contenuto sui propri pantaloni.

Vennero in seguito le altre coserelle; voglio dire gli avvertimenti della moglie al marito, durante il viaggio:

— Roberto!... guarda quel naso di Adelaide.

E Roberto chiama tutti i nasini a raccolta per pulirli col fazzoletto.

— Roberto!... guarda quel legaccio di Paolino.

E Roberto a legare le scarpe al suo figlio maggiore.

Roberto!... fa il piacere: è caduto il pane a Giorgetta.

E Roberto, in ginocchio, a cacciar le mani tra le gambe dei passeggieri per cercare il pane alla sua figliuola.

* * *

Dopo dieci minuti il treno si era fermato alla stazione di _Assemini_; tutta circondata di eucaliptus, fedeli compagni, oggimai, di tutte le stazioni del mondo.

Il villaggio di Assemini si distingue per il suo campanile messo a nuovo, ricco di un orologio a quattro quadranti. Il paese è rinnomato dai ghiottoni per l’ottimo _moscatello_; e dagli archeologi per due iscrizioni greche che possiede: una nel giardino della parrocchia e l’altra nella chiesetta di San Giovanni Battista. Se il lettore è dilettante di greco, può fermarsi in Assemini per leggere le dette iscrizioni; protesto, però, che io non ho voglia di accompagnarlo.

A dritta e a sinistra abbiamo campi fertili e ben coltivati — in lontananza comincia ad apparire lo stagno di Cagliari.

Tiriamo oltre, senza inconvenienti di sorta. Il sordo rumore del treno che cammina non riesce a soffocare il cicaleggio dei bambini e la tosse importuna della vecchia, che caccia in bocca una giuggiola ogni cinque minuti.

Lasciato il villaggio di Assemini, la moglie rivolge la parola al marito:

— Roberto!... non vedi? Pietrino è di malumore, e mi tira dei calci pericolosi... capisci? Egli vuol venire a te!

— Vuol venire a me?! — rispose il povero Travet, tra il dubbioso ed il seccato. E tutto paziente e compunto, in grazia dello stato _interessante_, riceve in consegna dalla sua compagna il bambino mezzo sfasciato.

Continua però a parlare col caporale, facendo ballare sulle ginocchia il suo marmocchio perchè non strilli. E il marmocchio, tutto contento perchè trovasi in braccio al papà, si diverte a stappargli i peli dalla barba ed a cacciargli le dita entro le narici.

Non erano però terminate ancora le torture del povero impiegato.

A metà strada, fra Assemini ed Elmas — e propriamente nel punto dove la ferrovia comincia a rasentare lo stagno di Cagliari — il bambino di cinque anni, che era appoggiato alle ginocchia della balia, cominciò a chiamare a voce bassa:

— Papà...

E il papà a discorrere.

— Papà! — ripetè il bambino.

— E Travet a fare il sordo. Allora toccò alla moglie:

— Roberto!... non senti? Gino ti chiama.

— Che vuoi?! — esclamò con impazienza l’impiegato; e rivolto alla moglie rispose duramente:

— Vedi bene che ho il bambino in braccio!

— Io voglio... — continuò con voce sommessa il fanciullo.

— Vuoi la luna?

— Io voglio... — Ed esitava.

— Parla forte!!

— Voglio fare...

L’infinito del verbo _fare_, legato alla prima persona del verbo _volere_, atterrì il povero genitore. Era una tegola che gli cadeva sulla testa. Depose prestamente il bambino sul grembo della madre, e rivolto al supplicante gridò con disperazione:

— E se tu vuoi fare... come vuoi che io faccia? Trattieni un momento — saremo subito ad Elmas.

E il bambino, per fortuna, trattenne!

Alle 7 e 26 minuti il treno si fermava alla Stazione di _Elmas_, distante da Assemini cinque chilometri, e da Cagliari otto.

Elmas è un paese di villeggiature, e non offre nulla di notevole. Gli spagnuoli lo chiamavano _El mas_, i cagliaritani lo dicono _Su Masu_. È rinnomato per la festa di Santa Catterina che ha luogo nella vicina chiesa rurale.

Appena fermato il treno alla Stazione, il buon padre prese in braccio il bambino, chiamò una guardia che gli aprì lo sportello, e scese a terra.

Carico del dolce fardello, sotto i raggi del sole di luglio, Travet andò di corsa verso quel certo fabbricato a partita doppia, il quale non potrà mai diventare utile per i viaggiatori, finchè non si metterà in istretto rapporto colle necessarie fermate volute dagli umani bisogni e violate dagli attuali orari delle ferrovie italiane!

* * *

Lasciamo in pace la famiglia del misero _traslocato_, e gettiamo uno sguardo fuori dei finestrini.

Da Elmas a Cagliari, anzi per ben dieci chilometri, il treno rasenta a destra tutto lo stagno, il quale vi si schiera davanti colle sue acque quiete, colle sue saline, colle sue isolette. — A sinistra un’immensa distesa di vigneti, quasi senza interruzione, colle viti allineate sopra una terra rossiccia, stupendamente coltivata.

Capricciose e strane quelle due distese di diversi colori che lambiscono quasi le rotaie della ferrovia! — Da un lato l’azzurro pallido delle acque morte — dall’altro il verde vivo dei pampini rigogliosi.

Alla nostra destra nessuna variazione: sempre acqua. Alla sinistra, qualche palma solitaria — qualche quadrato di fichi d’India — qualche giardino con l’elegante casetta a vari colori. Lassù, sopra un alto colle, il famoso castello di S. Michele, coll’adiacente boschetto di folti pini; — più innanzi, sulla costa d’altro colle, una dozzina di casette col tetto a capanna, unite fra loro, quasi tenendosi per mano.

Ecco Cagliari, co’ suoi capricciosi fabbricati disposti sopra una collina piramidale; essi vanno sempre su — dal convento del Carmine fino alla torre di S. Pancrazio, al campanile della cattedrale ed al palazzo Boyl — per poi discendere al di là, a gradi a gradi, fino alla chiesa di S. Lucifero.

Il treno entra trionfante sotto la gran tettoia di cristalli della Stazione.

Prendo la mia valigia, e scendo; dò la mia tessera alla guardia, e mi accingo ad attraversare in fretta l’atrio per raggiungere la porta d’uscita. Ma non mi riesce.

Le guardie daziarie m’impediscono il passaggio, come sempre lo impediranno a tutti i miei lettori che si recheranno a Cagliari od a Sassari.

Che fare? Bisogna aprir le valigie e le borse per sottoporle all’occhio vigile dei sempre rozzi impiegati del Dazio; i quali, con mano vandalica, getteranno sempre il disordine nella linda biancheria, che vostre madre, vostra sorella, o vostra moglie, hanno messo a posto con tanta cura e precisione, alla vigilia della vostra partenza!

XXVII.

A Cagliari.

Uscito dalla stazione mi diressi alla nostra casa.

Il cuore mi batteva forte; provavo come una inquietudine vaga. Pareami che tutte le forze raccolte lungo il viaggio mi venissero meno coll’avvicinarmi alla famiglia. I miei propositi sfumavano.

La nostra casa d’abitazione era nel _Corso Vittorio Emanuele_, quasi all’imbocco della _Via Sassari_. Arrivato a metà strada gettai una rapida occhiata in avanti, sui nostri balconi. Una donna era alla finestra, guardando verso la mia direzione — la zia Efisia. Quando mi riconobbe, ella si ritirò prestamente.

Provai una viva emozione. La zia era forse corsa ad avvisare mia cugina.

Sudavo freddo.

Messo il piede sul primo gradino, e levati gli occhi in alto, vidi la zia ferma a metà della scala, sul pianerottolo, aspettando che io salissi. Era sola, seria, impaziente.

Che voleva dir ciò? che cosa era accaduto?

La nostra casa è a tre piani. Nel primo, destinato a deposito di mercanzie ed all’ufficio, era pure la mia cameretta da scapolo.

Mia zia, essa stessa, aprì la porta della mia stanza, che dava sulla scala,-e mi spinse dentro dolcemente.

— Fa presto! — disse; e mi venne dietro, dopo aver dato un giro di chiave alla serratura.

Io non avevo ancor fiatato. Non sapevo perchè tante precauzioni e tanto mistero.

— Non ho tempo da perdere — mi disse con voce concitata — taci, ed ascolta. _Ella_ è qui!

— Lo avevo immaginato! — risposi.

— Or bene, ho bisogno della tua prudenza e del tuo precoce criterio.

— Grazie, zia!

— Ieri sono accadute scene spiacevoli in famiglia. La zia Antonica, entusiasta sempre di te, e attaccata più che mai ai ricordi della buon’anima di tuo padre, è sempre ferma nel proposito di tradurre in atto l’antico suo progetto. In fin di cena ella chiese di te, e mise in campo addirittura la questione. Avvenne allora una scena inaspettata, che gettò lo scompiglio in famiglia. La Mariannina ruppe in singhiozzi. Inutile ora dirti le smanie della madre, le meraviglie del papà e le inquietudini dello zio. Sappi solo, in conclusione, che la fanciulla ha protestato, dicendo che ti avrebbe sempre voluto bene come cugino, ma non mai come marito. Disse che non sentiva alcun affetto per te — e finì per inginocchiarsi, supplicando i genitori perchè non violentassero il suo cuore.

— Davvero?!

— Non interrompermi — ho bisogno di metterti a parte di tutto per regolarti; ed è perciò che ho spiato il tuo arrivo, per poterci parlare da solo a sola. Non puoi immaginare il tafferuglio accaduto! Fu sospesa la cena — il papà si alzò indispettito da tavola, e si ritirò; la madre chiamò ingrata la figlia — e tuo zio correva or dall’uno, or dall’altro, per calmare o consolare tutta quella gente. Non capisci? la sorella di tuo padre aveva avuto il grave torto di non preparare abbastanza Mariannina a questo matrimonio. Essa fidava nella propria autorità e nel _buon carattere_ della figliuola. Sai bene com’è stata sempre originale!

— E poi?

— La notte stessa chiamai a parte Mariannina, e cercai di persuaderla che aveva torto. Le dissi che la sua antipatia era infondata, poichè coll’avvicinarti si sarebbe convinta ch’eri un giovane simpatico, elegante e molto buono...

— Grazie, zia!

— La ragazza però smaniava, voleva dirmi qualche cosa, ma non osava. Finalmente, dopo le mie vive insistenze, ella mi confidò che amava un altro — un bel giovine che aveva conosciuto a Genova. Anzi, mi pregò caldamente d’interporre i miei uffici per aiutarla a convincere la madre perchè desistesse dall’insensato proposito.

Io credeva di sognare. Mentre la zia Efisia parlava, ero rimasto colla bocca e cogli occhi spalancati, cercando di raccapezzare le mie idee.

Appena mi accorsi che la zia aveva finito, non feci altro che gettarmele al collo, stringerla fra le braccia, e nascondere la mia faccia sulla sua spalla.

— Via... coraggio, nipote mio! — esclamò la zia con voce affannosa — sii uomo; frena il tuo dolore, e non abbandonarti così alla disperazione. Non mancano donne, assai migliori di quella smorfiosa!

Mi svincolai dall’amplesso, e dissi alla zia:

— Ma che dolore! che disperazione! Voi mi avete reso felice togliendomi dallo stomaco il peso di una moglie, che io sopporto da oltre venti anni!

Questa volta toccò alla zia lo aprir gli occhi e la bocca. La poveretta non capiva proprio nulla, o forse temeva che io fossi per dar di volta al cervello. E continuai:

— Ma no! ma no! rassicuratevi. Io non ho mai pensato a quell’antipaticona; anzi vorrei sapere, da una volta, perchè ci vogliano imporre la camicia di forza del matrimonio!

— Perchè la zia ha giurato sull’ombra di tuo padre di unirvi in matrimonio; anzi ha confermato il suo giuramento dinanzi alla Madonna di Montenero, dove è andata più volte in pellegrinaggio.

— Già... capisco: come nella _Celeste_ di Leopoldo Marenco. Ma la zia, nel suo entusiasmo religioso, poteva ben limitarsi a votare la roba propria — la figlia — senza compromettere me per far piacere a Dio!

— Prudenza, o Cecchino, e lascia fare a me. Adesso va a fare un po’ di _toelett_a, poi vieni da me, perchè voglio presentarti io stessa a’ tuoi parenti. Bisogna fare in modo di non compromettere la pace e la tranquillità di tutta la famiglia. Per ora non dirò loro nulla della tua venuta; altrimenti la tua eccessiva freddezza darebbe campo a sospetti e a dicerie. Voglio presentarti io.

E la zia mi lasciò solo nella mia camera per salire in fretta al secondo piano.

XXVIII.

Le due fidanzate.

Le parole di mia zia avevano destato una gioia improvvisa nel mio cuore. Ma questa gioia era proprio giustificata? — La mia condizione non aveva subìto cambiamento alcuno. Sciolto dal vincolo di un matrimonio abborrito, restavami di poterne contrarre un altro sì a lungo vagheggiato. Lo avrei potuto? In un momento d’allucinazione avevo sperato che colla rinunzia di Mariannina sarebbe stata appianata ogni difficoltà — ma m’ingannavo. E Annetta?

Ridivenni mesto, taciturno, sconfortato; e presi la ferma risoluzione d’incominciare dal domani le ricerche della mia adorabile fanciulla. Mi sarei presentato a’ suoi parenti; mi sarei fatto conoscere, e avrei mandato addirittura mio zio a chiedere la mano di Annetta.

Fatta un po’ di _toeletta_, mi accinsi a presentarmi a’ miei parenti, per dare loro il buon arrivo.

Il piano da me stabilito fu quello di presentarmi serio, accigliato, come uomo freddo ad ogni sorriso di donna. Il mio broncio sarebbe stato un buon preludio per la ragazza; — il mio contegno glaciale sarebbe stata una eloquente dichiarazione per i genitori di mia cugina.

Trovai la zia Efisia in anticamera. La famiglia di Mariannina era raccolta in quel momento nel salotto. Per recarmi da loro io doveva attraversare una cameretta che un tempo mi serviva di studio e che era stata trasformata provvisoriamente nella camera da letto della antipatica cugina.

Mia zia camminava innanzi; io la seguiva, colle braccia penzoloni, riandando nella mente il discorso preparato per la circostanza, del quale non ricordavo più una parola.

Entrata nella camera, mia zia si fermò di colpo. Io levai gli occhi per conoscere la causa della sua immobilità. Una fanciulla era in un angolo di quella stanza.

Sentii tremare le mie gambe — il cuore mi batteva con violenza.

Mi avanzai verso di lei colla testa bassa e coi passi di un condannato a morte.

Mia cugina aveva indosso una vestaglia color d’albicocco, che le si attagliava a meraviglia.

Era in piedi, vicina ad un tavolo rotondo.

Al vedermi, chinò prestamente la testa sul petto, si cuoprì gli occhi con una mano, e appoggiò l’altra al tavolino

Rimanemmo alcuni minuti senza poter articolar sillaba. Mi voltai a guardare mia zia, come per domandarle consiglio; e mia zia, con un movimento di testa, mi eccitò a farmi coraggio.

Fui primo a prendere la parola:

— Vi dò la ben venuta. Vi rivedo con molto piacere!

La fanciulla, quasi scossa da una molla, tolse la mano dal volto, e con voce tremante esclamò vivamente:

— Che venite a far qui? Allontanatevi, signore; non cimentate più oltre la mia costanza! Voi solo siete causa d’ogni mia sventura!

La zia afferrò la fanciulla per una mano, e le disse con acerbo rimprovero:

— Mi avevi pur promesso di tenere tutt’altro linguaggio con lui!

Ed io allora con vivacità:

— Signorina, voi qui? è il cielo che vi manda. Sappiate che vi amo sempre, e che farò di tutto per strapparvi ai vostri genitori ed all’uomo che dice di amarvi!

E la zia Efisia, a me rivolta, disse con amaro risentimento:

— Non era questo il discorso che avevi promesso di tenere con lei!... Mi dispiace il tuo linguaggio sarcastico!

Vi furono alcuni minuti di silenzio. La zia Efisia guardava or l’uno or l’altra, nè sapeva a che pensare. Alfine, cambiando tono, esclamò con dolcezza affettuosa:

— Ma via, Cecchino! — via, Mariannina! non fate scene. Fra cugini ciò sarebbe uno scandalo, una vergogna!

Ci guardammo l’un l’altra, come due forsennati.

— Tu... mia cugina?

— Tu... mio cugino?

Mandammo dal petto due gridi di gioia; e, senza badare a convenienze di sorta, gettai addirittura le braccia al collo di Annetta e scoccai due sonori baci sulla sua guancia, nel momento appunto che tutta la famiglia, spaventata da quelle grida, era accorsa in camera per conoscerne la causa.

Appena mi vide, la madre corse alla figlia, e la strappò a viva forza dal mio amplesso troppo drammatico.

— Infame! — esclamò a me rivolta — io lo prevedeva; ma non vi avrei creduto mai capace di tanta vigliaccheria!

— Sorella! — gridò allora mio zio, rivolto alla vecchia — voi trascendete; ed oramai devo dichiararvi che le vostre originalità cominciano ad essere intollerabili. Cecchino è incapace di un’azione disonesta!

— Come?... lui Cecchino?

— E chi altri dunque?

— Il nostro compagno di viaggio!?

— Precisamente — esclamai io.

— Proprio lui! — soggiunse Annetta...

— Ora capisco tutto! — disse il papà.

— Ed io invece non capisco niente! — conchiuse mio zio rivolgendosi alla zia Efisia, la quale alzò le spalle e allungò il labbro inferiore per dire che capiva meno di tutti.

Risparmio al lettore tutte le spiegazioni che vennero in seguito. Fu lo scioglimento di una vera farsa. Io era fuori di me; e, per tutto quel giorno, mi credetti in preda ad una crudele allucinazione.

Io aveva ritrovato la mia adorata Annetta fra le braccia della mia antipatica Mariannina. Per una strana combinazione, la mia felicità era andata a nascondersi in seno ad una sventura.

* * *

Alle ore dieci di quella stessa sera, ebbro di gioia, m’incamminavo frettoloso verso la piazzetta San Carlo, e precisamente all’intermittente caffè di _Vincenziello_, per cercarvi una persona a cui avevo dato un appuntamento.

Come il lettore avrà immaginato, era costui il giovine tenente, mio compagno di viaggio da Oristano a Decimomannu.

— Signore — gli dissi — fedele alla mia promessa, eccomi a voi.

— Che volete da me?

— Vengo... a domandarvi scusa!

— Scusa?!

— Sì, o signore, scusa: poichè un gentiluomo non deve mai vergognarsi d’aver torto.

— Non v’intendo.

— Ieri non mi avete calunniato, ma diceste la pura verità. Vi partecipo che realmente io era il fidanzato di quella bella fanciulla che viaggiava con noi.

— E perchè non lo avete confessato ieri?

— Perchè non lo sapevo.

— Scherzate?

— Non scherzo; vi dirò tutto un’altra volta. E giacchè una soddisfazione è per voi necessaria, io v’invito ad un duello. Volete voi essere uno dei testimoni della mia felicità coniugale?

Il giovane tenente cominciò a comprendere; sorrise, mi stese la mano, e rispose:

— Accetto!...-e con piacere!

XXIX.

Gli Sponsali.

— Come ti sei fatta bella, Mariannina!

— Come ti sei fatto gentile, Cecchino!

Così esclamavamo l’indomani, io e mia cugina, tutti e due soli, guardandoci negli occhi, e seduti sul divano del salotto.

— E dire — le dicevo — che io ti amavo alla follia perchè ti odiavo tanto!

— E dire — soggiungeva essa — che, corrispondendo al tuo amore, io non aveva altro scopo che quello di fuggirti.

E quante belle cose ricordammo quella sera, rifacendo col pensiero il viaggio da Sassari a Cagliari, ma senza ansie, senza scosse e senza i fischi della vaporiera!

Era una felicità insperata, alla quale non ci eravamo ancora abituati — tanto ci pareva un sogno!

Non volli frapporre indugio alle nozze. Temevo che qualche nuovo incidente dovesse portarmi via il mio tesoretto.

I miei conti erano fatti a rigore. Quindici giorni erano sufficienti per sbrigare le pratiche necessarie, volute dai codici civile ed ecclesiastico. Io aveva deciso di sposare nello stesso mese di luglio; anche a costo di fare a meno di una _pubblicazione_, chiedendone il permesso al Procuratore del re.

— Nipote caro — mi diceva la zia suocera — perchè non aspettare al mese di agosto?

— Suocera mia, ho troppa fretta — io rispondeva — non voglio urtare col proverbio che dice:

Chi maritasi d’agosto Molto fumo e poco arrosto.

Ero fuori di me dalla gioia; e pregai lo zio ad accordarmi un mese di licenza, perchè temevo di compromettere i nostri affari commerciali.