Da Sassari a Cagliari e viceversa
Part 8
— Sanluri? sfido io! — era la frontiera fra gli stati di Arborea e quelli di Cagliari. — Vede lei, in mezzo al paese, quel castello con quattro torricelle? Là dentro, nell’ottobre del 1358, fu trattata la pace tra gli aragonesi e il Giudice di Arborea. Quei campi, oggi così ricchi di grano, furono teatro delle glorie della più grande fra le donne sarde: di Eleonora d’Arborea. A capo delle sue schiere, e colla spada in pugno, la valorosa guerriera sconfisse la potente armata del re d’Aragona.
— Sanluri è una vera terra di battaglie! — soggiunse l’ufficiale, il quale sentiva anche lui il bisogno di prender parte alla conversazione, per dimenticare lo sgradevole alterco, di cui involontariamente era stato causa. E il maestro subito — come temendo gli volessero togliere il pane di bocca, — riprese la parola:
— E non basta! Un’altra sanguinosa battaglia si combattè in questi stessi campi, mezzo secolo dopo, e precisamente nel 1409. Questa volta, però, essa fu sfavorevole alle armi sarde. Il Visconte di Narbona e Brancaleone furono messi in rotta da Martino re di Sicilia, venuto per combattere in questo paese. Gli aragonesi passarono a fil di spada, non solo la guarnigione sarda, ma anche gli abitanti di Sanluri. Vedete bene che questo modesto paese, dal lato storico, è il più importante di quanti se ne trovano lungo la linea da Cagliari a Sassari!
— E il re Martino tornò subito in Sicilia? — domandò il vecchio.
— Oh, no! — egli pagò assai caro il suo trionfo. Morì qui a Sanluri, pochi giorni dopo la sua vittoria.
— Fu ucciso?
— No — morì per le sue dissolutezze... per eccessi d’intemperanza.
— Il vino sardo, forse...? o le febbri malariche?
— Nè l’uno, nè le altre... cioè, sì... anzi, no... mi spiego...
Il maestro, tutto impacciato, si rivolse al vecchio, e fece un gesto, accennando cogli occhi verso Annetta, come per dire che dinanzi a lei non poteva chiaramente spiegarsi.
— Ecco... morì... perchè amò troppo — «La _Bella di Sanluri_ — scrive il canonico Spano — seppe con altre armi prender vendetta delle sciagure de’ suoi patriotti.» — Questo re — conchiuse il maestro — è seppellito nella cattedrale di Cagliari, dove ammirasi un bel monumento.
— E di quali armi si valse questa _Bella_? — tornò a domandare il vecchio, che non sapeva spiegarsi il mistero.
— Delle armi dell’amore! — mormorò al suo orecchio il maestro — Avete capito, adesso?
Il vecchio disse col capo di sì, ma invece non aveva capito proprio niente.
XXIII.
Da Sanluri a Villasor.
Colle braccia distese, e la mano destra sovrapposta alla sinistra, Annetta era seduta di fronte alla madre; e rispondeva a stento alle parole che di tanto in tanto costei le rivolgeva.
La campagna non aveva più attrattive per lei; essa la guardava di rado, e con occhio stanco. Pareva indifferente a quanto accadeva, o si diceva, intorno a lei.
Qual differenza fra l’Annetta graziosa, ridente ed espansiva, colla quale io aveva viaggiato da Ploaghe a Bauladu — e l’Annetta che mi stava dinanzi, pallida, silenziosa, melanconica!
La nostra commedia si avvicinava allo scioglimento: una speranza svanita, un doloroso ricordo... e null’altro!
E ugualmente penosi erano i pensieri che in quel momento attraversavano la mia mente. Il mio viaggio volgeva al suo termine. Ancora un’ora, e tutto sarebbe stato finito. All’indomani, l’obblìo avrebbe gettato il suo velo su quel viaggio — su quell’avventura! Poche ore ancora... e più non si sarebbe parlato del nostro incontro.
Ed io pensai a’ miei casi: — al mio ritorno a Cagliari; alle premure di mio zio che avrebbe continuato a parlarmi del prossimo arrivo di mia cugina; che mi avrebbe pregato di portarmi ogni domenica alla darsena, per ricevere degnamente la mia fidanzata in erba.
Mia cugina?! — E per fuggire a questo brutto pensiero io teneva gli occhi fissi su lei — su Annetta, così bella, così ingenua, così melanconica: su Annetta che scherzava distratta col suo ventaglio, o col suo braccialetto, pensando forse a me — forse pensando a _lui_: al suo fiorentino!
E facevo i confronti:
— Qual differenza tra questa fanciulla tutt’affetto e tutta gentilezza, e mia cugina così sgarbata, così rozza, così velenosa! — Qual differenza tra il nome poetico d’_Annetta_, e quello prosaico di _Mariannina_, già pregiudicato da una canzonaccia volgare! — Annetta simpatica, coi capelli a riccioli cadenti sopra un collo ed una fronte di alabastro! — e Mariannina brutta, colla fronte bassa e pelosa, col collo nero e col colorito verdone! — Mio suocero, un grasso genovese, sbarbato come un galeotto e avaro come un Arpagone — e il padre d’Annetta, un buon piemontese, di modi distinti e di figura diplomatica! — Vedevo Mariannina, che faceva in casa i tagliarini alla genovese; e Annetta, tutta elegante, che ricamava al telaio le mie pantofole!
Erano confronti orribili. Più mi avvicinavo a Cagliari, e più mi allontanavo da’ miei cari sogni. Un perfido destino mi spingeva inesorabilmente verso la più crudele delle realtà!
* * *
In preda a queste riflessioni, non so quanto tempo io rimanessi. Ero desto — eppure sognavo. Mi sentivo cullato in seno alle più lusinghiere visioni. Parevami che mille fate, avvolte in una nube d’oro, mi danzassero intorno; vestivano tutte di smaglianti colori, ma avevano le stesse sembianze, le stesse movenze, lo stesso suono di voce — le sembianze e la voce di Annetta.
Ero in uno stato di dormiveglia: in preda a quella spossatezza fisica e morale, nata dallo sconforto, dopo una lotta disperata fra il cuore e la ragione, fra i sogni e la realtà. Sentivo — ma non intendevo. Mi arrivava all’orecchio come un mormorio indistinto: come il susurro del mare lontano: — era il brontolio della vaporiera, lo stridore del treno e le ciarle del maestro, fusi insieme.
D’improvviso sparvero le fate, cessò il rumore — e mi destai.
Il treno si era fermato; ed una guardia urlava con voce rauca:
— Villasor! — Villasor! — Chi scende a Villasor!
— Villasor?! — esclamai atterrito; e piansi quasi di rabbia, accusandomi come il carnefice della mia felicità. Io aveva rubato trenta minuti al tempo — già troppo breve.
Eravamo a Villasor. Io dunque, senza avvedermene, avevo oltrepassate le stazioni di Samassi e di Serramanna.
_Samassi_ è distante dalla linea poco meno di due chilometri, e i suoi abitanti sono tessitori di tela, di stuoie e di canestri. Nella chiesa di S. Agostino è un antico mausoleo di mediocre scultura, il quale racchiude le ossa del marchese don Emanuele di Castelvy, morto nel 1555. Il villaggio è in fama per l’ottimo vino _nasco_, che vuolsi un affine dello _xeres_.
_Serramanna_ è un pittoresco villaggio in mezzo al verde della campagna. Esso vanta le più grosse angurie e il più alto campanile della Sardegna. Le angurie le ho mangiate io, più volte — il campanile lo ha misurato l’archeologo Spano, che di esso volle scrivere.
L’orizzonte, durante l’ultimo tronco di strada percorsa, non ha variato.
A destra, fra Villacidro e Villermosa, abbiamo un assortimento di creste d’ogni forma e d’ogni colore, fra le quali si distinguono quelle del monte _Margiani_, di monte _Linas_, di monte _Anzeddu_, e del _Cucurone_, dominate sovranamente dai monti del _Marganai_.
A sinistra abbiamo altre montagne, ma di meno importanza; fra le quali il monte _Mannu_ verso Serrenti, e il monte _Oladini_ verso Monastir.
Da Bauladu fino a Cagliari, per la lunghezza di oltre cento chilometri, la strada è tutta piana; può dirsi costrutta dalla natura. Pare che tutti i monti, per quell’immenso spazio, abbiano voluto dar luogo alla strada, schierandosi da una parte e dall’altra, — come volendo formare un argine alla serie di Campidani, che, da Milis a Decimo, si succedono senza interruzione.
_Villasor_ (lontano pur esso dalla stazione un mezzo chilometro) è un grosso villaggio, che pare fosse abitato dagli antichi romani — a giudicare dai frammenti di colonne, capitelli e iscrizioni che vi si trovano. Il suo palazzo feudale fu un antico castello fondato nel 1415. Oggi Villasor è un luogo di villeggiatura per i cagliaritani, e dicesi venga scelto per quartiere generale nel tempo dell’elezioni politiche e amministrative.
Dopo una fermata di uno o due minuti, il nostro treno continuò la sua strada.
XXIV.
Da Villasor a Decimo.
Si verifica nei viaggiatori, ciò che si verifica nel treno quando esce da una stazione per recarsi in un’altra.
Nel partire la macchina si muove lentamente, poi a mano a mano affretta, corre, vola — per poi frenarsi di nuovo, rallentare pian piano, e nuovamente fermarsi alla stazione di arrivo.
I viaggiatori, ancor essi, alla partenza non fiatano; sono gravi, abbottonati, immobili, taciturni. Dopo un’ora si stabilisce la corrente elettrica; essi cominciano con qualche parola, poi conversano, ciarlano, e discutono vivamente; fino a che, mezz’ora prima di arrivare a destinazione, sentono la stanchezza del viaggio, sbadigliano, si annoiano, e finiscono quasi per non guardarsi in faccia.
E così accadde nel nostro scompartimento. Mentre un’ora prima le nostre grida avrebbero assordato un reggimento, nel tragitto di tredici minuti (da Villasor a Decimomannu) si sarebbe sentita volare una mosca.
Il vecchio, muto, leggiucchiava per la centesima volta un _Capitan Fracassa_ che doveva saper a memoria; — il prete, col capo chino sul petto, quasi sonnacchioso; — l’ufficiale, colle due mani appoggiate all’elsa della sciabola, socchiudeva gli occhi; — il rigattiere, con una gamba sull’altra, passando in rassegna con aria distratta tutte le valigie che aveva di fronte; la vecchia, riflessiva, guardando sempre la figlia, che non distoglieva gli occhi dal suo ventaglio; e finalmente il maestro di scuola, l’eterno parlatore, che aveva chiuso le labbra ad un silenzio sepolcrale.
Maledissi mille volte quella madre spietata che era riuscita a strapparmi dalla cara fanciulla, la cui vicinanza mi era stata di conforto.
La noia che ciascuno risentiva era tradita dagli orologi, i quali con frequenza uscivano dalle tasche del _gilè_ per essere consultati. — Io solo avevo paura d’interrogare la mia macchinetta. A che pro? Mi trovavo in condizione eccezionale; mentre per gli altri il tempo era lento, per me invece fuggiva — fuggiva rapidamente! E avessi potuto prolungarlo! anche a costo di accrescere il martirio che io subiva da oltre sei ore!
* * *
Eravamo distanti parecchi chilometri da Decimo, quando nella lontana pianura, a destra, noi vedemmo un lungo e nero serpente avanzarsi silenzioso, ma con tutta fretta, verso il punto a cui eravamo diretti. Pareva volesse sopraffarci nella corsa; e con un sibilo prolungato, a cui rispose la nostra vaporiera, manifestò la rabbia d’una sconfitta. Era il treno d’Iglesias, che quel giorno arrivava in ritardo di dieci minuti.
Eravamo arrivati alla stazione di _Decimomannu_.
Approfittando del ritardo del convoglio di Iglesias, scesi dal treno e mi diressi all’ufficio per parlare col capo stazione, un mio amico, al quale dovevo dare diverse incombenze per il nostro agente commerciale di Decimo.
Non avevo fatto dieci passi, che vidi venirmi incontro l’agente in persona.
— Oh bravo! — mi disse — Hai voluto risparmiarmi la fatica di passare in rivista tutti i vagoni, per trovarti.
— Che c’è di nuovo?
— C’è di nuovo, che tu devi ritirare le tue valigie dal treno per fermarti qui, uno o due giorni.
— Scherzi?! — esclamai un po' inquieto — Cos’è successo?
— All’indomani della fuga del signor Varetti sono sorte contestazioni a proposito dei magazzini del grano; motivo per cui si rendeva indispensabile la vostra presenza. Tuo zio giunse qui ieri, in tempo per salvare il vostro credito; dovette però ripartire stamane col treno delle 9,27; e mi ordinò di tenermi qui pronto al passaggio del convoglio, per raccomandarti di terminare le pratiche da lui iniziate.
Rimasi di sasso. Risparmio ai lettori la storiella del Varetti; sappiate solo che trattavasi di un fallimento, nel quale la nostra casa era esposta per 15.000 lire.
Il destino aveva proprio congiurato contro di me. Che fare? Non ebbi che il tempo di correre al treno per ritirare la valigietta e la borsa.
Inutile dirvi con qual cuore misi il piede là dentro!
— Come! non era diretto per Cagliari? — mi domandò il rigattiere.
— Sì; ma devo fermarmi a Decimo, per un giorno.
Guardai Annetta, la quale, a queste mie parole, non potè celare il turbamento. I suoi occhi si fissarono ne’ miei con un’espressione di dolore; volendo quasi domandarmi perdono per avermi trattato così freddamente durante le ultime due ore.
La mia valigia e gli altri miei effetti da viaggio erano sul porta-bagagli, dalla parte di Annetta; e mi accinsi a toglierli, dando le spalle alla vecchia.
Mentre consegnavo ad uno ad uno i bagagli ad un giovanotto della ferrovia, colsi il momento in cui la madre parlava col rigattiere, per susurrare all’orecchio di Annetta:
— Si ricordi sempre di me!
— E lei preghi ch’io sia felice! — mormorò sommessamente quella cara fanciulla, con voce tremante per l’emozione.
Salutai intanto i miei compagni di viaggio; strinsi la mano al maestro di scuola; e passando, nell’uscire, dinanzi all’ufficiale, gli dissi piano e presto:
— Domani sera, alle ore 10, al caffè di _Vincenziello_, nel Corso Vittorio Emanuele.
— Ci sarò! — mi rispose il giovane tenente.
E saltai a terra, nel momento in cui la guardia gridava:
— Partenza per la linea di Cagliari!
* * *
Pochi minuti dopo il treno usciva dalla stazione di Decimo, lasciando dietro di sè una lunga striscia di fumo; — ed io rimasi là una mezz’ora, immobile, colle lagrime agli occhi, accompagnandolo con lo sguardo.
Avevo come un nodo alla gola, e sentivo nel cuore come una stretta dolorosa. Parevami che quel treno mi portasse via qualche cosa troppo cara — una parte di me stesso.
E sarei rimasto là fermo, Dio sa per quanto tempo, se il nostro agente non mi avesse chiamato, battendomi sulla spalla.
Mi volsi a lui, e gli domandai:
— Mio zio, partì richiamato?
— Sì. Ha ricevuto un telegramma di urgenza.
— E venne spontaneamente qui?
— No. Ieri mattina mi recai a Cagliari col treno delle 6,20 per metterlo a parte degli affari; e venimmo insieme a Decimo.
— Sei stato in casa? hai veduto la zia Efisia?
— Sono stato soltanto nel negozio; ma ho veduta tua zia, quando attraversavo il Corso Vittorio Emanuele. Era al balcone insieme ad alcune visite.
— Visite?
— Credo, almeno. Era affacciata con due donne — una vecchia ed una signorina.
Provai come una vertigine.
— Dimmi... era bella quella signorina?
— Strana domanda!
— Rispondimi...
— Se devo dirla... era piuttosto bruttina. Aveva la carnigione un po’ bruna... troppo bruna, forse!
Un dubbio tremendo mi attraversò la mente; ma non volli sapere di più.
— Fammi il piacere — dissi all’Agente — accompagna a casa l’uomo che porta le mie valigie. Io rimango qui, al fresco. Ti raggiungerò.
Mentre il facchino s’incamminava, gli scivolò dalle mani uno degli involti. Il mio pollo freddo, nudo, stecchito, giaceva al suolo, immerso nella polvere.
L’agente lo prese per le due gambe e lo levò in alto.
— Che cos’è questo?
— Una gallina di Sorso...
— Ancora intatta?
— Non avevo appetito.
— Povera vergine! — esclamò l’agente — Sembra Frine dinanzi a’ suoi giudici!
L’agente e il facchino si diressero a Decimo. Poco dopo fui chiamato dal Capo Stazione.
— Un telegramma.
— Diggià?
Ne ruppi la busta con un tremito nervoso, e gettai un’occhiata alla firma: — era della zia Efisia. Ve lo trascrivo:
CECCHINO BIANCHI
_Decimomannu (fermo stazione)_
«Sbriga affare. Non prolungare assenza.
«Vieni domani. Sei aspettato.
EFISIA.»
— _Aspettato?!_ — ripetei con un grido; e mi appoggiai ad una pianta, temendo di cadere. Chi poteva aspettarmi? Non vi era più dubbio — Mariannina era arrivata a Cagliari. Ma perchè non dirmelo chiaro? — Maledissi l’economia inesorabile della zia Efisia; la quale non volle mai fare un telegramma più lungo di 15 parole.
Tutte le disgrazie, tutte le combinazioni, in quella giornata, congiurarono contro di me. Non poteva essere un inganno. Era il 3 luglio, in domenica — giorno d’arrivo del piroscafo _diretto_ da Genova a Cagliari. Mia cugina, dunque, era arrivata alle otto di mattina — e da undici ore mi aspettava!
In preda ad un’angoscia indicibile, guardai ancora lontano lontano, cercando avidamente quel treno che fuggiva, portando seco la mia Annetta. — Esso era sparito.
Rilessi ancora una volta il telegramma che mi parlava di Mariannina.
— Ecco la vita: chi arriva, e chi parte. L’una che va — l’altra che viene. Un malanno che nasce — una speranza che muore!
XXV.
A Decimomannu.
Non posso descrivere le ore angosciose che passai a Decimo.
Stetti alla stazione, passeggiando da un capo all’altro, fino alle nove.
Decimomannu è uno dei più importanti paesi meridionali. È anch’esso in mezzo al verde d’una rigogliosa alberatura e attorniato da campi ameni e fertilissimi. Per le sue campagne sono sparsi gli ulivi, i mandorli, i melograni, ed alti pioppi che rompono di tanto in tanto un pittoresco orizzonte, arginato dalle severe montagne minerarie d’Iglesias.
Una delle cose speciali e notevoli di Decimo sono gli immensi filari di ulivi che cingono i verdi campi, facendo le veci delle chiusure di fichi d’India. Gli ulivi di Decimo hanno un tipo ben diverso degli ulivi del capo settentrionale. Questi sono più asciutti, coi grigi tronchi angolosi, colle foglie più rare e di un verde pallido; quelli di Decimo sono più frondosi, di un verde carico, e coi tronchi bruni e di forme più regolari.
Strano il lusso di quelle siepi! — più strana la storia della loro origine!
Sapete voi a chi si deve quel miracolo? Sapete voi chi piantò quegli ulivi così ordinati?
— Gli uccelli.
Dicesi che anticamente quei terreni fossero chiusi colle solite siepi di fichi d’India. I tordi ed i merli, che rubavano le ulive dai paesi lontani, si portavano a volo sulle siepi di Decimo, per mangiarle con comodo. I noccioli cadevano a terra, e germogliavano. Così sorsero i filari di olivastro; il quale si cambiò in buon olivo, quando più tardi gli agricoltori lo innestarono.
È questa la storiella che mi fu narrata in viaggio da persone autorevoli e degne di tutta fede; alle quali pertanto lascio tutta la responsabilità della leggenda. Certamente questi fatti saranno accaduti un mezzo secolo prima di Cristo; cioè, al tempo dei Cartaginesi. Ma se volete il mio parere, vi dirò: che è meglio dubitare dei merli di Decimo, che diventar merli col credere ad essi!
Decimo ha acquistato molta importanza colla ferrovia; poichè la sua stazione è quasi centro di tre linee: quella di Cagliari, d’Iglesias e di Sassari. Questo paese, fra gli altri pregi, ha quello di fabbricare e provvedere stoviglie per la festa del Carmine, che ha luogo in Cagliari; di più chiama i cagliaritani e gli abitanti dei paesi circonvicini alla festa di _Santa Greca_, che vi ricorre due volte l’anno.
* * *
Erano le otto di sera. Il sole era già calato dietro le montagne; e la campagna, muta e silenziosa, pareva già sentisse la stanchezza e il bisogno di riposarsi. Dovendo essa levarsi per tempo, era ben giusto che per tempo andasse a letto.
I monti lontani d’Iglesias diventavano sempre più cupi; le sue tinte rosee si eran fatte violacee, poi azzurre, poi color grigio ferro.
Le ombre della notte, che destano i più soavi profumi dal calice dei fiori, destano pure le più care memorie nel nostro cuore.
Tutte le peripezie di quel viaggio avventuroso, tutte le parole d’Annetta, tornarono alla mia mente ad una ad una, per scendere a carezzarmi il cuore.
Ripensai a quell’affetto nato in poche ore, e diggià fatto così gigante; ripensai a quegli sguardi, a quei sorrisi fugaci, il cui effetto sentivo ancora nell’anima; e cogli occhi sempre rivolti all’orizzonte, per dove era sparito il treno, io domandava a me stesso se erano stati sogni o realtà gli avvenimenti di quella memorabile giornata.
— Preghi ch’io sia felice!
Erano queste le ultime sue parole; quelle che io ripeteva a me stesso con più frequenza — quelle che aprivano il mio cuore ad una speranza — e quelle che mi scoraggiavano maggiormente.
L’ora mesta — lo sconforto che io provava — la speranza che mi sfuggiva — la cugina che a me ritornava — quella sosta a Decimo, e il telegramma della zia, tutto ciò mi gettava in un abbattimento, che mi faceva dubitare della buona riuscita della pratica commerciale ch’io doveva condurre a termine.
A me dinanzi avevo una bella distesa di ulivi — più in là una lunga schiera di alberi d’alto fusto, formanti un boschetto isolato — più lontano le nere creste dei monti d’Iglesias, e a destra alcuni monticelli aguzzi, in forma di cono. Non ebbi tempo nè agio di pensare al Conte Ugolino della Gherardesca, l’antico signore delle terre iglesiensi.
L’ora era tarda, e mi diressi verso il paese, alla casa dell’amico agente; dove ero solito prendere alloggio, quando i nostri affari richiedevano la mia presenza a Decimo.
Non mi riuscì di chiudere occhio in tutta la notte. Sotto il brulichìo dei pensieri che s’alternavano nel mio cervello, mi dibattevo sul letto, ora da un fianco, ora dall’altro.
Una mezza dozzina di zanzare intonavano al mio orecchio una acutissima fantasia per violino, la quale però non riusciva a soffocare le parole d’Annetta: « — preghi ch’io sia felice!»
Avrei riveduta, in Cagliari, la mia Annetta? Quanto tempo sarebbe rimasta in quella città? Il padre era un alto funzionario traslocato, od un ingegnere di passaggio?
Ecco ciò ch’io non sapeva ancora — ciò che non ebbi coraggio di domandare, e ciò di cui mi pentivo di non aver domandato.
E la fatalità dell’arrivo di Mariannina? — questo contrattempo contribuiva a rendermi inquieto, ma forse era il meno che mi preoccupava. Alla fin fine io non era vincolato ad alcuno; e, quando lo avessi voluto, non avevo che a pronunciare una sola parola per mandare a monte un matrimonio impossibile.
Una sola conseguenza io doveva affrontare — lo sdegno dei parenti, a cui ero debitore della mia educazione, del benessere presente e di quello avvenire. — Ma dovevo io, per non essere un ingrato, sacrificare il mio cuore? Chi avrebbe maggiormente meritato il biasimo del mondo? Io che diventavo un ingrato, disubbidendo ai parenti — o i miei parenti che vendevano un benefizio a prezzo della mia infelicità?
— Mariannina è arrivata? tanto meglio!! — esclamai con risoluzione. — Bisogna che cessi da una buona volta questo stato di cose!
E credendo, con ciò, di aver chiusa ogni discussione con me medesimo, spensi il lume e procurai di conciliare un po’ di sonno.
* * *
Poco importerà al lettore di conoscere le pratiche fatte per ricuperare il nostro credito di lire 15.000. Dirò solo, che coll’aiuto dell’amico agente, a cui mi raccomandai caldamente, condussi le cose a buon fine; tanto che alle cinque di sera del giorno susseguente io mi trovava in piena libertà.
Alle sei ero già pronto alla stazione di Decimo, in attesa del treno proveniente da Sassari, che doveva ricondurmi a Cagliari.
XXVI.
Da Decimo a Cagliari.
Alle ore sette e dieci minuti del giorno 4 di luglio, lunedì, 1881 — equilibrato dalla mia valigia e dalla mia borsetta — mi cacciai nel primo scompartimento di seconda classe che mi capitò sott’occhio; e, dopo pochi minuti, io era in viaggio per Cagliari.
* * *
Diedi un’occhiata in giro per vedere con chi mi trovavo.
Eravamo pigiati come sardelle; perocchè nella linea ferroviaria da Decimo a Cagliari notasi un maggior movimento che negli altri tronchi dell’isola. Oltre i molti passeggieri della linea d’Iglesias, che si uniscono naturalmente a quelli di Cagliari, esistono a Serramanna, a Decimo ed a Villasor molte campagne appartenenti a proprietari cagliaritani — i quali vi si recano per visitarle, o per passarvi una giornata allegramente.