Da Sassari a Cagliari e viceversa
Part 7
Dalla stazione di Oristano a quella di Marrubiu è il tratto più lungo di strada ferrata. Questa linea, della lunghezza di 18 chilometri, si percorre in mezz’ora, ed è forse la più monotona di tutte, perchè non presenta alcuna varietà.
Sempre attraverso al fichi d’India, si passa vicino a Santa Giusta, villaggio posto a due chilometri da Oristano, vicino allo stagno, e abitato da poche famiglie di pescatori. È solamente menzionato per la sua superba chiesa medioevale, degna di essere visitata.
Di là il treno continua fino a Marrubiu, rasentando in tutta la loro lunghezza gli stagni di Santa Giusta e del Sassu, dopo aver lasciato a sinistra quello di Palmas.
Non potendo parlar di Marrubiu, il maestro di scuola parlò della sua plaga, vinifera per eccellenza; parlò di Terralba e del soppresso vescovado; parlò dello stagno di Marceddì e delle sue famose arselle. Nessuno però gli diede retta.
Il paesaggio è uniforme, monotono.
A destra: sempre quell’acqua morta che si trasforma in una lunga striscia d’argento sotto i raggi di sole che le piovono sopra; — a sinistra: campi aridi e calvi, arginati dalla lunga catena dei monti che da Villermosa si prolungano fin quasi ad Uras: fra i quali, sovrano, erge le sue creste il monte Arci, alto 830 metri. In mezzo ai campi aridi, come oasi nel deserto, fa capolino qualche vigneto dalle viti spesse e verdeggianti.
Quest’immensa distesa di terreni incolti, oggi chiamata _Campo di Sant’Anna_, era un tempo coperta di boschi; ma i Vicerè (furbi!) li distrussero col fuoco, per disperdere i banditi e gli assassini che vi si annidavano. Tant’è, che la smania di atterrare le sarde foreste non è tutta moderna!
Nel tragitto da Oristano a Marrubiu, Annetta mi diresse alcune frasi, che ho sempre scolpite nel cuore, e non dimenticherò mai.
Una volta, mentre guardavamo tacitamente l’ampia distesa dello stagno, quella fanciulla d’improvviso si volse a me, dicendomi:
— Mi assicuri, signore, che io non ho commesso alcun’imprudenza, indegna d’una savia fanciulla. Sarei inconsolabile se avessi mancato, senza volerlo, a quelle convenienze... che non devono ignorarsi da una giovane bennata!
— E perchè questo linguaggio?
— Perchè so d’essere inesperta del mondo; e la coscienza mi rimprovera d’essermi lasciata trascinare a far rivelazioni... ch’io non doveva fare a chi non conosco.
— Dubiterebbe forse di me?
— Non ne dubito; ed è per non averne dubitato che io mi torturo in tal modo. Non se ne offenda, sa? Lei ha già avuto una prova della mia inesperienza; sa già che non so contenermi, e che dimentico facilmente di mettere in pratica gli avvertimenti della mamma e di Suor Maria. Non sono ancora tre mesi che ho lasciato il collegio, e temo di aver commesso molte sciocchezze!
Questo linguaggio mi fece una viva impressione. Annetta era un’ingenua fanciulla che non consultava la ragione, ma lasciavasi guidare unicamente dal cuore. Ed io aveva tanto abusato di quella sua ingenuità.
— Non abbia rimorsi — le risposi — Se qualcuno ha commesso delle sciocchezze durante il viaggio, si persuada che non è lei — sono io.
— Grazie! — mi rispose con tutta serietà; come se fosse bastata la mia asserzione per mettere in pace il suo cuore.
Poco dopo, quasi destandosi di soprassalto da una profonda distrazione, si lasciò sfuggire queste altre parole:
— Senta: io la credo un giovine leale e generoso; voglio perciò sperare che non abuserà delle mie debolezze, nè vorrà far parola ad alcuno di quanto è avvenuto. Guai se il babbo e la mamma potessero sospettare...!
E mentr’io cercavo persuaderla de’ suoi vani scrupoli, ella m’interruppe:
— Un’altra preghiera. Non è vero, signore, che lei non ha una cattiva opinione di me? Non è vero che mi conserverà sempre un po’ di stima?
— Ella mi offende, facendomi tali discorsi. Le ripeto, che l’averla conosciuta formerà sempre l’unica mia gioia, e il più grande de’ miei dolori: — la gioia di averla trovata — il dolore di doverla perdere. Vuole che io ripeta che l’amo troppo, e che il suo amore sarà il sogno di tutta la mia vita?
— Queste cose non si dicono — mi disse Annetta abbassando gli occhi — e lei mi ha promesso di dimenticarle!
— Lei è un angelo; e dovrà perciò perdonare un insensato come sono io. Mi sopporti ancora per due ore: domani non si ricorderà più di me. Chi lo sa? forse non ci rivedremo mai più.
Annetta girò prestamente la testa verso il finestrino; e, accennando lontano lontano, mi disse:
— Guardi laggiù; — com’è bello l’orizzonte!
Ma io non guardavo l’orizzonte; — guardavo gli occhi della mia compagna, su cui vedevo brillare una grossa lagrima, la quale tradiva una pietà gentile.
— Sì, è bello! — risposi — L’azzurra volta par che si curvi per baciare il pallido stagno. Cielo e mare si uniscono — noi invece dobbiamo separarci!
Tacemmo entrambi.
Assorto in un’estasi deliziosa, ero passato dinanzi alla stazione di _Marrubiu_... ma senza vederla.
Neanco Annetta la vide. I suoi occhi erano sempre fissi lontano lontano — nella striscia vaporosa dove si univano il cielo e lo stagno.
Dopo aver percorso altri otto chilometri di strada, ricca di fichi d’India, il treno si era fermato alla stazione di _Uras_.
XIX.
Da Uras a Pabilonis.
Le ultime parole di Annetta mi avevano alleggerito del peso de’ miei peccati. Il mio atto di contrizione mi fruttò addirittura il perdono di ogni colpa.
Il volto di Annetta aveva riacquistato l’abituale serenità. Ella sorrideva graziosamente, rinfrancata dalla mia dichiarazione. Ci eravamo perdonati a vicenda.
Notai in lei un repentino cambiamento; io era riuscito a persuaderla, che la sua soverchia bontà non era così grave come aveva immaginato.
Da quel momento Annetta depose ogni rigore, e mi ridonò l’antica confidenza. Era in lei ritornata la curiosità di voler conoscere le terre ed i paesaggi che passavano dinanzi ai finestrini.
Parlando di cose indifferenti, il nostro animo acquistava più franchezza; nè avevamo più ragione di cercar pretesti e sutterfugi, per nascondere all’occhio vigile e curioso dei compagni di viaggio l’argomento dei nostri discorsi.
Se però avevamo deluso la curiosità dei viaggiatori fino ad Oristano, da Oristano in avanti non ci era riuscito.
Il nostro maestro di scuola, colle sue chiacchiere, non si era mai preoccupato di quanto accadeva a lui d’intorno.
Non fu però così dell’ufficiale; il quale, fin da quando era entrato nel nostro scompartimento, aveva adocchiato Annetta.
Una bella fanciulla, che viaggia con noi, desta sempre un certo interesse, e ferma l’attenzione di un uomo in generale e di un giovine ufficiale in particolare. Senza che io me ne fossi accorto, il tenente aveva seguìto tutti i nostri movimenti; ed aveva facilmente indovinato, che nel mio conversare con Annetta erano quelle certe premure e quelle certe attenzioni che rivelano per lo meno un’intimità più intensa di quella che prescrive la convenienza fra due compagni di viaggio di sesso diverso.
Il treno aveva fretta... e camminava molto!
Dopo Uras, il paesaggio lascia il broncio per sorridere di tanto in tanto. La pianura infatti si riveste qua e là di verzura, e l’occhio trova più facilmente dove riposarsi.
Avevamo percorso circa otto chilometri, quando Annetta mi domandò:
— È un bel villaggio Uras?
— Così così! — Da Oristano fino a Cagliari i villaggi variano ben poco. Sono tutti in perfetta pianura, di color grigio perchè costrutti con _laddiri_, e non offrono nulla di particolare veduti in distanza. Meno Marrubiu e Pabilonis, li troveremo tutti schierati a sinistra. La ferrovia passa loro vicino, nè li sfugge come nel capo settentrionale.
— E le pioggie, e gli straripamenti dei fiumi, non possono danneggiare le costruzioni di fango?
— Qualche volta, sì. — Il villaggio d’Uras, per esempio, che abbiamo or ora lasciato, fu quasi distrutto da un uragano nel 1827. Il Lamarmora, che fu testimonio oculare di questa catastrofe, scrive che ha veduto la maggior parte delle case sciogliersi come zucchero nell’acqua; credo però siavi dell’esagerato nella sua asserzione; poichè l’impasto di quei mattoni, fatto di fango misto a paglia, è molto consistente. Uras rammenta ai sardi una data storica. Fu là che s’impegnò la gran battaglia, nella quale Leonardo Alagon riportò una splendida vittoria sopra gli Aragonesi: — vittoria che quel valoroso dovette amaramente scontare otto anni dopo, colla tremenda disfatta di Macomer, che segnò la sua caduta.
Il maestro di scuola, che sentendo parlare di storia aveva teso le orecchie, soggiunse subito rivolto ad Annetta:
— La battaglia di Uras si combattè nel quattordici aprile del 1470; in essa fu ferito a morte, sul primo combattere, Antonio Dessena Visconte di Sanluri, comandante le armi regie.
* * *
Eravamo a due chilometri da Pabilonis, quando avvenne un incidente che avrebbe potuto avere serie conseguenze.
XX.
Un incidente.
Cogliendo un momento in cui nel vagone si stava silenziosi, il padre di Annetta lasciò sfuggirsi, guardando fuori del finestrino:
— Queste campagne sono un po’ monotone!
Il giovine ufficiale prese allora la parola:
— Sì; non bisogna negare che quasi tutta la strada, da Sassari a Cagliari, presenta ben poca varietà all’occhio del viaggiatore. Nella Liguria, in Toscana, nella Lombardia, nel Piemonte, voi trovate ad ogni passo paesetti, palazzine, bei giardini, che rendono più ameni e meno penosi i viaggi. In Sardegna, all’incontro, si fanno dieci ed anche venti chilometri, attraversando terreni incolti e nude montagne, senza vedere un paesetto, una casetta, e quasi neppure un albero. Bisogna convenire che i viaggi nell’isola sono noiosi, monotoni, eterni!
Fin qui nulla di male, nè di esagerato. Ma il tenente continuò:
— Ai viaggiatori, che si accingono alla traversata dell’isola, non resta che chiudere gli occhi per conciliare il sonno. I soli fortunati, nei nostri viaggi, non sono che i fidanzati, o gli sposi, i quali se ne stanno in un canto, assorti nella luna di miele; non vedono altro che il loro affetto, dimenticando tutte le noie e tutti i paesaggi del mondo!
Pronunciando queste parole il giovine ufficiale si era rivolto a noi due, con un sorriso tra il benevolo e il malizioso, e ci additava a’ suoi compagni di viaggio con una certa compiacenza invidiosa.
Immaginate l’impressione prodotta dalle parole dell’ufficiale sull’animo mio, di Annetta e dei due vecchi!
Rimasi sbalordito, come fulminato; e gettando un’occhiata alla mia compagna, la vidi prima farsi di porpora, poscia impallidire.
Volli aprir bocca per avvertire i presenti dell’inganno, ma mi fu impossibile.
La sola vecchia potè prender la parola in quel silenzio glaciale. Le gettai una rapida occhiata: — era verde!
— Essi non sono sposi, nè fidanzati — disse seccamente rivolta all’ufficiale. — Una è mia figlia — l’altro un viaggiatore qualunque, come siete voi!
— E questi equivoci non accadrebbero mai — aggiunsi allora, non potendo più oltre contenermi — se certi imprudenti, prima di parlare, riflettessero un poco!
— Domando scusa a’ lor signori dell’errore — esclamò l’ufficiale mortificato e confuso; e rivolgendosi ai vecchi ed a me, fingendo non aver udito la mia tirata, soggiunse: — In ogni caso, il mio non sarà stato che un buon augurio per l’uno... e per l’altra.
La presenza di spirito dell’ufficiale non mi appagò. Avevo quasi bisogno d’una provocazione per celare il mio turbamento; perocchè per chi ha torto, uno dei mezzi più sicuri per ottener ragione è quello appunto di riscaldarsi e di inveire contro l’avversario. Io gli risposi con durezza:
— Quando si pronunciano parole che possono offendere l’altrui suscettibilità, il domandar perdono è un voler raddoppiare l’offesa. Ecco che cosa succede quando si vuol far dello spirito in mezzo a gente che non si conosce.
— È forse a me, che il signore vuol indirizzare i suoi sarcasmi?
— Io credo che ci voglia ben poco a indovinarlo! — continuai, sempre più stizzito.
— Signore, come parla?! — esclamò il tenente fulminandomi con un’occhiata. — Ho chiesto scusa di una innocente espressione che non poteva menomamente offendere chicchessia; se poi ella la prende calda, le dirò, senza tanti preamboli, che la sua coscienza non dev’esser troppo tranquilla... di fronte alla signorina!
Annetta allungò la mano, come per toccarmi il braccio, pregandomi di desistere; ma non si accorgeva che questo era appunto il mezzo per farmi andare più in furia. Volevo ad ogni costo trovare un’occasione per provare alla vecchia madre il mio irreprensibile contegno verso la figliuola. Potete immaginare qual fosse il mio sdegno, riconoscendo veritiere la ultime parole dell’ufficiale!
La discussione mi era impossibile. Si rendeva dunque necessaria un’insolenza; e la dissi:
— Quando si ha una spada al fianco, la provocazione diventa spesso necessità!
— Lei m’insulta! — gridò il tenente balzando in piedi, furioso. — Con chi crede di parlare?
— Con lei!! — gridai pure io, alzandomi di colpo.
A quel doppio grido, ed al rumore che fece la sciabola impigliandosi fra le gambe del militare, tanto il prete, quanto il rigattiere, si erano levati in piedi; ma il brusco movimento del treno che correva ci fece perdere l’equilibrio.
Il rigattiere, che si era rivolto a me per mettermi in pace, mi cadde fra le braccia; — il prete che si accingeva a calmare il mio avversario, cadde fra le braccia dell’ufficiale.
Il vecchio e il maestro di scuola non si erano turbati. Il primo raccolse pacatamente la papalina del prete, ed il secondo il berretto del rigattiere, ch’erano caduti ai nostri piedi.
Quando oggi, a sangue freddo, io penso a questa scena, sento il sangue affluirmi al volto. Abbiamo dovuto fare una bella figura, tutti e quattro abbracciati, dentro ad un treno che correva velocemente!
— Lasci andare, via! — mi diceva il rigattiere, in dialetto cagliaritano. — Sono cose da nulla; fu un equivoco innocente; una malintesa. Non è poi un insulto augurarle una sposina! Abbiano almeno riguardo alle signore qui presenti, che sono ancora spaventate!
E il prete gridava, rivolto a me e all’ufficiale:
— Se vogliono sbudellarsi sono padroni di farlo, ma vadano in piazza! — Vergogna! — Abbiano almeno un po’ di educazione; e non disturbino nel loro viaggio chi ha pagato buoni quattrini per accudire comodamente alle proprie faccende!
E così dicendo il prete, tutto rosso, tornò a sedere, calcando con forza fino alle orecchie la papalina nera.
Le parole del reverendo fecero su di noi l’effetto di un secchio d’acqua fresca. E difatti furono una buona lavata di testa.
— Ci rivedremo! — mi disse l’ufficiale all’orecchio; e sedette.
— Quando vuole! — borbottai: e sedetti anch’io.
Nello stesso tempo, una voce sonora gridava:
— Pabilonis! — Pabilonis! — Chi scende a Pabilonis!
— Che vuol dire? — domandò il vecchio al maestro di scuola.
— Vuol dire che siamo arrivati alla stazione di _Pabilonis_ — rispose il maestro.
— E cos’è questo Pabilonis?
E il maestro con tutta gravità:
— Il paese dei pentolini e delle pignatte!
XXI.
Da Pabilonis a San Gavino.
Alla tempesta era succeduta di nuovo la calma — una calma apparente.
Il treno si era mosso dalla stazione, distante da Pabilonis circa tre chilometri.
Anche questo villaggio non ha nulla di notevole. Nel 1584 i barbareschi lo saccheggiarono, portando via le migliori cose del paese. Oggigiorno vive d’industria — e le sue stoviglie godono molta fama in tutto il capo meridionale.
La campagna è pittoresca. Vediamo a destra una lunga catena di montagne, dalla quale spiccano le punte d’Arquentu e di Montevecchio; — a sinistra altri monti più modesti, fra cui un vicino colle, isolato, il quale attira subito l’attenzione del viaggiatore, per la sua forma acuminata.
Sulla cresta di questa montagnola è un pittoresco castello — il castello di Monreale, famoso nella storia sarda. Nel 1324, il re Alfonso, dopo la presa di Cagliari, vi mandò la regina sua moglie con 150 uomini di scorta per respirarvi un po’ d’aria pura; nel 1409, dopo la sconfitta di Sanluri, vi si rifugiarono il visconte di Narbona e Brancaleone Doria; e un anno dopo, nel 1410, fu occupato dal Vicerè Torella colle sue truppe.
Codesto castello sopra un monte isolato, fra i villaggi di Sardara, Pabilonis e San Gavino, ci segue per una ventina di chilometri, e ci si presenta sotto varietà di forme e di colori, a seconda dell’ora, della distanza, e dell’intensità della luce.
Alle ore 6 circa, dopo sette chilometri di strada, ci fermiamo alla stazione di _San Gavino_.
Il villaggio di questo nome, circondato da campi coltivati, sorride in mezzo al verde degli alberi e delle piante.
Due stazioni si trovano qui di fronte: quella modestissima delle ferrovie sarde, e quella della società delle miniere di Montevecchio, vestita di bianco e decorata con liste color di rosa, come una bella fidanzata nel giorno delle nozze.
Il prete, appena fermato il treno, era sceso alla stazione: forse per respirar meglio.
Il maestro di scuota cominciò col darci notizie del villaggio di San Gavino. Ci disse che era un paese umido; che aveva soltanto importanza per il vicino castello di Monreale; che trovandosi alle frontiere dell’antico Regno di Arborea fu teatro di diversi fatti d’armi fra gli arborensi e i cagliaritani; e che in antico venne invaso e devastato dai nemici barbareschi.
Si udirono intanto gli squilli della campana; e il prete non si vedeva.
— Manca un passeggiero! — gridò il maestro di scuola affacciandosi al finestrino; e poi facendo segni colla mano:
— Reverendo!... lei perde il treno! — faccia presto, reverendo!
E il reverendo venne a tutta corsa, mantenendosi le sottane, e borbottando fra i denti non so che cosa. Non ebbe che il tempo di salire; il treno partì subito.
— Sono infamie, le quali non si vedono che in Sardegna! — esclamò rivolto agli astanti. — Poco mancò ch’io non perdessi il treno! Non si è neppur padroni di fare il proprio comodo!
— Doveva immaginarselo! — disse pacatamente il maestro. — Non sa che siamo a San Gavino?
— E con ciò?
— Con ciò voglio dire, che questa stazione è sotto un malefico influsso, perchè fa perdere i treni e la pazienza ai viaggiatori. — Potrei citarle molti fatti, ma mi bastano due soli. — Il 1º luglio dello scorso anno (1880), quando il ministro Baccarini percorreva la linea fino a Cagliari per inaugurare le ferrovie sarde, il sindaco di Sassari scese qui, alla stazione, per un dispaccio... d’urgenza. Nessuno s’accorse della sua scomparsa; e il treno partì, lasciando quel pover’uomo con un palmo di naso, due palmi di cravatta bianca, e tre palmi di coda di rondine, a meditare sul castello di Monreale... Appena arrivati a Cagliari, il ministro fece staccare un treno speciale per andare a prendere il rappresentante di Sassari, il quale arrivò alla festa... dopo spenti i lumi.
— È un episodio che dovrebbe registrarsi fra gli atti delle nostre ferrovie!
— E la storia lo ha registrato. — Non basta. Il 26 dello scorso mese di aprile (1881) il valente romanziere Salvatore Farina (venuto nell’isola per rivedere la sua patria), dopo aver visitato le miniere di Montevecchio in compagnia della sua famigliuola e di alcuni parenti ed amici, faceva ritorno a San Gavino nel momento che il treno usciva dalla stazione diretto per Sassari. Avendo perduto la corsa, tutta la brigata, sotto una pioggia continua ed importuna, dovette aggirarsi per le vie fangose del paese, finchè fu ricoverata in una modesta casetta, dove si passò la notte alla bella meglio. All’autore dell’_Amore bendato_ toccò per letto la tavola da pranzo — e fu fortuna!... Vede bene, reverendo, che questo paese vuole attirare a sè tutti i viaggiatori!
Il prete non aveva risposto al maestro di scuola, il quale nondimeno continuava a chiacchierare, sebbene nessuno gli desse retta. Dopo il malaugurato diverbio coll’ufficiale, la conversazione non si era più riaccesa. Ognuno ben comprendeva che non conveniva tirar fuori questioni di sorta.
Annetta, dopo la viva emozione cui era stata in preda, considerando forse, che per lei sola mi ero esposto, Dio sa a qual pericolo, mi trattava con maggiori riguardi. Inesperta del mondo, ella forse si credeva in dovere di essermi riconoscente; e, non badando all’effetto che le parole dell’ufficiale avevano fatto sull’animo dei due vecchi, mi ricompensava col mostrarsi meco più benigna.
E io — quel giorno — invece di arrossire della mia ridicola e intempestiva sfuriata, ero soddisfatto di me stesso. Cavaliere errante del medioevo, parevami di aver sfidato un gigante in un torneo; sentivo il trionfo della vittoria, e la coscienza di meritare il premio che mi offriva la mia dama.
Ben vedete quanto l’eroismo è talvolta vicino al ridicolo!
XXII.
Da San Gavino a Sanluri.
Ma non erano ancor finite le torture del mio viaggio.
Si attraversava il campidano di San Gavino Monreale.
La vecchia madre si alzò dal suo posto, e venne dalla nostra parte, come per osservare dal finestrino qualche paese a lei carissimo. Ma che poteva guardare della parte opposta alle stazioni? Il paesaggio non presentava nulla di attraente e di nuovo. Erano sempre gli azzurri monti di Guspini e di Gonosfanadiga, schierati a noi di fronte: essi ci avevano fedelmente accompagnati per oltre venti chilometri.
La vecchia madre aveva appoggiato i gomiti al davanzale del finestrino, fingendosi assorta nello spettacolo della natura; ma era ben altro il suo scopo. Di tanto in tanto girava la testa verso la figlia per scambiare con lei qualche parola; io però non potevo udire i loro discorsi, perchè parlavano piano; nè potevo vedere, perchè me lo impediva il retro di quella donna, ricco di sbuffi e di frastagli.
Aggiungete a ciò la mia posizione incomoda; poichè, per mettersi al finestrino, la vecchia dovette incastrarsi fra le mie ginocchia e quelle di Annetta.
Il non avermi detto uno _scusi_, nè un _con permesso_, era indizio certo di dichiarata ostilità. Ma io sopportava tutto con evangelica rassegnazione — tanto l’importuno ingombro della gonnella, quanto l’impressione dolorosa che produceva sulla mia gamba l’acuto ginocchio della vecchia.
Tollerai per un bel pezzo. Il treno si avvicinava a Sanluri, ma la madre non pensava a riprendere il suo posto. Cominciai a comprendere che mi si voleva mandar via.
Finalmente colsi a volo una frase che la vecchia pronunciò con voce più alta:
— Sì; ero stanca di star seduta in una stessa posizione!
Non vi era più scampo per me. Cercai di liberare la mia gamba dall’odioso ginocchio — ma mi fu impossibile: l’osso era feroce.
Che fare? Compresi che colla violenza mi si voleva strappare una gentilezza. D’altra parte considerai, che avevo già troppo abusato della mia posizione, e che l’inasprire la madre non era il miglior mezzo per cattivarmi l’affetto della figlia.
— Signora! — esclamai, sforzandomi di mettere nella mia voce tutta la buona grazia possibile — vuole accomodarsi vicino alla figliuola? — io prenderò il suo posto.
La vecchia girò la testa dalla mia parte.
— Non vorrei recarle disturbo! — mi rispose con una cert’aria di maligno trionfo.
— Tutt’altro!.... Anzi, è per me un piacere poterle essere utile; spiacente che prima d’ora non mi abbia esternato questo desiderio.
Questa volta le sue labbra si atteggiarono ad un sogghigno; e con ragione, perchè avevo mentito.
Mi alzai subito, e andai a sedermi al posto lasciato dalla vecchia, in faccia al papà, dopo aver gettato un sospiro ed uno sguardo ad Annetta, nei cui occhi lessi il risentimento della separazione.
Durante questa scena, il padre conversava tranquillamente col maestro di scuola, nè si era quasi accorto che io faceva le veci della sua cara moglie.
Da San Gavino, avevamo percorso sei chilometri di strada; ed alle 6 e 18 minuti il nostro treno si fermava alla stazione di _Sanluri_.
— È ben un castello, quello là? — domandò il vecchio accennando colla mano il villaggio di Sanluri, distante dalla stazione circa quattro chilometri.
— Sì, è un castello — rispose il maestro.
— Aveva dunque una certa importanza quel paese?