Da Sassari a Cagliari e viceversa
Part 6
Fatti soli tre chilometri di strada, ecco il villaggio di _Borore_ con una chiesa mezzo diroccata, colle sue modeste case sparpagliate, e colla sua parrocchia che fa pompa di una cupola superba. Questo villaggio è la seconda patria di Piercy. Riconoscente all’ingegnere inglese, per la vicinanza della ferrovia, gli ha offerto il decreto di cittadinanza. Borore ebbe fama per eccellenti cavalli — i migliori che figurarono nelle corse del Campidano. Ha parecchie paludi, circa ventidue nuraghi, e molte di quelle tombe dette _sepolture di giganti_.
Da Borore fin quasi ad Oristano, per una quarantina di chilometri, abbiamo sempre a destra la catena dei monti di S. Lussurgiu e di Seneghe, fra cui primeggiano le tre punte di monte Entu, monte Urticu e monte Pertusu.
Dopo aver attraversato altre terre dalle tinte grigie, troviamo due gruppi di casupole di qua e di là della ferrovia; — siamo alla stazione di _Abbasanta_, l’_Ad Medias_ dei latini. Dicono che gli abitanti di Abbasanta siano tutti brava gente; forse perchè l’_acqua santa_ fa fuggire i demoni... e quindi le tentazioni del peccato.
Il maestro di scuola esclamò rivolto all’ex consigliere di Bosa:
— Guardi laggiù la _Tanca Regia_, dove si allevavano i cavalli per conto del Governo. Di essa si fa menzione in un documento del 1481. Che splendore un tempo! Ed oggi che miseria! L’allevamento fu sospeso nel 1834, ristabilito nel 1851, e poi andato alla malora nel 1873 — anno in cui il ministro della Guerra finì per vendere la Tanca ad una società privata. Ministri cani! essi spogliano la Sardegna, e la vendono al primo venuto. Non è così?
— Proprio così! — rispose il consigliere con un profondo sbadiglio.
Il paesaggio ha sempre la stessa intonazione: terreni a pascolo sparsi di macchie di lentischio — campi seminati e da seminare — e pietre nere dappertutto.
E dopo sei chilometri si arriva a _Paulilatino_, la cui stazione possiede un piccolo giardinetto, dovuto alle cure degli impiegati ferroviari; i quali si dedicano tutti all’agricoltura, per ammazzare la noia di una solitudine sconfortante.
Il maestro di scuola tornò a dire all’ex consigliere:
— Si ricorda, eh, signor Giuseppe? quando esisteva la buon’anima della Messaggeria, le due _diligenze_ facevano onore al proprio nome, trovandosi qui alla stess’ora.
— Quelli eran tempi! — si contentò di rispondere il bosano; e tornò a chiudere le palpebre. Ma il maestro continuò il suo discorso, ben sapendo che l’uomo, anche tenendo gli occhi chiusi, può benissimo aprire le orecchie.
— Paulilatino è il _Pauleti_ menzionato dal Fara — ed anche il _Padulis a latere_: la palude che venne prosciugata da un parroco benemerito. Questo villaggio trovasi nel centro della Sardegna — voglio dire a uguale distanza da Cagliari e da Sassari, motivo per cui le due _diligenze_...
Il maestro interruppe la frase, perchè si accorse che il bosano russava — segno manifesto che aveva chiuso anche le orecchie.
E si continuò la corsa per una campagna che non presentava nulla di particolare — aveva sempre lo stesso tono, la stessa tinta, lo stesso carattere. Non vi si notava che un’abbondanza di lentischio, e qualche albero d’ulivo dalle spesse foglie e dal colore verde cupo, lasciato a sè stesso, con certi lunghi polloni al ceppo, che amava come figliuoli.
D’improvviso si assiste ad un cambiamento di scena. Dall’altura in cui ci troviamo, ci si presenta l’immensa distesa del Campidano oristanese. A destra, per un largo tratto, il versante di una bassa collina rivestita tutta di macchie di lentischio; in lontananza il mare; lo stagno di Cabras; il famoso bosco degli aranci di Milis, che si presenta come una lunga striscia verde, sotto una catena di piccoli monti. Qua e là il campanile di qualche villaggio, o la punta di qualche nuraghe; sotto al nostri occhi i rossi tetti di _Bauladu_, villaggio che non vuol far plauso alla bella natura che lo circonda, solo perchè gli uomini non lo hanno fabbricato in altura.
Il treno è passato fra due enormi massi di granito, che sfavillano al sole come se fossero tempestati di diamanti. Sono le stupende trincee di Bauladu, una delle opere più costose delle ferrovie sarde.
Usciti dalla trincea, il Campidano ci appare in tutta la sua magnificenza. Sono terreni immensi da cui spunta, di quando in quando, il ciuffo d’una palma solitaria. Da nessun punto della Sardegna si abbraccia collo sguardo una maggior distesa di terre e di acque, di campi e di villaggi.
Quell’armonia di colori, quella gradazione di verdi a seconda la lontananza, quei fertili terreni che si perdevano nell’orizzonte, quelle palme, quei campanili e quelle cupole che in contorni vaporosi spiccavano da un cielo caldo e senza macchia, ti trasportavano col pensiero alle incantevoli regioni dell’Oriente. E per certo noi avevamo sott’occhi un vero paesaggio orientale!
XVI.
Si dileguano le nubi.
Il nuovo e largo orizzonte, che si schiudeva a’ miei occhi, ebbe la facoltà di togliermi a quella specie di stordimento che aveva paralizzato i miei sensi, dopo la tremenda rivelazione d’Annetta nelle tre gallerie di Bonorva.
Avevamo percorso circa sessanta chilometri di strada, da Campeda a Bauladu, sempre col broncio. Due ore circa di raccoglimento!
Anche la fisonomia d’Annetta si era alquanto rischiarata. I lineamenti di quell’angelico viso avevano ripreso la consueta serenità. Mi parve vedere un raggio di sole fra le nubi tempestose.
Forse, colla lunga riflessione, Annetta si era persuasa che, in fondo in fondo, io non aveva commesso un delitto così grave da non meritare perdono. Alla fin fine io era stato un amante troppo vivace — non però uno sfacciato volgare. Fors’anco, la mia mestizia e la mia compunzione, dopo l’accaduto, avevano destato in lei una gentile pietà — il rimorso, forse, di avermi mortificato. E voleva ripararvi, pentita del suo eccessivo rigore.
Più volte, nel tragitto da Campeda a Paulilatino, avevo tentato di esplorare l’animo suo nei lineamenti del suo volto; ma ogni qual volta i miei occhi si erano incontrati ne’ suoi, ella si era voltata bruscamente verso il finestrino.
Poco a poco, però, Annetta divenne più umana.
Quando il treno uscì dalla trincea, e ci trovammo dinanzi alle immense pianure di Oristano, non potei fare a meno di esclamare a voce alta:
— Che bel panorama!
Si turbò Annetta alle mie parole, ma si guardò dal rispondermi. Essa ben comprendeva, che una sua parola, in quel momento, avrebbe avuto il significato d’una formale dichiarazione di assoluto perdono; e a tanto non voleva arrivare!
Si contentò nondimeno di sporgere il capo fuori del finestrino, per guardare il panorama che io le aveva decantato.
Era per me una vittoria; ma doveva io gioirne? La mia posizione avea subìto un notevole cambiamento. Da Sassari a Bonorva io era stato un giovine entusiasta, preso d’amore per una fanciulla da marito; da Bonorva in avanti non potevo essere che un volgare seduttore delle mogli altrui.
Avrei desiderato soddisfare una mia curiosità: domandare a lei informazioni di suo marito. Ma, me le avrebbe essa date? Smaniavo di averle — temevo di chiederle.
Cominciai col togliere dalla mia borsetta alcuni aranci di Milis, che offersi prima a’ miei compagni di viaggio, come voleva la buona creanza. Tranne il maestro di scuola, che ne accettò uno, gli altri mi risposero con un cortesissimo _grazie_. La madre nobile, sovra tutti, fece un brusco movimento, avendo notato che tra me e la sua figliuola vi era un certo qual broncio, che poteva aver rapporto collo spavento di Annetta nella galleria di Bonorva.
Senza preoccuparmi del rifiuto materno, mondai accuratamente un arancio, lo divisi in ispicchi e lo presentai ad Annetta.
— Posso offrire?
La bella fanciulla, presa così di soprassalto, si turbò, divenne rossa, e rimase alcuni minuti indecisa.
Col braccio sempre teso, io la guardava negli occhi, aspettando la sua decisione. Finalmente mi feci coraggio.
— Signora! — esclamai in modo che gli altri non potessero udire le mie parole — dicesi che un giorno, in un pranzo di nozze, un pomo abbia gettato la discordia tra Venere e Giunone. Vuol’ella farmi sperare, che un arancio possa invece stabilire la pace fra una saggia fanciulla... ed un povero insensato?
Per tutta risposta Annetta allungò la mano; afferrò con due dita lo spicchio dell’arancio, e lo recò alle labbra, dopo avermi ringraziato con un leggero movimento di testa... ma senza un sorriso.
— È tanto dolce! — esclamai con espansione. Ma io non aveva giudicato l’arancio!
Ero contento del buon esito ottenuto: non dovevo però lasciar languire la conversazione.
Approfittando sempre delle chiacchiere dei miei compagni di viaggio, e specialmente del maestro di scuola, io dissi rivolto ad Annetta:
— Le chiedo le più umili scuse per l’accaduto. Dopo la sua rivelazione la mia colpa acquista un peso maggiore; io sento vergogna di me stesso.
Annetta ricominciò col torturare il suo povero ventaglio, come per lo passato; e, poi, volse prestamente la faccia verso il finestrino, per nascondermi i suoi occhi lagrimosi.
Non mi rispose, ed io continuai:
— Vorrà la signora separarsi da me, col rancore nell’anima?
A queste parole, Annetta, senza guardarmi, mi disse:
— Certo, non lo desidero. Ho bisogno di crederla incapace di commettere una brutta azione, indegna di un gentiluomo.
— Dunque, mi perdona?
— Forse: ma ad un patto.
— Quale?
— Che dimentichi per sempre ciò che è passato fra noi.
— Lo ricorderò; ma solo per rimproverarmelo. Sarà questa la mia punizione. Ed ora.... vorrei chiederle un’ultima grazia.
— Sentiamo.
— Vorrei che ella rispondesse ad alcune mie domande.
— Ancora?!
— Non riguardano me!
— Nè saranno indiscrete?
— Oso sperarlo.
— Domandi pure: l’ascolto.
Si era fatto un po’ di silenzio nel treno; ed io aspettai una favorevole occasione per domandare le informazioni che desideravo. Dopo tutto bisognava essere prudenti, e non abusare della bontà del destino.
XVII.
Da Bauladu ad Oristano.
Oltrepassata di parecchi chilometri la stazione di Bauladu, scompariscono d’improvviso le roccie, i muri e le pietre di color grigio. La natura si trasforma completamente, come accade in un teatro ad un cenno del macchinista.
Ai muri di cinta color piombo, tristi, monotoni, succedono lunghissimi filari di fichi d’India. Da Bauladu fino a Cagliari la natura cambia tipo. Prima i terreni rocciosi, i massi granitici, le svariate colline dalle forme capricciose, le folte macchie di lentischio — ora invece le interminabili pianure, gli estesi campi di frumento, le case di fango, i fichi moreschi. Il paesaggio ha qualche cosa d’orientale — talora d’africano.
Dopo venti minuti di strada, ecco dinanzi a noi una ricca vegetazione.
Siamo a _Solarussa_, uno dei villaggi (nel suo genere) più pittoreschi della Sardegna. Ha le casette bianche, civettuole, alternate qua e là da qualche albero di mandorlo, d’acacia, o di melograno, che fanno maggiormente risaltare la candidezza di quelle abitazioni, eleganti nella loro modesta apparenza. Dal gruppo di quelle casette spuntano tre campanili, due dei quali (quelli della chiesa parrocchiale) fiancheggiano un’alta cupola che vorrebbe avere pretese metropolitane.
Questo paese è la patria della _Vernaccia_ — vino tipo della Sardegna — il solo che possa aversi in grandissima quantità.
All’intorno dì Solarussa si ammirano i vigneti, stupendamente coltivati, colle viti spesse, allineate e sorrette da canne. Le siepi sono fatte a filari di fichi d’India, gradevoli all’occhio, perchè tutte frammiste a canneti, i quali agitano al vento i ciuffi dalle foglie larghissime e sempre verdi.
La natura in quei d’intorni è lussureggiante, e dà anima e vita a quel villaggio, che il viaggiatore guarda con compiacenza.
Anche Annetta pareva commossa dinanzi al nuovo spettacolo. I suoi occhi scintillavano di una gioia segreta, e sul suo labbro apparve un incantevole sorriso.
Il treno correva veloce; e gli altri miei compagni conversavano allegramente, in grazia del maestro di scuola, che non lasciava mancar esca alle chiacchiere.
Pensai che l’occasione era propizia per reclamare dalla mia bella viaggiatrice le risposte promesse.
— Posso io cominciare le domande?
— Si provi! — mi rispose Annetta con un benevole sorriso. — Già! bisogna aspettarsi qualche stranezza, perchè lei è un pochino..... originale.
Ed io seriamente mi accinsi all’interrogatorio, colla gravità di un vecchio magistrato.
— Da quanto tempo la signora ha cessato d’esser libera?
— Perdoni... La domanda parmi troppo indiscreta per un compagno di viaggio che si conosce da poche ore.
— Rammenti che prima del supplizio si accorda qualunque grazia ad un condannato a morte. Dunque non discuta — risponda.
— Orbene... io sono schiava... da un anno. — Così rispose Annetta con un sospiro, dopo un momento d’esitazione.
— _Lo_ conobbe dunque in collegio?
Altra esitazione.
— Sì... in collegio; a Firenze.
— E fu Suor Maria che...
— La prego di rispettare la mia maestra di pianoforte. — Ha terminato le sue domande?
— Ancora due.
— La prima...?
— Mi dica: è _egli_ un fiorentino?
— Sì... un fiorentino.
— Me lo aspettava. I toscani non perdono mai tempo!
— L’ultima domanda...?
— Eccola: — Da quanto tempo è maritata con _lui_?
Questa volta la risposta fu una schietta risata.
— Io?! — ma io non sono maritata, caro signore!
Dovetti certo spalancare gli occhi e la bocca in un modo singolare, perchè quella fanciulla esclamò con premura:
— Si sente forse male?
— Al contrario: comincio invece a sentirmi bene..... Ma, per carità, non m’inganni. È ella dunque semplicemente promessa?
— Sì; sono una _promessa_! — esclamò Annetta abbassando la testa. E poi soggiunse, arrossendo e a voce bassa: — e la promessa è un debito
— Lo so; ma i debiti oggigiorno non si pagano più. Eppoi... siamo noi tenuti a saldare... i debiti degli altri?
— Alla mia freddura (e più che freddura sconvenienza) Annetta non rispose.
Respirai più liberamente, nè più oltre la torturai. Capivo che la mia condizione era sempre seria, ma meno disperata di prima. Annetta era ancora libera!
Dopo quella risposta, la graziosa fanciulla era rientrata in un nuovo stadio di malinconia e di raccoglimento. Alla gaiezza era forse succeduto un po’ di rimorso; alla cieca confidenza era sottentrato il pentimento. Non volli turbare i suoi pensieri — e mi diedi distrattamente a guardar la campagna, non preoccupandomi di quanto accadeva nell’interno del vagone.
Qual mistero mi celava Annetta? Ero bensì riuscito ad accertarmi che essa non amava il suo fidanzato fiorentino; ma non sapevo spiegarmi come un amore nato in collegio, sotto la protezione di Suor Maria, potesse venir imposto dai genitori, ed essere respinto dalla fanciulla.
Spingere più oltre le mie indagini mi pareva sconveniente. Avevo a me dinanzi quasi due ore di strada; — e, in due ore, un giovine innamorato cammina più del treno!
* * *
Avevamo intanto attraversato il Tirso sul famoso ponte di ferro a tre luci, che è certo il più bello e grandioso dell’isola, e con ragione; perocchè il re dei fiumi non doveva essere cavalcato che dal re dei ponti.
Così pure non badammo alla stazione di _Simaxis_, povero villaggio che non offre nulla di particolare. Sono poche case di fango, modestissime, freddolose, che cercano addossarsi al proprio campanile per acquistare un po’ d’importanza. Ed importanza avrebbe il villaggio, se fosse vero quanto alcuni asseriscono: che sia la patria del papa San Simiaco!
Il treno intanto aveva attraversato i soliti campi arati, o seminati a grano. I fichi d’india, misti qualche volta ai canneti, si erano moltiplicati all’infinito.
Il paesaggio non aveva subìto alcuna variazione. Era così grande l’estensione di terreno da noi dominato, che pareva non si camminasse.
Ad un tratto cominciano a comparire, qua e là, piantagioni di ulivi dai tronchi neri e dalle foglie di un verde carico; bellissimi orti; qualche palazzina elegante, e qualche cancello di ferro.
Il fischio della vaporiera ci annunzia che siamo vicini alla stazione di _Oristano_, di cui da più di un’ora vedevamo le case, i campanili, e le torri.
XVIII.
Da Oristano a Uras.
— Ecco Oristano! — aveva esclamato il maestro di scuola col suo solito buonumore; e si era messo a batter le mani.
E noi tutti a guardare dai finestrini quella città severa dalle vie silenziose, che ci mostrava le cinque cupole delle sue chiese, l’isolato campanile d’architettura moresca, e l’alta torre quadrata colla sovraposta torricella.
Quel gruppo di case grigie, sotto un cielo purissimo, spiccavano da un largo orizzonte, in cui si disegnavano, a contorni indecisi, lontane campagne, palme solitarie, diversi stagni, e l’ampia distesa del mare.
— I fabbricati che vedete — cominciò il maestro — appartengono ai sobborghi di Oristano; il centro della città è distante dalla stazione non meno di venticinque minuti. Non v’impressioni però la povertà di queste case. Noi abbiamo sott’occhi la capitale degli antichi Stati d’Arborea, e l’abituale residenza de’ suoi potenti Giudici. Se Oristano non avesse altre memorie, nè altre glorie da registrare, due sole basterebbero per illustrarla: — ha dato la culla alla famosa Eleonora di Arborea, la invitta guerriera, la donna dal carattere di ferro, la celebre legislatrice che pubblicò nel 1395 la famosa _Carta de Logu_; — ed è stata la città che sostenne più a lungo l’indipendenza nazionale, anche dopo che le altre città sarde avevano piegato il capo sotto il dominio aragonese. Essa cedette alla sola forza nel 1478, dopo la tremenda caduta di Leonardo Alagon, sconfitto nelle vicinanze di Macomer.
— Ed al presente, com’è la città?
— Conta circa 7000 abitanti; ha fabbriche speciali di mattoni e di stoviglie, di cui provvede quasi tutta l’isola. Ha molti fichi d’India, e molte donne belle dalla carnagione color perla e dagli occhi neri tagliati a mandorla. È una città pulitissima, e così estesa che potrebbe contenere il triplo degli abitanti che oggi conta. Oristano ha tre cose ragguardevoli; Eleonora d’Arborea — _La Carta de Logu_ — e la popolazione ospitale e gentile; — ha tre cose buone e speciali: la vernaccia, il pane, e gli amaretti: ha tre cose curiosissime: case fabbricate senza pietre, uomini sbarbati senza scarpe, e cornacchie innumerevoli senza creanza.
— Vanta qualche monumento?
— La statua in marmo di Eleonora, inaugurata lo scorso mese di maggio, con tre giorni di festa che non saranno dimenticati dalla storia.
— È ben originale quel campanile! — aveva esclamato il padre nobile, rivolto al maestro, il quale era raggiante di gioia quando gli si chiedevano spiegazioni.
— Anche quel campanile ha la sua storiella. Nel tracciamento della strada nazionale, esso fu messo in relazione con quello di Uras; e i due punti servirono di guida; talchè quel tratto di stradone, per oltre 30 chilometri, può chiamarsi una perfettissima linea retta.
L’ex consigliere di Bosa notò con sussiego:
— La strada nazionale da Portotorres a Cagliari è un vero capo-lavoro dell’ingegnere Carbonazzi, che la tracciò, la diresse, e l’eseguì dal 1822 al 1829. Essa costò circa quattro milioni. La strada ferrata la rasenta in gran parte, poichè gli ingegneri inglesi non fecero che copiare lo studio dell’ingegnere piemontese.
A questo punto scattò il viaggiatore inglese, il quale disse, piccato:
— Voi non aver detto verità: Ingegneri inglesi fanno originali, non copie!
L’uomo dal cappello a cilindro, volendo riparare all’imprudenza del bosano, disse rivolto a costui:
— L’ingegnere Carbonazzi non fu un inventore. Egli non fece che seguire le traccia dell’antica strada romana, di cui si scorgono qua e là le vestigia. L’uno copiò dall’altro, se non vogliamo ammettere che tre ingegni possono incontrarsi senza copiarsi! Non è così?
— _Yes_! Tite penissimo. Inglesi, piemontesi e romani sono tutti pravi ingegneri!
— E forse i romani copiarono dai cartaginesi o dai fenici — tornò a ripetere il bosano per non darla vinta all’inglese — il vero merito del tracciamento spetta alla struttura geologica dell’isola!
Per troncare la spinosa questione, il maestro di scuola tornò a parlare della patria di Eleonora di Arborea. Egli disse gravemente:
— La città di Oristano venne al mondo in grazia delle rovine dell’antica _Tharros_, e giace nel sito dov’era l’antica _Othoca_. Si sa bene: _mors tua, vita mea_!
Il maestro di scuola avrebbe desiderato continuare la recita, anche con un pubblico annoiato; ma si accorse che gli spettatori disertavano il teatro.
L’inglese, l’ex consigliere di Bosa, e l’uomo dal cappello a cilindro avevano già ritirate le proprie valigie, ed erano discesi alla stazione di Oristano, dopo averci augurato il buon viaggio.
Il vecchio e la vecchia respirarono a pieni polmoni, come se finalmente fosse arrivata l’ora di star comodi. Ma la loro gioia durò un baleno.
Non si erano ancora allontanati di dieci passi quei tre signori, che altri tre passeggieri si presentarono allo sportello; e, dopo aver cacciata la testa dentro lo scompartimento, si decisero a salire.
Presento al lettore i tre nuovi inquilini.
Primo: un prete dell’apparente età di cinquant’anni, dall’aria burbera, con certi occhi che non guardavano in faccia nessuno, e con un certo broncio, sul quale era scolpito chiaramente il motto: _nè cerco, nè voglio essere cercato_!
Il secondo era un _Rigattiere_ cagliaritano, col berretto smozzato, il corpetto rosso, il giacchettino nero a bottoni d’argento, i larghi calzoni di tela, e due grossi bottoni d’oro al colletto della camicia; il qual colletto, alto e duro, sarebbe forse salito fino agli occhi del proprietario, se non glie lo avessero impedito due grosse orecchie.
Il terzo personaggio era un tenente di fanteria, giovine spigliato, dalla fisonomia aperta, dagli occhi mobilissimi, i quali rivelavano un carattere vivace, nervoso, irritabile.
Alle ore cinque il treno si mosse da Oristano.
Per un po’ di tempo i passeggieri non fecero che squadrarsi a vicenda, per le ragioni da me già esposte in un precedente capitolo. Poco dopo la conversazione cominciò a stabilirsi, mercè le cure dell’instancabile maestro, al quale poco importava la _qualità_ della gente; egli non voleva che la _quantità_, per poterla atteggiare a pubblico, e aver così un numeroso uditorio. E il pubblico questa volta era completo, poichè oltre il _colto_, vi era rappresentata l’_inclita_ guarnigione. E siccome fra gli ascoltanti ci dev’essere una vittima, questa vittima fu il giovine tenente, al quale il maestro si attaccò colla tenacità di un’ostrica.
Il padre e la madre della fanciulla, storditi oramai da sette ore di viaggio, se ne stavano quieti; Annetta ed io, noncuranti di tutto e di tutti, formavano un mondo a parte; il rigattiere, con una gamba sull’altra e le mani in tasca, fissava le valigie senza vederle; e il prete, dopo aver deposto il tricorno per cacciare in testa una papalina nera, incrociò le braccia sul petto, gettando lunghe occhiate e lunghi sospironi ai quattro angoli del vagone... che erano tutti occupati.
* * *
Da Solarussa a Oristano non avevo indirizzata una sola parola ad Annetta. Bisognava pure essere prudenti per non compromettere la nostra posizione in faccia ai due vecchi. La madre nobile, specialmente, spiava ogni nostro movimento, e pareva fosse sulle spine, perchè non riusciva ad afferrare i fili del nostro discorso. Ben è vero che io prendeva le debite precauzioni, e quando parlavo colla fanciulla lasciavo scappare a voce alta parole storiche, come per esempio: _nuraghe — costumi spagnuoli — dominazione aragonese — Amsicora, Josto, Eleonora d’Arborea_: — parole che facevano sapere ai nostri compagni di viaggio che noi due si era preoccupati seriamente della storia sarda.
Annetta era riflessiva. Tristi pensieri dovevano per certo torturare il suo cervello, poichè tratto tratto volgeva gli occhi intorno, fissandoli macchinalmente sopra oggetti che non potevano attirare la sua attenzione.