Da Sassari a Cagliari e viceversa
Part 5
— Osservi questi due nuraghi, costrutti entrambi colla lava porosa uscita dal cratere del monte di Cheremule. Quello là, a tre piani, è detto di _Santu Antine_, e fu visitato da Carlo Alberto; l’altro è quello detto _de Boes_, visitato l’anno scorso dal ministro Baccarini e da’ suoi illustri compagni di viaggio; i quali fecero voti che venisse dichiarato monumento nazionale, e conservato gelosamente. I voti, però, fatti al governo per il nuraghe, dovrebbero unirsi ai voti già fatti per migliorare la condizione dei maestri elementari. Ben diceva il nostro vecchio professore di morale: — sapete voi, figliuoli miei, che cosa sono i voti? — sono i _vuoti_ dello stomaco!
XII.
Da Torralba a Bonorva.
Oltrepassata la stazione di Torralba, vedesi a sinistra, lontano lontano, spuntare dai monti il campanile di Giave; e più sotto la famosa _Pedra Meddarsa_ — un gran sasso isolato e di forma conica, sul quale il volgo superstizioso fabbrica non so quante storielle strane e paurose.
Quel campanile e quel sasso continuano a starci dinanzi, per ben quattro chilometri.
Ecco il famoso _Campu Giavesu_, coll’antica Cantoniera dove le messaggierie di Calvo solevano fare il cambio dei cavalli. Alla 1 e 22 minuti ci troviamo alla stazione di Giave — al cui fianco vediamo un povero omnibus rachitico, attaccato alle costole di due cavallini magri, che aspettano il dolce peso di qualche passeggiero.
Giave è lontano dalla linea forse un tre chilometri; trovasi ai due terzi del monte, sulla cui cima sono i pochi avanzi del castello di Roccaforte; il quale, eretto da Nicolò Doria nel 1336 per dominare la strada centrale dell’isola, fu distrutto più tardi dagli Aragonesi. Il villaggio di Giave vede a’ suoi piedi le ceneri della propria madre — i ruderi cioè dell’antica _Hafa_, menzionata nell’itinerario di Antonino.
Lasciata la stazione di Giave, vediamo all’intorno, tanto sulla collina quanto sulla pianura, una svariatissima gradazione di verdi. Le spighe dei grani altissime, ingiallite dal sole, si piegano sotto le carezze del vento.
A destra, come adagiato in seno ai monti, ci si presenta un grosso paese. Annetta domanda senza voltarsi:
— Come si chiama quel villaggio?
— Bonorva — le rispondo; e null’altro.
Le pietre sparse nei dintorni, formanti i muri di cinta, hanno una specialità — sono di color verdastro, e sembrano di zolfo.
La vigna ogni tanto fa capolino; serpeggia nel piano, scende capricciosa nella valle, per poi risalire arrampicandosi sulle roccie fantastiche.
— E quell’altro villaggio che si scorge alla parte opposta, come si chiama? — tornò a chiedermi Annetta, ma con più dolcezza.
— È sempre Bonorva. Da destra è passato a sinistra.
— È strano!
— Strano? Ciò succede assai spesso anche ai nostri deputati nella Camera!
Annetta guardava il paesaggio, ed io continuai.:
— Vede quel paese? — è uno dei più importanti della Sardegna. Arcigno un tempo, assai superstizioso, e centro di fazioni che si dilaniavano a vicenda, oggi ha un aspetto spigliato e gioviale. — È come una fanciulla piena di vezzi; e il treno lo sa, perchè le fa la corte, girandole intorno. Essa non vuol saperne, e si dilegua. L’amante, indispettito, sbuffa e fischia, fingendo allontanarsi; ma Bonorva allora gli si accosta sorridendo, per poi tornare indietro a voltargli la faccia, o le spalle.
— Bonorva teme dunque la strada?
— Tutt’altro. Un tempo, è vero, la temeva, perchè era gelosa delle sue vigne e delle sue foreste; e difatti nel 1840, se non erro, e nel 1854 fece disordini, e mostrò i denti agli ingegneri, perchè non voleva vie nazionali. Oggi è ben diverso il suo scopo: — Bonorva ed il treno sono due innamorati che s’inseguono ogni giorno, alla stess’ora, per non toccarsi mai. Di chi l’audacia? Non lo so. Talora pare Bonorva che corra incontro al treno — tal altra il treno che ronzi intorno a Bonorva. Per lo meno, sono matti tutti e due.
Il treno intanto si era fermato alla stazione di _Bonorva_, una delle più eleganti della linea. Alla sua sinistra è un giardinetto ricco di fiori, con una mezza dozzina di bellissimi eucaliptus e un delfino in sedicesimo che getta un filo d’acqua dentro una vaschetta di marmo.
Si continua la strada. Dopo aver attraversato altre vigne e nuovi frutteti; dopo aver corso fra roccie e strati curiosi, i quali somministrano le pietre bell’e squadrate a’ muri di cinta di quella regione, il treno si trova nuovamente di fronte al paese.
— E quel villaggio? — domandò Annetta.
— Sempre Bonorva. Non glie l’ho detto? Sono due innamorati che si cercano. Sanno di esser soli, e non badano a riguardi di sorta.
— E che significa tutto ciò?
— Potrebbe significare che la speranza ha forse misteriosi rapporti con questo fatto. Essa difatti, come il treno, segue l’obbietto dei nostri sogni per circondarlo di carezze; ma questo le sfugge e si dilegua. Nondimeno la speranza non si dà per vinta. Un raggio improvviso riaccende talora i palpiti del nostro cuore — e allora torniamo all’assalto, per ricadere, più spossati che mai, sotto il peso delle nostre illusioni svanite. Ma allora è lei — questa larva incantata e incantatrice — che, alla sua volta, ci circonda, ci seduce, ci abbaglia; ed a lei sola noi ci abbandoniamo, colla cieca fiducia degli illusi. Farfalle volubili e senza posa, corriamo intorno alla fiamma delle nostre illusioni, pur sapendo che finiremo per lasciarvi le ali, od incontrarvi la morte.
Non ero ancor giunto a metà di questa mia lunga tirata, che io già m’ero accorto d’aver preso un volo troppo lirico. Ma che fare? Una volta messo il piede in certi abissi, bisogna chiuder gli occhi e precipitare fino al fondo.
Annetta, cogli occhi bassi, scherzava sempre con quel braccialetto che mi era diventato uggioso. Appena ebbi finito, dissemi senza levar gli occhi:
— Troppa poesia!
Non potei contenermi, ed esclamai con amarezza:
— Troppa poesia? Lo so! — Ma qualche cosa bisogna pur dire per uccidere questo silenzio, che a lungo andare fa troppo male al cuore! — Come mai può tacer l’anima dinanzi allo spettacolo di questa natura, che manifesta il suo contento con tanta luce, con tanti colori, con tanta armonia? A lei, non dice nulla tutto questo?
Il volto di Annetta divenne di porpora; ed i suoi occhi, per la seconda volta, andarono a cercare la vecchia che dormiva.
Vi furono alcuni momenti di silenzio.
Quando vidi Annetta più tranquilla, le dissi con calma:
— Signorina; lei non crede a quanto le dico. Non è così?
— Dovrei crederlo!
— E perchè non lo può?
— Perchè ad un uomo non si deve mai credere!
Punto da queste parole, pronunciate con tanta ingenuità, non potei trattenere un movimento di dispetto, che non sfuggì all’amabile fanciulla. Volendo forse rimediare in parte alla crudezza della frase, ella mi disse con premura:
— Non ho voluto offenderla, sa?
— Risponda francamente — le chiesi, facendomi serio. — Ha la convinzione di ciò che ha detto?
— Ecco... veramente la convinzione c’è — ma non è la mia.
— Di chi dunque?
— Di suor Maria.
— Una monaca?
— La mia maestra di pianoforte in collegio; la quale, tra una scala e l’altra, mi dava qualche lezione di morale.
— Ah... fra una scala e l’altra le dava di queste lezioni?
— Sì.
— E le chiamava lezioni di morale?
— Precisamente.
Immaginate il mio dispetto! La cornetta di Suor Maria che si frapponeva tra me e la vezzosa viaggiatrice: — due ali inamidate che facevano ombra alle mie speranze!
— E lei, signorina, sente proprio di non credere alle mie parole?
— Oh no! — io anzi mi sento trascinata a credere ciecamente a quanto mi dice — e sa perchè? Perchè non arrivo a comprendere il motivo per cui un uomo non debba dire la verità ad una donna — ed una donna non debba credere a ciò che un uomo le dice.
— Dunque, crede in me?
— Ci credo; anzi, non so perchè, ci credo troppo; e sento di commettere un peccato, che Suor Maria e la mamma non mi perdoneranno mai!
Non vi era più dubbio; io aveva a me dinanzi un’ingenuissima creatura. Inutile dirvi che n’ero innamorato fino ai capelli.
* * *
Passano come freccie i casoni della ferrovia. Di tanto in tanto una vecchia, una giovinetta, una bella fanciulla compariscono colla bandiera arrotolata e col braccio teso, per avvertirci che la strada è sgombra, e che possiamo inoltrare.
D’improvviso la scena si cambia. Una stupenda valle, in tutta la sua magnificenza, offresi ai nostri occhi. È la valle di _Consadu_; la quale, dopo quella di Saccargia, è forse la più pittoresca che trovasi sulla linea ferrata Sassari-Macomer.
È tutta una distesa di colli dalle forme capricciose; pianure leggermente ondulate; roccie a frastagli; il tutto diviso, suddiviso da muricciuoli a secco, i quali (a cominciare dal binario, e a terminare sul cocuzzolo delle più alte colline) formano i regolari quadrati d’una scacchiera colossale. Quei quadrati sono a tre colori: o gialli, o verdi, o neri, a seconda i campi mietuti, da mietere, o seminati.
Entro quei quadrati non mancano gli scacchi — i _Cavalli_ ci sono in carne ed ossa; qualche vecchio nuraghe fa da _Torre_; i pastori, gli armenti, e qualche albero secolare, rappresentano le altre pedine.
Il poeta Giuseppe Giacosa si sarebbe innamorato di quella sublime _Partita a scacchi_, giuocata tra un vecchio padre ed una giovane figlia: — il Sole e la Terra!
Le trincee, le pendenze, le gallerie, e le opere d’arte esistenti in questo tronco di strada, sono un vero prodigio del lavoro umano; e furono paragonate a quelle della ferrovia Pistoia-Bologna.
L’incantevole valle è incorniciata a mezzogiorno da una catena di colline disposte a ferro di cavallo. La ferrovia doveva rasentare quell’ampia curva, attraversando tre diverse gallerie, che misurano in complesso un migliaio di metri.
XIII.
Le tre gallerie di Bonorva.
Le ore volavano. Annetta era lì, immobile, preoccupata. A che indugiare? Avevo giurato a me stesso di svelarle ad ogni costo la mia passione. Come avrei potuto riacquistare il tempo ch’io perdeva?
I miei scrupoli erano ridicoli. Non era io forse un giovine onesto? Che dovevo temere? Non brutto, non vecchio, non povero, e forse non sciocco, potevo ben aspirare alla sua mano; perocchè le fanciulle, alla fin fine, sono fatte per diventar mogli, come i giovani son creati per diventar mariti.
Un tremito convulso s’impossessò della mia persona; il cuore mi battea forte forte, e sentivo come un zufolìo all’orecchio.
Mi colse la vertigine, e non pensai più a nulla; non all’imprudenza che stavo per commettere in quel luogo; non all’intempestiva dichiarazione; non alle conseguenze della mia sciocchezza.
Chiusi gli occhi; e vidi guizzare mille fiamme in un fondo nero nero. Ebbi paura, e fu un bene. Alla paura attinsi il mio coraggio.
Il maestro di scuola continuava a chiacchierare — l’inglese, cogli occhi socchiusi, piegava la testa sul petto.
La vaporiera mandò un fischio prolungato, e d’improvviso ci trovammo nelle tenebre.
Eravamo entrati nella prima galleria di Bonorva, lunga circa 700 metri.
Non volli più oltre riflettere per paura del pentimento.
— Signorina! — mormorai prestamente e con voce concitata, chinandomi verso Annetta — a che serve il celarlo, quando lo ha diggià indovinato? Dacchè la vidi mi trovo in preda ad un turbamento, mai provato in mia vita. Non l’ascolto che da poche ore, eppure parmi di conoscerla già da molto tempo. Lei non ha più nulla da rivelarmi: io la conosco. La mia passione non è improvvisa, non è leggera, non è inconsiderata. Vi sono fanciulle che non si studiano in dieci anni; altre, cui basta un’ora per rivelare il tesoro d’affetto che racchiudono nell’anima. I suoi occhi, i suoi sorrisi, le sue parole, i suoi silenzi, mi hanno già fatto conoscere la bontà del suo cuore, la squisitezza de’ suoi sentimenti, la soavità del suo animo leale, affettuoso, entusiasta. Non posso più celarglielo — io l’amo pazzamente!
Un gemito doloroso fece eco, in quelle fitte tenebre, alle mie parole. Ma io, cieco, inesorabile, fuori di me, continuai senza pietà:
— Sono un giovine educato; i miei sentimenti sono nobili, le mie intenzioni oneste. Non voglia giudicarmi sinistramente; è la prima volta che amo, e sono incapace di ingannare la buona fede e l’inesperienza d’una fanciulla. La prego, non abbia una cattiva opinione di me: s’ingannerebbe. Le giuro di non meritare i suoi rimproveri — me li risparmi!
Nessuna risposta.
Aspettai, inorridendo, la luce. Avrei voluto eterne le tenebre per poter celare il mio rossore!
Ma la luce venne.
Annetta aveva cacciato la faccia fra le mani; e tremava tutta. Io sentiva che i lobi delle mie orecchie scottavano.
La vecchia notò il turbamento della figlia.
— Che hai, Annetta?! — gridò con vivacità; e poi correggendosi: — Ho capito! hai temuto le tenebre. Bambina! non vedi che abbiamo attraversato una galleria?
— E con molto risparmio d’olio per la Compagnia delle ferrovie sarde! — aggiunse il maestro di scuola, il quale coglieva ogni occasione per poter spezzare le sue lancie contro qualunque autorità costituita.
Quanto a me, è inutile dirvi che ero contento delle misure economiche della Compagnia reale, e sarei stato capace... di abbracciare Piercy.
Dopo un minuto il treno rientrò in una seconda galleria, lunga circa la metà della prima.
Ed io, di nuovo, a chinarmi verso Annetta, sicuro che le ciarle del maestro e il brontolio della macchina avrebbero soffocate le mie parole.
— Mi dica, per carità, che mi ha perdonato — esclamai come un pazzo — altrimenti io crederò di essere un vigliacco!
— Mi ha offeso... mi ha fatto male... ma io gli perdono la troppa vivacità, perchè credo non l’abbia abbastanza ponderata.
— Per amor di Dio! mi dica almeno che non mi crede un tristo!
— Non un tristo, ma un temerario! Mi faccia credere almeno, che con la mia condotta non ho autorizzato... una simile audacia.
— Oh no! lei è una santa creatura; e mi ha punito abbastanza con le sue parole... che io ho ben meritate!
E tornammo di nuovo alla luce.
Annetta era nella stessa posizione di prima; solamente appoggiava la guancia ad una mano, mentre abbandonava l’altra sulle ginocchia, in preda ad un tremito convulso.
Dopo un altro minuto di luce, il treno piombò nuovamente nelle tenebre.
Era la terza e l’ultima galleria, lunga quanto la seconda.
In preda ad un’agitazione febbrile, volli esaurire fino all’estremo la mia sfrontatezza. Il dado era tratto: sciocchezza più, sciocchezza meno, non aggiungeva ormai peso al mio reato.
— Addio, signorina! Si ricordi sempre di me! Pensi che io non dimenticherò giammai il giorno memorabile in cui ho gustata, e per sempre perduta, la sola e vera felicità riserbata in terra alla creatura umana!
E afferrando con ambe le mani la mano che quella fanciulla abbandonava sulle ginocchia, la trassi a me con forza, e posai per tre volte la mia bocca ardente sul braccio seminudo, che io vedeva, anche nell’ombra, attraverso la febbre che mi abbruciava il cervello.
Un altro gemito, più doloroso del primo, uscì dal petto della fanciulla. Allo stesso tempo sentii un alito tiepido sfiorarmi la guancia, ed una voce fievole e tremante susurrarmi all’orecchio:
— Ma non ha capito, che io sono d’altri?!
Un fulmine caduto a’ miei piedi mi avrebbe meno atterrito di quelle poche parole fredde, vibrate, che io ascoltava nelle viscere di una montagna, in seno alle più fitte tenebre e fra l’urlo e i fischi d’una vaporiera.
— Maritata! — gridai con raccapriccio — maritata!
E questa volta fui io che cacciai il volto fra le due mani.
Quando tolsi da’ miei occhi le dita, le tenebre si erano dileguate. Gettai uno sguardo ad Annetta ed alla vecchia.
La prima era pallida e tremava tutta; — la seconda mi fissava con certi occhioni spalancati e con un tale aggrottamento di sopracciglia, che ben dicevano che qualche cosa aveva capito; aveva capito, se non altro, che Annetta aveva troppa paura del buio, ed io troppa paura della luce!
La situazione però era critica; e la vecchia dovette ben comprendere, che il più piccolo suo atto avrebbe potuto creare un serio scandalo nel piccolo mondo del vagone di seconda classe.
Io non badai alla madre, nè alla figlia. Non facevo che ripetere a me stesso:
— Maritata!... maritata!
XIV.
Da Bonorva a Macomer.
Dopo alcuni minuti si entrò nell’eterne foreste di Campeda. Sopra terreni incolti e di color rossiccio, tempestati di fiori campestri, erano migliaia di quercie secolari; tronchi distesi al suolo e per metà scorzati, come viandanti assassinati e spogliati sulla strada. Qua e là mandrie, e null’altro.
Quella pianura tutta alberata, monotona, triste, immensa, pareva fosse capitata là per condividere il mio malumore e per esortarmi alla penitenza del mio peccato.
Il maestro di scuola chiacchierava sempre a voce alta. Egli spiegava ai compagni come la ferrovia, là presso, seguiva quasi sempre l’antico stradone nazionale; diceva, che essendo Campeda molto lontana dai villaggi, era stata sempre un sicuro ricovero per i malviventi, i quali trovavano fra i vergini boschi un sicuro scampo; raccontava che verso il 1847 fu là derubato un incaricato del taglio delle foreste; che nel maggio del 1867, a metà della salita di San Simeone, là vicino, era stata assaltata la _Diligenza_ da una banda di grassatori, i quali avevano ferito il conduttore ed ucciso un tenente dei bersaglieri; aggiungeva infine, che l’altipiano di Campeda, a 680 metri sul livello del mare, è il punto più culminante delle strade ferrate sarde, ed anche di quelle del continente.
Io ed Annetta eravamo diventati muti. Dopo usciti dalla galleria, non una parola, non una occhiata scambiata fra noi.
Ripensai alla mia avventura. Ero stato mortalmente ferito da quella fatale rivelazione.
— Maritata! — pensavo. — Ed io, bestia, che doveva accorgermene subito! Quei sospironi, quando le narravo la storia di Adelasia; quel rossore, quando accennai alla parola _ricordo_; quelle carezze fatte al serpente d’argento, dono di _lui_, quasi volesse attingere a quel pegno la vacillante fedeltà coniugale; quello spavento e quei gemiti, quando le dissi che io l’amava, erano indizi certi di nozze effettuate!
Donna d’altri? Dunque, senza saperlo, io era in contravvenzione con uno dei dieci comandamenti di Dio! — Mi vergognai di me stesso, e ringraziai il cielo d’essermela cavata abbastanza bene.
Poco dopo facevo fare a’ miei pensieri un’altra evoluzione.
— Maritata, così giovine? Con quella sua ingenuità? Impossibile! E le lezioni di Suor Maria, fra una scala e l’altra? E la sua confessione di fidare in me? E quel guardarmi con tanta bontà?
Parliamo schietti, via! Annetta era un angelo; ma se per _fanciulla_ era troppo semplice, per _maritata_ era troppo leggera.
Che doveva io credere? Un lampo rischiarò la mia mente.
— Ecco — l’ho trovata! Annetta è una moglie infelice — una vittima sagrificata dai genitori, come lo fu Adelasia di Torres. Ma voglio venirne a capo!
* * *
Le quercie si facevano sempre più rare; fino a che passammo dinanzi alla stazione di Campeda, dove erano molte cataste di traversine, molta legna da ardere, e molto carbone ammontichiato — tre testimoni d’accusa che provavano la distruzione dei nostri boschi e delle nostre foreste, alla quale la Sardegna deve le peggiorate condizioni del suo clima, e la scarsità delle acque per uomini, per bestie, e per vegetali.
Attraversammo altri campi svariati, ma calvi come la palma della mano. A sinistra un nuraghe vicino ad una casupola; gli avanzi d’altro nuraghe a destra. Qua vacche che pascolavano, sferzando colla coda i propri fianchi; là vitelli impauriti, che fuggivano all’avvicinarsi del treno.
Le alte trincee scavate nel calcareo e nel tufo (che noi attraversammo veloci) pareva minacciassero di seppellire il treno con tutti i passeggieri.
Ecco a sinistra — sopra una collina, quasi a picco — il famoso nuraghe di Santa Barbara, uno dei più belli, illustrato dal Lamarmora. Altro nuraghe voi avete a destra; ma non dovete farne le meraviglie, perchè siamo sui terreni dove abbondano questi monumenti preistorici, che ascendono in Sardegna a più di tremila.
Un gruppo di case basse, brune, sotto tetti brunissimi e sopra un bruno terreno, ci avvisano della presenza di Macomer — villaggio che trovasi ad un’altezza considerevole, epperciò esposto a tutti i trentadue venti segnati nella bussola.
— Dove siamo, ora? — domandò il padre nobile, con un grosso sbadiglio che cercò invano di strozzare.
— Alla stazione di _Macomer_; — rispose l’ex consigliere di Bosa.
— Macomer?
— Sì; un paese a cui non mancarono mai le occasioni di farsi strada, ma che non volle mai saperne. Sede di antiche società italiane di legnami e scorze; — centro di quasi tutte le comunicazioni dell’isola; — sbocco di Nuoro e di Bosa, Macomer poteva tirar partito dalla sua fortunata posizione; ma si contentò di mettere denari a parte, coll’intento di abbellirsi col tempo. Da pochi mesi vi fu costrutto un acquedotto; e l’inglese Piercy, che ne è alquanto innamorato, ha fatto già acquisto di molti terreni, ed ha già disposto per farvi sorgere alcuni ragguardevoli fabbricati. Macomer ha certo un bell’avvenire dinanzi a sè — ma il suo presente lascia qualche cosa a desiderare!
— Ebbe però un bel passato storico! — interruppe il maestro di scuola, che non stava muto neanco ad ammazzarlo, e che possedeva il bernoccolo della storia sarda.
— Del passato non mi preoccupo — fece il bosano, stringendosi nelle spalle. E il maestro continuò gravemente:
— Macomer è l’antica _Macopsissa_ dei Romani; e dei tempi antichi non so altro. Nel medio evo, però, divenne celebre per alcuni fatti d’armi, di cui fu teatro. Là passò l’infelice Gerardo di Cervellon, quando nel 1347 conduceva un rinforzo di truppe a suo padre, il quale si era mosso da Sassari per andargli incontro. Il poveretto morì due giorni dopo, nella famosa battaglia di _Aidu de turdu_, presso Torralba. — Nel 1478 Macomer fu occupata dal valoroso Leonardo Alagon, ultimo marchese di Oristano, alla vigilia della famosa battaglia contro gli Aragonesi; nella quale egli subì la tremenda disfatta che doveva annientarlo. Lo sfortunato marchese lasciò in questi campi il suo figlio Artaldo, che vi cadde trafitto, vittima del proprio valore...
E il maestro continuò di questo tono, dando i suoi pareri, raccontando episodii, e citando con gravità Manno, Martini, Tola, Spano e Lamarmora.
XV.
Da Macomer a Bauladu.
Dalla stazione si fa un larghissimo giro per scendere nella vallata di Macomer. La strada ferrata, serpeggiando in tutti i sensi per l’aspro vallone, ottenne due scopi — fece risparmiare molte gallerie alla Società, e si procurò la soddisfazione di rivedere la sua corteggiata Macomer, che, questa volta, noi vediamo in alto, sul cocuzzolo della bruna montagna.
Le roccie ed i terreni di quei dintorni sono tutti di color grigio oscuro, come le pietre colle quali sono costrutte le case di Macomer ed i muri di cinta dei campi e dei poderi.
Passiamo, senza fermarci, dinanzi alla stazione di _Birori_, — che non ha nulla di particolare, tranne parecchi nuraghi, qualche _sepoltura di gigante_, e molti telai.
Entriamo in altra immensa pianura incorniciata da monti. La strada serpeggia sempre fra roccie, trincee e muri a secco, che questa volta han cambiato colore: da grigi sono diventati giallognoli.
Guardo dal finestrino. Passano rapidamente, ad uno ad uno, i casotti della ferrovia. Vestiti di bianco, col berretto di rosse tegole, e segnati con un grosso numero alle spalle, essi sembrano galeotti evasi dal Bagno. La famigliuola del cantoniere si fa alla porta per guardare il treno che fugge. Il papà ha in braccio il lattante; la mamma stende al sole i panni del bucato; i bambini battono le mani alla vaporiera; e la figlia maggiore, reggendo con la mano destra la bandiera, reca colla sinistra un lembo del fazzoletto alla bocca, per nascondere il rossore, o per meglio fissarci con due occhi assassini.