Da Sassari a Cagliari e viceversa

Part 10

Chapter 103,753 wordsPublic domain

Spesse volte io mi credevo un pazzo, e dicevo: — e se quanto mi accade fosse parto di un’alienazione mentale?

E interrogai le zie, i parenti, gli amici, me stesso, sui particolari di quel curioso avvenimento; ed ebbi tante spiegazioni, che brevemente sottopongo alla curiosità de’ miei lettori per non tediarli più oltre. Ecco quanto appresi:

Che Annetta, per caso, era nata in Asti nella casa dei parenti del babbo, presso i quali la zia fu mandata per essere assistita nel parto;

Che dall’età di dodici anni Annetta era stata educata in un Collegio di Firenze, ove le compagne le avevano fatto cambiar nome. E siccome Mariannina è il diminutivo di Maria Anna, la zia Antonica accondiscese alla scelta del secondo nome, col solo patto di cambiarlo in _Annetta_;

Che siccome una bambina belloccia può diventar goffa e bruttina col crescere degli anni — così una bambina dai rozzi lineamenti può perfezionarsi nell’età dello sviluppo, e diventar simpatica;

Che il padre di Annetta aveva telegrafato da Genova dicendo che sarebbe arrivato a Cagliari col piroscafo; ma che poi, pauroso del mare, aveva voluto abbreviare il tragitto passando per Sassari, dove doveva pur recarsi per sistemare alcune pendenze con parecchi commercianti di coloniali;

Che Annetta, per paura di compromettersi, aveva detto due innocenti bugie: a me, che il suo amante era un fiorentino — alla zia che l’amante era un genovese. E con ciò volle risparmiare a me nuove imprudenze, e risparmiare a sè stessa la vergogna di confessare d’essersi innamorata d’uno sconosciuto.

Seppi inoltre: che il famoso braccialetto era un regalo fattole dallo zio di Cagliari, a mia insaputa; che il telegramma da me ricevuto a Decimo non aveva nulla a che fare coll’arrivo di Mariannina; e che le due donne vedute dal mio amico in casa nostra non erano che due parenti della zia Efisia.

E seppi finalmente: che, per sfuggire alle nozze abborrite con mia cugina, non avevo trovato altro mezzo che quello di affrettare il matrimonio con lei!

Vede dunque il lettore, come per un uomo tormentato dalla passione i più piccoli avvenimenti possono talvolta prendere gigantesche apparenze, ed essere causa di molti malanni.

Bisogna però che io sia giusto con me stesso, e con gli altri.

Annetta era bella, istruita, simpatica e graziosa; ma pertanto, se me l’avessero subito presentata quale mia cugina, forse l’avrei trovata brutta, antipatica, ignorante e sgarbata. Non avrei esitato ad affermare, anche con giuramento, che i lineamenti di Annetta erano identici ai lineamenti di Mariannina settenne. Avrei anche sostenuto che aveva la fronte pelosa e il colorito verdone, come per lo passato.

E in questo fatto bisogna riconoscere: la volubilità dell’umana natura — il giusto valore della bellezza femminile, la quale non è che relativa — e la caparbietà vanitosa dell’uomo, il quale non tollera gli venga oggi imposto, ciò che domani pagherebbe a prezzo d’ogni sacrifizio.

Nè dobbiamo dare al figlio di Adamo tutti i torti. Perocchè è ben giusto, che se un malanno si ha da avere, questo malanno ce lo dobbiamo sceglier noi, e non altri; ci sarà così meno duro e più sopportabile. L’uomo che ha finito per crearsi una sventura può recar vantaggio a sè ed agli altri. Sforzandosi di parer felice, egli può risparmiare al prossimo le inutili querimonie, ed a sè stesso gli altrui rimproveri o l’altrui compassione.

* * *

Spuntò finalmente il giorno da noi desiderato.

Il 25 luglio sposammo al municipio, alla presenza del sindaco; e il 26, alle ore 4 del mattino, diedi l’anello a mia cugina alla presenza del parroco; il quale non era altri che il prete brontolone, mio compagno di viaggio da Oristano a Decimo. Chi lo sa? forse nel darci la benedizione avrà pensato al mio alterco coll’ufficiale, ed allo spavento provato in quel giorno memorando!

Uno dei testimoni era l’ufficiale; l’altro fu quel maestro di scuola, il quale favorì, colla sua storia sarda, i miei amori con Annetta. Invitandolo alle mie nozze, credetti adempiere ad un dovere di riconoscenza. Vi confesso che in quel giorno ho desiderato intorno a me tutti i compagni di viaggio — non escluso il povero Travet colla nidiata de’ suoi bambini.

Alle ore 5 della stessa mattina noi eravamo già alla stazione della ferrovia, accompagnati da tutti i nostri parenti ed amici.

Non posso tacervi un particolare. Io ed Annetta camminavamo in capo alla brigata; — i parenti ci venivano dietro.

Arrivati verso la metà della _Via Sassari_, mia suocera esclamò rivolta a mio zio:

— Guarda Cecchino e Mariannina! — non sembrano creati l’uno per l’altra?

— Dio li fa e Dio li accoppia! — rispose mio zio.

Erano le stesse parole pronunciate dalla zia vent’anni addietro, quando io dava degli scappellotti a Mariannina, e Mariannina mi rompeva la testa colle sedie. Tant’è, che l’augurio si era finalmente avverato. Dio ci aveva accoppiati come le tortore e come i colombi.

La mia sposa, che udì il complimento della zia, si volse verso i parenti, ed esclamò con affettuosa minaccia:

— Badate, veh? una volta per sempre: — non più _Cecchino_, nè più _Mariannina_. Chiamateci Anna e Francesco. Siamo rinati, e vogliamo essere ribattezzati!

* * *

Alle ore 5,30 il treno usciva dalla Stazione diretto per Sassari, luogo da noi prescelto per il viaggio di nozze, contemplato nel nostro programma.

XXX.

Da Cagliari a Sassari.

Non abbiate timore, perchè non è mio intendimento costringere il lettore a salire con me sul treno per rifare il viaggio da Cagliari a Sassari.

Le ragioni sono facili a concepirsi. La prima: perchè nella mia qualità di sposo novello non avrei desiderato la compagnia dei lettori, per quanto cara a chi scrive; la seconda ed ultima, perchè, anche volendolo, non avrei potuto descrivere questo mio secondo viaggio. Tanto io, quanto Annetta, non guardammo che pochissime volte la campagna.

Eravamo proprio soli, in uno scompartimento di prima classe; e nessuno durante il viaggio venne a turbare il nostro raccoglimento.

Preoccupati unicamente della nostra felicità, non rivedemmo con piacere che i soli luoghi che ci destavano cari ricordi.

Attraversando, per esempio, le tre Gallerie di Bonorva, Annetta mi rammentò la mia audacia, e rise come una matta; rise tanto, che ne fui quasi mortificato.

Solamente ad Ardara il volto di Annetta si fece serio. Essa volle che io abbassassi i vetri del finestrino per guardare i poveri ruderi di quella chiesa, di quel castello e di quelle mura, che rammentavano l’infelice Adelasia di Torres.

Sentii tremare la sua nella mia mano — e vidi una lagrima scendere per le sue guancie.

— Bambina! — esclamai — A che piangi?

— Non so perchè, Francesco: quel villaggio, lassù in alto, mi fa uno strano effetto. La tua storia dolorosa mi sta sempre fissa nella mente, non l’ho dimenticata, e non la dimenticherò mai più! Quando tu mi narravi le sventure della povera Regina di Torres, io sentii il mio cuore disposto ad amarti. Ora posso ben dirtelo, chè sono tua: Se tu non mi avessi parlato d’Adelasia con tanto entusiasmo e con tanta pietà, forse non ti avrei amato... come t’amo.

* * *

Arrivammo a Sassari alle ore 3 e 15 minuti del pomeriggio.

All’indomani condussi Anna in giro per farle conoscere la città. Le feci visitare gli stupendi affreschi della Sala Provinciale — lo scalone del Palazzo _Giordano_ — l’Acquedotto — l’Università — il Rosello e il Giardino pubblico. Pochi giorni dopo la condussi a visitare i dintorni, e sovratutto molte belle campagne.

La nostra luna di miele durò a Sassari oltre un mese — ed Anna era molto contenta di trovarsi nella mia patria.

Ella mi diceva:

— Sassari mi piace per tante belle cose — ma, più di tutto, perchè tu ci sei nato!

— Quando avremo soldi — le risposi — faremo un viaggio ad Asti; e così potrò visitare la chiesa dove fosti battezzata.

Verso la metà di settembre tornammo a Cagliari, in seno ai nostri parenti; e da quel giorno cominciai con più attività ad occuparmi degli affari del nostro commercio. La primavera della vita ci sorrideva; ma bisognava pur pensare alla stagione invernale. L’uomo saggio che prende moglie deve prepararsi a diventar formica!

* * *

Una seconda volta, insieme ad Annetta, feci il _Viceversa_ del viaggio da Cagliari a Sassari — e fu negli ultimi giorni del passato agosto: tredici mesi dopo il nostro matrimonio.

Eravamo in quattro: — io, Anna, una balia ed una bambina di tre mesi: la nostra primogenita, a cui mia moglie volle imporre il nome di Adelasia, in memoria del nostro amore.

Di questo viaggio mi restarono impressi i seguenti ricordi.

Passando dinanzi al villaggio di San Gavino, pensai alla sposa di Salvatore Farina, che nell’aprile dello scorso anno era venuta a visitare la Sardegna. Perduto il treno, ella dovette passar la notte in quel paese, insieme al marito e ad una brigata di parenti e di amici.

— Povera Cristina! Dicono che quel giorno fosse molto mesta. Forse presentiva che non avrebbe riveduto la patria del suo Salvatore. La poveretta non vide tornare la primavera; era venuta in Sardegna col mese dei fiori, e col mese dei fiori se n’era andata nel mondo degli spiriti.

Attraversando le tre famose Gallerie di Bonorva, la nostra bambina si mise a strillare per paura del buio; ed io dovetti consumare la mia scatola di cerini per farla tacere.

Inutile dirvi, che quel giorno mi scagliai contro la Società delle Ferrovie Sarde, perchè faceva troppa economia d’olio. Vedete bene come cambiano le nostre opinioni! Un anno prima avevo lodato la società — un anno dopo la biasimavo. L’amante applaudiva il buio — il marito desiderava la luce!

A Chilivani trovai una grata sorpresa: — la nuova stazione coll’elegante tettoia di ghisa — e il nuovo _Ristorante_ con tutto il _confortabile_ per i viaggiatori.

Sedemmo a tavola, e questa volta io mangiai con vero appetito.

Altro ricordo del mio secondo viaggio con Annetta fu quello della Stazione di Ploaghe.

Eravamo in seconda classe, in compagnia di altri quattro passeggieri.

Mentre io reggeva sulle ginocchia la piccola Adelasia, facendo notare ai compagni di viaggio la solita _precocità_ del nostro primo frutto, non so perchè, la bambina dimenticò tutte le regole di buona creanza; in modo che io, colla compunzione di un capocomico fischiato, dovetti chiedere scusa al colto pubblico per la sbadataggine commessa dalla prima attrice giovine della nostra compagnia.

* * *

Dopo essere rimasti a Sassari una diecina di giorni, ripartimmo per Cagliari; dove ora mi trovo, e dove scrivo questi miei ricordi per contentare un carissimo amico.

— Quando ritorneremo a Sassari? — mi domandò Anna in viaggio. — Io l’amo tanto la tua patria!

— Quando? — semprechè potremo ritornarvi con _uno in più_ — le risposi, scherzando.

— Vuol dire ogni anno!! — esclamò Anna sbadatamente.

Non so perchè, ma in quel momento ripensai alla famiglia del povero Travet, col quale io aveva viaggiato da Decimomannu a Cagliari.

— Bada, veh? — risposi serio ad Anna — Voglio bene a Sassari perchè ci sono nato; ma in questo caso ti avverto, che desidero di andarvi il più tardi possibile!

— E perchè? — domandò ingenuamente Anna, senza capire.

— Perchè i viveri sono cari; e per ogni individuo che viaggia in seconda classe si paga venti lire e sessanta centesimi.

— Scusa. I bambini al disotto dei sett’anni non pagano _mezzo_ biglietto?

Che doveva io rispondere?

— Taci! — le dissi — non dire sciocchezze!

E siccome Anna voleva di nuovo parlare, le chiusi la bocca con un bacio.

La balia voltò la faccia verso la campagna, e finse di non aver veduto.

FINE

ENRICO COSTA

DA MACOMER A BOSA

SECONDA EDIZIONE

— Vuoi tu accompagnarmi a Bosa? — dissi all’amico Giulio, ch’era stato mio compagno di viaggio da Nuoro a Macomer.

— A Bosa?! — esclamò Giulio vivamente, quasi con spavento — Andrei piuttosto all’inferno! Bisognerà che trascorrano parecchi anni prima ch’io mi decida a riveder quel paese.

— Che ti è accaduto? — dissi scherzando — Hai forse fatto qualche indigestione di fichi, o di carciofi?

— Taci, per pietà! — soggiunse l’amico — Senza volerlo tu metti il dito sulla mia piaga.

— Un’avventura...?

— Sì: proprio _un’avventura piccante_, per dirla con Don Sallustio nel _Ruy Blas_.

— Dilla meglio con me. Che ti è accaduto?

E Giulio mi narrò il seguente episodio, che io ripeterò al lettore colle stesse sue parole.

Non so veramente se ella avesse i diciott’anni; ma so, e posso giurare, che aveva due occhi assassini, capaci di assalirvi sulla pubblica strada.

E sulla pubblica strada la conobbi la prima volta, quando dentro l’_omnibus_ dell’impresa Gilli e Spano io mi recai da Macomer a Bosa per fare un’inchiesta presso l’ufficio dell’Agenzia delle tasse, nella mia qualità d’ispettore girovago.

Era una bellissima creatura, capace di far sdrucciolare un eremita penitente. Piena di grazia nelle movenze, quantunque grassottina, aveva i soliti capelli corvini, le solite guancie di rosa, e i soliti denti di perle: qualificativi che si applicheranno sempre alle belle donne, finchè vi saranno corvi in aria, rose in terra, e perle in mare.

Viaggiava in compagnia di altra fanciulla dai quindici ai sedici anni — di certo sua sorella — e di un canonico che tutt’e due chiamavano _lo zio_.

Eravamo quattro soli passeggieri, tutti nell’angusto spazio della _rotonda_ — battezzata saggiamente con tal nome appunto perchè è quadrata. Avevo alla sinistra la ragazza quindicenne, e di fronte la mia simpatica _corvina_, (per ora la chiamerò così), la quale sedeva vicino al canonico.

Non mi fermerò a descrivervi la sorella maggiore, perchè non lo posso; nè ho intenzione di farvi il ritratto della minore, perchè non lo voglio. La prima mi aveva acciecato — la seconda mi era indifferente.

Farò soltanto un cenno dello zio canonico, poichè la sua fisonomia era caratteristica.

Di prete non aveva che il tricorno ed il collarino; nel rimanente vestiva come la maggior parte dei mortali — pantaloni neri, corpetto chiuso fino al mento, e giacca di velluto alla _cacciatora_ con ampie saccoccie ai fianchi.

Appoggiava le due mani sul pomo d’avorio della sua cannadindia — e sulle mani appoggiava il mento, il quale aveva preso quella tinta azzurrognola che accusa il ritardo del barbiere nella raschiatura periodica.

Sulle labbra del canonico errava un sorriso benevolo, aperto — segno di affabilità di carattere e di schiettezza d’animo. Il suo volto era secco, asciutto, arsiccio — direi quasi affumicato.

Non faceva che guardar me e sorrider sempre; e quando rideva ammiccava i suoi occhietti furbi, espressivi, lampeggianti.

La cara fanciulla _corvina_ rideva ancor essa con una facilità singolare. Io la guardava continuamente negli occhi — ed essa non faceva che sorridere spensierata, senza la minima ombra di malizia e di civetteria. Sorridevamo tutti, senza dirci una parola, come se fossimo stati stretti parenti, od amici di antica data.

Ho rinunziato a descrivervi la bianca _corvina_, poichè io la trovavo tutta bella, tutta buona, dalla punta dei capelli alla punta degli stivaletti, che si potevano chiudere in un pugno. Non posso però tacere di un segno particolare, che forse aveva contribuito a rendermi innamorato di quella creatura. Quando rideva le comparivano sulle guancie due fossette procaci che mi davano le vertigini: due graziose fossette che parevano fatte apposta per cacciarvi i miei due occhi imprudenti, come in un nido d’amore. E notate, che, siccome la mia _corvina_ rideva facilmente, così quelle fossette erano sempre là in permanenza, in compagnia di due fila di dentini bianchi, dai quali mi sarei lasciato mordere con piacere.

Scena curiosa! — io fissava continuamente la fanciulla — e il canonico fissava me con un sorriso di bonarietà, di cui non sapevo darmi ragione. In ventisette anni di vita non mi era mai capitato d’imbattermi in uno zio così poco severo e così poco rigoroso al fianco di una bella e giovane nipote.

Che significava siffatta cieca fiducia? Mi si credeva forse un uomo innocuo, non pericoloso? oppure lo zio aveva in me subodorato un partito conveniente per la sua nipote?

Non sapevo spiegarmi lo strano fenomeno, per quanto mi lambiccassi il cervello; mi perdevo nel labirinto di quei sorrisi insistenti, problematici, che cominciavano a mortificarmi seriamente. Io ero solo — ed essi erano in tre!

Misi da banda tutte le considerazioni psicologiche, e cercai di approfittare di tutte le indulgenze plenarie del benefico zio, lanciando occhiate tutt’altro che furtive all’indirizzo della corvina nipote — la quale persisteva a mostrarmi le sue rosee fossette e i suoi dentini bianchi, nel fortunoso ambiente della _rotonda_ quadrata.

Lo zio canonico prendeva tabacco con frequenza, e me ne offriva con tanta grazia e con tanta insistenza, che mi pareva ingratitudine e scortesia il rifiutare. Quella polvere stuzzicava in modo impertinente le mie narici; ond’io, per quanto cercassi di frenare le smorfie alla presenza dell’oggetto amato, non riuscivo ad impedire gli starnuti; il che faceva ridere di cuore le nipoti, rendendo soddisfatto lo zio che mi diceva ogni tanto:

— Felicità!

Ed era questo un augurio di cui non avevo bisogno, poichè mi sentivo troppo _felice_ accanto alla bella nipote del canonico affumicato.

— Eravamo in viaggio da mezz’ora, e si sentiva da tutti il bisogno di chiacchierare. Mi accorsi subito che il canonico aveva una debolezza: l’agricoltura; aveva una passione prediletta: l’allevamento dei carciofi, di cui era caldo ammiratore, caldo cultore, e più caldo speculatore.

Dai discorsi fattimi, appresi che il canonico era un ricco proprietario di terreni. Ed allora mi balenò un sospettò: che il sorriso del prete non avesse altra mira che quella di guadagnare la mia simpatia per mezzo della nipote, sperando che io — come ispettore delle tasse — avessi chiuso un occhio sulle sue rendite patrimoniali.

Ma... che importava alla nipote delle imposte _dirette_ ed _indirette_? La continua apparizione delle due fossette e della dozzina di denti non poteva avere alcun rapporto con le tasse. A quella fanciulla non ero forse antipatico — e lo zio non poteva vedere di mal occhio la corte che le andavo facendo.

Perchè negarlo? mi lusingavo di aver fatto breccia nel cuore di una bella ragazza e di un brutto canonico; e ne esprimevo l’interna soddisfazione coll’attorcigliare la punta de’ miei baffi e coll’aggiustare il nodo della mia cravatta.

L’_omnibus_ si fermò a Sindia — il paese che è in fama di produrre e di distruggere: — produrre cioè gli eccellenti formaggi, e distruggere la coda ai cavalli per tessere le corde di crine.

Pregai i miei compagni di viaggio perchè accettassero da me una bottiglia di _gazosa_ — e tutti aggradirono l’offerta con una cortesia che lusingò il mio amor proprio.

Io era cotto: e mi pareva che il viaggio da Macomer a Bosa si facesse a volo d’uccello. Avrei desiderato maggior lentezza; e quando il carrozziere si rivolgeva a me per dirmi dal vetro rotto del _coupé_: «si cammina, è vero?» mi veniva l’impeto di buttarlo giù di cassetta.

Alle quattro e tre quarti eravamo a Suni — nel paese caro ai geologi, perchè loro presenta tutta la successione dei terreni: dalla roccia basaltica antica, alla recente lava basaltica nera. Ciò io dico per bocca del Lamarmora, confessandovi che sono indifferente a tutte le basaltiche del mondo, sì antiche che moderne.

Da Suni — per una ripida discesa — ci dirigemmo a Bosa, attraversando le colline ed i paesaggi più pittoreschi ch’io m’abbia veduto. I villaggi di Tinnura, Fluscio e Modolo — a breve distanza l’uno dall’altro — dominavano la vallata e le colline circostanti.

Scorgemmo finalmente la cittadina di Bosa, adagiata in basso, ma lontana ancora da noi. Le sue case erano tutte schierate in triplice fila lungo il fiume ed il colle che le spalleggia: esse ci apparivano come un reggimento di soldati che aspettano la rivista del generale.

Alle cinque precise l’_omnibus_ erasi fermato all’imbocco del ponte, proprio in faccia all’_Ufficio Daziario_, dove una vigile guardia ci pregò di dichiarare tutti i generi _consumabili_ che avevamo con noi.

Un signore sulla cinquantina ed una bambina sui dieci anni erano là fermi, in attesa dell’_omnibus_. Entrambi sorrisero al canonico ed alle sue compagne; i quali si affrettarono a smontare dal legno per andare loro incontro. Vi fu scambio di strette di mano e di qualche bacio, ed al mio orecchio giunse parecchie volte la parola _papà_. Non vi era dubbio: trattavasi del babbo delle due ragazze: il fratello forse del canonico, colà venuto per dare il _buon arrivo_ ai tre cari congiunti.

Si diressero tutti, a piedi, verso la città. Io rimasi solo, dentro la _rotonda_, fissando la mia adorata incognita che si allontanava.

La bella ragazza si era più volte girata verso di me per mostrarmi il suo sorriso, i suoi dentini e le due fossette color di rosa.

Il canonico fece di più. Prima di seguire la comitiva tornò a me, mi strinse la mano, e mi disse:

— Io vado con mio fratello e le mie nipoti. Spero di rivedervi. Verrete a visitare la mia cardiera?

— Oh, con piacere! Il vostro discorso sui carciofi mi ha addirittura entusiasmato!

— Ci rivedremo. Già, Bosa non è mica Parigi nè Londra. Ad ogni modo, ricordatevi che tutte le vie conducono alla _Piazza maggiore_!

E così dicendo mi offrì per l’ultima volta una presa di tabacco, che io ricambiai con un poderoso starnuto.

— Felicità! — conchiuse il canonico.

Oh! questa volta l’augurio del prete mi parve una crudele ironia; poichè in quel momento, separandomi dalla nipote, io era l’uomo più _infelice_ della terra!

II.

Per tre giorni non rividi i miei compagni di viaggio — nè le due ragazze, nè il canonico. Ero occupato ed intento all’ispezione dei registri e dei bollettari nell’ufficio dell’Agenzia delle tasse.

La sera del quarto giorno fui invitato da un collega mio amico ad una passeggiata in barchetta lungo il fiume Temo, che scorre carezzevole appiedi del paese. Accettai con piacere.

Non è un’esagerazione: la città di Bosa è la più bella e la più pittoresca fra le città sarde. Posta sul versante di un colle rivestito di oliveti, e sormontata dall’antico castello dei Malaspina, essa si specchia sul terso cristallo del suo fiume; il quale ne riflette le linde casette, i poggi incantevoli e i rigogliosi oliveti, scorrendo docile e silenzioso fra due sponde fiorite, per poi gettarsi nel vicino mare. Le due acque — l’una dolce e l’altra amara — confondono insieme i loro palpiti dentro l’ampio bacino, formato dalle roccie frastagliate e dalle spiaggie arenose.

Montammo sul battello, a poca distanza dalle arcate del ponte; e guidati da un esperto barcaiuolo ci dirigemmo verso levante — laddove il fiume serpeggia fra una catena pittoresca di fantastiche colline, che ti trasportano col pensiero alle belle rive del lago di Como. Lungo quei colli, l’acqua prende un colore verdastro, prodotto dalla rigogliosa vegetazione che riveste i due versanti, e che contrasta con la striscia azzurra di mare; la quale chiude a ponente il grandioso quadro creato dal sublime pennello della natura.

L’acqua del fiume pareva dormente, e capovolgeva le piante, le casette, e le colline che la sovrastano — quasi volesse raccoglierle nel suo seno per esortarle al riposo. Eppure avresti detto che da quelle sponde silenziose partissero voci indistinte che invitavano a pensare e ad amare! Era il linguaggio arcano del silenzio e della quiete, il quale commove le anime innamorate per trasportarle nel mondo dei fantasmi e degli spiriti, dove si ascolta ad orecchie chiuse, si sogna ad occhi aperti, e si parla col cuore e non col labbro.

Non si udiva che il tonfo dei due remi; un tonfo leggero, monotono, cadenzato.