Da Sassari a Cagliari e viceversa
Part 11
Il sole volgeva all’orizzonte, e, lanciando i suoi raggi sul fiume, metteva in risalto le tre arcate del ponte, che si riflettevano nell’onda come cerchi luminosi tagliati da innumerevoli striscie infocate, tremule, scintillanti. E i ruderi del vecchio castello e delle annesse muraglie apparivano lassù, sopra uno sfondo color di rosa — quasi a ricordo dell’antica potenza dei Malaspina che inalzarono la rocca verso il 1112, per cederla due secoli dopo, insieme alla città, ai giudici di Arborea.
Avevamo lasciato a sinistra la chiesetta di Santa Giusta e l’annesso giardinetto — trista brughiera un giorno, ed oggi un vero Eden di delizie, mercè la bacchetta magica di monsignor Eugenio Cano — un vescovo artista che all’ingegno eletto accoppia un cuore nobile e generoso. Volgemmo quindi a destra, passando sotto l’antica chiesetta di San Pietro ed al suo campanile in forma di torre quadrata, costrutta nel 1073: — unico ricordo che ancora rimane dell’antica Bosa cristiana, forse fabbricata sui ruderi della pagana _Bosa Vetus_. L’antica _Calmedia_, cambiando nome, è passata all’opposta sponda del Temo, lasciando sotto il _Monte Nieddu_ quella torre e quella chiesa, le quali sembrano dolersi dell’ingrato oblio e della solitudine cui vennero condannati dagli uomini e dal destino.
Tanto io, quanto il mio amico, eravamo immersi nel silenzio e nel raccoglimento. Non so a che cosa pensasse lui; io pensavo alla bella incognita dell’_omnibus_, che volentieri avrei desiderato là, in seno a quelle acque così tranquille. Ed era forse lei che in quel momento mi versava nell’anima la strana melanconia, che pur vedevo quasi riflessa in quel cielo, in quel mare, in quei seni deliziosi.
La barchetta diresse la prora verso la sponda sinistra, e andò quasi ad incastrarsi fra le erbette ed i canneti che arginavano le numerose campagne coltivate.
Scendemmo di un salto a terra, e ci trovammo in un ameno tenimento ricco di oliveti, di aranci, e di ortaglie d’ogni specie.
Dopo aver attraversato parecchi poderi, l’uno dentro l’altro, entrammo in una vasta cardiera, stupendamente coltivata.
Tutto solo in mezzo ad un viale, chino sulle piante e intento ad esaminare qua e là i superbi cardi, era un uomo decentemente vestito — per fermo il proprietario.
Ma, quale non fu la mia gradita sorpresa quando in lui ravvisai l’affumicato canonico, il mio compagno di viaggio, lo zio della bella ragazza che mi aveva ammaliato?
Mossi verso di lui, e gli strinsi la mano come ad un vecchio amico. Egli mi accolse con un grido di gioia, e mi offrì una buona presa di tabacco — di quel tabacco ch’io non poteva rifiutare, sebbene mi condannasse ad un augurio di _felicità_ illusoria.
Il mio amico mi lasciò solo col canonico, e si diresse al tenimento vicino, dicendomi che non avrebbe tardato a raggiungermi.
Inutile dire che il canonico mi condusse seco a fare il giro del suo tenimento, per vantarmi i suoi carciofi e per intontirmi colla nomenclatura di tutte le specie squisite che possedeva. Ed io, naturalmente, non dimenticai che avevo l’obbligo di portare ai sette cieli le sue piante, fingendomi molto addentro nei misteri dell’agricoltura. Anzi, ricordando il mio _primo libro di lettura_, e le nozioni apprese sui banchi delle scuole, parlai subito del pistillo e degli stami, indispensabili alla generazione dei frutti. Dissi, con gravità cattedratica, che il pistillo si divide in stigma, in stilo ed in ovario; e che lo stigma riceve il pòlline. Insomma, lo vuotai dall’A fino alla Z tutto il sacco della mia scienza agraria infantile, la quale non andava più in là del pòlline e dell’ovario.
Fu una vera rivelazione per l’agronomo prete.
— Voi dunque conoscete botanica e agricoltura?! — gridò il canonico, raggiante di contentezza. E piantandomi in faccia i suoi due occhietti lucicanti aspettava ansioso una risposta.
— Così... un poco! — risposi arrossendo.
— Bravo! ne sono proprio contento! Non potete immaginare il bene che mi avete fatto con simile confidenza; massime in questi tempi di scetticismo, in cui non si vuol confessare che la vera fonte della ricchezza è una sola: l’agricoltura, alla quale si piegano riverenti l’industria, il commercio, le scienze, le arti, ed i mestieri..... Credetelo, signore: se Bosa curasse meglio i prodotti delle sue terre, sarebbe la più ricca delle città sarde, nè avrebbe bisogno di sudar tanto per pagare i propri debiti. Essa, invece, non si è preoccupata che della ricerca di tesori nel Castello dei Malaspina — senza mai persuadersi che il vero tesoro ce l’ha in seno, e consiste nei germi misteriosi che giacciono nelle viscere della terra, i quali aspettano le braccia dell’uomo per venire all’aria aperta. Altro che pensare al malaugurato porto ed alle ferrovie inutili!
Il buon canonico continuò su questo tono, e non la finiva mai. Egli era sublime ne’ suoi entusiasmi, e mi pregò di tenergli compagnia.
Mi portò da un cardo all’altro, esaltandomi ogni pianta, facendomi la rassegna apologetica delle sue cardiere, e dicendomi che i suoi carciofi non avevano rivali in tutto l’agro bosano. Ad un tratto si fermò di botto, e mi domandò a bruciapelo:
— Sapete a quale specie appartiene il cardo?
— Ai _monopètali_ — risposi a caso, con la titubanza di colui che giuoca l’ultima carta che decide della sua fortuna.
— Bravo! — esclamò il canonico, battendomi sulla spalla.
Temendo che l’esame continuasse, tentai di far deviare il discorso dai cardi; e fissando il quadrato degli ulivi che chiudeva la cardiera, esclamai:
— Avete un buon raccolto d’olio, quest’anno!
Il canonico, inesorabile, mi guardò negli occhi:
— Sapete voi la differenza che passa fra il cardo e l’olivo?
Questa volta rimasi a bocca aperta, aspettando che la risposta mi venisse dal prete. Il mio _primo libro di lettura_ non mi diede alcun aiuto.
Supponendo che il mio silenzio non fosse che ammirazione, il canonico soggiunse con sussiego:
— L’ulivo è un _monopètalo_ che ha la corolla _sotto_ l’ovario, come il tabacco e la patata; — il cardo, all’opposto, ha la corolla _sopra_ l’ovario, come la lattuga e la camomilla. Non conoscete forse il metodo e la teoria di Jussien?
— No. Conosco bensì altri metodi — arrischiai timidamente.
— Ho capito — fece il prete con tono di compassione — appartenete dunque alla nuova scuola?
— Sissignore: alla scuola _verista_ — risposi, non so perchè; forse per l’associazione d’idee fra _cardi_ e _Carducci_.
E il buon canonico, tutto tronfio per la sua scienza, mi portò a passeggiare fra i suoi cardi parlandomi delle delicate cure che essi richiedevano nel _rincalzamento_ e nelle _legature_; mi disse che si piantavano in maggio, che si mangiavano in febbraio, che reclamavano un terreno profondo, grasso, ben concimato, e che i suoi carciofi erano _precoci_ quanto quelli di Napoli e della Sicilia.
— Vedete? — mi diceva ad ogni passo — questo è un carciofo comune, il verde: _cynara scolymus virdis_; quest’altro che dà al violetto è qualità rara: _cynara scolymus violacea_; questo che dà al rosso è chiamato dai botanici _cynara scolymus rubra_; e questo bianco è conosciuto sotto il nome di _cynara scolymus albida_...
E il canonico staccava con delicatezza i carciofi dalle piante, e me li porgeva, pregandomi con insistenza di gustarli.
— Ebbene? — mi diceva — sentite che morbidezza!... che sapore!... che fragranza!... Osservate come la semplice pressione dei denti incisivi basta per spezzarne le foglie nettamente, senza filamenti di sorta! Non abbiate timore: morsicate pure vicino alla spina: troverete la foglia tutta tenera, pieghevole, pastosa... Vera _cynara scolymus virdis_ di prima qualità!
Fu per me un vero supplizio. Avevo le labbra legate e nere come il carbone; la bocca pastosa ed amara; la lingua inchiodata al palato, in modo che mi riusciva difficile il parlare.
Il canonico, incoraggiato dalla mia innocente bugia, mi aveva assalito, perseguitato, annientato sotto un mondo di _cynare_ di tutti i colori. E mentre il povero botanico, cieco di passione, contava quasi le foglie dei carciofi, io volgeva gli occhi all’intorno, in cerca degli occhi della cara nipote, i quali mi avevano punto più dei carciofi e dei cardi dello zio. Finalmente mi feci coraggio, e gli chiesi:
— Siete qui solo, in campagna?
— Quasi sempre — mi rispose. — La famiglia di mio fratello viene qualche volta a passarvi la sera. Oggi, per esempio, abbiamo fatto qui pranzo. Venite su, alla casetta; vi farò bere un buon bicchiere di malvagia, e coglierò l’occasione per presentarvi alla famiglia di Battista.
E ci dirigemmo insieme alla casetta di campagna, posta in altura. Il cuore mi batteva forte.
Durante il breve tragitto il prete trovò modo di farmi sorbire una dotta digressione sulla _malvagia_, che chiamò _la regina dei vini sardi_, moglie del vino nero di _Oliena_, e sorella della _Vernaccia_ di Solarussa. Egli così conchiuse:
— La miglior _malvasia_ è fornita da Tresnuraghes — e spetta a Tresnuraghes l’onore di averle dato la culla — come spetta a Bosa la gloria di poter gridare al quattro venti: io sono la patria dei migliori carciofi del mondo!
Sul piazzale della casetta, formanti diversi gruppi, erano una dozzina di donne, fra signore, signorine e persone di servizio. Fra esse notai le due graziose mie compagne di viaggio, colle quali ricambiai un cortese saluto.
La maggiore delle nipoti, al vedermi, sorrise ed arrossì leggermente; e così potei di nuovo ammirare le due fossette ch’erano venute al centro delle sue guancie, e gli otto dentini ch’erano apparsi sulla soglia della sua bocca.
Il mio collega d’ufficio era là, e discorreva tranquillamente con le signore e le ragazze; le quali, come più tardi appresi, appartenevano a tre distinte famiglie. Avrei anch’io desiderato di trattenermi in mezzo all’allegra brigata, ma il mio destino non lo volle.
Infervorato nel discorso dei cardi, ed ossequiente alla mia simulata scienza agraria, il canonico mi presentò alle nipoti ed alle altre signore, declinando il mio nome e la mia qualità; mi fece tranguggiare in fretta e furia quattro bicchierini di _malvagia_, e poi esclamò rivoltò alla comitiva:
— Non vogliamo interrompere la vostra conversazione; io mi porto via il signor Giulio, un continentale studioso e appassionato di tutte le vegetazioni.
E senza lasciarmi tirar fiato mi prese a braccetto, e mi trascinò nel piccolo viale che conduceva alla cardiera, togliendomi bruscamente a quella conversazione, per ottener la quale avevo sagrificato la libertà, la pace, ed ogni divertimento.
Potete immaginare l’effetto in me prodotto dalle parole del prete; esse mi facevano comparire agli occhi delle signore come un misantropo, uno scortese, uno screanzato. Col sorriso sul labbro e la rabbia net cuore io fui costretto a seguire l’inesorabile canonico, il quale mi tenne un’altra ora in mezzo alla sua cardiera, spiegandomi gli amori, le nozze e la figliuolanza dei carciofi bianchi, rossi e verdi.
Fattogli i complimenti per la passione che nutriva verso i cardi, il canonico mi rispose:
— Come vedete, è tutta qui la mia occupazione, è tutto qui il mio pensiero. Tranne un po’ di messa la mattina, io non vivo che nei carciofi e per i carciofi. Non ho che uno scopo, una sola ambizione: trovare un uomo che dopo la mia morte continui a coltivare con affetto i miei cardi. Ed è perciò che fin d’ora ho destinato questa campagna alla figlia maggiore di mio fratello: — sarà la sua dote. Io le ho detto: « — Bada Rosina, bisogna che tu scelga un marito che continui degnamente l’opera di tuo zio; da te sola dipenderà la mia fortuna; ubbidiscimi se vuoi che le mie ossa riposino in pace sotto la terra che mi ha veduto nascere!»
_Rosina!_ — mi era finalmente noto il nome della mia graziosa viaggiatrice! — mi era nota, anche senza volerlo, la dote che lo zio prete assegnava alla sua nipote. Mi trovavo dunque sulla buona via, nè dovevo indietreggiare.
Null’altro io seppi quella sera. Lasciai la campagna di malumore, poichè non mi era riuscito di parlare con lei: con Rosina. Una sola cosa avevo ottenuto: il permesso di visitare con frequenza la cardiera dello zio canonico.
III.
La mia seconda visita alla cardiera non fu più fortunata della prima. Anche allora dovetti subire le noiose digressioni scientifiche attorno ai cardi ed ai carciofi.
Quella sera la famiglia non era in campagna; motivo per cui mi rassegnai alle prediche apologetiche del tenero zio, il quale mi credeva sul serio un profondo e appassionato botanico. E non basta; feci la personale conoscenza del fratello del canonico — il fortunato padre della Rosina, per la quale avevo esposto il mio corpo e il mio spirito alle acute punture di tutta la cardiera del reverendo.
Il padre di Rosina — che non somigliava punto al _Don Bartolo_ di Rossini — era della stessa pasta del fratello prete: un uomo alla buona, di poche parole, ma di molto cuore.
Non tardai però ad avvedermi che anche lui era affetto dalla malattia di famiglia: la smania morbosa per l’agricoltura e per la botanica. Era una pazzia ereditaria. La differenza non consisteva che nei gusti: il fratello prete portava alle stelle i carciofi — il fratello secolare esaltava i fichi secchi, altra produzione speciale di Bosa.
Informato anche lui della mia profonda dottrina in agricoltura, volle darmi un saggio del suo sapere col descrivermi tutti i pregi, i difetti, le malattie e le cure del fico.
Non voglio ripetere al lettore il mio secondo supplizio, — ero un vero martire. Il babbo di Rosina mi decantò la buona qualità del suo fico comune, chiamato dai botanici _ficus carica_; mi disse che la confezione dei fichi secchi non è cosa così facile come comunemente si crede; che la raccolta deve farsi in giorni sereni, dopo dissipata la rugiada; che i fichi vogliono essere compressi, esposti al sole sopra graticci, ritirati in casa al tramonto, rivoltati con frequenza, e tramutati in luoghi asciutti ed ariosi. Il buon uomo, infine, mi parlò delle tre specie d’insetti dannosi al fico, conosciuti sotto i nomi di _coccinella, chermes_, e _psyllium_.
Faccio grazia a chi legge delle altre spiegazioni datemi, e della nomenclatura del fico, di cui non capivo proprio _un fico_! Dirò solo che fui esposto ad un secondo esame, che per fortuna ebbe un esito per me soddisfacente; esso si ridusse al seguente interrogatorio:
— Conoscete la famiglia dei fichi? — mi domandò seriamente il fratello del canonico.
— Sì, signore! — risposi senza esitare.
— Tutta? — replicò l’esaminatore.
— Tutta: fino ai fichi d’India, che io credo i parenti più lontani.
— Non vi pare che il fico meriti il primo posto fra gli alberi fruttiferi?
— Certamente.
— E perchè?
— Per i servigi resi ai nostri primi padri nel paradiso terrestre.
— Bravo! Vi faccio i miei complimenti. Debbo confessare che i continentali studiano l’agricoltura con più amore dei sardi. Nostra colpa se siamo miseri!
E qui ebbe termine l’inchiesta.
Dirò per abbreviare, che mi recai per altre due volte alla campagna del canonico, dove ebbi agio di vedere e di salutare la bella Rosina, della quale ero perdutamente innamorato, e per la quale sopportavo con rassegnazione le apologie del _ficus carica_ e della _cynara scolymus virdis_.
Un bel giorno — era la quinta volta che andavo a visitare la cardiera — mentre passeggiavo col canonico lungo i viali, determinai di aprirgli francamente l’animo mio.
Fermandomi di botto dinanzi al canonico, esclamai risoluto:
— Sentite, amico: io voglio essere con voi sincero, perchè sono un galantuomo. Oramai conoscete chi io mi sia, il mio impiego, la mia fortuna, i miei parenti. Potete rivolgervi al sindaco del mio paese per avere le necessarie informazioni sul mio individuo.
— E che importa tutto questo?
— Importa molto. Io sono pazzamente invaghito di vostra nipote Rosina, la quale mi ha ammaliato fin dal giorno che la ebbi compagna di viaggio nell’_omnibus_. Ditemi francamente: posso chiederla in sposa al suo babbo? Consigliatemi!
Il canonico, che in quel momento toglieva un bruco da un carciofo _romano_, si rizzò di scatto e mi fissò sorpreso:
— Parlate sul serio?
— Sul serio!
— Ebbene: vi dirò allora con la stessa franchezza, che anch’io ho vagheggiato questo matrimonio fin da quando appresi la vostra onestà, la vostra coltura botanica, il vostro affetto per i miei carciofi. Ciò mi rende sicuro dell’amore che porterete ai figli vostri. Però...
— Però...?
— Però, io non sono il babbo di Rosina, ed ho bisogno di consultare chi può disporre di lei. Capirete bene che non voglio addossarmi alcuna risponsabilità. Conosco gli amori de’ miei cardi, non quelli di mia nipote. Spetta a mio fratello, e più di lui a Rosina, il darvi una risposta. Non so se il primo sarà contento, e se la seconda abbia il cuore libero. Posso solamente assicurarvi che avrete in me un valido protettore; perorerò la vostra causa, ma senza prendere alcun impegno sulla riuscita dell’affare.
— Mi rimetto interamente alla vostra amicizia.
— Mio fratello è assente. Trovasi da tre giorni in Sindia per contrattarvi una partita di fichi secchi. Appena sarà di ritorno, farò l’ambasciata in vostro favore.
Così dicendo il canonico si chinò di nuovo sui cardi, come se volesse dar loro l’annunzio di un fausto avvenimento.
IV.
All’indomani mi recai alla campagna del canonico col fermo proposito di parlare con Rosina, o di consegnarle un mio biglietto nel caso che non mi fosse riuscito di abboccarmi con lei. Volevo approfittare dell’assenza del babbo, che trovavasi impegnato a Sindia co’ suoi fichi secchi.
Eccovi il contenuto del biglietto da me preparato:
«È ormai inutile celarlo. Dacchè vi ho veduta nell’omnibus mi sono innamorato di voi. Vi amo con tutta l’anima, alla follia; non vivo che per voi, e per voi solamente io frequento la campagna di vostro zio, dolente di non aver potuto rivolgervi una parola. Non so spiegarmi la freddezza e la ritrosia che mi dimostrate. Rispondetemi con due sole righe; altrimenti sarò capace di commettere qualche eccesso, di cui vi renderò risponsabile.»
Approfittando del momento in cui Rosina erasi allontanata dalle sorelle per cogliere alcuni fiorellini nel viale, io le tenni dietro.
Nel vedermi ella tentò di scappare, ma io le dissi piano, con voce concitata:
— Non mi fuggite, perchè vi amo. Leggete questo foglio, e rispondetemi oggi stesso... fra un’ora!
Rosina divenne pallida, poi rossa; mi guardò, balbettò alcune parole, ma mi stese la mano per prendere il foglio che le porgevo.
Allora io — temendo di venir sorpreso — gettai a’ suoi piedi la mia letterina, e mi allontanai prestamente, dopo averle detto:
— Il mio destino è nelle vostre mani!
Quando verso sera io presi commiato dalla famiglia, che trovavasi raccolta nel piazzale della casetta, Rosina trovò il modo di consegnarmi un bigliettino. La povera ragazza tremava come foglia, e rientrò subito in casa.
Nell’accompagnarmi fino al fiume lo zio prete mi susurrò all’orecchio:
— Mio fratello è arrivato. Domani sera vi aspetto in casa mia per darvi una risposta.
Appena la barca si scostò dalla sponda, gettai un’occhiata al bigliettino che tenevo chiuso nel pugno. Eccone il contenuto:
« — Io non posso amarvi. Voi dovete allontanarvi dalla nostra campagna e da Bosa, se è vero che siete un galantuomo. La vostra insistenza mi renderebbe infelice. Il mio cuore è d’altri. Dimenticate di avermi conosciuta!»
Queste poche righe mi serrarono il cuore. Credetti tutto comprendere, e mi diedi ragione delle parole misteriose del canonico: _non so se abbia il cuore libero._
Io dunque avevo un rivale. Ma chi era costui? Maledissi i carciofi dello zio, che forse avevano contribuito alla mia rovina.
Passai una notte agitatissima. La mattina susseguente, verso le nove, mi incamminai alla casa del canonico, col fermo proposito di ritirare la mia domanda Per fatalità, vi trovai il padre di Rosina, il quale abitava nel piano superiore insieme alla famiglia.
Mi sentii impacciato, confuso. Il canonico, anch’esso, pareva sulle spine. Mi guardava fisso, come per dirmi che avevo anticipato l’ora dell’appuntamento.
Ero sul punto di aprir bocca, quando il canonico mi fe’ cenno di sedere e di non parlare.
— Battista — diss’egli rivolto al fratello — postocchè ci troviamo tutti e tre qui riuniti, mettiamo a parte i preamboli e le cerimonie. Il signore è venuto per aver la risposta sull’affare che or ora ti comunicai. Rispondigli tu stesso direttamente... Siamo fra gentiluomini!
— Signor Giulio — disse il papà della ragazza a me rivolto — noi ci sentiamo orgogliosi di accettarvi a far parte della famiglia. Bisognerà, però, che abbiate pazienza per qualche anno — la Rosina è troppo giovane, e...
— Scusi — interruppi — io veniva invece per...
— D’altronde — continuò il babbo, senza darmi ascolto — permettete ch’io vi dica che la vostra domanda fu alquanto inconsiderata... Non parlaste mai a Rosina... e Rosina è così timida che...
— Le parlai, — dissi, interrompendolo di nuovo — le parlai, ma mi accorsi che cercava di sfuggirmi.
— Vi sfuggiva per timidezza.
— Ma se...
— Perchè non le parlaste addirittura del vostro amore?
— Glie ne parlai, e glie lo scrissi.
— Voi?! ciò non è possibile! — replicò il buon uomo — Rosina me lo avrebbe confessato...
— Non ve lo ha confessato perchè ama un altro.
— Un altro?!
— Ella mi disse che...
Il brusco movimento del babbo mi fece subito accorto della mia imprudenza. Volli rimediarvi, ma era tardi.
— Scusate, signore — esclamò il papà alzandosi — ho bisogno di chiedere alcune spiegazioni in proposito... Certe cose non si debbono tollerare dalle figliuole. Bisogna ripararvi in tempo.
E s’incamminò verso l’uscio.
— Ascoltatemi prima — gridai.
— Scusate, ma io non lo posso. Non è per voi... non è per lei, non è per _lui_: è per me che io parlo. Torno qui subito: con permesso!
E Battista uscì dalla camera.
Rimasti soli, io e il canonico ci guardammo in silenzio, quasi chiedendoci spiegazione sulla condotta di quell’uomo che ci piantava bruscamente.
Fui il primo ad aprir bocca, e dissi risoluto:
— Sentite, reverendo: a voi posso tutto svelare. Sappiate che vostra nipote è innamorata d’altri, e che la mia presenza in Bosa la rende infelice. Cercate voi dunque, come zio e come prete, di sorvegliare quella ragazza; non è giusto che si faccia violenza al suo cuore!
— Che mi andate dicendo?
— La verità.
— Chi vi ha detto simili fandonie?
— Ella stessa: Rosina.
— Le parlaste?
— Le parlai e le scrissi.
— Ed ella...?
— Mi ha gentilmente risposto con lettera.
— Rosina?!
— Proprio Rosina!
— E sembrava così ingenua!... Ah, donna fraschetta! — esclamò lo zio canonico, non potendo più oltre celare il dispetto e la collera. Ed io allora continuai:
— A voi che mi siete amico non posso nè voglio celar nulla. Ecco il suo foglio: leggete. Vostra nipote è innamorata d’altri, e mi raccomanda di allontanarmi da Bosa se desidero la sua pace.
— Non capisco più niente! — disse il canonico dondolando la testa; e aprendo lentamente il biglietto vi gettò un’occhiata.
Ad un tratto egli balzò in piedi, pallido, atterrito, come se quel foglio contenesse una vipera.
— Che fu? — gridai spaventato.
— La scrittura di mia cognata!! — gridò il canonico spalancando gli occhi.
— Chi?
— La moglie di mio fratello, che è pur mia nipote!
— Voi scherzate.
— Non scherzo — gridò il buon prete rimettendosi a sedere; e poi continuò squadrandomi con disprezzo:
— Voi avete approfittato della mia amicizia e de’ miei carciofi per sedurre mia cognata; e mi avete cacciato in un orribile ginepraio, chiamandomi complice nella vostra tresca infame!
— Voi mi offendete. La vostra collera, in questo momento, non vi fa riflettere sull’accaduto. Diamine! se avessi avuto intenzioni disoneste non sarei qui venuto a chiedervi la mano di Rosina!
— Rosina, era un pretesto; ma intanto voi tenevate corrispondenza con Carmela!
— Carmela?
— Già: Carmela, che da un anno è moglie di mio fratello Battista: vedovo, con tre figlie di primo letto.