Da Sassari a Cagliari e viceversa
Part 2
Lo ricorderò sempre. La zia Efisia — sorella di mia madre — mi pregò un giorno di recarmi al Mercato per far la spesa. Prendo meco un monello (_piccioccu de crobi_), e dopo un’ora torno a casa. Giunto sotto la statua di Carlo Felice, il monello comincia a intonare con voce acuta e stridula:
Mariannina sta malata, L’è vinutu lu dolori.....
Mi rivolsi a quel mascalzone, e gli gridai inferocito:
— Finiscila, maldicente!! — E poi tra me: — fosse ammalata davvero, e crepasse!
Eppure, anche in mezzo a siffatti spasimi, fino all’età di vent’anni non ebbi l’ardire di oppormi al desiderio dello zio, che mi parlava della cuginetta con tanto trasporto.
Un bel giorno mi feci coraggio, e gli dissi risolutamente che non pensavo a prender moglie perchè non ne sentivo il bisogno; e se la cugina a Genova rifiutava i partiti per mio riguardo, faceva una grossa corbelleria; e se poi non trovava mariti lassù, che avesse pazienza, perchè io non doveva servire di _para cugine_.
Un altro giorno mi spiegai più chiaramente. Dissi allo zio che il matrimonio era un sacramento come l’estrema unzione, e l’amministrarmelo in quel modo significava che mi si credeva un giovine morto — ciò che non era vero, perchè avevo gli occhi aperti ed ero più vivo di quello che credessero i miei parenti.
Come crescevano gli anni, sentivo in me crescere l’avversione per la zia di Genova. Cominciavo a persuadermi che il suo affetto era _interessato_; che ella cercava di pescare un marito alla figlia — e che io doveva essere il pesce pescato.
Non so dirvi ciò che pensasse mio zio; so solamente che da quel giorno mi lasciò in pace; ed io non pensai che a divertirmi, facendo all’amore anche con tre donne alla volta.
Una domenica, a pranzo, lo zio mi annunziò che la madre di Mariannina m’invitava a Genova per passare un mesetto presso la sua famiglia. Io mi guardai bene dall’accettare, e pregai lo zio di rispondere che gli affari commerciali non permettevano la mia assenza dall’isola.
Un mese dopo ricevemmo la notizia che la zia Antonica aveva deciso di recarsi colla figlia a Cagliari. Un telegramma da Genova ci avrebbe indicato il giorno della partenza, e così noi potevamo assistere al loro arrivo sul molo.
Potete immaginare il mio rammarico! Ogni qual volta entrava un piroscafo nel porto, sentivo venirmi la pelle d’oca. In ogni donna che sbarcava io vedeva Mariannina o la zia Antonica.
Ero appunto in preda a quest’agitazione febbrile nei giorni che da Cagliari mi recai a Sassari ed a Sorso — e da Sorso di nuovo alla stazione di Sassari, per approfittare del treno delle 10, che doveva ricondurmi al centro dei nostri affari e d’ogni mia sventura.
Vedrete ora come vanno le cose del mondo; e come talvolta, fuggendo da una donna, si finisce per cadere in un’altra; — vedrete il mezzo escogitato per liberarmi dalla mia cuginetta, mandando in fumo i progetti della zia; — vedrete come basta talvolta una piccola scintilla per produrre gran fiamma — e come un malanno da noi prescelto si preferisca ad un malanno che ci viene imposto.
III.
Dalla stazione di Sassari a quella di Tissi-Usini.
Era il 3 luglio del 1881, in domenica. Certe date non possono dimenticarsi!
Arrivai grondante di sudore alla stazione, appena in tempo per prendere allo sportellino l’ultimo biglietto di _seconda classe_, per Cagliari. Attraversai in tutta furia la sala d’aspetto — dopo aver sottoposto il mio bianco biglietto _al taglio secco_ della guardia — ed uscii di nuovo all’aperto.
Non vi era alcun passeggiero — tutti erano già a posto. Una guardia mi vide, e, borbottando, riaprì uno sportello di _seconda_, che allor allora aveva chiuso.
— Faccia presto! — mi gridò con un certo tono esprimente rimprovero, impazienza, e collera repressa.
Io sudava orribilmente sotto i raggi del sole di luglio e sotto il peso de’ miei bagagli.
Buttai in mezzo al vagone, alla rinfusa, la valigietta, poi la borsa da viaggio, il bastone, l’ombrello, un pacco consegnatomi a Sorso, e un cestino contenente un pollo freddo, pane, prosciutto, formaggio, e mezza dozzina d’aranci — tutte proviste da bocca, comprate in fretta e in furia per frenare in viaggio la rivoluzione dello stomaco, digiuno fin dalla sera precedente.
Già mi accingevo a spiccare il salto nel vagone, quando la mano invereconda della guardia mi diede una spinta, e chiuse lo sportello dietro di me.
Mi trovai inginocchiato su’ miei effetti di viaggio, che ingombravano lo scompartimento.
— Scusino, signori — dissi rivolto a’ miei compagni di viaggio, senza pur guardarne uno in faccia. E mi accinsi a distribuire ad uno ad uno tutti i miei oggetti sulla rete dei due portabagagli, approfittando dei vani lasciati liberi dai miei predecessori. Tutto ciò in un baleno, in meno che io lo dica.
Tuttavia il treno non si era mosso. Vi erano parole d’ordine da scambiarsi fra ingegneri e assistenti, fra capo stazione e capo movimento.
Cacciai la testa fuori del finestrino per salutare la mia Sassari, che da parecchi anni io non rivedeva che a sbalzi, a lunghi intervalli, stante l’ufficio di commesso viaggiatore a cui m’avevano condannato. Fissai quella povera stazione, eterna nella sua provvisorietà, gettata in mezzo a quel campo roccioso, indecente, accidentato, pieno d’erbe, di carbone... e di altri commestibili. Oltrepassai, col pensiero, il tetto della stazione, e vidi al di là le torri smozzicate che domandano con insistenza il riposo della tomba; vidi quella fetta di melone sulla cui fronte hanno scritto _Dazio Comunale_; vidi le case rachitiche e lo steccato imponente che annunzia al forestiero l’ingresso solenne alla città; vidi il botteghino della stazione, attorno al quale ronzano quei volatili importuni che vivi si combattono e morti si temono; notai le guardie daziarie, armate d’un lungo spiedo, che vedono assessori dappertutto; — e feci caldi voti perchè Governo, Compagnia Reale e Municipio si mettano d’accordo una buona volta per l’erezione della stazione definitiva, a cui è affidato l’avvenire della Sassari settentrionale.
Ma la campana suona; si sente lo squillo del corno, un fischio acutissimo, ed una scossa che ci fa balzare sui sedili; e finalmente il treno, lento lento, si muove — mentre i molti passeggieri si fanno ai finestrini per salutare colla mano o coi fazzoletti i pochi amici ed i parenti, che son venuti fin là, per amore o per forza, sfidando la polvere ed anche l’insolazione.
Pare che tutto si muova intorno a noi: — a destra la chiesa di San Paolo, il Campo dei morti e lo stabilimento Princivalle — a sinistra il Gazogeno, la chiesa di Santa Maria e lo stabilimento delle Concie.
Si entra subito nei primi oliveti, i quali per un buon pezzo fanno ala alla ferrovia. Col verde grigio del fogliame e coi tronchi asciutti e angolosi spirano nell’anima una soave malinconia.
Ecco una pianura coltivata a cardi, e qua e là un po’ di frutteti. E dopo aver tagliato per due volte la strada nazionale di Alghero, il treno segue la valle, serpeggiando fra una doppia catena di piccole colline.
Siamo a _Caniga_, ma il treno non vi si ferma. La stazione è fatta per comodo dei proprietari e lavoratori delle campagne circonvicine.
Si attraversa una brevissima galleria, sulla cui roccia esterna si arrampica l’edera. Seguiamo sempre la strada fra le colline rivestite di frutteti; qua e là pioppi, o qualche casetta microscopica, isolata, la quale subito sparisce, quasi vergognandosi della sua dimessa toeletta.
Nei vagoni si balla, perocchè le irregolarità della linea ferrata ci regalano certe scosse brusche che ci fanno trasalire.
Ecco il fischio d’avviso; siamo alla stazione di _Tissi-Usini_, così battezzata per avvertirci che siamo ben lontani da Usini, e ben lontani da Tissi.
Prima, però, d’andare avanti colla ferrovia, sento il bisogno di tornare indietro colla narrazione. Voglio farvi fare la conoscenza de’ miei compagni di viaggio.
IV.
I compagni di viaggio.
Uscito il treno dalla stazione di Sassari, e collocati a posto i miei bagagli, tolsi dalla mia borsa un berretto grigio da viaggio, che mi cacciai in testa; e mi diedi a gettare occhiate all’intorno, per far l’analisi de’ miei compagni d’infortunio.
Lo scompartimento di _seconda classe_, dove mi avevano cacciato quasi per forza, non conteneva che quattro individui, disposti ai quattro angoli del vagone.
Alla destra del convoglio (verso ponente) erano due vecchi di diverso sesso; alla sinistra una fanciulla ed un uomo sulla quarantina: due coppie che appoggiavano le teste agli angoli comodi e privilegiati, i quali spettano di diritto al primo occupante.
Io formava il N. 5, e mi ero seduto fra la vecchia e l’uomo sulla quarantina — vicino, però, a quest’ultimo; e, per conseguenza, quasi di fronte alla fanciulla. I quattro fortunati avevano a loro disposizione un finestrino per ciascuno; la mia testa era invece condannata a dondolare come il pendolo d’un orologio.
Data la prima occhiata in giro, provai uno sconforto ed una speranza: lo sconforto di non poter fumare perchè vi erano delle signore — e la speranza che qualche mio compagno scendesse ad una stazione intermedia, per lasciarmi godere i comodi del viaggio. E questo desiderio non mi si ascriva a malignità. Dentro un vagone siamo tutti egoisti; e mentre per compiacenza sorridiamo al compagno, dandogli magari il ben trovato, in fondo all’anima desideriamo di rimaner soli, per star meglio. Siamo egoisti, e non se ne parli più!
Rassegnato, per il momento, al mio destino, cominciai l’esame de’ miei quattro testimoni, in compagnia de’ quali correvo il pericolo di rimanere per nove ore e quaranta minuti!
L’uomo sulla quarantina, che sedeva alla mia destra, aveva un largo cappello di paglia, un fazzoletto di seta al collo, una corta giacca di velluto verdone, ed una stupenda barba alla Cialdini. Dai molti pacchi e pacchettini che aveva vicino, e da un piccolo fagotto che teneva con delicatezza sulle ginocchia, rilevai che era un proprietario dei villaggi; forse un medico, un assessore, od anche un sindaco venuto a Sassari per questioni di carta bollata, e incaricato in pari tempo dalla famiglia dell’acquisto di oggetti cittadini. Di costui però non voglio occuparmi.
Sedute a destra — come dissi — erano due persone attempate: un signore ed una signora. Il vecchio, (come la fanciulla) dava le spalle alla vaporiera; la vecchia gli stava di fronte.
La signora, quantunque appassita, vestiva con una certa eleganza — e ci teneva! Veduta alle spalle si sarebbe scambiata per una fanciulla ventenne: veduta di faccia le si sarebbero dati sessantacinque anni; fatta la media non poteva vantare che un mezzo secolo. Il suo volto era tutto a grinze ed a rughe. Aveva occhi piccini, naso aquilino, sopracciglia folte, labbra sottilissime, e capelli grigi, ma pettinati all’ultima moda. Le sue mani erano secche, piccole, e con tre tendini in rilievo che ti facevano pensare alle corde d’un contrabasso. Aveva un’aria piuttosto distinta, ma la sua fisonomia era tutt’altro che simpatica. Vi era della strega in quello sguardo; vi era del maligno su quella labbra!
Fu questa l’impressione da me ricevuta; nè potei modificarla durante il viaggio, quantunque ben sapessi che una donna vecchia, la quale accompagna una giovane fanciulla, ci riesce d’ordinario pesante.
E che la vecchia fosse una madre, o una stretta parente della fanciulla, non tardai a indovinarlo dalle occhiate rapide, ma significanti, che le rivolgeva ogni momento, pur fingendo discorrere col vecchio marito, o di guardare fuori del finestrino.
L’uomo che le stava di fronte aveva invece una fisonomia simpatica; un viso grasso di un bel colorito, con una corta barba brizzolata; un sorriso di bonarietà sulle labbra; una dignità diplomatica nello sguardo. Vestiva con eleganza, e mostravasi quasi fiero della sua rispettabile pancia nascosta pudicamente sotto la candidezza di un corpetto a bottoni di madreperla, sul quale scintillava una grossa catena d’oro, con relativi ciondoli.
Il contegno di quell’uomo era tra l’indifferente e l’annoiato. Aveva con sè un fascio di giornali, che scorreva da capo a fondo cogli occhi semichiusi, armati d’occhialini montati in oro. Di tanto in tanto interrompeva la lettura per rispondere sorridendo alla vecchia; ma era un sorriso distratto, di pura compiacenza. Non posso dirvi quali erano le debolezze di quell’uomo — certo, fra queste, non contava la curiosità. Era un buon marito — ma rigido, metodico, ordinato. Dico marito, perchè una donna vecchia non può viaggiare che in compagnia del marito o del figlio.
Non mi resterebbe a parlarvi che del quarto personaggio — della fanciulla — ma la penna si rifiuta a descriverla. Era sui diciott’anni, svelta, dalle forme fidiache, le quali si rivelavano in pronunciati contorni, mercè le esigenze del _figurino_ che imprigiona il corpo delle donne in vesti succinte, ma ricche di pieghe, di sbuffi, e di altri ammenicoli della specie.
Che dirvi? Immaginatela: capelli neri raccolti con artistica noncuranza sotto al cappellino, con certi riccioli che scendevano sul collo, sulle tempie e sugli occhi, senza essere importuni — anzi desiderati, perchè la mano, lungi dallo scacciarli, li carezzava ogni tanto invogliandoli a rimanere; un paio d’occhi neri, grossi, espressivi; un mento rotondo con tendenza a duplicarsi; labbra rosee con certi denti che approfittavano del più leggero sorriso per mostrare la loro candidezza; un paio di braccia grassotte, per metà nude, e terminanti in una mano piccina con dita affusolate; insomma, una di quelle creature in cui noi c’imbattiamo una volta nella vita, e che decidono talvolta del nostro avvenire.
Chi era dessa?... la fanciulla che sbucciava dalla bambina; la bambina spensierata che sorrideva all’abito lungo cui andava incontro, pur voltandosi con dolore a riguardare la bambola che si lasciava dietro. Aveva l’ingenuità della collegiale — la fiducia illimitata della giovinetta — il ritegno istintivo della donna. Ella per certo entrava in quella fase delicata in cui la mamma prescrive alla fanciulla certe regole di contegno, che la _bambina_ non comprende; età molto critica per le cure materne. Come gli orologi usciti appena dalla fabbrica, queste fanciulle-bambine, o bambine-fanciulle, sono ben difficili a regolarsi. Non c’è caso — o anticipano... o ritardano troppo!
Una sola cosa non sapevo spiegarmi: Perchè quella profonda impressione al solo vederla? — Quali cause avevano provocato quella simpatia fulminante?
Le cause forse erano tre.
Prima causa: la convinzione di aver trovato nella cara fanciulla ciò che in altre non avevo ancora trovato: l’armonia cioè di quel complesso di qualità fisiche di cui si subisce il fascino senza aver tempo di discuterlo. Chi lo sa? forse era suonata la mia ora; la società reclamava l’opera mia di marito e di padre; la natura, inesorabile, mi aveva fatto sentire la sua voce prepotente nella velocità di un treno ferroviario.
Seconda causa: l’insistenza tiranna della zia Antonica, la quale voleva impormi il legame di una moglie antipatica; e per ciò il bisogno in me di trovare più amabili tutte le altre donne.
Terza ed ultima causa. Il trovarmi rinchiuso in un vagone di seconda classe, condannato a rimanervi per dieci ore di seguito, aveva in me destato il bisogno di amare qualche cosa. In quella solitudine, e con quel caldo soffocante, la bella fanciulla mi apparve come un’oasi nel deserto.
Oh, quanto avrei dato per sederle di fronte! Quanto avrei dato per poter buttar fuori dal finestrino quel sindaco, assessore, o medico importuno!
V.
Da Tissi-Usini a Ploaghe.
Si continuò a correre fra le due catene di colline, seguendo sempre la valle serpeggiante. Dappertutto una gradevole e amena variazione di verdi — dal verde chiaro dei grani al verde cupo della meliga e dei ceci. Sparsi qua e là, sulla tenera erbetta, erano i panni del bucato, esposti al cocente sole di luglio, e sorvegliati da quattro o cinque lavandaie color di bronzo, intente a ripiegarli o a distenderli a terra. Pareva un immenso campo preparato per il pranzo di mille cacciatori; non mancavano che le posate, i bicchieri... e le vivande.
Il fiumicello che serpeggia per quella valle, delizia delle lavandaie, rifletteva il cupo verde delle colline rivestite d’oliveti, e l’alto fusto di qualche pioppo solitario.
Ecco a sinistra, ai piedi d’una collina, (per metà vestita e per metà nuda, come la figlia di Madama Angot) un bel molino idraulico, primitivo.
Il caldo era soffocante. Io applaudiva coll’anima innamorata quella natura rigogliosa; ma la vaporiera, quasi per farmi dispetto, fischiava, fischiava sempre. Essa era ne’ suoi diritti, perchè forse non era contenta dello spettacolo. Era un’abbonata — io invece avevo pagato il mio biglietto alla stazione di Sassari: venti lire, e sessanta centesimi!
Più in là altro molino pittoresco, circondato da quattro o cinque salici piangenti; i quali salici non so perchè piangessero in mezzo alla festa della natura, mentre i pioppi presentavano al sole le tremule foglie dalle faccie a due colori, ed i canneti si dondolavano con vezzo, agitando in aria i loro ciuffi all’americana.
Ed eccoci arrivati alla stazione di _Scala di Giocca_ — pittoresca scala a chiocciola che venne posta in oblìo dopo la costruzione delle ferrovie. Il treno vi arriva da Sassari in trenta minuti; cioè a dire, quasi nello stesso tempo che s’impiega recandovisi a piedi; e ciò per il giro vizioso della linea di ferro, che ha voluto evitare ponti e gallerie. La _Scala di Giocca_ è alta più di 200 metri; «essa sarà sempre un piccolo Moncenisio, ed un monumento nell’arte moderna» — scrive Lamarmora, a cui lascio tutta la responsabilità della sua asserzione. Gli amanti delle emozioni possono vedere da questo punto la famosa rocca di _Chichizzu_, a cui la tradizione annette non so quanti suicidii, e che pur oggi dà origine ad una delle bestemmie del popolo sassarese.
La natura, in quel giorno, parlava un nuovo linguaggio. Io l’ammirava dai finestrini, i quali me la presentavano in una svariatissima collezione di paesaggi addirittura incorniciati. La presenza della bella ragazza, nell’angusto ambiente del vagone, mi aveva reso poeta. Io dava nell’idillio — nell’arcadico!
Un solo dubbio mi torturava. Dove andava quella famiglia? Avrebbe essa continuato il viaggio fino a Cagliari — oppure sarebbe discesa in qualche vicina stazione? — Per certo si trattava di forestieri che venivano la prima volta in Sardegna; perocchè la curiosità colla quale la fanciulla guardava dal finestrino ben me lo diceva.
Ma chi erano costoro? — chi era quel signore dall’aria nobile e distinta? Non vi era dubbio — un alto personaggio traslocato, un impresario di strade, o un ingegnere di miniere venuto da Roma per qualche perizia. In questo caso non poteva essere diretto che a Cagliari, a Iglesias, o a San Gavino Monreale. Restava un dubbio: perchè in _seconda classe_? Capriccio forse — forse economia!
Si camminava già da mezz’ora, e nessuno di noi aveva aperto bocca. E accade sempre così. Si comincia con un silenzio, profondo; ognuno si chiude in sè stesso, ma allo stesso tempo non trascura di sbirciare i compagni di viaggio, per avere un’idea, all’ingrosso, del loro valore sociale. Ogni ritegno è però inutile — si ha bisogno di rompere un silenzio angoscioso, che rende più insopportabile la noia di una strada interminabile. Si transige allora colla propria severità — e si finisce per diventare affabili, compiacenti, e cortesi, verso gli stessi compagni che si guardavano prima con diffidenza.
Io cercavo di attirarmi l’attenzione della vecchia con certe occhiate, nelle quali ponevo tutta la grazia e la bontà che mi riusciva raccogliere dal cuore e dal cervello. Mi accorsi però che la vecchia era una fortezza inespugnabile. Chiusa in sè stessa, non mi lasciava trasparire il minimo segno che mi autorizzasse alla confidenza. Essa teneva le labbra incollate, per non dar campo al sentimento di manifestarsi.
Del vecchio non mi curavo perchè leggiucchiava sempre — eppoi era miope: circostanza a mio favore. Dell’uomo dal cappellone di paglia non volevo occuparmi, perchè lo ritenevo assente... e ben lontano.
Non rimaneva dunque che la fanciulla, sulla quale era rivolta tutta la mia attenzione. Ogni qualvolta ella guardava verso la campagna, le piantavo gli occhi addosso. In quella mezz’ora di viaggio non avevo fatto che analizzarla dalla punta del cappellino alla punta degli stivaletti. Tutti i più piccoli particolari del suo abbigliamento, i disegni delle stoffe, i fiori della sua acconciatura, mi erano noti. La sapevo a memoria.
Per certo ella si era accorta delle mie occhiate insistenti, perchè di tanto in tanto aggiustava qualche nastro, o qualche sbuffo, che supponeva fuori di posto. Più volte i suoi occhi si erano incontrati ne’ miei; e allora, o si era messa bruscamente a guardare la campagna, oppure ad accarezzare un braccialetto d’argento in forma di biscia, attortigliato al suo braccio destro, per metà nudo. Altro braccialetto d’oro portava al polso della mano sinistra, sul quale era incisa una parola: ricordo. Lo dirò io? quel motto mi spiacque. Quali ricordi poteva avere una fanciulla di diciott’anni? A quell’età non si hanno ricordi, si hanno speranze.
Arrivati alla _Scala di Giocca_ era sfuggito al porta-bagagli un mio pacchettino, che era andato a cadere in grembo alla giovinetta. Lo presi delicatamente tra il pollice e l’indice, e dissi e lei rivolto:
— Scusi!
— Nulla! — rispose la fanciulla, e mi sorrise con bontà.
Ricambiai quel sorriso, e rimisi il pacchettino a suo posto.
Era questo tutto l’accaduto in 30 minuti di viaggio; eppure in quel momento non avrei rinunziato alla mia fortuna per cento Azioni della Banca Nazionale.
Dopo quel _nulla_ — che per me era _tutto_ — e dopo quei due sorrisi scivolati nell’ombra e perduti nel vuoto, rientrammo nel silenzio.
Oltrepassata la _Scala di Giocca_, la ferrovia rasenta l’antica strada nazionale ed entra in una galleria lunga un cento metri, per seguire poi il serpeggiamento della valle, facendo la scimia allo stradone... ed al fiume vicino.
Levai gli occhi all’alta roccia di _Can’e Chervu_, il cui battesimo è dovuto ad una tradizione. Volendo sfuggire ad un cane che lo inseguiva, un cervo si precipitò da quell’altura e morì sfracellato insieme al suo persecutore. La pietà del popolo ha voluto immortalare l’eroismo della vittima ed il coraggio del carnefice!
L’occhio non si riposa che sopra vasti campi e basse colline, seminati a grano; dove si vedono qua e là gruppi d’agricoltori messi in fila, e curvi sulla zappa. Qualche cavallino, ancora ingenuo, fugge all’avvicinarsi del treno e prende la campagna; mentre i vecchi buoi, diventati furbi per esperienza, si contentano di levare il muso dal pasto per dare un’occhiata sprezzante al convoglio che passa, grave, ringhioso, sbuffante.
Mi proposi di rompere ad ogni costo il silenzio che regnava dentro il nostro scompartimento.
Che cosa dire, però? Si era nei primi di luglio, il sole scottava, e l’argomento della conversazione era bell’e trovato. Mi feci coraggio, e, asciugando il sudore che mi grondava dalla fronte, esclamai:
— Che caldo, Dio mio!
Ed aspettai la risposta.
Nulla. Come se avessi parlato ai cuscini.
Non mi perdetti d’animo; e giacchè l’esclamativo non era riuscito, tentai l’interrogativo.
— Non è vero che si soffoca? — dissi cacciando l’indice e il medio fra la mia gola e il colletto della camicia.
Peggio che mai. Nessuno fece eco alle mie parole. Invece di rispondere, i miei compagni pensavano a farsi vento: — il vecchio col giornale — la vecchia col fazzoletto — l’assessore col cappello di paglia, e la fanciulla col ventaglio.
Non vi era dubbio. Avevo fatto fiasco.
Dinanzi alla stazione di _Campomela_, come in quella di _Caniga_, il treno passò senza fermarsi. Il vecchio signore, che in quel momento guardava verso la stazione, indirizzò la parola all’uomo dal cappellone di paglia, che sedeva alla mia destra.
— Non si ferma il treno dinanzi al villaggio di Campomela?