Da Sassari a Cagliari e viceversa

Part 3

Chapter 33,749 wordsPublic domain

— Campomela non è un villaggio — rispose l’interrogato — è un campo.

— E perchè si chiama Campomela...?

— Perchè non vi sono mele.

— Ho capito! — fece il vecchio, ridendo. — È la questione del _Golfo degli Aranci_, così chiamato, come scrisse il _Fanfulla_, perchè non vi sono aranci.

— Precisamente.

Tutti risero — meno io. Ero indispettito perchè il vecchio erasi rivolto all’uomo maturo, e non a me, per chiedere informazioni. Prudenza paterna!

Ad ogni modo, un po’ di voce umana si era fatta sentire.

Dinanzi ai finestrini, intanto, continuavano a sfilare i paesaggi. Di qua e di là monti calvi, o dai capelli rasi; a destra alcuni oliveti e frutteti — a sinistra brune roccie adorne di lentischi, d’edera, d’assenzio, di biancospino, e di qualche rara pianta di fichi d’India. — Svariata vegetazione all’intorno. A dritta, in alto, a breve distanza fra loro, i campanili e le casette di due villaggi, posti sul dorso di una collina, e sotto la sorveglianza di un monte dallo strano cocuzzolo. Quei due villaggi erano Florinas e Codrongianus, due fratelli pacifici che si guardavano con compiacenza, senza un’ombra d’invidia.

Sul dorso della montagna, sempre a destra, il gruppo di casette di altri due buoni vicini — Muros e Cargeghe — ferme lì come due greggie di pecorelle bianche.

Pochi minuti dopo si offrì ai nostri occhi una pianura stupenda, contornata capricciosamente da colli e poggi amenissimi. Nel centro di quel piano erano parecchie case addossate ad una chiesa e ad un campanile d’architettura pisana. All’intorno terre fertilissime, frazionate da muri a secco — armenti pascolanti sotto la custodia dei pastori — boschetti pittoreschi, e avvallamenti ondulati come il mare.

— Oh, l’originale chiesuola, là in mezzo! — esclamò il signore, indicandola col braccio teso; e guardava il cappellone di paglia, punto di ogni sua mira.

E il cappellone prese subito la parola:

— È l’antica chiesa di Nostra Signora di Saccargia, coll’annesso convento, oramai caduto in rovina. Quella chiesa fu fondata nel 1112, e si deve a un voto di Costantino di Torres. Il qual Costantino, portandosi alla sua reggia d’Ardara (in compagnia di sua moglie Marcuza), passò una notte nel villaggio di Saccargia... che oggi non c’è più. Appena condotta a termine, la chiesa venne consacrata solennemente coll’intervento di tre arcivescovi, otto vescovi, e non so quanti abati, priori, canonici, ed altre notabilità ecclesiastiche e civili. Accorsero da ogni parte migliaia di persone per assistere alla religiosa funzione. Quella chiesa campestre racchiude la tomba di un re: del suo fondatore Costantino di Torres, che vi fu seppellito.

Ben vedete che l’uomo dalla barba alla Cialdini sapeva a menadito la storia di Sardegna.

La vaporiera intanto, con un fischio prolungato, ci avvisò della vicinanza di Ploaghe: e il vecchio, in anticipazione, chiese a Cialdini notizie del paese.

— Ploaghe è ora un grosso villaggio, ma un tempo fu una rispettabile città. Come Napoleone I, essa cadde e risorse più volte. Venne al mondo col nome di _Plubium_, fondata, a quanto dicesi, dai Cartaginesi; cadde e rinacque col nome di _Plovaca_; per cadere di nuovo, e poi rinascere col battesimo di _Ploaghe_. Si dice che abbia un interesse storico e geologico. Si è pur detto che avesse templi, statue, e persino un anfiteatro; ma questa notizia è messa in dubbio, ed io non ne rispondo. Fu sede arcivescovile nel medio evo, ed oggi vanta una collezione di quadri di qualche pregio. È la patria di un celebre archeologo sardo, Giovanni Spano, il quale volle studiarla accuratamente, e illustrarla.

— Il villaggio non si vede?

— La linea ferrata gli passa vicino, ma si guarda bene dal toccarlo, per non far dispetto alla maggior parte dei villaggi sardi, ai quali è toccata la medesima sorte.

Feci complimenti al mio compagno di viaggio per la sua erudizione storica.

— Sono ploaghese, caro signore; e la storia del mio villaggio e de’ suoi d’intorni la conosco abbastanza!

Non aveva ancor finito la frase, che il treno si fermò alla stazione di _Ploaghe_.

VI.

Alla stazione di Ploaghe.

Fermi alla stazione, aspettando l’arrivo del treno, erano alcuni passeggieri coi rispettivi bagagli; e fra essi una donna, accompagnata da cinque o sei belle ploaghesi, dalla taglia elegante, dal vitino delicato, e dal pittoresco costume. E in verità, quelle gonnelle nere dal lembo color celeste e dalle saccoccie di scarlatto — quei busti ricchi di galloni d’oro e d’argento — e le pezzuole dalla croce gialla in campo azzurro, acconciate con tanta grazia sulla testa — davano risalto alle snelle forme di quelle graziose creature dal roseo colorito, dagli occhi lampeggianti, e dal sorriso furbo e malizioso.

— Oh il bel costume! — esclamò con gioia infantile la mia gentile compagna di viaggio, alzandosi in piedi. E rivolgendosi direttamente a me:

— A qual paese appartengono?

— Sono le donne di Ploaghe — risposi subito, temendo che l’antipatico cappellone mi chiudesse la bocca con un’altra sfuriata storica.

— Belle davvero! — ripetè la fanciulla, cogli occhi sempre fissi sulle forosette; ed io allora, per aver motivo di farmi ascoltare, continuai:

— Se fosse stata qui l’anno scorso — e precisamente nei primi di luglio! Immagini una quarantina di queste donne, scelte fra le più belle, schierate lungo la stazione per salutare il treno inaugurale tra Sassari e Cagliari! In quel treno erano il ministro Baccarini e molti ospiti che vollero approfittare dell’occasione per visitare la Sardegna. Era un quadro stupendo che attirò l’attenzione generale. Fermatosi il treno, gli artisti scesero per riprodurre sui loro taccuini l’impressione ricevuta, o i ritratti di quelle paesane flessuose, vispe, biricchine; la maggior parte delle quali avevano preso d’assalto i carrozzoni, non appena furano invitate a salire dalle signore e signorine che si trovavano negli scompartimenti. Fu una vera festa — una splendida festa sarda. Vi era qualche cosa d’ineffabile in quelle movenze graziose — qualche cosa d’ingenuamente malizioso nel lampo di quelli occhi neri! — Paolocci, il disegnatore dell’_Illustrazione Italiana_; Desanctis e Sciuti, i famosi pittori; Cossa, l’autore del _Nerone_; Marchetti, l’autore del _Ruy Blas_; D’Arcais, il valente critico musicale; i rappresentanti del _Diritto_, della _Gazzetta Ufficiale_, del _Fanfulla_, del _Daily News_, e molti altri valenti artisti e scrittori, assistevano a quella scena campestre, degna del pennello di Massimo D’Azeglio.

— È proprio un bel costume! — esclamò per la terza volta la bella viaggiatrice: e dopo avermi ringraziato con un leggero movimento di capo, e con un sorriso più affettuoso del solito, si rimise a sedere. Il ghiaccio era rotto, e pensai ad approfittare della circostanza. Mi feci coraggio, e le chiesi:

— È forse la prima volta che la signorina viaggia in Sardegna?

— La prima volta! — mi rispose ella, con altro sorriso, grazioso come il primo.

Io era contento della mia fortuna; ma doveva capitarmene una maggiore. Prima che il treno si fermasse, l’uomo dalla barba alla Cialdini si era alzato in piedi, intento a preparare i bagagli ed a raccogliere qua e là i suoi pacchi e pacchettini.

Egli dunque era già arrivato _a destinazione_ — ed a me spettava di prendere il suo posto... In faccia a _lei_!

E così avvenne.

Quando la vecchia madre vide il posto di Cialdini occupato da me, non potè celare un brusco movimento.

Le fortune, però, sono come le ciliegie e come le disgrazie — l’una tira l’altra. Era appena disceso Cialdini, che due altri passeggieri montarono sul vagone: un magro signore di piccola statura, il quale quasi scompariva sotto un antico cappello a cilindro, che aveva perduto il pelo, come la volpe, ma non l’importanza; — ed uno spigliato ozierese col corto cappotto di fino orbace, e col berretto ripiegato sulla testa. Il primo aveva la comunissima valigia di tela; il secondo l’inseparabile bisaccia, alla quale sono sempre rimasti fedeli i figli d’Ozieri, anche dopo che la ferrovia ha fugato gli omnibus ed i cavalli.

Ho sempre osservato una cosa curiosa. Quando viaggiamo sulla ferrovia, e si è già stabilita fra i passeggieri una certa qual famigliarità, il viaggiatore che sale nel nostro scompartimento, da una stazione intermedia, è sempre accolto come un intruso, come da importuno, come uno che non abbia pagato il suo biglietto. E il nuovo arrivato, a sua volta, prova una specie di soggezione entrando nel vagone; egli è confuso, domanda scusa, cerca un buco per ficcarvi i suoi bagagli, e non osa collocarli comodamente, per paura di smuovere le valigie altrui. Saluta; non sa dove, e come sedere; teme di disturbare, e se ne sta lì rincantucciato, come uomo a cui si fa l’elemosina; fino a che, alla sua volta, non diventi tiranno coi nuovi passeggieri.

Non so che cosa pensassero gli altri; dal mio canto fui sul punto di gettarmi fra le braccia dei due arrivati, ai quali ero debitore della mia felicità.

L’ozierese si era cacciato alla mia sinistra, fra me e la vecchia; e l’uomo incilindrato alla sinistra del vecchio, fra padre e figlia. Erano stati due pianeti provvidenziali che avevano provocato due eclissi parziali, per me vantaggiosissime.

Non potrei dirvi l’impressione prodotta nella vecchia dalla nuova distribuzione dei posti, poichè non avevo il coraggio di guardarla in viso; anzi, cercavo sempre di tener la mia testa a livello del berretto dell’ozierese, perchè la vecchia non potesse vedermi il naso.

Vi fu un momento in cui la fanciulla sporse la testa dal finestrino per guardare non so che cosa. La vecchia allora le disse, con tono quasi minaccioso:

— Che fai, Annetta? Finirai per lasciar cadere il cappello sulle rotaie!

La fanciulla si ritirò mortificata, arrossì, e rispose a lei:

— Smetti, mamma, i rimproveri! Non sono mica una bambina!

Ero finalmente riuscito a sapere il nome di quella creatura; ero riuscito ad udire quella voce argentina dall’accento toscano, che pareva una musica; ero riuscito ad assicurarmi che la vecchia era propriamente la madre della bella viaggiatrice.

Presi ardire, e rivolto alla fanciulla:

— Scusi — le domandai — la signorina è toscana?

— Nacqui in Piemonte, ma fui educata a Firenze.

— Deve farle, allora, un po’ d’impressione la povertà delle nostre campagne!

— Al contrario; sono invece lietissima di essere in Sardegna.

— Ecco per esempio un’asserzione molto lusinghiera per noi sardi, i quali d’ordinario veniamo giudicati con soverchio rigore.

— Ed è un’ingiustizia. Per giudicare un paese bisogna prima conoscerne la storia, le tradizioni, i costumi. È arduo còmpito quello di emettere facili giudizi, quando non si è addentro nella vita intima di un popolo.

Erano parole saggie, assennate, che rivelavano un’intelligenza non comune ed un cuore ben fatto. Inutile dirvi che i nuovi pregi che io scuopriva in Annetta non fecero che aggiungere nuov’esca alla cieca simpatia che provavo per la giovane viaggiatrice.

Da quel momento non pensai che ad alimentare la conversazione, perchè non languisse; cercavo tutte le occasioni per poter dire qualche cosa ad Annetta, e per sentirla parlare. Ed ella mi ascoltava con molta attenzione, e mi rispondeva con quella confidenza e bontà d’animo, proprie di una fanciulla ingenua, la quale non vede la necessità di una sciocca riservatezza o di una biasimevole finzione.

Di tanto in tanto rivolgevo la parola anche al papà, che rivoltava in tutti i sensi i giornali, trovando sempre di che leggere; — ed alla mamma che si faceva il vento, con sussiego. — Volevo dimostrare, che, se mi era cara la figlia, non dimenticavo i genitori.

L’accorta genitrice, però, mi rispondeva sempre con parole tronche, con piglio severo, e con fronte corrugata. La materna austerità tanto più aumentava, quanto più diminuiva l’austerità figliale. La vecchia voleva quasi farmi intendere, che le spiaceva quella mia troppa famigliarità coll’Annetta, così ingenua ed inesperta; come pure con certe occhiate significanti voleva far capire alla figliuola, che non era conveniente discorrere con tanta espansione e confidenza con un uomo che non conosceva, e che poteva anche essere un birbaccione.

Ma doveva io rinunziare ad una cara conversazione, per futili riguardi ai genitori della fanciulla? Io facevo il sordo ed il cieco; e, felice accanto a lei, dimenticavo tutte le convenienze di questo mondo.

Io ed Annetta ammiravamo l’azzurro del cielo o il verde dei campi, che sorridevano intorno a noi. La natura ha sempre un linguaggio eloquente quando la interroghiamo al fianco di una creatura amata. Si dice comunemente che un paesaggio è bello, e un altro è brutto; l’uno troppo caldo, l’altro troppo freddo. È un’idea falsissima. La natura non ha gradazioni di bellezze; essa è sempre armonica, sempre grandiosa nelle sue manifestazioni. Un arido campo sotto un cielo infuocato, e un monte gigantesco sotto un masso di ghiacci, non sono meno belli e seducenti d’un colle rivestito di pampini, o d’una valle seminata di boschetti. Lo scroscio di un torrente vale il canto dell’usignolo; una notte tempestosa d’inverno vale una splendida serata d’estate. — Sedete al fianco d’una bella fanciulla, e mi darete ragione.

Ad ogni modo io aveva raggiunto il mio scopo: potevo parlare ad Annetta con più libertà. Il signore cilindrato scambiava qualche parola col vecchio padre; — l’ozierese guardava in alto; — e la vecchia appoggiava la testa all’angolo del vagone, socchiudendo gli occhi. Il sole di luglio e l’ora meridiana dovevano pur fare un certo effetto sulle palpebre de’ miei compagni di viaggio.

Il treno erasi allontanato da Ploaghe, seguito per un buon tratto — come sempre accade — dallo sguardo dei passeggieri ch’erano discesi alla stazione. Essi forse, riconoscenti, volevano dare un ultimo saluto ai mastodonte di ferro che li aveva portati, per un’ora, nel suo ventre!

VII.

Da Ploaghe ad Ardara.

Si presentano altre collinette rivestite di verzura; qua e là qualche elce, o qualche quercia fan capolino — diventano più spessi — si moltiplicano. Attraversiamo una giovane foresta ricca di teneri arbusti, riuniti in gruppi di tre, di quattro, di cinque. Essi circondano un decrepito nuraghe. Diresti che salutino, riverenti, il vecchio venerando.

A destra abbiamo uno dei più caratteristici monti della Sardegna — il Monte Santo, dalle tinte azzurrugnole, tutto solo, imponente, e visibile per un immenso tratto del Capo settentrionale. Esso si disegna in contorni vaporosi sull’orizzonte, ora in forma di cono, ora di piramide tronca. La sua cima, piatta, è coronata di folta boscaglia, rifugio un giorno di malandrini e di banditi.

Gli elci e le quercie tornano a farsi rari sopra un terreno incolto e sassoso. Dinanzi ai finestrini del convoglio passano rapidamente e colli, e campi, e arbusti, e quercie rachitiche; ma il Monte Santo, impassibile, è sempre là — non si muove.

Ed ecco lassù, a destra, sopra una delicata altura, dieci o dodici case di misera apparenza, sparse sull’altipiano. Sul davanti, in tinte brune, spicca una chiesa antica dai muri anneriti, ma superba nel suo abbandono e nella sua solitudine. Più in là della chiesa gli avanzi di antiche mura e di un’antica torre.

Non sfuggirono ad Annetta quelle brune case che si raccoglievano silenziose attorno a quei ruderi dimenticati; e mostrandomele col suo ditino color di rosa mi domandò:

— Come si chiama quel villaggio?

— È Ardara. Un povero paesuccio che oggi non conta 300 abitanti; che nulla possiede — neppure il suolo dov’è fabbricato, poichè gli ozieresi, che si spinsero fin là, divennero i principali proprietari delle sue terre.

«Eppure — continuai — quel villaggio — fiero nella sua povertà — sopporta, rassegnato, la sventura. Noncurante del presente e dell’avvenire, non vive che nei ricordi di un glorioso passato. Sdegnoso d’ogni progresso, gli basta la gloria degli avi.

— È un orgoglio non lodevole!

— Chi può dirlo? Forse no. Un giorno era grande — ed oggi, sapendo di non poter più conseguire il suo antico splendore, si compiace dell’umile condizione in cui vive, noncurante di tutto — anche dell’altrui pietà. È il sentimento degli ambiziosi caduti: — preferiscono la squallida miseria ad una mediocrità che credono umiliante.

— Rispetto le sue convinzioni, ma non le divido. I sentimenti della sua Ardara non sono degni di lode.

Così mi rispose Annetta con un sorriso: e poi soggiunse con curiosità:

— E la ragione di questo orgoglio? Che fu Ardara nel passato?

— La reggia dei Giudici di Torres, quando abbandonarono quest’antica città per la crudezza del clima.

— Si gode di un’aria eccellente, ad Ardara?

— Oggi non certo — anticamente, sì!

Annetta mi guardava con meraviglia; ed io era ben lieto che la recente lettura della storia dei Re di Torres mi ponesse in condizioni di appagare il desiderio della bella viaggiatrice.

— Vede lei, lassù, quella chiesa? Ha circa otto secoli e mezzo di vita; fu inalzata da Georgia, sorella del Giudice Comita di Torres, nel 1050, se non erro. È una chiesa con due fila di colonne di differenti ordini d’architettura, e dicesi vi sia seppellito un Regolo.

«Vede quei ruderi? Erano fortificazioni che difesero Ardara, assediata nel 1326 dagli Aragonesi, e nel 1476 da Leonardo Alagon.

— Vede quell’avanzo di torre? — apparteneva alla sontuosa reggia dei Giudici Turritani — dove morì Costantino I nel 1127; dove si tenne un Concilio nazionale, presieduto dall’arcivescovo di Pisa, nel 1135; dove il Papa Gregorio IX, nel 1236, inviò un suo Legato che vi soggiornò oltre un anno; dove Federico II di Germania mandò suo figlio Enzo per sposarvi la vedova di Ubaldo Visconti; dove, infine, dicesi che finisse i suoi giorni, prigioniera, la sventurata Adelasia di Torres.

— E chi era codesta Adelasia?

— Una bella e giovane regina, che si rese celebre per le sue sventure.

— Ne conosce la storia?

— Gliela dirò brevemente, se le fa piacere. — Figlia di un Re di Torres, Adelasia diè la mano di sposa, nel 1219, a Ubaldo Visconti, che l’anno prima aveva invaso il Giudicato di Gallura. Ma non fu l’amore che guidò all’ara la bella giovinetta; le nozze le furono imposte dal padre per far cessare una guerra accanita già impegnata col suo futuro genero, a riguardo della Gallura. La bella principessa, che nell’entusiasmo de’ suoi diciotto anni sognava un amore appassionato ed eterno, non tardò a veder crollare tutte le sue illusioni. Ella sperava d’esser felice; ma quando non è il cuore che fa la scelta del compagno della vita; quando s’impone all’anima un affetto che non sente; quando un padre, od una madre tiranna, spezzano il cuore della propria figlia pur di soddisfare una stolta ambizione, ben di rado, o signorina, si può raggiungere la felicità!

Io pronunciai queste parole con vivo trasporto; la fisonomia di Annetta si era d’improvviso turbata. Gli occhi della bella viaggiatrice si affissarono ne’ miei; e vidi le sue guancie impallidire, e le sue mani tremare.

Qual sentimento aveva turbato in quell’istante l’anima di Annetta? Avevo io, senza volerlo, ridestata una dolorosa memoria? Avevo riaperto una ferita? Violato un segreto? Non lo so. Tacqui, pentito della mia imprudenza; ma la fanciulla, con un fil di voce, mi disse:

— Continui pure — l’ascolto.

— Ubaldo — il marito di Adelasia — non era altro che un tristo, un ambizioso. Egli sposava la bella fanciulla solamente per assicurarsi la corona. Nel 1236 fu assassinato a Sassari il giovine Barisone re di Torres, fratello di Adelasia. Fra gli assassini era pure Ubaldo, perocchè costui ben sapeva che morendo quel giovine la corona sarebbe passata sul capo di Adelasia... che era sua moglie. Ignara forse di quest’infamia, la infelice regina si ritirò nel suo castello d’Ardara per piangere il suo giovine fratello, e si querelò col Papa Gregorio IX, il quale fulminò la scomunica contro gli autori del misfatto; altro non poteva fare! La Corte Romana, ingorda dei dominii di Adelasia, pensò di raggirare la bella principessa; e Gregorio inviò un suo Legato alla Corte di Adelasia, nelle cui mani quella regina, col consenso del marito, prestò il giuramento di riconoscere dalla Corte di Roma il Regno di Torres, e di sottomettersi intieramente al dominio dei Papi, ai quali dovevano poi ritornare gli stati di Adelasia, se essa moriva senza discendenza. E tutto ciò — come dice l’atto stipulato in Ardara — _per la salute della sua anima, e per il perdono dei peccati dei parenti_. Il Legato allora rilevò dalla scomunica gli assassini, forse perchè non ignorava che fra essi era Ubaldo. Ma sapeva ciò Adelasia? La storia lo tace; io credo di si!

— Povera donna! — esclamò Annetta — e gettò uno sguardo ed un sospiro alle brune casette di Ardara che ci stavano sempre dinanzi.

Io continuai:

— Non finirono però qui le sventure di Adelasia. Morto Ubaldo, il Papa Gregorio mandò sollecitamente un altro messo in Ardara per proporre alla vedova un nuovo marito — un certo Guelfo dei Porcari, molto ligio ai papi. Un altro grande ambizioso, però, aveva adocchiato il Regno di Torres. Federico II, imperatore di Germania, nipote del famoso _Barbarossa_, aveva spedito messi alla bella Adelasia, proponendole le nozze con un suo figlio naturale: Enzo. O perchè stanca dei raggiri della Corte romana, o perchè lusingata dalla protezione di un Imperatore germanico, l’imprudente Regina accettò le nozze proposte; le quali furono celebrate con pompa nella reggia di Ardara.

— E fu felice col secondo marito?

— Tutt’altro. Peggiore assai d’Ubaldo, Enzo cominciò col togliere ad Adelasia il comando; la maltrattò, la torturò con modi iniqui e brutali, e finì per rinchiuderla nel solitario castello del Goceano, che trovasi quasi incastrato fra i tre villaggi di Burgos, Esporlatu e Bottida.

— E quell’infame?

— Enzo partì per la guerra d’Italia, e lasciò a rappresentarlo nel Regno quel certo Michele Zanche, che Dante mette all’inferno fra i barattieri. Il quale Zanche, saputo che Enzo era caduto prigioniero nelle mani del nemico, si appropriò addirittura il Regno, senza punto darsi pensiero dei due sovrani — marito e moglie — che un avverso destino aveva gettato nell’ombra e nell’oblio di due prigioni.

— E Adelasia?

— Sola, nell’abbandono, senza un amico, insidiata dai potenti, giacque in fondo al castello del Goceano a piangere le sue sventure. Tradita nel suo amore, delusa nelle sue speranze, si vide all’improvviso priva del trono, spogliata d’ogni prestigio, e sepolta viva in un castello solitario. Chi ha raccolto i sospiri e le lagrime di quella derelitta? — Chi ha contato i suoi spasimi e le sue imprecazioni? La storia non certo; forse i quattro muri di un carcere, che noi non possiamo interrogare perchè ne furono disperse le pietre. Chi lo sa? forse più che la perdita del trono, ella sentì il dolore del suo amore tradito. Morì prigioniera, abbandonata da tutti; anche da coloro che aveva beneficato. Anche la storia la dimenticò, non registrando nè la data, nè il luogo della sua morte. Chi la dice morta nel Castello di Goceano, e chi nel castello d’Ardara, di cui vediamo, lassù, i ruderi.

Sugli occhi d’Annetta brillava una lagrima. La storia di Adelasia aveva commosso la gentile viaggiatrice.

Tacqui; nè Annetta, questa volta, si dolse del mio silenzio. I suoi occhi erano sempre fissi sui neri ruderi, sparsi sulla melanconica collina che ci stava dinanzi.

— La bella regina è sparita — continuai — ma la città d’Ardara, fatta villaggio, è sempre lassù. Vedova d’Adelasia, non ha ancora deposto il lutto; ed invano le sorride ai piedi la vegetazione; invano il Monte Santo, che le sta alle spalle, cerca di consolarla. Ardara era una gloria — oggi non è che un ricordo!

Annetta guardò un’ultima volta la vecchia chiesa, le povere case e le antiche rovine; e poi, a me rivolta, pronunciò lentamente queste parole:

— Lei ha ragione; ed io perdono ben volentieri l’orgoglio della sua Ardara!

Dopo alcuni minuti, il treno, che si era fermato ad Ardara, continuò la sua corsa.

VIII.

Da Ardara a Chilivani.