Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna
Part 9
Quando messer Gran Cane cavalcava al marchese di Brandimborgo avea con seco il fratello, e sospicando di novità quando sentì l’aguato del signore di Castelborgo rimandò il fratello addietro, il quale venendo nel paese, sentì come messer Frignano avea rubellata Verona, e però se n’andò in Vicenza. La novella corse a messer Gran Cane, e vennegli essendo egli col marchese; e turbato l’uno e l’altro, il marchese francamente il confortò, offerendoli tutta la sua possa a racquistare Verona: ma perchè l’indugio a cotali cose conobbe pericoloso, di presente il fece montare a cavallo, apparecchiandoli di subito cento barbute delle sue, e colla gente ch’egli aveva da se, senza soggiorno, cavalcando il dì e la notte, se ne venne a Vicenza, e là trovò il fratello, e trovovvi messer Manno Donati di Firenze capitano di dugento cavalieri, che il signore di Padova avea mandati in suo aiuto, e trovovvi della gente del marchese di Ferrara; e sommosso il popolo di Vicenza a cotanto suo bisogno, gran parte ne menò con seco; e la notte medesima, con seicento barbute e col popolo di Vicenza se ne venne a Verona, e in sul mattino lasciò la strada, e attraversando pe’ campi entrò in Campo marzio, che è fuori della città ivi presso, murato intorno, e risponde a una piccola porta della città, la quale meno ch’altra porta si solea guardare. Quivi s’affermò messer Gran Cane, e mandò innanzi un Giovanni dell’Ischia di Firenze la notte, che procacciasse d’entrare in Verona, e facesse sentire a’ confidenti cittadini di messer Gran Cane com’egli era di fuori in Campo marzio, e accompagnollo d’uno confidente Tedesco. Costoro, non avendo altra via, si misono a notare co’ cavalli per l’Adice per venire infra la città ove mancava il muro, e in questo notare, il Tedesco poco destro del servigio dell’acqua vi rimase affogato. Giovanni dell’Ischia entrò nella terra, e andò informando e sommovendo gli amici di messer Gran Cane, avvisando come avessono a venire a quella porta in suo favore; i quali sentendo ivi fuori il loro signore, la mattina vennono con le scuri alla porta, e spezzaronla. Nondimeno le guardie ch’erano sopr’essa con le pietre e con le balestra da alto francamente la difendevano, sicchè non vi lasciarono entrare alcuno. Intanto il traditore messer Frignano essendo in sollecita guardia del fratello, e ancora di messer Bernabò, che il dì dinanzi l’avea assalito co’ suoi cavalieri, cavalcava intorno alla terra, e la mattina era montato in certa parte onde potea vedere di fuori, e guardava se messer Gran Cane venisse, che già non sapeva che fosse così dipresso, e guardando inverso Campo marzio, vide la porta piccola di Verona aperta, e dicendo, noi siamo traditi, francamente trasse con la gente sua inverso quella porta per difendere l’entrata; ma innanzi che vi giugnesse, il Gran Cane s’era tratto innanzi alla porta, e trattasi la barbuta, e fattosi conoscere a coloro che la guardavano, dicendo, io vedrò chi saranno coloro che mi contradiranno l’entrata della mia terra, e conosciuto da loro, incontanente gli feciono reverenza, e lasciarono entrare lui e la sua gente senza contasto. E sopravvenendo messer Frignano, il trovò entrato nella città con la maggior parte della gente, e avvisatolo, che bene il conosceva, nella piazza dentro dalla porta, si dirizzò verso lui colla lancia per fedirlo di posta, e tentare l’ultima fortuna: ma già era cominciato l’assalto tra i cavalieri di catuna parte aspro e forte, sicchè vedendo un cavaliere di quelli di messer Gran Cane mosso messer Frignano colla lancia abbassata verso il suo signore, gli si addirizzò per traverso, e colla lancia il percosse nella guancia dell’elmo per tale forza, come fortuna volle, che l’abbattè del cavallo a terra. Messer Giovanni chiamato Mezza Scala, vedendo messer Frignano abbattuto del destriere, scese del suo cavallo, e disse, che che s’avvegna di Verona tu morrai delle mie mani, e corsegli addosso, e con un coltello gli segò le vene, e lasciollo morto a terra. Ed in quello baratto fu morto con lui messer Paolo della Mirandola, e messer Bonsignore d’Ibra grandi conestabili. E morti costoro, l’altra gente ruppe, e assai ve ne furono morti fuggendo. Le porti della città erano serrate, e i cittadini sentendo il loro signore dentro tutti tennero con lui, e però i forestieri che v’erano furono presi e rassegnati a messer Gran Cane, il quale per la sua sollecita tornata felicemente racquistò Verona e uccise i traditori. Che se al fatto avesse messo indugio, non la racquistava in lungo tempo, o per avventura non mai, sì si venia provvedendo alla difesa lo sterpone. E questo avvenne il dì di carnasciale, a dì 25 di febbraio l’anno 1353.
CAP. CII.
_Come messer Gran Cane riformò la città di Verona, e fece giustizia de’ traditori._
Messer Gran Cane avendo racquistata Verona avventurosamente si fece appresentare i prigioni, e diligentemente volle investigare la verità, come i cittadini aveano acconsentito al traditore, e udita la sagacità dell’inganno, comportò dolcemente l’errore del popolo. E raddirizzato l’ordine al governamento della città, fece impiccare in sù la piazza di mezzo il mercato di Verona il corpo di messer Frignano, e ventiquattro caporali partefici al tradimento del fratello, tra’ quali fu Giovannino Canovaro di Verona grande cittadino con quattro suoi figliuoli, e Alboino della Scala suo consorto, e messer Alberto di Monfalcone grande conestabile, e Giannotto fratello di madre di messer Frignano, e due figliuoli di Tebaldo da Camino, e due medici de’ signori della Scala, e il notaio della condotta, e altri uficiali infino al numero sopraddetto. A prigione ritenne messer Feltrino da Mantova, e messer Ugolino e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Federigo suo fratello, e Piero Ervai di Firenze, il quale era fatto podestà di Verona per messer Frignano, il quale si ricomperò per non essere impiccato fiorini diecimila d’oro. Guidetto Guidetti si ricomperò per simile cagione fiorini dodicimila d’oro. Messer Giovanni da Sommariva e Tebaldo da Camino vi rimasono prigioni, e a’ cavalieri soldati tolse l’armi e’ cavalli, e feceli giurare di non essere mai contro a lui, e lasciolli andare. A coloro che più singolarmente l’aiutarono in questo fatto, come fu messer Manno Donati, e que’ dell’Ischia, e quelli di Boccuccio de’ Bueri tutti cittadini di Firenze, ch’adoperarono gran cose in sul fatto, provvide di possessioni de’ traditori, e molti altri ebbono grazia da lui cittadini e forestieri. E rimaso libero signore come di prima, aontato contro al signore di Mantova, avuta gente d’arme dal marchese di Brandimborgo cavalcò sul Mantovano, e ruppe la lega, e dissimulava trattato d’allegarsi con l’arcivescovo di Milano, insino che le cose si ridussono a concordia per sollecita operazione de’ Veneziani, come al suo tempo innanzi racconteremo.
CAP. CIII.
_Come fu deliberato per la Chiesa l’avvenimento dell’imperadore in Italia._
Avendo l’eletto imperadore prima veduto come i comuni di Toscana l’aveano richiesto per farlo valicare in Italia, e da loro non s’era rotto, e appresso era richiesto dalla lega de’ Lombardi, e con loro tenea benevoglienza e trattato, e ancora l’arcivescovo avea appo lui continovi ambasciadori che gli offeriano il loro aiuto alla sua coronazione, per le quali cose considerò che agevolmente e senza resistenza e’ potea valicare per la corona. E però sostenendo catuna parte in speranza e in amore, mandò a corte di Roma ad Avignone per avere licenza e la benedizione papale, e i legati e ’l sussidio promesso dalla Chiesa per la sua coronazione. Gli ambasciadori furono graziosamente ricevuti dal papa, e udita la domanda dell’eletto debita e giusta, tenuti sopra ciò alquanti consigli e consistori, del mese di febbraio del detto anno, fu deliberato per lo papa e per li cardinali ch’egli avesse la licenza, e la benedizione, e i legati per la sua coronazione; altro sussidio non gli promisono. E partiti gli ambasciadori da corte, tra i cardinali ebbe divisione e tire di coloro ch’avessono la legazione per venire con lui, e per le dette tire, e perchè l’avvenimento non parea presto, si rimase la commessione de’ legati infino al tempo dell’avvenimento suo; onde si raffreddarono i procacciatori, non sentendolo ricco da trarre da lui quello che la loro avarizia prima si pensava.
CAP. CIV.
_D’un gran fuoco ch’apparve nell’aria._
Il primo dì di marzo, alle sei ore della notte, si mosse uno sformato fuoco nell’aria, il quale corse per gherbino in verso greco, come aveva fatto l’altro che prima era venuto col tremuoto, ma di lume e d’infiammagione non fu molto minore. A questo seguitò grande secco, perocchè infino al giugno non caddono acque che podere avessono di bagnare la terra, per la qual cosa il grano e le biade cresciute il verno e parte della primavera, e in buona speranza di ricolta, a tanto erano condotte per lo secco, che se non fosse la manifesta grazia che Madonna fece alla processione dell’antica tavola della sua effigie di santa Maria in Pineta, come al suo tempo si diviserà, erano i popoli di Toscana fuori di speranza di ricogliere grano, o biada o altri frutti in quest’anno per nutricamento di quattro mesi; e però non ci pare da lasciare in silenzio il caso di questo segno, per ammaestramento de’ tempi avvenire. Seguitò ancora l’avvenimento dell’imperadore in quest’anno in Italia e la sua coronazione, e avvenimento di grandi terremuoti, come appresso racconteremo.
CAP. CV.
_Di tremuoti che furono._
In questo medesimo dì primo di marzo furono in Romania grandissimi terremuoti, e nella nobile città di Costantinopoli abbatterono molti grandi e nobili edificii e gran parte delle mura della città, con grande uccisione d’uomini, e di femmine, e di fanciulli. E da Boccadone infino a Costantinopoli, su per la marina, non rimase castello nè città che non avesse grandissime rovine delle mura e degli edificii con grande mortalità de’ suoi abitanti; per la qual cosa avvenne, che i Turchi loro vicini sentendo i Greci spaventati, e senza potersi racchiudere e salvare nelle fortezze, corsono sopra loro, e presonne assai, e menaronli in servaggio: e alcuni castelli rifeciono e afforzarono, e misonvi abitatori e guardie di loro Turchi; e appresso accolsono grande esercito di loro gente, e puosonvi assedio per terra a Costantinopoli, ch’era in divisione e in tremore, ma contro a’ Turchi s’unirono alla difesa; sicchè stativi alcuno tempo senza potere acquistare la città, corsono le ville, e rubarono le contrade, e senza avere resistenza fuori delle mura si tornarono in loro paese.
CAP. CVI.
_De’ fatti del monte._
La fede utile sopra l’altre cose, e gran sussidio a’ bisogni della repubblica, ci dà materia di non lasciare in oblivione quello che seguita. Il nostro comune, per guerra ch’ebbe co’ Pisani per lo fatto di Lucca, si trovò avere accattati da’ suoi cittadini più di seicento migliaia di fiorini d’oro; e non avendo d’onde renderli, purgò il debito, e tornollo a cinquecentoquattro migliaia di fiorini d’oro e centinaia, e fecene un monte, facendo in quattro libri, catuno quartiere per se, scrivere i creditori per alfabeto, e ordinò con certe leggi penali, alla camera del papa obbligate, chi per modo diretto o indiretto venisse contro a privilegio e immunità ch’avessono i danari del monte. E ordinò che in perpetuo ogni mese, catuno creditore dovesse avere e avesse per dono d’anno e interesso uno danaio per lira, e che i danari del monte ad alcuno non si potessono torre per alcuna cagione, o malificio, o bando, o condannagione che alcuno avesse; e che i detti danari non potessono essere staggiti per alcuno debito, nè per alcune dote, nè fare di quelli alcuna esecuzione, e che lecito fosse a catuno poterli vendere e trasmutare, e così a catuno in cui si trovassono trasmutati, que’ privilegi, e quell’immunità, e quello dono avesse il successore che ’l principale. E cominciato questo gli anni di Cristo 1345, sopravvenendo al comune molte gravi fortune e smisurati bisogni, mai questa fede non maculò, onde avvenne che sempre a’ suoi bisogni per la fede servata trovava prestanza da’ suoi cittadini senza alcuno rammaricamento: e molto ci si avanzava sopra il monte, accattandone contanti cento, e facendone finire al monte altri cento, a certo termine n’assegnava dugento sopra le gabelle del comune, sicchè i cittadini il meno guadagnavano col comune a ragione di quindici per centinaio l’anno. Essendo i libri e le ragioni mal guidate per i notai che non gli sapeano correggere, e avevanvi commessi molti errori e falsi dati, si ridussono in mano di scrivani uomini mercatanti che gli correggessono, e corressono molto chiaramente a salvezza del comune e de’ creditori, avendo al continovo uno notaio che facea carta delle trasmutagioni per licenza del vero creditore, e poi gli scrivani gli acconciavano in su’ registri del comune, levando dall’uno e ponendo all’altro. Di questi contratti de’ comperatori si feciono in Firenze l’anno 1353 e 1354 molte questioni, se la compera era lecita senza tenimento di restituzione o nò, eziandio che il comperatore il facesse a fine d’avere l’utile che il comune avea ordinato a’ creditori, e comperando i fiorini cento prestati al comune per lo primo creditore venticinque fiorini d’oro, e più e meno com’era il corso loro, l’opinione de’ teologi e de’ legisti in molte disputazioni furono varie, che l’uno tenea che fusse illecito e tenuto alla restituzione, e l’altro nò, e i religiosi ne predicavano diversamente: que’ dell’ordine di san Domenico diceano che non si potea fare lecitamente, e con loro s’accostavano de’ romitani, e i minori predicavano che si potea fare, e per questo la gente ne stava intenebrata. Era in questi tempi in Firenze copia di maestri in teologia, fra i quali de’ più eccellenti era maestro Piero degli Strozzi de’ frati predicatori, e maestro Francesco da Empoli de’ minori; maestro Piero dicea che non era lecito contratto, e predicavalo senza dimostrarne le ragioni chiare; perchè maestro Francesco de’ minori avendo sopra ciò con grande diligenza avute molte disputazioni con altri maestri in divinità, e con dottori di legge e di decretali, al tutto chiarì, e tenne, e predicò, e scrisse ch’era lecito, e senza tenimento di restituzione a chi il facea, senza fare contro a sua coscienza; e le ragioni perchè scrisse e mandò a tutte le regole, apparecchiato a mantenere quello che predicato e scritto avea. Nondimeno i predicatori e’ loro maestri non si rimossono della loro opinione, predicando che non si potea fare lecitamente e senza restituzione; e della loro opinione non mostrarono ragione, e contro alle scritte per maestro Francesco non contradissono con alcuna ragione; e per questo a molti rimase in dubbio il detto contratto, e molti l’ebbono per chiaro accostandosi alle ragioni del maestro Francesco, e senza riprensione di loro coscienza vendevano e comperavano, facendone traffico come d’un’altra mercatanzia. Se ’l contratto si potea provare usurario, debito era a chi ’l predicava di riprovare quello che si provava in contrario, per trarre la gente d’errore; se lecitamente fare si poteva, considerato che gli uomini sono cupidi a guadagnare, male era a recare loro in sospetto, e contaminare le coscienze di quello che lecito era per non discrete predicazioni.
CAP. CVI.
_Di certe rivolture di tiranni di Lombardia, e di più cose per lo tradimento di Verona_
Detto abbiamo poco addietro come il Gran Cane della Scala si tenea aver perduta Verona per operazione del signore di Mantova, ed era contro a lui forte inanimato per lo fallo ch’egli avea fatto; essendo con lui nella lega s’era rotto dalla lega degli altri, e trattava d’allegarsi coll’arcivescovo di Milano e col marchese di Brandimborgo per far guerra coll’arcivescovo insieme contro a Mantova, e l’arcivescovo molto vi venia volentieri, e furono le cose tanto innanzi, che per tutto corse la voce ch’ell’era fatta. Il comune di Vinegia conoscendo che questa discordia poteva tornare a grande pericolo del loro comune e degli altri loro collegati lombardi, mandarono di loro assentimento al Gran Cane solenni ambasciadori, per rivocarlo alla lega e compagnia ch’aveano insieme, e far fare al signore di Mantova l’ammenda del suo fallo; e seguendo gli ambasciadori solennemente quello che fu loro commesso, operarono tanto, che ’l signore di Mantova fece l’ammenda come messer Gran Cane volle, e per la stima del danno ricevuto diede trentamila fiorini d’oro a messer Gran Cane, i quali promise, e pagò poi per lui il comune di Vinegia, e il signore di Mantova ne diè loro in guardia tre buone castella: e per questo modo fu fatta la pace, e lasciati di prigione que’ di Mantova, e messer Gran Cane tornò alla lega com’era in prima. Essendo raffermata la lega, ne’ porti di Mantova si trovò in un dì molta mercatanzia di Milanesi e d’altri distrettuali dell’arcivescovo, e perocchè a stanza dell’arcivescovo il signore di Mantova s’era mosso a far quello onde gli era convenuto fare ammenda di fiorini trentamila d’oro, di fatto fece arrestare tutto, e ripresesi sopra i Milanesi e distrettuali dell’arcivescovo di più che non restituì al signore di Verona, la qual cosa l’arcivescovo e’ suoi si recarono a grande onta.
CAP. CVII.
_Del processo della grande compagnia di fra Moriale della Marca._
Tornando alla nuova tempesta di fra Moriale e di sua compagnia, rimasi nella Marca dopo la partita di messer Malatesta dall’assedio di Fermo, cominciarono a cavalcare il paese e fare in ogni parte preda, e vinsono per forza Mondelfoglio, e le Fratte, e san Vito, e sei altre castelletta nel paese, e scorsono a Iesi, e rubarono i borghi e predarono il paese. Appresso combatterono Feltrino e vinsonlo per forza, e uccisonvi da cinquant’uomini, e perch’era pieno d’ogni bene da vivere vi dimorarono un mese. E in fra questo tempo ebbono Monte di Fano, e Monte di Fiore, e più altre castella d’intorno per paura feciono i loro comandamenti. Per la fama delle grandi prede che faceva la compagnia, molti soldati ch’aveano compiute le loro ferme, senza volere più soldo traevano a fra Moriale, e assai in prova si facevano cassare per essere con lui, ed egli li faceva scrivere, e con ordine dava a catuno certa parte al bottino, e tutte le ruberie e prede ch’erano venali facea vendere, e sicurava i comperatori, e facevali scorgere lealmente, per dare corso alla sua mercatanzia. E ordinò camarlingo che ricevea e pagava, e fece consiglieri e segretari con cui guidava tutto; e da tutti i cavalieri e masnadieri era ubbidito come fosse loro signore, e mantenea ragione tra loro, la quale faceva spedire sommariamente. E così ordinati cavalcarono, e mutavano paese, e vennono a Montelupone, il quale per paura s’arrendè loro, e stettonvi venti dì; e raunata ivi la preda fatta nel paese e la sostanza del castello, ogni cosa ne trassono senza far male agli uomini, e cavalcarono alla marina e presono Umana, e combatterono Orivolo, e non l’ebbono, e da Umana andarono sopra Ancona, e presono la Falconara a patti salve le persone. E in que’ dì ebbono otto castella che s’arrenderono loro in sull’Anconitano, fuggendo le persone, e lasciando le terre e la roba alla compagnia. Appresso tornarono sopra Iesi, e per forza ebbono Alberello ed un altro castello, e tutto recarono in preda, e poi andarono a Castelficardo pieno di molta vittuaglia, e quello combattendo vinsono per forza. E del mese di marzo presono il castello delle Staffole pieno di molto vino, ed il Massaccio e la Penna. E per tutto quel paese il residuo del verno sparsono la loro irreparabile tempesta, rubando e uccidendo, e facendo ogni sconcio male a’ paesani, e singolarmente più a’ sudditi di messer Malatesta, avendo delle sue terre quarantaquattro castella in loro servaggio, e avendo stadico un figliuolo del capitano di Forlì, e Gentile da Mogliano, per li soldi che promessi aveano alla detta compagnia.
CAP. CVIII.
_Come il legato prese Toscanella._
In quest’anno del mese di marzo, il cardinale di Spagna legato del papa facendo guerra col prefetto di Vico, per trattato gli tolse Toscanella, e questo fu il primo acquisto che il legato facesse contro a lui: dappoi seguitarono le cose a maggiori fatti, come seguendo nostra materia diviseremo. In questi dì, il marchese di Ferrara parendogli essere debole nella nuova signoria, perchè Francesco marchese, il quale si tenea dovere di ragione essere signore, gli s’era rubellato, o che trovasse alcuno trattato nella città contro a se, o ch’egli il contraffacesse, a che si diè più fede, cacciò di Ferrara de’ suoi fratelli e alquanti de’ maggiori cittadini, confinandoli fuori del suo distretto, e cominciò a stare più fornito di gente forestiera, e in maggiore guardia.
CAP. CIX.
_Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia._