Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna
Part 8
Potendosi catuno dolere con ragione in se della corrotta fede odiosa a’ popoli, mercatanzia de’ tiranni, cagione nascosa di gravi pericoli, ci muove a dire con vergogna, come reggendosi il comune di Siena sotto il governamento occupato dall’ordine de’ nove, ruppono la fede promessa a’ signori di Montepulciano, essendone stati mezzani i Fiorentini e’ Perugini, e mallevadori alla richiesta di quello comune. E per giustificarsi della corrotta fede, aggiunsono una corrotta dannazione, mettendo il detto messer Niccola senza colpa in bando per traditore, acciocchè non paressono tenuti a dargli fiorini seimila d’oro che promessi gli aveano, quando diede loro la signoria di Montepulciano. Della qual cosa turbato il comune di Firenze e quello di Perugia, mandarono loro ambasciadori a Siena per far loro con preghiere addirizzare questo torto; e avuto sopra ciò più volte udienza, e menati lungamente per parole da’ signori, e straziati da’ loro consigli, insieme mostrando coll’opere la corruzione conceputa contro a’ detti comuni per lo detto ordine de’ nove. Agli ambasciadori di catuno comune fu fatta vergogna, e gittato loro addosso cavalcando per la città vituperoso fastidio, e udendosi dire dietro villane parole: a quelli di Perugia furono gittati de’ sassi, e minacciati di peggio: e così senza altro comiato, con accrescimento d’onta e di disonore, catuni ambasciadori tornarono a’ loro comuni; i quali conoscendo doppiamente essere offesi, per lo migliore dissimularono il fatto, comportando con senno la loro ingiuria. E questo avvenne del mese di febbraio del detto anno.
CAP. LXXXIX.
_Come si cominciò la gran compagnia nella Marca._
Il friere di san Giovanni fra Moriale, vedendo che il prefetto da Vico, con cui era stato all’assedio di Todi, nol potea sostenere a soldo, avendo l’animo grande alla preda, si propose d’accogliere gente d’arme d’ogni parte d’Italia, e fare una compagnia di pedoni con la quale potesse cavalcare e predare ogni paese e ogni uomo. E qui cominciò il maladetto principio delle compagnie, che poi per lungo tempo turbarono Italia, e la Provenza, e il reame di Francia e molti altri paesi, come leggendo per li tempi si potrà trovare. Questo fra Moriale incontanente co’ suoi messaggi e lettere mosse in Italia gran parte de’ soldati ch’erano in Toscana, e in Romagna e nella Marca senza soldo, a cavallo e a piè, dicendo, che chi venisse a lui sarebbe provveduto delle spese e di buono soldo; e per questo ingegno in breve tempo accolse a se millecinquecento barbute e più di duemila masnadieri, uomini vaghi d’avere loro vita alle spese altrui. E avendo messer Malatesta da Rimini assediata per lungo tempo la città di Fermo e condotta agli ultimi estremi, ed essendo per averla in breve tempo, fra Moriale, ricordandosi del servigio che da lui avea ricevuto quando l’assediò nel castello d’Aversa, avendo movimento da Gentile da Mogliano che tiranneggiava Fermo, e dal capitano di Forlì ch’era nimico di messer Malatesta, fidandosi alle loro promesse e a’ loro stadichi, del mese di novembre con la sua compagnia entrò nella Marca, e costrinse messer Malatesta a levarsi da oste da Fermo, e liberò la città dall’assedio, e rimasesi nel paese. E per lo nome sparto di questo primo cominciamento la compagnia crebbe e fece grandi cose in questo verno, e poi maggiori, come al suo tempo racconteremo, tornando prima all’altre cose che domandono la nostra penna.
CAP. XC.
_Dice de’ leoni nati in Firenze._
E’ non pare cosa degna di memoria a raccontare la natività de’ leoni, ma due cagioni ci stringono a non tacere: l’una si è, perchè antichi autori raccontano che in Italia non nascono leoni, l’altra, che dicono che i leoni nascono del ventre della madre morti, e che poi sono vivificati dal muggio della madre e del leone fatto sopra loro: e noi avemo da coloro che più volte gli vidono nascere, che il loro nascimento è come degli altri catelli che nascono vivi: all’altra parte è risposto per lo loro nascimento, più e diverse volte avvenuto nella nostra città, e in questo anno, del mese di novembre, ne nacquero in Firenze tre, de’ quali l’uno si donò al duca di Osteric, che per grazia il domandò al nostro comune; e il leone padre vedendosi tolto l’uno de’ suoi leoncini se ne diè tanto dolore, che quattro dì stette che non volle mangiare, e temettesi che non morisse. E perch’elli stavano in luogo stretto ove si batte la moneta del comune, ne furono tratti, e dato loro larghezza di case, e di cortili, e di condotti nelle case che il duca d’Atene avea fatte disfare per incastellarsi, che furono de’ Manieri, dietro al palagio del capitano e dell’esecutore in su la via da casa i Magalotti, ove stanno al largo, e bene.
CAP. XCI.
_Come i Romani si dierono alla Chiesa di Roma._
Il popolo romano non sappiendosi reggere per li suoi tribuni e per li rettori, sentendo il cardinale di Spagna a Montefiascone legato del papa, valoroso signore nell’arme e di grande autorità, trattò con lui d’accomandarsi alla Chiesa di Roma sotto singolare condizione e patto. E ricevuto in protezione del legato con quello lieve legame, con lui si convenne, e con furia lo mosse a far guerra e danneggiare di guasto i Viterbesi; della qual cosa, cresciuta la forza e ’l numero de’ cavalieri al legato, seguirono poi maggiori cose, come seguendo nostra materia racconteremo.
CAP. XCII.
_Le novità seguite in Pistoia._
Essendo ordine in Pistoia che balia per li fatti del comune non si potesse dare a’ suoi cittadini, nato da sospetto delle loro sette, trovandosi capitano della guardia per lo comune di Firenze messer Gherardo de’ Bordoni il quale favoreggiava i Cancellieri e la loro parte, era in que’ dì fatto un processo per l’inquisitore de’ paterini contro a certi cittadini di Pistoia, di che tutto il comune si gravava; e a riparare a questo, convenne che balìa si desse a certi cittadini. L’industria de’ Cancellieri, coll’aiuto del capitano, fece tanto, che la balìa fu data a certi uomini tutti della parte de’ Cancellieri, i quali intesono ad abbattere in comune lo stato de’ Panciatichi, e di presente aggiunsono al numero del consiglio del comune, che avea quaranta uomini, della parte de’ Cancellieri; e intendendo di fare più innanzi, i Panciatichi per paura, e per non essere criminati dal capitano se ne vennono a Firenze: gli altri cittadini vedendosi ingannati da quelli della balìa corsono all’arme, e abbarrarono le vie, e catuno s’afforzava per combattere e per difendere. In questo tempo de’ romori di Pistoia, messer Ricciardo Cancellieri fu notificato a Firenze per lo Piovano de’ Cancellieri suo consorto, ch’egli volea fare al comune certo tradimento. E chiamato in giudicio a Firenze l’uno e l’altro, e dato balìa per lo comune al capitano della guardia di Firenze di potere conoscere sopra la causa, furono messi in prigione, e trovato che non era colpevole messer Ricciardo, fu liberato, e ritenuto il Piovano, e mutato in Pistoia nuovo capitano. Il comune di Firenze mandò in Pistoia ambasciadori, e con loro i Panciatichi, e racquetato lo scandalo tra i cittadini, si riposarono in pace.
CAP. XCIII.
_Come l’arcivescovo richiese di pace i Veneziani._
L’arcivescovo di Milano avendo sottomesso a sua signoria la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera e il loro contado, i cui abitanti erano nimici de’ Veneziani, mandò suoi ambasciadori al doge e al comune di Vinegia, per li quali significò a quello comune come i Genovesi erano suoi uomini, e le loro città e contado erano suo distretto; e tenendosi amico de’ Veneziani, e sapendo che per addietro i Genovesi erano stati loro nimici, intendea, quando al doge piacesse e al comune di Vinegia, che per innanzi fossono fratelli e amici: e intorno a ciò usarono belle e suadevoli ragioni. Il doge e il suo consiglio presono tempo d’avere loro consiglio, e di rispondere la mattina vegnente: e venuto il giorno, di gran concordia risposono la mattina dicendo: che ’l comune di Vinegia si tenea gravato e offeso dall’arcivescovo, il quale avea preso ad aiutare i Genovesi loro capitali nemici, e però non intendeano di volere pace e concordia con lui nè col comune di Genova, ma giusta loro podere tratterebbono lui e i suoi sudditi come loro nemici. E conseguendo al fatto, incontanente feciono accomiatare e bandeggiare di Vinegia, e di Trevigi, e di tutte le loro terre e distretti tutti coloro che fossono sotto la giurisdizione dell’arcivescovo di Milano; e simigliantemente fece nelle sue terre l’arcivescovo de’ Veneziani: e così fu manifesta la guerra tra loro, del mese di novembre del detto anno, per tutta la Lombardia e Toscana.
CAP. XCIV.
_Come i Veneziani ordinarono lega contro al Biscione._
Incontanente che agli altri signori lombardi fu palese la risposta fatta pe’ Veneziani all’arcivescovo, il gran Cane di Verona, e’ signori di Padova, e que’ di Mantova, e il marchese da Ferrara e i Veneziani, feciono parlamento per loro solenni ambasciadori, ove si propose di fare lega insieme, e taglia di gente d’arme contro all’arcivescovo di Milano, il quale parea loro che fosse troppo montato; e non fidandosi tutti insieme di potere resistere alla grande potenza dell’arcivescovo, s’accordarono di fare passare a loro stanza l’imperadore in Italia. E dopo più parlamenti sopra ciò fatti fermarono compagnia e lega tra loro, e taglia di quattromila cavalieri, e fecionla piuvicare in Lombardia, e con grande istanza per loro segreti ambasciadori richiesono e pregarono il comune di Firenze che si dovesse collegare con loro, prendendo ogni vantaggio che volesse: ma perocchè il detto comune era in pace coll’arcivescovo, per alcuna preghiera o promessa di vantaggio che fatta fosse, non potè essere recato che la pace volesse contaminare. I collegati incontanente mandarono ambasciadori solenni in Alamagna all’imperadore, per inducerlo a passare in Lombardia contro all’arcivescovo di Milano, offerendogli tutta la loro forza, e danari assai in aiuto alle sue spese, acciocchè meglio potesse tenere la sua cavalleria; e per tutto fu divulgata la fama, che in quest’anno l’imperadore passerebbe a istanza della detta lega. Queste cose furono ferme e mosse del mese di dicembre del detto anno. E stando gli allegati in aspetto, non si provvidono di fare la gente della taglia infino al primo tempo, nè d’avere capitano; e però lasceremo al presente questa materia, tanto che ritornerà il suo tempo, e diremo di quelle che ci occorrono al presente a raccontare.
CAP. XCV.
_Come il conestabile di Francia fu morto._
Era messer Carlo, figliuolo che fu di messer Alfonso di Spagna, accresciuto dall’infanzia in compagnia del re Giovanni di Francia, ed era divenuto cavaliere di gran cuore e ardire, e valoroso in fatti d’arme, pieno di virtù e di cortesia, e adorno del corpo, e di belli costumi, ed era fatto conestabile di Francia, ed il re gli mostrava singolare amore, e innanzi agli altri baroni seguitava il consiglio di costui; e chi volea mal parlare, criminavano il re di disordinato amore in questo giovane: e del grande stato di costui nacque materia di grande invidia, che gli portavano gli altri maggiori baroni. Avvenne che il re Giovanni provvidde il re di Navarra suo congiunto d’una contea in Guascogna, la quale essendo a’ confini delle terre del re d’Inghilterra, era in guerra e in grave spesa per la guardia, più che ’l detto re non avrebbe voluto, e però la rinunziò, e il re poi la diede al conestabile, ch’era franco barone e di gran cuore in fatti d’arme. Il re di Navarra che già avea contro al conestabile conceputo invidia, mostrò di scoprirla, prendendo sdegno perch’egli avea accettata la sua contea, nonostante ch’egli l’avesse rinunciata. Ed essendo genero del re di Francia, con più audace baldanza, in persona, con altri baroni che simigliantemente invidiavano il suo grande stato, una notte andarono a casa sua, e trovandolo dormire in sul letto suo l’uccisono a ghiado; della qual cosa il re di Francia si turbò di cuore con ismisurato dolore, e più di quattro dì stette senza lasciarsi parlare. La cosa fu notabile e abominevole, e molto biasimata per tutto il reame, e fu materia e cagione di gravi scandali che ne seguirono, come seguendo ne’ suoi tempi si potrà trovare. E questo micidio fu fatto in questo verno del detto anno 1353.
CAP. XCVI.
_Come si cominciò la rocca in Sangimignano, e la via coperta a Prato._
In questo medesimo tempo, il comune di Firenze per volere vivere più sicuro della terra di Sangimignano, e levare ogni cagione a’ terrazzani suoi di male pensare, cominciò a far fare, e senza dimettere il lavorio alle sue spese, e compiè una grande e nobile rocca e forte, la quale pose sopra la pieve dov’era la chiesa de’ frati predicatori, e quella chiesa fece maggiore e più bella redificare dall’altra parte della terra più al basso. E in questo medesimo tempo nella terra di Prato fece fare una larga via coperta, in due alie di grosso muro d’ogni parte, con una volta sopra la detta via, e un corridoio sopra la detta volta, largo e spazioso a difensione; la quale via muove dal castello di Prato fatto anticamente per l’imperatore, e viene fino alla porta; ove si fece crescere e incastellare la torre della porta a modo d’una rocca; e in catuna parte tiene il comune continova guardia di suoi castellani.
CAP. XCVII.
_Del male stato dell’isola di Sicilia._
Assai ne pare cosa più da dolere che da raccontare, gli assalti, gli aguati, i tradimenti, gl’incendi, le rapine, l’uccisioni senza misericordia, che in questi tempi i Siciliani faceano tra loro per invidia e setta parziale, le quali maladette cose tra gli uomini d’una medesima patria ebbono tanta forza di male aoperare nell’isola, ch’abbandonata la cultura de’ fertili campi, i quali sogliono pascere gli strani popoli, de’ suoi trasse per fame più di diecimila famiglie della detta isola, i quali per non morire d’inopia, si feciono abitatori dell’altrui terre in Sardegna, e in Calabria, e nel Regno di qua dal faro. E in questa tempesta, certi baroni dell’isola contrari alla setta de’ Catalani, che governavano lo sventurato duca che s’attendea a essere re, sentendolo egli e i suoi manifestamente, trattavano di dare la maggiore parte delle buone terre dell’isola al re Luigi suo avversario, e non ebbe per lungo tempo podere d’atarsene, tanto che venne fatto, come nel principio del quarto libro seguendo si potrà trovare.
CAP. XCVIII.
_Come il legato del papa procedette col prefetto._
In questo verno, il cardinale di Spagna legato del papa avendo tentato il prefetto lentamente con poco prosperevole guerra, cercò con più riprese di trovare pace con lui, e fu la cosa tanto innanzi, che per tutto scorse la fama che la pace era fatta. Ma il prefetto già tiranno senza fede, vedendosi il destro, sotto la speranza della pace tolse al legato due castella, e rotto il trattato, il cominciò a guerreggiare: per la qual cosa il legato seguitò il processo fatto contro a lui, e del mese di febbraio del detto anno pronunziò la sentenza, e per sue lettere il fece scomunicare come eretico per tutta Italia; e fatto questo, conoscendo che altra medecina bisognava a riducere costui alla via diritta, che suono di campane o fummo di candele, saviamente, e senza dimostrare sua intenzione innanzi al fatto, si venne provvedendo d’avere al tempo gente d’arme, da potere fare l’esecuzione contro a lui del suo processo. E in questo mezzo, avendo dugento cavalieri del comune di Firenze e alquanti da se, fece sì continua guerra al tiranno, che poco potea resistere o comparire fuori delle mura. E avendo il prefetto preso sospetto de’ Viterbesi e degli Orvietani, che si doleano perchè la pace non era venuta a perfezione, tirannescamente volle tentare l’animo de’ cittadini di catuna città, e fare cosa da tenerli in paura. E però segretamente accolse fanti di fuori a pochi insieme, e miseli in catuna terra ne’ suoi palagi, e in un medesimo dì fece a certa gente di cui e’ si confidò levare il romore contro a se in catuna città, al quale romore alquanti cittadini in catuna terra presono l’arme, e seguitavano il grido. Il tiranno con quattrocento fanti ch’aveva armati e apparecchiati in Viterbo uscì fuori e corse la terra, uccidendo cui egli volle, e condannò e cacciò a’ confini tutti coloro di cui sospettava. E per simigliante modo fece correre la città d’Orvieto al figliuolo, e uccidere e condannare e mandare a’ confini cui egli volle. E così gli parve per male ingegno aver purgate quelle due città d’ogni sospetto, e avere più ferma la sua signoria, la quale per lo contradio, non avendo da se potenza nè aspettandola d’altrui, per questa mala crudeltà ogni dì venne mancando, come l’opere appresso dimostreranno manifestamente in fatto.
CAP. XCIX.
_Come si rubellò Verona al Gran Cane per messer Frignano._
Chi potrebbe esplicare le seduzioni, gl’inganni e’ tradimenti che i tiranni posponendo ogni carità, parentado e onore, pensano, ordinano, e fanno per ambizione di signoria? Certo tanti sono i modi quanti i loro pensieri, sicchè ogni penna ne verrebbe meno e stanca. Tuttavia per quello ch’ora ci occorre, cosa strana e notevole, ci sforzeremo a dimostrare l’avviluppata verità di diversi tradimenti e suoi effetti. Narrato avemo poco dinanzi come la lega de’ Veneziani con gli altri signori Lombardi era giurata e ferma contro al signore di Milano, ed essendo il signore di Mantova de’ più avvisati tiranni di Lombardia vicino dell’arcivescovo di Milano, l’arcivescovo con industriose suasioni e con grandi promesse il mosse a farlo trattare di tradire messer Gran Cane signore di Verona e di Vicenza con cui egli era in lega, ed egli per accattare la benivolenza dell’arcivescovo, dimenticato il beneficio ricevuto da quelli della Scala, che l’aveano fatto signore di Mantova, diede opera al fatto, e non senza speranza d’aoperare per se, se la fortuna conducesse la cosa ov’era la sua immaginazione. E però conoscendo egli messer Frignano figliuolo bastardo di messer Mastino, uomo pro’, e ardito d’arme, e di grande animo, accetto nel cospetto del fratello suo signore, e amato dal popolo di Verona e di Vicenza, vago di signoria, trattò con lui di farlo signore di Verona con suo consiglio, e colla sua forza e del signore di Milano. Questo sterpone tornando alla sua natura, senza fede o fraternale carità, di presente intese al tradimento del fratello, e col signore di Mantova ordinarono il modo ch’egli avesse a tenere, e l’aiuto della gente ch’egli avrebbe da lui. In questo tempo avvenne che ’l Gran Cane andò a parlamentare col marchese di Brandimborgo suo suocero per li fatti della lega, e il fratello bastardo era cognato del signore di Castelborgo, ch’era a’ confini del cammino ove il Gran Cane dovea passare; costui avvisato da messer Frignano mise un aguato per uccidere il Gran Cane, ma scoperto l’aguato, passò senza impedimento. Come messer Frignano avea ordinato, a Verona tornarono novelle come il Gran Cane era stato morto; ma innanzi che la novella venisse, messer Frignano avea mandati fuori di Verona tutti i cavalieri soldati, salvo coloro di cui s’era fidato, e che con lui s’intesero al tradimento. Pubblicata la novella in Verona come il Gran Cane loro signore era stato morto, il traditore con gran pianto fece incontanente, a dì 17 di febbraio del detto anno, raunare il popolo, e a uno giudice, cui egli avea informato, fece proporre in parlamento come il loro signore era morto, e che ’l comune di Verona rimanea in gran pericolo senza capo, avendo a vicino così possente signore com’era l’arcivescovo di Milano; e aggiunse, che a lui parea che messer Frignano prendesse il loro governamento. Il traditore ch’era presente, senza attendere ch’altri si levasse a parlamentare, o ch’altra deliberazione si facesse, si levò suso, e disse, che così prendeva e accettava la signoria. E montato a cavallo, colle masnade che v’erano corse la terra, gridando, muoiano le gabelle; e fece ardere i libri e gli atti della corte, e ruppono le prigioni. E di subito il signore di Mantova vi mandò messer Feltrino, e messer Federigo, e messer Guglielmo suoi figliuoli, e messer Ugolino da Gonzaga tutti de’ signori di Mantova con trecento cavalieri. Il signore di Ferrara ingannato del tradimento vi mandò messer Dondaccio con dugento cavalieri; ma innanzi che tutti v’entrassono, il capitano colla maggior parte di loro per contramandato si tornarono indietro scoperto l’inganno. Messer Frignano ricevuta questa gente d’arme, e accolti certi cittadini che ’l seguirono, da capo corse la terra: i cittadini non si mossono, ed egli s’entrò nel palagio dell’abitazione del signore. Messer Azzo da Coreggio ch’era in Verona se n’uscì non con buona fama. Le guardie furono poste alle porte, e la terra s’acquetò, e messer Frignano ne fu signore; la quale signoria il signore di Mantova per ingegno, e quello di Milano per ingegno e forza si credette catuno avere, come seguendo appresso diviseremo.
CAP. C.
_Come messer Bernabò con duemila barbute si credette entrare in Verona._
Il signore di Mantova avendo in Verona quattro tra figliuoli e congiunti con trecento cavalieri, procacciava di mettervene anche per esservi più forte che messer Frignano, a intenzione di tradire lui, e di recare a se la signoria, ma non gli potè venire fatto, perocchè sentì che l’arcivescovo di Milano, che vegghiava a questo effetto, mandava messer Bernabò cognato del Gran Cane a Verona con duemila cavalieri, temette di se, e non ebbe ardire di sfornire Mantova di cavalieri; e così per la non pensata perdè quello che avea lungamente provveduto. La novella del gran soccorso che venia da Milano, e dell’apparecchiamento di quello di Mantova sentito a Verona, generò sospetto a messer Frignano e a’ cittadini della città, e però presono l’arme, e rafforzarono le guardie, e stettono in più guardia; onde i signori che v’erano di Mantova non vidono modo di fornire loro corrotta intenzione, e però si stettono, mostrandosi fedeli a messer Frignano e alla guardia della città. In questo stante messer Bernabò con duemila barbute e gran popolo giunse a Verona, mostrando di volere ricoverare la signoria di Verona al cognato, credendo con questo trarre a se l’animo de’ cittadini, e credendo che quelli ch’aveano mossa questa novità a stanza dell’arcivescovo l’atassono entrare nella terra, e però si strinse infino alle porte, e domandava l’entrata, la quale gli fu negata; e non vedendo che dentro alcuno gli rispondesse, cominciò a combatterla; ma vedendo il suo assalto tornare invano, e sentendo la tornata di messer Gran Cane d’Alamagna, si partì del paese, e tornossi a Milano mal contento de’ signori di Mantova, ed eglino peggio contenti dell’arcivescovo, ch’aveva sconcio il loro tranello per quella cavalcata, come poco appresso dimostrarono in opera catuna parte, secondo che seguendo dimostreremo.
CAP. CI.
_Come messer Gran Cane racquistò Verona, e fu morto messer Frignano._