Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Part 7

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Essendo venuto il tempo che la furiosa superbia de’ Genovesi per far guerra a’ Veneziani e Catalani avea da catuna parte apparecchiate in mare le loro forze, del mese d’agosto del detto anno i Genovesi si trovarono con sessanta galee armate, avendo per loro ammiraglio messer Antonio Grimaldi, nella quale erano tratti di tutte le famiglie la metà de’ più chiari e nobili cittadini di Genova e della Riviera, il quale ammiraglio si trasse con l’armata a Portoveneri, per non lasciare mettere scambio a’ cittadini che ’l procacciavano, dicendo, che col loro aiuto e consiglio sperava d’avere la vittoria de’ loro nimici, e aspettava lingua di loro sollecitamente. I Catalani aveano armate trenta galee tra sottili e grosse e uscieri, e venti galee alle spese de’ Veneziani, con cinquanta galee e tre grandi cocche incastellate, e armate di quattrocento combattitori per cocca, avendo caricati cavalli e cavalieri assai per porli in Sardegna, del detto mese d’agosto si partirono di Catalogna, facendo con prospero tempo la via di Sardegna, ove con l’armata de’ Veneziani si doveano raccozzare. E i Veneziani in questi medesimi dì con venti galee armate di buona gente si dirizzarono alla Sardegna. I Genovesi avuta lingua che catuna armata era in pelago, avvisarono d’abboccarsi con l’una armata innanzi che insieme si congiugnessono. E perocchè le sessanta loro galee non erano pienamente armate, lasciarono otto corpi delle sessanta, e delle ciurme e de’ soprassaglienti fornirono ottimamente le cinquantadue, e con quelle senza arresto, atandosi con le vele e co’ remi, con grande baldanza si dirizzarono alla Sardegna. Ed essendo giunti presso alla Loiera, ebbono lingua che l’armate de’ loro nimici s’erano raccozzate insieme; e passato ch’ebbono una punta scopersono l’armata de’ Veneziani e de’ Catalani, i quali s’erano ristretti insieme, e le sottili galee aveano nascose dietro alle grosse per mostrarsi meno che non erano a’ loro nimici, e ancora s’incatenarono e stavano ferme senza farsi incontro a’ Genovesi, mostrando avvisatamente paura, acciocchè traessono a loro la baldanza de’ Genovesi con loro vantaggio. I Genovesi non ostante ch’avessono perduta la speranza di non aver trovate l’armate partite, e ingannati dalla vista, che pareva loro che le galee de’ loro avversari fossono meno che non erano, e poco più che le loro, baldanzosi della fresca vittoria avuta sopra i detti loro nimici in Romania, si misono ad andare contro a loro vigorosamente. E valicata certa punta di mare, si trovarono sopra la Loiera sì presso a’ loro nimici, ch’elli scorsono ch’elli erano troppo più ch’elli non estimavano, e vidongli acconci e ordinati alla battaglia, e che presso di loro aveano le tre cocche incastellate e armate di molta gente da combattere; per la qual cosa l’animo si cambiò a’ Genovesi, e la furia prese freno di temperanza, e vorrebbono non essere sì presso a’ loro nimici, e tra loro ebbono ripitio di non savia condotta: tuttavia presono cuore e franchezza di mettersi alla battaglia, sentendosi l’aiuto del vento in poppa, e alquanto contrario a’ loro avversari, conoscendo che l’aiuto delle cocche non poteano avere durando quel vento, tuttavia più per temenza che per franchezza legarono e incatenarono la loro armata, lasciando d’ogni banda quattro galee sottili, libere d’assalire e da sovvenire all’altre secondo il bisogno. I Veneziani e’ Catalani avendo a petto i loro nimici, trassono della loro armata sedici galee sottili, e misonne otto libere da catuna parte della loro armata, la quale aveano ordinata e incatenata per essere più interi alla battaglia, ricordandosi che l’essersi sparti in Romania gli avea fatti sconfiggere; e così ordinati l’una gente e l’altra con lento passo si veniano appressando, e le libere galee cominciarono l’assalto molto lentamente, che catuno stava a riguardo per attendere suo vantaggio; e nonostante che i Veneziani e’ Catalani fossono molti più che i Genovesi, tanto gli ridottavano, che non s’ardivano ad afferrare con loro: è vero che il vento alquanto gli noiava, più per non potere avere l’aiuto delle loro cocche, che per altro, e però soprastavano. Dall’altra parte i Genovesi già impediti per lo soperchio de’ loro nimici non s’ardivano a strignersi alla battaglia, e così consumarono il giorno dalla mezza terza alla mezza nona, con lieve badalucco delle loro libere galee. I Genovesi vedendo che i loro nimici più potenti non li ardivano ad assalire, presono più baldanza, e metteronsi in ordine d’andarli ad assalire con più aspra battaglia. Ma colui che è rettore degli eserciti, avendo per lungo tempo sostenuta la sfrenata ambizione de’ Genovesi, per lieve spiramento di piccolo vento abbattè la loro superbia; che stando catuna parte alla lieve battaglia si levò un vento di verso scilocco, il quale empiè le vele delle tre cocche. I Catalani animosi contro a’ Genovesi, vedendosi atare dal vento, apparecchiate loro lance, e dardi e pietre, con ismisurato romore, levate l’ancore del mare, con tutte e tre le cocche si dirizzarono contro all’armata de’ Genovesi, e con l’impeto del corpo delle cocche sì fedirono nelle galee de’ Genovesi, e nella prima percossa ne misono tre in fondo, e seguendo innanzi, alcuna altra ne ruppono: e di sopra gittavano con tanta rabbia pietre lance e dardi sopra i loro nimici, che parea come la sformata grandine pinta da spodestata fortuna d’impetuosi venti, e molti Genovesi n’uccisono in quel subito assalto, e annegaronne assai, e più ne fedirono e magagnarono. L’armata de’ Veneziani e Catalani vedendosi fatta la via a’ loro navilii, con più ardire si misono innanzi strignendosi alla battaglia. I Genovesi, uomini virtuosi e di grande cuore, sostennono francamente il grave assalto delle cocche, atandosi con l’arme e con le balestra, magagnando molti de’ loro nemici, e alle galee rispondeano con sì ardita e folta battaglia, che per vantaggio ch’e’ loro nimici avessono non poteano sperare vittoria. Ma l’ammiraglio de’ Genovesi invilito nell’animo suo di questo primo assalto, fece vista di volere ricoverare la vittoria per maestria di guerra; e sollevata la battaglia, in fretta fece sciogliere undici galee della sua armata, e con quelle aggiunse l’otto sottili ch’erano libere dalle latora dell’armata, e diede voce di volere volgere e girare dalle reni de’ nimici: e per questa novità i Veneziani e’ Catalani ebbono paura, e sollevarono la battaglia, e stettono in riguardo, per vedere quello che le dette galee volessono fare. Ma l’ammiraglio abbandonata la battaglia, e lasciate l’altre galee insieme alla fronte de’ nimici, fece la via di Genova senza tornare all’oste, e già si cominciava a tardare il giorno. Vedendo i Veneziani e’ Catalani che l’ammiraglio de’ Genovesi non avea girato sopra loro, ma era al disteso fuggito con diciannove galee, con certezza di loro vittoria vennono sopra i Genovesi; i quali vedendosi abbandonati dal loro ammiraglio, senza resistenza chi non potè fuggire si renderono prigioni. Così i Veneziani e’ Catalani senza spandimento di loro sangue ebbono de’ Genovesi piena vittoria: ed ebbono trenta corpi di galee e più di tremilacinquecento prigioni, fra i quali furono molti nominati grandi e buoni cittadini di Genova. E morti ne furono e annegati con le ciurme più di duemila. La detta sventurata battaglia per i Genovesi fu il dì di san Giovanni dicollato, a dì 29 d’agosto del detto anno.

CAP. LXXX.

_Come i Catalani perderono loro terre in Sardegna._

Con piccolo travalicamento di tempo sosterremo alquanto l’altre cose, raccogliendo i fatti che nell’isola di Sardegna avvennono dopo la detta vittoria. I Catalani e’ Veneziani con la loro armata, e con le tre cocche, e con le galee prese de’ Genovesi e co’ prigioni arrivarono in Sardegna, e nella loro giunta avendo messo in terra i loro cavalieri, e gli altri soprassaglienti, e molti delle ciurme, il castello della Loiera, e ’l castello Lione, e il castello Genovese, e Sasseri e più altre terre che teneano i Genovesi s’arrenderono a’ Catalani. Avendo senza fatica fatto l’acquisto delle dette castella, aggiunte alla loro vittoria, pensarono d’acquistare tutto il rimanente dell’isola che si possedea per lo giudice d’Alborea, e con più baldanzosa che provveduta volontà, o buon ordine, se n’andarono verso Arestano, non pensando trovarvi resistenza. Ma il giudice con molta gente d’arme e con molti Sardi, i quali aveva accolti per difendere le sue terre, venne loro incontro del mese di settembre, e abboccatosi con loro, vennono alla battaglia, e furono sconfitti i Catalani; de’ quali tra nella battaglia e nella fuga rimasono morti più di millecinquecento Catalani. E per questa sconfitta, e per la mala guardia che delle terre nuovamente acquistate faceano, e per l’aspra signoria ch’usavano a’ paesani tutte si rubellarono, e ancora l’altre che prima vi teneano, sicchè tutto perderono, fuori che castello di Castro detto Caglieri: e volendole racquistare per forza, feciono maggiore oste, e un’altra volta s’abboccarono co’ Sardi e col giudice d’Alborea; e dopo lunga battaglia, i Catalani ritennono il campo e i Sardi l’abbandonarono, con pochi più morti di loro che de’ loro nimici. Onde i Catalani ebbono poco lieta vittoria, lasciando morti in questa seconda battaglia cinquecento combattitori, benchè più ne fossono morti de’ Sardi, e però non racquistarono alcuna terra: e dopo lunga dimora, del mese di novembre, avendo perduti assai de’ loro prigioni genovesi ch’erano accomandati nella Loiera, si partirono dell’isola, andandosene i Catalani in Catalogna, e i Veneziani a Vinegia a salvamento, vinti i Genovesi loro nimici, e abbassata con piena vittoria la loro superbia.

CAP. LXXXI.

_Come il prefetto venne a oste a Todi._

In questo tempo, la Chiesa di Roma per racquistare il Patrimonio occupato dal prefetto da Vico avea tenuto gente d’arme a Montefiascone guerreggiando il prefetto; e in questa guerra fra Moriale di Provenza, grande guerriere e nomato soldato, con sue masnade avea servito la Chiesa lungamente, senza potere avere l’intero pagamento de’ suoi soldi, e però s’accostò col prefetto, e andò dalla sua parte con quattrocento cavalieri. E vedendosi il prefetto sicuro dalla forza della Chiesa, avendo in sua compagnia i Chiaravallesi usciti di Todi, con fra Moriale e con altre sue genti d’arme di subito e improvviso se ne venne a Todi, e con lui i Chiaravallesi, i quali si sentivano tanti parenti e amici nella città, che si credeano, come fossono con forte braccio ivi presso, che li vi rimetterebbono dentro o per ingegno o per forza: ma trovaronsi ingannati, perocchè i cittadini temendo della tirannia del prefetto e de’ loro cittadini si misono alla difesa, e il prefetto e i Chiaravallesi ad assedio. Ma avendo i Todini aiuto da’ Perugini e dal comune di Firenze, che catuno vi mandò gente d’arme, il prefetto perdè la speranza d’entrare nella terra; e statovi a campo di settembre e d’ottobre, e dato il guasto intorno alla città, si partì dall’assedio con suo poco onore.

CAP. LXXXII.

_Come fu presa e lasciata Vicorata._

Di questo mese di settembre del detto anno, il conte Guido da Battifolle avendo accolta gente de’ suoi fedeli e del conte Ruberto, sentendo che Andrea di Filippozzo de’ Bardi signore del contado del Pozzo e di Vicorata era in bando del comune di Firenze per malificio, tenendosi gravato da lui, improvviso di mezza notte venne a Vicorata, e con alcuno trattato il dì seguente entrò in Vicorata, ed ebbe tutto il procinto, e rinchiuso Andrea e alcuni de’ fratelli nella torre, alla quale accostato il conte suoi dificii la faceva tagliare. Il comune di Firenze sentendo i suoi cittadini a quello pericolo, non ostante che fossono in bando, di presente mandarono comandando al conte Guido che lasciasse quell’impresa. Il quale udito il comandamento de’ priori di Firenze, essendo egli medesimo anco in bando del detto comune per simile modo, di presente fu ubbidiente, e non lasciando alcuna cosa torre o rubare se ne partì, e tornossi nel suo contado. La clemenza del nostro comune poco appresso fece l’una parte e l’altra venire a Firenze, e fatto fare pace tra loro, catuno per grazia trasse di bando.

CAP. LXXXIII.

_Come il conte di Caserta si rubellò dal re Luigi._

Il re Luigi di Gerusalemme e di Sicilia, in questo anno, il dì della Pentecoste, avea fatta solenne festa co’ suoi baroni per l’annuale rinnovellamento di sua coronazione. E in quella festa ordinò cosa nuova e disusata alla corona, ch’egli elesse sessanta tra baroni e cavalieri, i quali giurarono fede e compagnia insieme col detto re, sotto certo ordine di loro vita, e di loro usaggi e vestimenti: e fatto il giuramento, si vestirono d’una cottardita e d’un’assisa e d’un colore tutti quanti, portando nel petto un nodo di Salomone, e chi ebbe l’animo vano più magnificò la cottardita e il nodo d’oro e d’argento, e di pietre preziose di grande costo e di grande apparenza; e fu chiamata la compagnia del nodo. Il Prenze di Taranto fratello del re non v’era, ma sopravvenne, e il re gli aveva fatta fare la cottardita reale, con un nodo di perle grosse di gran valuta, e mandogliele all’ostello: il Prenze non la volle vestire, dicendo che ’l nodo del fraternale amore portava nel cuore, e donolla a suo cavaliere, la qual cosa il re non ebbe a grado. In questo tempo il duca d’Atene avea messo grande odio tra il Prenze di Taranto e ’l conte di Caserta, figliuolo che fu di messer Dego della Ratta Catalano conte camarlingo: e per questo amando il re il detto conte, e avendolo trovato leale e fedele, a instigamento del Prenze convenne che il re contra sua voglia il sbandeggiasse. Il conte si ridusse a Caserta, e tenea il Sesto e Tuliverno, e il Prenze col duca d’Atene gli andò addosso con cento cavalieri, e in persona vi venne il re con trecento e con assai popolo, volendo compiacere al fratello. E un dì stando il re nel castello di Matalona sopra lo sporto che chiamavano Gheffo, la sua gente presono un Unghero soldato del detto conte, e con tanta maraviglia il condussono al re, ch’ogni gente gli traeva dietro come s’elli avessono preso il re degli Unni; e per questa pazzia caricarono sì sconciamente il Gheffo, che gran parte n’andò a terra, ove morirono diciassette uomini, e molti se ne magagnarono. Il re ch’era un poco da parte apprendendosi col Prenze, come a Dio piacque, si ritenne in quello rimanente che del Gheffo non cadde; messer Filippo di Taranto traboccò sopra i caduti e non ebbe male. L’oste stette sopra il conte più tempo senza avere onore di cosa che vi si facesse, e straccata se ne partì. Il conte con sue masnade partita l’oste cominciò a cavalcare per Terra di Lavoro, e rubare le strade e rompere i cammini, e conturbò tutto il paese, cavalcando alcuna volta con trecento cavalieri infino presso a Napoli senza trovar contasto: e vendicata sua onta, si ritenne alle terre sue senza fare più danno o guerra.

CAP. LXXXIV.

_Come il cardinale legato venne a Firenze._

La Chiesa di Roma veggendo che ’l prefetto da Vico tirannescamente cresciuto aveva occupato il Patrimonio, e che novellamente avea acquistato la città d’Orvieto, il papa con deliberazione de’ cardinali mandò legato in Toscana messer Gilio di Spagna cardinale, il quale era stato al secolo pro’ e valente cavaliere e ammaestrato in guerra, acciocchè con l’aiuto degl’Italiani racquistasse le terre di santa Chiesa occupate nel Patrimonio. E datagli grande legazione il mandò per terra in Lombardia, ove dall’arcivescovo di Milano fu ricevuto a grande onore, facendogli fare per tutto suo distretto le spese con largo apparecchiamento; ma in Bologna non volle ch’egli entrasse, e però tenne la via da Pisa, e a dì 2 d’ottobre del detto anno giunse in Firenze, ove fu ricevuto con grande onore, e con solenne processione e festa, con un ricco palio di seta e d’oro sopra capo portato da nobili popolani, e addestrato al freno e alla sella da gentili cavalieri di Firenze, sonando tutte le campane delle chiese e del comune a Dio laudiamo; e condotto per la città fu albergato in casa gli Alberti, ove fece suo dimoro: e presentato dal comune confetti, e cera e biada abbondantemente, e tre pezze di fini panni scarlatti di grana, e datogli centocinquanta cavalieri in aiuto alla sua guerra, a dì 11 d’ottobre si partì, e andò a suo viaggio. E in questi dì Cetona si rubellò al prefetto, e presela il conte di Sarteano con aiuto ch’ebbe da’ Fiorentini, e poi la rassegnò al legato.

CAP. LXXXV.

_Rinnovazione del palio di santa Reparata._

In questi dì vacando in pace i Fiorentini, i priori vollono chiarire perchè la chiesa cattedrale di Firenze era dinominata santa Reparata, e perchè per antico costume in cotal dì s’è corso il palio in Firenze; e trovossi per alcune scritture, come Radagasio re de’ Goti, e Svezi e Vandali, avendo assalito l’imperio di Roma, e guaste in Italia molte città e consumati gli abitanti, s’era messo ad assedio alla città di Firenze con dugentomila cavalieri, essendo vescovo di Firenze il venerabile san Zenobio della casa de’ Girolami nostro cittadino, il quale avea seco due santi cappellani; e stando all’assedio, come a Dio piacque, Onorio imperadore di Grecia in Italia venne al soccorso dell’imperio di Roma, e in sua compagnia non avea oltre a tremila cavalieri; e venendo incontro a’ nimici, tanta paura gli occupò, che raccogliendosi dall’assedio, senza provvisione si misono ad entrare tra le circustanti montagne, passando tra Fiesole e Monterinaldi, e rattennonsi nella valle di Mugnone. Credesi, avvegnachè Onorio fosse fedele cristiano, che Iddio facesse questo per le preghiere di san Zenobio e de’ suoi santi cappellani. I barbari essendo rinchiusi da aspre montagne, senza acqua e senza vittuaglia, dalla gente dell’imperadore e da’ fiorentini paesani che sapeano i passi furono ristretti per modo che uscire non ne poteano. Il loro re furandosi dal suo esercito fu in Mugello preso e morto: e morendo i barbari di fame e di sete, sentendo morto il loro re, gittate l’armi s’arrenderono, e per fame e per ferro infine tutti perirono; e questo avvenne il dì della festa della vergine benedetta santa Reparata, per la cui reverenza s’ordinò e fece nuova chiesa cattedrale alla nostra città intitolata del suo nome. E perocchè i nostri antichi non erano in troppa magnificenza in que’ tempi, ordinarono che in cotal dì si corresse un palio di braccia otto d’uno cardinalesco di lieve costo a piede tenendosi al duomo, e movendosi i corridori di fuori della porta di san Piero Gattolino: e per la rinnovazione di questa memoria il comune l’ordinò di braccia dodici di scarlatto fine, e che si corresse a cavallo.

CAP. LXXXVI.

_Come i Genovesi si misono in servaggio dell’arcivescovo._

Nuova e mirabile cosa seguita a raccontare, in considerazione del gran cambiamento che fortuna fa degli stati del mondo. La nobile città di Genova, e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre marine, e di quelle di Romania, e del Mare maggiore, uomini sopra gli altri destri e sperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, e signori al continovo di molto navilio, usati sempre di recare alla loro città innumerabili prede delle loro rapine, temuti e ridottati da tutte le nazioni ch’abitavano le ripe del Mar tirreno e degli altri mari che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia, per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna da’ Veneziani e Catalani, con non disordinato danno, vennono in tanta discordia e confusione tra loro nella città, e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia, non parendo loro potere atarsi: eziandio avendo il comune di Firenze mandato là suoi ambasciadori a confortarli, e a profferere loro con grande affezione il suo aiuto, e consiglio e favore largamente a mantenere e ricoverare loro franchigia e buono stato, tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro discordie, che non seppono conoscere rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio del potente tiranno arcivescovo di Milano; e di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di Savona, e tutta la Riviera di levante e di ponente, e l’altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco e Metone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a dì 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino vicario dell’arcivescovo con settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e disposto il doge, e ’l consiglio, e tutti gli altri reggimenti del comune, prese la signoria e il governamento delle dette città e de’ loro distretti, e aperte le strade di Lombardia con sollecitudine, procacciò abbondanza di vittuaglia a’ suoi servi, e prestanza al comune per armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto.

CAP. LXXXVII.

_Come i Pisani feciono confinati._

I Pisani vedendosi il tirannesco fuoco a’ loro confini, temettono de’ loro cittadini animosi di parte ghibellina, che per invidia de’ loro reggenti avrebbono voluto la signoria dell’arcivescovo di Milano. E temendo per questo i Gambacorti e i loro seguaci perdere lo stato, di presente votarono la città d’ogni sospetto, mandando a’ confini de’ loro cittadini, e prendendo buona guardia dentro e di fuori, intendendosi co’ Fiorentini amichevolmente per la comune franchigia. In questi medesimi dì, avendo il tiranno preso sdegno contro a’ Fiorentini per gli ambasciadori ch’aveano mandati a confortare i Genovesi della loro franchigia, mosse loro lite dicendo, ch’aveano rotta la pace, perocchè non avevano disfatto Montegemmoli nell’alpe, avendo egli voluto assegnare la Sambuca e ’l Sambucone, come diceano i patti della pace, a Lotto Gambacorti come amico comune, non ostante che per lui non fosse voluto ricevere, parendogli avere osservato dalla sua parte: per la qual cosa s’accozzarono ambasciadori di catuna parte a Serezzana, e mostrato fu per ragione che per quella offerta e’ non era scusato, nè aveva adempiute le convenenze, e però i Fiorentini non erano in colpa. La cagione che acquetò l’arcivescovo fu, che non gli parve tempo utile a muovere guerra a’ Fiorentini, e però s’acquetò, e consentì alla loro ragione. Poco tempo appresso nel detto verno l’arcivescovo mise cinquecento uomini al lavorio, e fece tutto il cammino per terra da Nizza a Genova, ch’era scropuloso e pieno di molti stretti e mali passi, appianare e allargare, tagliando le pietre per forza di picconi, e facendo fare molti ponti ov’erano i mali valichi, sicchè gli uomini a cavallo due insieme, e le some per tutto il cammino potessono andare, cosa assai utile e notevole se fatto fosse a fine di bene; ma che che l’arcivescovo e’ suoi s’avessono nell’animo, a’ Provenzali n’entrò grande gelosia, e stettonne a Nizza e nell’altre terre in lunga guardia, e poco lasciavano usare quello cammino, temendo della potenza del tiranno.

CAP. LXXXVIII.

_Come i Sanesi ruppono i patti a Montepulciano._