Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna
Part 6
Vedendosi la sventurata moglie che fu del duca di Durazzo, Maria sirocchia della reina Giovanna di Gerusalemme e di Sicilia, avvilita per lo violente matrimonio contratto con Ruberto figliuolo che fu del conte d’Avellino della casa del Balzo, il quale dopo la morte del padre, come addietro avemo fatta menzione, era rimaso prigione del re Luigi; la donna, non tenendosi vedova nè maritata, pensò che per la morte di costui tornerebbe a certa veduità, e potrebbesi maritare. E assai apparve chiaro che a questo consentì il re e la reina; perocchè essendo Ruberto detto in prigione altrove, fu menato nel castello dell’abitazione reale, e collocato in una camera con certe guardie: e valicati alquanti dì, il re e la reina feciono apparecchiare e andarono a desinare e a cena agli scogli di mare, cosa nuova e disusata alla corona; e in questo dì la detta duchessa Maria rimasa nel castello prese quattro sergenti armati, e andossene alla camera dov’era il marito, e chiamatolo traditore del sangue reale, senza misericordia in sua presenza il fece uccidere; e fattagli tagliare la testa dall’imbusto, non affatto, fece traboccare dal castello in su la marina lo scellerato corpo, condotto a questo per lo malvagio pensiero del suo prosuntuoso padre. Il re e la reina tornati a Napoli si mostrarono turbati molto di questo fatto, usando parole che s’ella non fosse femmina ne farebbono alta vendetta: e il corpo che giacea senza sepoltura feciono sotterrare; e la donna rimase vedova di due mariti tagliati a ghiado in piccolo travalicamento di tempo.
CAP. LXXI.
_Come furono cacciati i ghibellini del Borgo._
All’entrante del mese di luglio del detto anno, i guelfi del Borgo a san Sepolcro vedendosi sottoposti a quelli della casa de’ Bogognani, caporali ghibellini e traditori di quella terra, la quale aveano sottoposta all’arcivescovo di Milano per trattato di messer Piero Sacconi, e per i patti della pace era rimasa libera sotto il dominio de Bogognani, e non potendosi atare co’ Fiorentini e’ Perugini per non fare contro a’ patti della pace, s’accostarono con Nieri da Faggiuola loro vicino e terrazzano del Borgo, non ostante che fosse ghibellino, perocchè si discordava co’ Tarlati d’Arezzo e co’ Bogognani; il quale avendo fatta sua ragunata, i guelfi del Borgo levarono il romore, e Nieri trasse colla sua gente, e messo nella terra, ne cacciarono i Bogognani e tutti i ghibellini di loro seguito, e rubarono le case degli usciti; e appresso riformarono la terra a comune reggimento di guelfi e di ghibellini, com’era loro usanza, ritenendo Nieri da Faggiuola per alcuno tempo per loro capitano con certa limitata balìa, il quale poi ne trassono, come innanzi si potrà trovare.
CAP. LXXII.
_Di quattro leoni di macigno posti al palagio de’ priori._
Essendo in questo tempo un uficio di priorato in Firenze, avendo poco ad attendere ad altre cose per la quiete della pace, feciono fare quattro leoni di macigno, e fecionli dorare con gran costo, e fecionli porre in su’ quattro canti del palagio del popolo di Firenze, a ciascuno canto uno. E per fare questo per certa vanagloria al loro tempo, lasciarono di farli scolpiti, e fusi di rame e dorati, che costavano poco più che quelli del macigno, ed erano belli e duranti per lunghi secoli; ma le piccole cose e le grandi continovo si guastano nella nostra città per le spezialità de’ cittadini.
CAP. LXXIII.
_Come Sangimignano fu recato a contado di Firenze._
Avvegnachè per operazione de’ Fiorentini la terra di Sangimignano fosse riformata in pace, e che dentro vi fossono gli Ardinghelli e’ Salvucci pacificati insieme, nondimeno nell’interiore dentro era tra loro radicata mala volontà; e non sapeano conversare insieme, e teneano intenebrata tutta la terra. I Salvucci vedendo arse e rovinate le loro nobili possessioni non si poteano dare pace, e gli Ardinghelli per l’offesa fatta stavano in paura e non si fidavano non ostante la pace, e il seguito ch’aveano avuto da’ terrazzani a cacciare i Salvucci non rispondea loro in questo nuovo reggimento come prima. Per queste dissensioni i popolani della terra conoscendo il loro male stato, e non trovando rimedio tra loro, stavano sospesi e in mala disposizione; e vedendo gli Ardinghelli il popolo commosso, e che per loro non si potea mettere alcuno consiglio che i Salvucci non si mettessono al contradio, furono consigliati di confortare il popolo, innanzi ch’altri il movesse prima di loro, di darsi liberi al comune di Firenze. E questo potea essere loro scampo, perocch’erano pochi e poveri a petto de’ loro avversari, ch’erano assai e ricchi, e conoscendo il popolo, e vedendolo disposto a volere uscire de’ pericoli, ove le discordie de’ loro maggiori gli conducea, fu agevole a muovere, e del mese di luglio 1353 feciono parlamento generale, nel quale deliberarono con molta concordia di mettersi liberamente nella guardia del comune di Firenze. I Salvucci si misono con loro amici a operare co’ cittadini di Firenze loro amici che il comune non li prendesse, dicendo, che questa era operazione di setta e non volontà del comune; ed ebbono tanto podere, che il comune non li volle prendere, dicendo, che volea l’amore e la buona volontà di tutto il comune, e non la signoria di quella terra in divisione del popolo; per la qual cosa il popolo commosso, d’ogni famiglia mandarono a Firenze più di dugentocinquanta loro terrazzani di maggiore stato e autorità, i quali s’appresentarono dinanzi a’ signori priori dicendo, come la deliberazione del loro comune era vera, e non violenta nè mossa per alcuno ordine di setta, ma di comune movimento e volontà di tutto il popolo, conoscendo non potere vivere sicuri se non sotto la giurisdizione libera e protezione del comune di Firenze, e con viva voce gridarono, e pregarono il comune di Firenze, che ricevere li volesse al loro contado, e se questo non facesse, quel comune era per disfarsi e distruggersi senza alcuno rimedio, in poco onore del comune di Firenze che l’avea a guardia. In fine i signori ne feciono proposta al consiglio del popolo, e tanto favore ebbono i Salvucci, che si metteano al contrario delle preghiere de’ loro amici da Firenze fatte a’ consiglieri, e del popolo, che quello che catuno doveva desiderare per grande e onorevole accrescimento della sua patria, avendo molti contrari al segreto squittino, si vinse solo per una fava nera; vergognomi averlo scritto, con tanto vitupero de’ miei cittadini. Vinto il partito, la terra del nobile castello di Sangimignano, e suo contado e distretto, fu recato a contado del comune di Firenze, e datogli l’estimo come agli altri contadini, e tutti i suoi cittadini e terrazzani furono fatti cittadini e popolani di Firenze a dì 7 d’Agosto del detto anno; e ne’ registri del comune furono notate le cautele e le sommissioni dette; e carta ne fece ser Piero di ser Grifo, notaio delle riformagioni del detto comune.
CAP. LXXIV.
_D’un segno apparve in cielo._
A dì 11 del mese d’agosto, tramonto il sole nella prima ora, si mosse da mezzo il cielo fuori del zodiaco un vapore grande infocato sfavillante, il quale scorse per diritto di levante in ponente, lasciandosi dietro un vapore cenerognolo traendo allo stagneo, steso per tutto il corpo suo, e durò nell’aria valicato il fuoco lungamente; e poi cominciò a raccogliersi a onde a modo d’una serpe; e il capo grosso stette fermo ove il vapore mosse, simigliante a capo serpentino, e il collo digradava sottile, e nel ventre ingrossava, e poi assottigliava digradando con ragione infino alla punta della coda: e per lunga vista si dimostrò in propria figura di serpe, e poi cominciò a invanire dalla coda e dal collo, e ultimamente il corpo e ’l capo venne meno, dando di se disusata vista a molti popoli. Altro non ne sapemmo di sua influenza scernere che diminuzioni d’acque, perocchè quattro mesi interi stette appresso senza piovere.
CAP. LXXV.
_Come fu assediata Argenta._
Essendo Francesco de’ marchesi da Este ribellato al marchese Aldobrandino signore di Ferrara e di Modena, figliuolo del marchese Obizzo; questo marchese Obizzo avea acquistato suo figliuolo Aldobrandino d’amore, avendo per moglie la figliuola di Romeo de’ Peppoli di Bologna, della quale non ebbe figliuolo, e morta la detta donna, il marchese fece legittimare questo suo figliuolo, e la madre si prese per moglie. E venendo a morte, lasciò la signoria di Ferrara e di Modena a questo suo figliuolo Aldobrandino, essendo d’illegittimo matrimonio. Il marchese Francesco figliuolo del marchese Bertoldo, a cui parea che di ragione s’appartenesse la signoria, per la qual cosa temette che ’l marchese Aldobrandino per tema della signoria nol facesse morire, e però si parti di Ferrara; ed essendo rubello, trattò con Galeazzo de’ Medici da Ferrara, ch’era potente, e del segreto consigliò del marchese Aldobrandino, e con altri cittadini di Ferrara, e per consiglio di costoro, per avere braccio forte, s’accostò con messer Malatesta da Rimini. E del mese d’agosto del detto anno messer Malatesta in persona, e il detto marchese Francesco, con cinquecento cavalieri e quattromila pedoni valicarono per le terre del signore di Ravenna con sua volontà, e improvviso furono ad Argenta. E stati quivi quattro dì, attendendo risposta da coloro con cui teneano il trattato in Ferrara, e avuto da loro come quello ch’essi credevano poter fare non vedeano venisse loro fatto, però sanza soprastare o fare alcuno danno di presente se ne partirono, dando voce che il signore di Ravenna avea chiuso il passo alla vittuaglia. E Galeazzo e altri che teneano al trattato uscirono di Ferrara, e andaronsene al gran Cane di Verona,
CAP. LXXVI.
_Come si temette in Toscana di carestia._
Non è da lasciare in silenzio quello ch’avvenne in Toscana in sulla ricolta, che nel contado e distretto di Firenze e d’Arezzo, e nelle più contrade, fu assai ubertosa ricolta, in quello di Siena e di Ravenna fu magra; e nondimeno sotto la vetta valse per tutto soldi quarantadue, e poi montò in soldi cinquanta lo staio fiorentino, di lire tre soldi otto il fiorino dell’oro. Temendo il comune di disordinata carestia mandò in Turchia, e in Provenza e in Borgogna a comperare grano, e molti mercati fece co’ mercatanti, che promisono di recarne di Calavria e d’altre parti del mondo, costando lo staio posto in Firenze l’uno per l’altro da soldi cinquanta in sessanta di piccioli: e se fosse venuto, come si pensava, perdea il comune di Firenze più di centomila fiorini d’oro, perocché ’l popolo mobolato, per paura della carestia passata poco dinanzi, si fornia a calca, e feciono montare il grano nella ricolta, e ristrignere i granai a chi n’avea conserva. Ma sentendosi la grande quantità che ’l comune n’avea procurata d’avere catuno temette di tenerlo, e apersono l’endiche di marzo e d’aprile del detto anno, e davano il buono grano a soldi venticinque lo staio. E venendone al comune dodicimila staia di Provenza venuto di Borgogna, il volle spacciare a soldi venti lo staio, ed essendo buono grano non si potè stribuire; e perdenne il comune fiorini trentamila d’oro, i quali investì male all’ingrato popolo: l’altro che doveva venire di Turchia e le compere fatte, come a Dio piacque, non ebbono effetto per diversi accidenti. Abbianne fatta memoria per ammaestramento di coloro c’hanno a venire, perocchè in cotali casi occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contradi l’uno all’altro. Le grandi compere in così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza non si può avere di grano che di pelago si aspetta; ma utilissima cosa è dare larga speranza al popolo, che si fa con essa aprire i serrati granai de’ cittadini, e non con violenza, che la violenza fa il serrato occultare, e la carestia tornare in fame; e di questo per esperienza più volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra ricordanza possiamo fare vera fede.
CAP. LXXVII.
_Come in Messina fu morto il conte Mazzeo de’ Palizzi a furore, e la moglie e due figliuoli._
Lasciando alla testimonianza del consumato regno dell’isola di Cicilia molti micidii, incendii, violenze e prede avvenuti in quello per sette e invidia del reggimento, mancando per debolezza d’età la signoria reale, diremo quello che in questo tempo, del mese d’agosto del detto anno, più notabile avvenne. Essendo il conte Mazzeo de’ Palizzi di Messina capo di setta degl’Italiani di Cicilia, contradio a quella de’ Catalani, per sua grandezza governava il giovane e poco virtuoso figliuolo di don Petro re di Cicilia, il quale per retaggio doveva essere re, e tutta la corte reggeva a contrario de’ Catalani e della loro parte per modo più tirannesco che reale; essendo l’izza e l’invidia parziale cresciuta mortalmente, alla corte mancava l’entrata, e a’ paesani la rendita e le ricchezze, e la guerra del diviso regno richiedeva aiuto di moneta; e non essendovi l’entrata, il detto conte Mazzeo gravava i Messinesi e gli altri sudditi moltiplicando gravezze sopra gravezze. I cittadini si doleano, e vedendosi pure gravare, negavano e fuggivano il pagamento, e odiavano chi guidava il fatto; il conte infocando contro a’ sudditi la sua stracotata superbia, fece decreto, che chi non pagasse fosse bandito, e dicea, che chi non volea pagare, o non poteva, ch’egli era della setta de’ Catalani; e per questo modo abbattea la sua parte, e crescea quella degli avversari. Avvenne che il popolo di Messina s’accostò col conte Arrigo Rosso e col conte Simone di Chiaramente, amendue della setta de’ Palizzi, ma portavano invidia al conte Mazzeo perch’avea troppo usurpata la signoria, e sotto titolo di dire che voleano pace, mossono il lieve popolo a gridare pace: e levato il romore, con furore corsono al palagio del re ov’abitava il conte Mazzeo: e trovandolo nella sala col giovane duca, in sua presenza uccisono lui, e la moglie e due suoi figliuoli, lasciando il duca con gran paura e tremore, e legati i capestri al collo de’ morti li tranarono per la terra vituperosamente, e poi li arsono, e la polvere gittarono al vento. E in questi medesimi dì quelli di Sciacca feciono il simigliante a’ loro maggiori della setta del conte Mazzeo predetto. Il duca, benchè fosse sicurato dal popolo, per la concetta paura prese suo tempo e andossene a Catania, accostandosi alla setta de’ Catalani. Questo repentino caso di cotanto polente usurpatore della repubblica è da notare, per esempio di coloro i quali colla destra della fallace fortuna in futuro monteranno a somiglianti gradi, di non essere ignoranti de’ nascosi aguati che nell’invidia e ne’ furori de’ non fermi stati si racchiudono.
CAP. LXXVIII.
_Come fu creato nuovo tribuno in Roma._
Egli è da dolersi per coloro c’hanno udito e inteso le magnifiche cose che far solea il popolo di Roma, con le virtù de’ loro nobili principi, in tempo di pace e di guerra, le quali erano specchio e luce chiarissima a tutto l’universo, vedendo a’ nostri tempi a tanta vilezza condotto il detto popolo e’ loro maggiori, che le novità che occorrono in quell’antica madre e donna del mondo non paiono degne di memoria per i lievi e vili movimenti di quella, tuttavia per antica reverenza di quel nome non perdoneremo ora alla nostra penna. Essendo il popolo romano ingrassato dell’albergherie de’ romei, e fatto e disfatto in breve tempo l’uficio de’ loro rettori, i loro principi cominciarono a tencionare del senato, e il popolo lieve e dimestico al giogo, dimenticata l’antica franchigia, seguitava la loro divisione. Faceva parte ovvero setta Luca Savelli con parte degli Orsini e co’ Colonnesi, e gli altri Orsini erano in contradio: e per questo vennero all’arme, e abbarrarono la città, e combatteronsi alle barre tutto il mese d’agosto del detto anno. In fine il popolo abbandonò d’ogni parte la gara de’ loro principi, e fece tribuno del popolo lo Schiavo Baroncelli, il quale era scribasenato, cioè notaio del senatore, uomo di piccola e vile nazione, e di poca scienza. Tuttavia, perch’egli non conosceva molto i Romani e i vizi loro, cominciò con umiltà a recare ad alcuno ordine il reggimento al modo de’ comuni di Toscana; e per partecipare il consiglio de’ popolani, per segreto squittino elesse e insaccò assai buoni uomini cittadini romani di popolo per suoi consiglieri, de’ quali ogni capo di due mesi traeva otto, e con loro deliberava le faccende del comune; e fece camarlinghi dell’entrata del comune, e cominciò a fare giustizia, e levare i popolani del seguito de’ grandi, e molto perseguitava i malfattori: sicchè alcuno sentimento di franchigia cominciò a gustare quel popolo, la quale poi crebbe a maggiori cose, come innanzi al suo tempo racconteremo.
CAP. LXXIX.
_Come furono sconfitti in mare i Genovesi alla Loiera._