Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Part 5

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In questo anno fu generale carestia in tutta Italia; in Firenze cominciò di ricolta a valere lo staio del grano soldi quaranta di libbre cinquantadue lo staio, e in questo pregio stette parecchi mesi: poi venne montando tanto, che andò in lire cinque lo staio, i grani cattivi e di mal peso. Le fave lire tre lo staio, e così i mochi e le vecce: il panico soldi quarantacinque in cinquanta, e la saggina soldi trenta in trentacinque. Il vino di vendemmia valse il cogno fiorini sei d’oro del più vile, e otto e dieci il migliore, e montò in fiorini quindici il cogno. La carne del porco senza gabella lire undici il centinaio; il castrone denari ventotto in trenta la libbra tutto l’anno. La vitella di latte montò danari trentadue in quaranta la libbra; l’uovo danari cinque e sei l’uno; l’olio lire cinque e mezzo in sei l’orcio, di libbre ottantacinque. Tutti erbaggi furono in somma carestia; e in que’ tempi valea il fiorino dell’oro lire tre soldi otto di piccioli. Tutti drappi da vestire, di lana, e di lino, e di seta, furono in notabile carestia, e così il calzamento. E benchè abbiamo fatto conto di Firenze, in quest’anno fu tenuto in tutta Italia che Firenze avesse così buono mercato comunalmente come alcuna altra terra. Ed è da notare, che di così grande e disusata carestia il minuto popolo di Firenze non parve che se ne curasse, e così di più altre terre; e questo avvenne perchè tutti erano ricchi de’ loro mestieri: guadagnavano ingordamente, e più erano pronti a comperare e a vivere delle migliori cose, non ostante la carestia, e più ne devano per averle innanzi che i più antichi e ricchi cittadini, cosa sconvenevole e maravigliosa a raccontare, ma di continova veduta ne possiamo fare chiara testimonianza. E quello che a altri tempi innanzi alla generale mortalità sarebbe stato tomulto di popolo incomportabile, in quest’anno continovo improntitudine e calca del minuto popolo fu nella nostra città ad avere le cose innanzi a’ maggiori, e di darne più che gli altri. E così festeggiava, e vestiva e convitava il minuto popolo, come se fossono in somma dovizia e abbondanza d’ogni bene.

CAP. LVII.

_Come i Romani uccisono colle pietre Bertoldo degli Orsini loro senatore._

Senatori di Roma erano il conte Bertoldo degli Orsini e Stefanello della Colonna, e dal popolo erano infamati d’avere venduta la tratta, e lasciato trarre il grano della loro Maremma, e questo era fatto per loro, non pensando che ’l grano andasse in così alta carestia. In Campidoglio si faceva il mercato a dì 15 di febbraio del detto anno, e la sù abitavano i senatori; e accoltovisi grande popolo per comperare del grano, e trovandone poco e molto caro, corsone a furore al palagio de’ senatori con le pietre in mano. Stefanello ch’era giovane fu accorto, e innanzi che il popolo moltiplicasse al palagio col furore si fuggì per una porta di dietro, e salvò la persona; il conte Bertoldo fu più tardo, e volendosi fuggire, fu sorpreso dal furore di quel popolo, e colle pietre lapidato e morto: e tante glie ne gittarono addosso, acciocchè catuno fosse partecipe a quella vendetta, che bene due braccia s’alzò la mora delle pietre sopra il corpo morto del loro senatore; e fatto questo, il popolo comportò la carestia più dolcemente.

CAP. LVIII.

_Come fu tagliata la testa a Bordone de’ Bordoni._

In questi dì, del mese di febbraio sopraddetto, essendo podestà di Firenze messer Paolo Vaiani di Roma, uomo aspro e rigido nella giustizia, avendo presa informazione di mala fama contro a Bordone figliuolo che fu di Chele Bordoni, antico e grande e potente popolano di Firenze, essendo questo giovane sopra gli altri leggiadro e di grande pompa, il fece pigliare per ladro, apponendogli molti furti, e tutti per martorio gliel fece confessare. I suoi consorti, ch’erano in grande stato in comune, co’ priori e collegi il difendeano, e non parea loro che il podestà il dovesse condannare a morte; il mormorio del popolo minuto era contro a lui, e ’l podestà non si volea muovere ad alcuno priego de’ signori; onde avvenne, per male consiglio, ch’e’ priori, acciocchè ’l podestà non potesse fare uficio, cassarono tutta la sua famiglia. Costui più inacerbito lasciò la bacchetta della sua podesteria a’ priori, e tornossi al palagio come privato uomo. Il mormorio si levò grande nella città contro a’ priori, e parendo loro avere fatto male, con ogni preghiera cercarono di poterlo ritenere; ma l’astuto Romano, sentendo scommosso il popolo, la notte montò a cavallo e andossene a Siena. Il popolo sentendolo partito, quasi come comunità rotta trassono al palagio de’ priori e a quello della podestà, e doleansi dicendo, che i potenti cittadini che facevano i grandi mali non voleano che fossono puniti, e i piccoli e impotenti cittadini d’ogni piccolo fallo erano impiccati, e smozzicati, e dicollati; e per questa novità fu la città in grande smovimento, operandosi l’animosità delle sette. I signori vedendo la città a cotal condizione, di subito gli mandarono ambasciadori, e con fiorini duemilacinquecento d’oro che gli diedono per suoi interessi fecionlo ritornare: e ritornato, per grazia fece dicollare Bordone, e il popolo fu racquetato.

CAP. LIX.

_Come si pubblicò la pace dall’arcivescovo a’ comuni di Toscana._

Gli ambasciadori de’ comuni di Toscana che furono mandati a Sarezzana per fermare la pace coll’arcivescovo di Milano, e co’ suoi aderenti ghibellini di Toscana e d’Italia, trovarono la materia sì acconcia, eziandio contro alla speranza, che di presente vi dierono fermezza, del mese di marzo 1352; e appresso, il primo dì d’aprile 1353, si piuvicò in parlamento di tutto il popolo. E quanto che catuno desiderasse pace per cagione di riposo e di fuggire spesa, niuna festa se ne fece, nè niuno rallegramento nel popolo se ne vide, quasi stimando catuno la pace del potente tiranno troppo vicino, essere più nel suo arbitrio sottoposta a inganno che a fermezza di certo riposo. Nella pace in sostanza si contenne, che generale e perpetua pace sia tra l’arcivescovo di Milano, e tutte le sue città e distrettuali, e tutti coloro che con lui furono nella guerra contro a’ Fiorentini, e’ Perugini, e’ Sanesi, e’ loro distrettuali, Pistoiesi, e Aretini, e altri simiglianti, tutti da catuna parte e aderenti loro debbano osservare buona e leale pace; e l’arcivescovo è tenuto di mettere in mano comune la Sambuca e ’l Sambucone: e fatto questo, il comune di Firenze un mese appresso debba disfare la rocca di Montegemmoli, con patto, che disfatta debba riavere le dette castella depositate; e il detto Montegemmoli non si debba per alcuna parte redificare: e che i Fiorentini debbano rendere Lozzole agli Ubaldini, e l’arcivescovo Piteccio e l’altre tenute de’ Pistoiesi; e che il comune di Firenze dee trarre di bando tutti coloro che fossono bandeggiati per quella guerra, e chiunque fosse dichiarato aderente del detto arcivescovo: patto assai pregno, e doppio, e poco accetto, la cui dichiarazione fu commessa a Lotto e a Franceschino Gambacorti di Pisa, mezzani di questa pace. Questo fu assai lieve legame di pace, avvegnachè ci si stipulasse pena fiorini dugentomila d’oro, ma per la grandezza del signore di Milano, e per la potenza de’ tre comuni che non si avvilivano per lui, rimase contenta catuna parte al legame del titolo della pace, senza altra sicurtà dimandare o prendere.

CAP. LX.

_L’inganno ricevette il comune di Firenze dagli sbanditi._

Il comune di Firenze in questo fatto degli sbanditi fu ingannato da’ suoi medesimi ambasciadori, de’ quali niuno si potè incolpare, ch’erano secolari, e uomini che non sapeano quello ch’e’ titoli de’ giudici portassono, e a loro non se n’aspettava alcuna cosa, ma incolpato ne fu un savio giudice e grande avvocato chiamato messer Niccola Lapi, di lieve nazione, sospetto a parte, ma per la sua scienza il comune gli commise l’ordinazione delle scritture per non essere ingannato. Costui lasciò ne’ patti un capitolo non promesso nè pensato, per lo quale tutti gli sbanditi e rubelli del comune di Firenze poteano essere ribanditi e ristituiti ne’ loro beni, e così degli altri comuni di Toscana. E il pertugio di questo titolo fu, che a’ patti s’aggiunse, che tutti gli aderenti, e parenti e seguaci di messer Carlino Tedici e de’ consorti ribelli di Pistoia, dovessono essere ribanditi, e restituiti ne’ beni di qualunque bando o condannagione ch’avessono dal comune di Pistoia, e questa fu l’intenzione vera: ma arroso fu, e di Firenze, e di Perugia, e di Siena, e dell’altre terre di Toscana, salvo chi avesse avuto bando nel tempo della guerra, essendo all’ubbidienza del comune di Pistoia: bando enorme e non parziale. Qui si comprese la malizia di questo fallo: se per errore fu commesso, grande vergogna fu al savio avvocato, se per malizia, meritò grande pena, perocchè sotto quel titolo messer Carlino faceva suo aderente cui egli voleva; e Franceschino e Lotto gli dichiaravano, e ’l savio consigliava, e ’l notaio ch’era sopra ciò cancellava; e avevane già dichiarati più di duemila, e cancellati da trecento. Ed era una mercatanzia tra tutti di grande guadagno, ma di maggiore danno e vergogna del nostro comune, e molto se ne dolevano i cittadini. Ma gli autori del fatto, con mettere paura di non conturbare la pace, ogni lingua acchetavano, e le borse si empievano. E procedendo a voto il primo fallo, un altro se n’arrose per l’avvocato già detto, contro al beneficio ricorso a utilità della patria, che i dichiaratori da Pisa aveano mandato a Firenze intorno di sedici dichiarazioni fatte nel principio in diversi dì, acciocchè a Firenze fossono per lo notaio diputato sopra ciò cancellati di bando. Le dichiarazioni furono portate al detto messer Niccola Lapi, il quale vide che per l’ordine de’ patti non se ne poteva cancellare per ragione più che quelli ch’erano dichiarati per lo primo dì, e da quel dì innanzi il comune di Firenze era libero della sua promessa. Costui di presente le rimandò a dietro, e scrisse, che non valeano dichiaragioni che facessono separate in diversi dì; e per questo avvenne, che poi quelle che si feciono, e che si mossono a fare in diversi e lunghi tempi, le riducevano a essere fatte nel primo dì che gli cominciarono a dichiarare, commettendo in questo processo frode, e facendo fare le carte false, che furono più di trecento quelle che si recarono a cancellare. Di cotali falli il comune s’avvedeva e doleva, ma le preghiere degli amici non lasciavano al comune fare giustizia in questi tempi. Ma de’ mali principii riesce spesse volte mal frutto, come in parte uscì di questo, secondo che appresso diviseremo, mutando un poco nostro ordine di travalicare il tempo per imporre fine a questa materia.

CAP. LXI.

_Di questa medesima materia._

Avvenne, valicato l’anno predetto, che di questa corrotta radice procedette una corruzione che terminò la causa e la vita del notaio a ciò diputato, e d’un giudice ch’avea cominciato a pascersi sopra questa carogna. A ser Francesco di ser Rosso notaio di grande autorità, ch’aveva procurato questo uficio, fu portata carta d’una dichiarazione d’uno Ghiandone di Chiovo Machiavelli condannato, uomo infame e di mala condizione; del nome e soprannome di costui erano rimase certe lettere, il mese e l’altre rase, e sottilmente per simiglianti lettere rimesse, e con molta istanzia per alcuno suo consorte, e alcuno amico allora de’ priori, fu stretto ser Francesco a cancellarlo, e messer Corbizzesco giudice da Poggibonizzi a consigliarlo. I quali più volonterosi al servigio che a conoscere la malizia ch’appariva nella carta, benchè tutta paresse una lettera, il savio consigliò, e il notaio cancellò. E sentendosi la diliberazione di costui a Pisa, Franceschino Gambacorti scrisse a’ signori scusandosi, che costui per la sua infamia mai non avea voluto dichiarare. Onde preso il notaio, e appresso il giudice, per il marchese dal Monte valente podestà di Firenze, dopo lunga discettazione e combattimento di cittadini, e d’immunità di privilegio ch’aveva ser Francesco, mercoledì a dì 21 di maggio 1354 avendoli condannati al fuoco, per grazia commutò la pena, e colle mitere in capo li fece dicollare. Per la morte di ser Francesco mancò il potere cancellare; e mancato questo, si rimase il dichiarare, e il comune dimenticò gli altri falli per questa cagione, e per troppa mansuetudine.

CAP. LXII.

_Come messer Piero Sacconi de’ Tarlati tentò di fare grande preda innanzi che fosse bandita la pace._

Messer Piero Sacconi de’ Tarlati ch’aveva in Bibbiena delle masnade dell’arcivescovo di Milano, sentendo ferma la pace, innanzi ch’ella si bandisse, come volpe vecchia, accolse gente quanta ne potè avere, a piè e a cavallo, e sapendo che i villani del contado d’Arezzo per la novella della pace s’assicuravano colle bestie a’ campi, cavalcò subitamente il contado d’Arezzo infino a Laterina, accogliendo il bestiame, e mettendosi la preda innanzi. I paesani stormeggiando da ogni parte s’avvidono del fatto, e feciono tanto, che per campare le persone i cavalieri e’ masnadieri abbandonarono la preda, e con vergogna tornarono a Bibbiena. E per simil modo in questi medesimi dì i soldati del Biscione ch’erano a Montecarelli con il conte Tano corsono in Mugello per fare preda, innanzi che la pace fosse pubblicata. Il vicario della Scarperia co’ soldati de’ Fiorentini gli cacciarono de’ campi fino a Montecarelli. Queste cavalcate non erano degne di memoria, ma per esempio a’ popoli che non sono offenditori, che almeno si guardino, acciocchè non incorrino nell’antico proverbio, che dice, tra la pace e la triegua guai a chi la lieva.

CAP. LXIII.

_Come il corpo di messer Lorenzo Acciaiuoli fu recato del Regno a Firenze, e seppellito a Montaguto a Certosa onoratamente._

Togliendone la quiete della pace materia da scrivere, forse alcuna scusa ci fa a raccontare quello ch’ora scriveremo di privata novità. Messer Niccola Acciaiuoli di Firenze grande siniscalco del reame di Sicilia, governatore del re Luigi, aveva un figliuolo primogenito cavaliere e grande barone, appartenendogli la moglie promessa della casa di Sanseverino, giovane provato in arme, adorno di belli costumi, grazioso e di grande aspetto. Costui, come a Dio piacque, innanzi al tempo, all’aspetto degli uomini, rendè l’anima a Dio, e morì nel Regno in assenza del padre. Ed essendogli annunziata la morte a Gaeta di cotanto caro e diletto figliuolo, il magnanimo ristrinse il dolore dentro senza mutare aspetto, e colla molta pazienza, e con abito ornato di grandi virtudi comportò la morte del caro figliuolo, dicendo, io era certo che dovea morire, e che credeva che Iddio avesse eletto il tempo di più salute dell’anima sua. E avendo egli grande devozione al nobile monistero edificato a sua stanza in sul poggio di Montaguto, posto tra la Greve e l’Ema, presso alla città di Firenze, a due miglia, il quale si chiama il monistero di Certosa, quivi mandò con grande comitiva e spesa a seppellire il corpo del figliuolo. E recato prima a Firenze, e fatti gli ornamenti più che militari, e invitati per i consorti tutti i buoni cittadini, a dì 7 d’aprile 1353 fu portato alla sepoltura in una bara cavalleresca, con due grandi destrieri, l’uno dinanzi e l’altro didietro, coperti di zendado coll’arme degli Acciaiuoli, e la bara ov’era la cassa col corpo era coperta con fini drappi e baldacchini di seta e d’oro, e disopr’essi veluto chermisi fine, e in su i cavalli gli scudieri vestiti a nero che guidavano i cavalli con la bara; e innanzi alla bara avea sette scudieri in su sette grandi destrieri, tutti coperti infino a terra, innanzi con l’arme d’argento battuto degli Acciaiuoli: i due primi catuno portava uno cimiere, il terzo portava lo stendale, e gli altri quattro seguenti catuno una grande bandiera tutta di quell’arme con le targhe rilevate nel campo azzurro, e un leone rampante bianco com’è la detta arme, con grande novero di doppieri dinanzi e intorno al corpo, cosa magnifica a ogni barone, eziandio se fosse della casa reale. I grandi e orrevoli cittadini di Firenze accompagnarono il corpo infino alla porta a san Piero Gattolino; poi gran parte montati a cavallo andarono col corpo infino al monistero, e gli altri si tornarono a casa. Abbiamo fatta questa memoria perchè fu nuova e disusata alla nostra città, e magnifica all’autore di quella, che più di cinquemila fiorini d’oro costò la spesa.

CAP. LXIV.

_Come si fe’ l’accordo da’ Sanesi a Montepulciano._

I Sanesi avendo voglia di vincere Montepulciano, essendovi stati ad assedio lungamente, vi puosono un gran battifolle molto di presso. Nella terra avea buone masnade di cavalieri e di masnadieri, i quali spesso avrebbono danneggiati i Sanesi, se fossono stati lasciati guerreggiare, ma com’è detto addietro, essendo l’una parte e l’altra guelfi e amici de’ Fiorentini e de’ Perugini, essendo con catuno gli ambasciadori de’ detti comuni nel campo e nella terra, e benchè fosse molto malagevole, infine gli recarono a questa concordia: che la terra rimanesse al governamento del popolo, e stesse venti anni nella guardia del comune di Siena, tenendovi un capitano di guardia con quindici cavalieri e con venti fanti, avendo in sua signoria una delle porti della terra e una campana, e che i Sanesi dovessono dare contanti, infra certo termine, a messer Niccolò de’ Cavalieri per ristoro delle spese fatte fiorini seimila, e dovesse stare dieci anni con immunità personale e reale in quella sua terra; e a messer Iacopo de’ Cavalieri che n’era fuori dovessono dare fiorini tremila d’oro, e riavere le rendite de’ suoi beni: per lo quale accordo i due comuni per loro sindacato furono mallevadori. E fatto questo, a dì 2 di maggio del detto anno i Sanesi presono la guardia ordinata, e levarsi da campo; e rifornita la terra, allegri, con bella e buona pace si tornarono a Siena, grati del beneficio ricevuto da’ due comuni, come l’operazioni di corrotta fede appresso dimostreranno.

CAP. LXV.

_D’una notabile grandine venuta in Lombardia, e d’altro._

A dì 7 del mese di maggio del detto anno, turbato il tempo con ravvolto enfiamento di nuvoli, ristretta la materia umida da’ venti d’ogni parte, con disordinato empito sopra la città e parte del contado di Cremona ruppe, mandando sopra quella pietre sformate di grandine, la quale, cui trovò alla scoperta, uomini e femmine, percotendo li uccise, e la città premette sì forte, che tutte le copriture de’ tetti ruppe e macinò senza rimedio, con grandissimo danno de’ cittadini. E le pietre della grandine ch’erano maggiori si trovarono di libbre otto e once tre, e le minori erano d’una libbra di peso. In questo medesimo tempo l’arcivescovo di Milano mandò per fare redificare le mura e case del Borgo a san Sepolcro, rovinate e guaste per lo tremuoto, trecento maestri. I Borghigiani rimasi in vita erano tutti ricchi sopra modo per l’eredità de’ morti, e per gli sconci guadagni delle prede de’ loro vicini condotte al Borgo, e perchè a’ soldati al continovo aveano venduto caro la loro vittuaglia e gli altri arnesi, e però, venuti i maestri, cominciarono a edificare le case e’ palagi, e a fare troppo più nobili e più belli abituri che prima non aveano: ma poco poterono edificare, che la terra mutò stato, come appresso nel suo tempo racconteremo.

CAP. LXVI.

_Come sotto le triegue procedettono le cose in Francia._

Essendo alcuno tempo durate le triegue tra il re di Francia e quello d’Inghilterra, infra il detto tempo alquante terre in Brettagna e alcuna in Guascogna che si teneano per lo re di Francia, per ingegno e per malizioso sommovimento s’arrecarono dalla parte del re d’Inghilterra; per la qual cosa turbato il re di Francia, fece bandire la guerra per tutto il suo reame: e a ciò lo indusse non meno certi trattati scoperti contro della sua persona, ch’e’ baratti di quelle terre. E fatto questo, del mese di maggio del detto anno, il cardinale di Bologna, e gli altri prelati e baroni che trattavano la pace si misono al riparo, e tanto operarono, che triegue si rifeciono tra i detti re. E stando le cose di là in successioni di triegue, non accaddono in lungo tempo cose notevoli in que’ paesi.

CAP. LXVII.

_Come i Genovesi spregiarono la pace de’ Veneziani._

Tornando nostra materia a’ fatti de’ Genovesi e de’ Veneziani, in questo primo tempo del detto anno i Genovesi levarono lo stendale di sessanta galee, le quali incontanente cominciarono ad armare, e per la compagnia ch’aveano fatta col re d’Ungheria contro a’ Veneziani v’aggiunsono l’arme del detto re; e intendeano, che come e’ fossono colla loro armata in mare, che ’l detto re avesse in Ischiavonia i suoi Ungheri a fare guerra per terra a’ Veneziani, come avea promesso. E certe galee ch’aveano allora in concio d’arme mandarono improvviso nel golfo a’ Veneziani, le quali feciono in quello grave danno di rubare molti legni che vi trovarono, traendone l’avere sottile, e profondando i legni in mare; e con due loro galee sottili bene armate valicarono san Niccolò del Lido, ed entrarono nel canale grande, e nella città saettarono molti verrettoni. E tornandosi addietro, le galee della guardia del golfo ch’erano per novero più che le genovesi, potendosi abboccare con loro, non ebbono ardimento, che la paura del re d’Ungheria gl’impacciava forte più che de’ Genovesi, per tema che non traboccasse loro addosso la sua grande potenza. Le galee genovesi non avendo contasto s’uscirono del golfo, e andarono al loro viaggio, avendo fatto gran vergogna a’ Veneziani.

CAP. LXVIII.

_Come i Veneziani si provvidono._

Il comune di Vinegia sentendo l’armata de’ Genovesi e le minacce del re d’Ungheria, e non volendoli rendere le terre marine della Schiavonia, conobbono che la necessità gli strignea a trovar modo di difendersi per mare e per terra. E però guernite le loro terre per la difesa, con grande e buona provvisione mandarono solenne ambasciata all’imperadore, pregandolo che procacciasse in loro servigio che il re d’Ungheria non movesse loro guerra a stanza de’ Genovesi; e un’altra ambasciata mandarono in Catalogna al re d’Araona a fare lega e compagnia con lui, acciocch’egli armasse con loro contro a’ Genovesi. In catuna parte ebbono prosperamente loro intenzione: che l’imperadore ritenne a sua preghiera il re d’Ungheria dal muovere guerra a’ Veneziani, non senza alcuna speranza d’accordo in processo di tempo; e’ Catalani aontati della sconfitta ricevuta co’ Veneziani da’ Genovesi in Costantinopoli, lievemente si recarono per animo di vendetta a fare la volontà de’ Veneziani; e di presente misono per opera d’armare trenta galee al loro soldo, e venti alle spese del comune di Vinegia, e i Veneziani n’armarono altre venti a Vinegia; e catuna parte sollecitava sua armata per essere prima in mare; i Genovesi per la vittoria avuta sopra loro dispettando e avvilendo i nimici, e’ Catalani e’ Veneziani desiderando la vendetta. E apparecchiandosi catuna parte, innanzi al loro abboccamento ci occorrono altre cose a raccontare, e però al presente soprastaremo alquanto a questa materia.

CAP. LXIX.

_Come fu guasto il castello di Picchiena, e perchè._

I signori del castello di Picchiena non ostante che si tenessono in amistà col comune di Firenze, furono principali con gli Ardinghelli a commuovere lo stato di Sangimignano quando furono cacciati i Salvucci, essendo la guardia di quella terra nelle mani del comune di Firenze; e di questo fallo non feciono scusa nè ammenda a’ Fiorentini; e però, nel detto mese di giugno del detto anno, il comune di Firenze mandò sue masnade co’ maestri e guastatori a Picchiena, e senza contasto entrarono nella terra. E acciocchè quel castello non fosse più cagione di fare sommuovere ad alcuna ribellione Sangimignano e Colle, a dì 20 del detto mese feciono abbattere le mura e la rocca, senza far loro altro danno.

CAP. LXX.

_Come Ruberto d’Avellino fu morto dalla duchessa sua moglie._