Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Part 4

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All’uscita di novembre del detto anno, i Fiorentini, avendo con battifolli stretto il castello di Lozzole per la forza degli Ubaldini nel Podere, mandarono dugento cavalieri e millecinquecento masnadieri col vicario di Mugello nell’alpe, e presono in sul giogo dell’alpe il poggio di Malacoda e quello di Vagliana, e fecionli guardare a’ fanti a piè e a’ cavalieri, e con seicento masnadieri tennero i Prati: e eletti cento buoni masnadieri condussono il fornimento colla salmeria, e rotti quelli del battifolle che voleano contrastare il passo, per forza gli rimisono dentro, e la roba condussono nel castello. Certi villani del paese, pochi e male armati, con trenta femmine ch’aveano con loro saliti in alcuna parte sopra Malacoda, gridavano contro a’ masnadieri ch’erano a quella guardia, e le femmine urlavano sanza arresto; i codardi masnadieri mandarono per soccorso al vicario messer Giovanni degli Alberti, il quale vi mandò cinquanta cavalieri, i quali si rimasono nella piaggia; il castello era fornito, e l’animo della gente codarda era di tornare in Mugello; que’ di Malacoda non vedendo venire soccorso, impauriti delle grida delle femmine abbandonarono il poggio, fuggendo alla china. I fanti degli Ubaldini, ch’erano settanta per novero, gli cominciarono a seguire, e lasciare i palvesi per essere più spediti, e le trenta femmine seguitavano rinforzando le grida: allora tutta l’oste si mosse senza attendere l’uno l’altro dirupandosi e voltolandosi per le ripe. Il vicario fu il primo che portò la novella della rotta alla Scarperia. L’altra parte de’ masnadieri ch’erano a Vagliano, sentendo fuggiti il capitano, e’ cavalieri e’ pedoni de’ Prati e di Malacoda, si diedono a fuggire sanza essere incalciati. I cento fanti ch’aveano fornito il castello, sentendo fuggita l’oste d’ogni parte, vigorosamente stretti insieme, essendo usciti quelli del battifolle contro a loro, per forza gli rimisono nel battifolle, e tornaronsi nel castello, e di nuovo il rifornirono di legne: e poi l’altro dì, bene acconci e avvisati alla loro difesa, se ne tornarono a salvamento. Degli altri rimasono prigioni centoventi cavalieri, e più di trecento pedoni; morti n’ebbe pochi. Questa fu più notabile fortuna che gran fatto. Ha meritato qui d’essere notata per esempio della mala condotta, che spesso i vinti fa vincitori, e i vincitori vinti. Nella nostra città, in questi tempi, di così fatti falli non si tenea ragione, però spesso ricevea vituperoso gastigamento.

CAP. XLII.

_Maraviglie fatte a Roma per una folgore._

Non senza cagione di singulare ammirazione vegnamo a fare memoria, come a dì 11 del mese di dicembre, già il cielo sgravato da impetuoso caldo solare, che suole nell’aria naturalmente generare folgori e tempeste, una disusata fortuna di venti e di tuoni turbò l’aria, e in quella tempesta una folgore cadde in Roma, e percosse il campanile di san Piero, e abbattè la cupola e parte del campanile, e tutte le grandi e nobili campane ch’erano in quello fece cadere, e trovaronsi quasi tutte fondute in quello punto, come fossono colate nella fornace. Questa pare una favola a raccontare, ma fu manifesto a molti che ’l vidono, da cui ne avemmo chiara e vera testimonianza. E molti il recarono in segno ovvero prodigio della seguente materia.

CAP. XLIII.

_Come morì papa Clemente sesto, e di sue condizioni._

In questi dì, essendo malato papa Clemente sesto nella città d’Avignone in Provenza d’una continua, ond’era giaciuto sei dì, la notte vegnente la festa di santo Niccola, a dì 5 di dicembre, passò di questa vita, avendo tenuto il papato anni dieci e mesi sette. Costui fu natìo di Francia, e arcivescovo di Rouen, e grande amico e protettore del re Filippo di Francia, e per lui, innanzi al papato e poi che fu papa, assai cose fece; e a papa Giovanni venne per suo ambasciadore, e nella persona del detto re promise e giurò che farebbe il passaggio d’oltre mare. Costui fatto papa non restò di fare quanto il detto re seppe domandare, e molto scopertamente. Nella guerra ch’ebbe col re d’Inghilterra prese la parte del re di Francia, e assai vi consumò del tesoro di santa Chiesa. Larghissimo papa fu di dare i beneficii di santa Chiesa, e tanti ne stribuì a spettanti l’uno appresso l’altro, che non si trovava chi più ne domandasse, sanza il beneficio dell’_Anteferri._ Il suo ostiere tenne alla reale con apparecchiamento di nobili vivande, con grande tinello di cavalieri e scudieri, con molti destrieri nella sua malistalla. Spesso cavalcava a suo diporto, e mantenea grande comitiva di cavalieri e scudieri di sua roba. Molto si dilettò di fare grandi i suoi parenti, e grandi baronaggi comperò loro in Francia. La Chiesa rifornì di più cardinali suoi congiunti, e fecene de’ sì giovani e di sì disonesta vita, che n’uscirono cose di grande abominazione; e certi altri fece a richiesta del re di Francia, fra i quali anche n’ebbe de’ troppo giovani. A quel tempo non s’avea riguardo alla scienza o alle virtù, bastava saziare l’appetito col cappello rosso. Uomo fu di convenevole scienza, molto cavalleresco, poco religioso. Delle femmine assendo arcivescovo non si guardò, ma trapassò il modo de’ secolari giovani baroni: e nel papato non se ne seppe contenere nè occultare, ma alle sue camere andavano le grandi dame come i prelati; e fra l’altre una contessa di Torenna fu tanto in suo piacere, che per lei facea gran parte delle grazie sue. Quando era infermo le dame il servivano e governavano, come congiunte parenti gli altri secolari. Il tesoro della Chiesa stribuì con larga mano. Dell’italiane discordie poco si curò; e l’impresa fatta a sua stanza contro al tiranno di Bologna in sul buono abbandonò, e della vergogna di santa Chiesa non si fece coscienza, ma per i molti danari che l’arcivescovo di Milano largamente sparse ne’ suoi parenti e nel re di Francia ogni cosa gli perdonò, e intitolollo per la Chiesa vicario di Bologna. Vacò la Chiesa tredici dì. La cometa Nigra pronosticò la sua morte, la folgore di san Piero a Roma la sua fama consumata nel vile metallo.

CAP. XLIV.

_Come fu fatto papa Innocenzio sesto._

Dopo la morte di papa Clemente sesto, i cardinali rinchiusi in conclave sentendo che il re di Francia s’affrettava di venire a Avignone per avere papa a sua volontà, la qual cosa non gli potea mancare, tanti cardinali aveva a sua stanza e di suo reame, ma non ostante che tutto il collegio de’ cardinali fosse stato al servigio del detto re, tuttavia per la riverenza della libertà di santa Chiesa, vollono innanzi avere fatto papa di loro movimento, che a stanza del re di Francia. E però di presente presono accordo tra loro, ed elessono a papa il cardinale d’Ostia nativo di Limogi, il quale era stato vescovo di Chiaramonte, uomo di buona vita, e di non grande scienza, e assai amico del re di Francia; la sua fama infra gli altri era di semplice e buona vita, e antico d’età; e fecesi ne’ papali palagi in Avignone a dì 28 di dicembre, gli anni _Domini_ 1352. Prese l’ammanto di san Piero e la corona del regno, e ne’ suoi principii ragionò d’ammendare la disonestà della corte, e fecene alcune buone costituzioni, e fecesi chiamare papa Innocenzio sesto.

CAP. XLV.

_Come usciti di prigione i reali del Regno s’arrestarono a Trevigi._

In questo anno del mese di novembre, essendo liberati di prigione messer Ruberto Prenze di Taranto, e messer Luigi di Durazzo dal re d’Ungheria, se ne vennono a Vinegia; e ricevuto onore da quello comune, se n’andarono a Trevigi, e ivi attesono gli altri loro due fratelli messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo. Il re d’Ungheria volle che i primi due reali essendo in loro libertà facessono certe obbligazioni, le quali non furono palesi, ma certo fu che a Trevigi vennero a loro ambasciadori del re d’Ungheria, e che da loro presono certe obbligazioni. E per avere questo tenne gli altri due fratelli tanto, che gli ambasciadori furono da Trevigi tornati in Ungheria colle cautele pubbliche di quello ch’elli aveano promesso, e allora furono licenziati messer Filippo di Taranto, e messer Ruberto di Durazzo, e vennonsene a Trevigi agli altri loro fratelli. E partiti di là se ne vennono a Ferrara, e appresso a Forlì, ricevuti in catuna parte a grande onore. E stando in Romagna, mandarono a Firenze per volere valicare nel Regno per la nostra città, e per lo nostro contado, ove si pensavano potere venire confidentemente a grande onore. Certi cittadini potenti, parziali di setta cittadinesca, che allora reggevano il comune, vietarono la loro venuta nella città, e il passo per lo contado, cosa incredibile a narrare, considerato l’antico e incorrotto amore di quella casa reale al nostro comune, e il sangue loro mescolato con quello de’ cittadini di Firenze, sparto nelle nostre battaglie in difensione di quella città, e ora vieta loro il passo per lo suo distretto, uomini usciti di prigione, senza arme e senza comitiva. Io mi vergogno a scrivere che quello che il nostro comune spesso concede a’ nemici fosse vietato a costoro. Se il comune ci avesse fallato, sarebbe detestabile cosa a trovare memoria di cotanta ingratitudine: ma considerata la singolare vilezza delle cittadine sette, figura della sfrenata tirannia, non è cosa maravigliosa. I reali non senza giusta cagione sdegnati presono altra via, e capitarono a Roma.

CAP. XLVI.

_Di novità state in Sangimignano._

Ricordandoci de’ due fratelli dicollati degli Ardinghelli di Sangimignano, ci occorre come i loro consorti tennono che ’l fatto fosse per operazione de’ Salvucci di quella terra, onde i detti Ardinghelli provveduti d’aiuto di loro parenti e amici, a dì 20 di dicembre del detto anno levarono romore nella terra, e seguitati dalla maggior parte del popolo corsono alle case de’ Salvucci in su la piazza della pieve, e trovandoli sprovveduti alla difesa, senza fare resistenza furono cacciati di Sangimignano, e le loro case rubate e arse, e di tutti i loro seguaci; e la terra ch’era in guardia del comune di Firenze tennono per loro, temendo di non essere puniti del malificio commesso. I Salvucci cacciati co’ loro seguaci il dì della pasqua di Natale se ne vennono a Firenze, domandando l’aiuto del comune, sotto la cui guardia erano rubati e cacciati della loro terra. Dall’altra parte gli Ardinghelli col titolo e coll’autorità del comune mandarono ambasciadori a Firenze, dicendo, ch’aveano cacciati i ghibellini di Sangimignano, e la terra teneano a onore del comune di Firenze e di parte guelfa; e dove il comune l’avea per piccolo tempo, la voleano dare per maggiore, ove delle cose fatte non si facesse alcuna vendetta, e che i loro nimici non fossono rimessi nella terra. Il comune tenne sospeso un pezzo, cercando se modo v’avesse d’accordo, ma continovo cresceva la mala disposizione, diffidandosi gli Ardinghelli e i loro seguaci d’avere remissione di quello ch’aveano commesso, e aveano d’intorno a loro di mali consigliatori; onde per la contumace e per l’impotenza poco appresso ne seguì la suggezione di quella terra, come a suo tempo racconteremo.

CAP. XLVII.

_Come i comuni di Toscana mandarono solenni ambasciadori a Serezzana a trattare pace._

Avvegnachè ne’ cominciamenti poca fede si prendesse per li Fiorentini e per gli altri comuni di Toscana della pace coll’arcivescovo di Milano, nondimeno avendo trattato prima co’ religiosi, e poi con abboccamento d’altri ambasciadori, e trovandosi convenienza alla pace, si ordinò più solenne ambasciata di tutti i comuni, i quali si convennono a Firenze, e in segreto si conferì la sostanza de’ patti; e il simigliante fece l’arcivescovo co’ suoi e con gli ambasciadori de’ ghibellini d’Italia, che concorrevano alla detta pace. E catuno comune diede libertà a’ suoi ambasciadori di potere fermare la concordia. E poi, il primo dì di gennaio del detto anno, andarono a Serezzana per dare compimento alla detta pace.

CAP. XLVIII.

_Di grandi tremuoti vennono in Toscana e in altre parti._

A dì 25 di dicembre del detto anno, in sul vespro, furono grandi terremuoti, i quali abbatterono al Borgo a san Sepolcro una parte degli edifici della terra, con danno di bene cinquecento tra uomini e femmine e fanciulli morti. E la rocca d’Elci in su’ confini tra Arezzo e il Borgo subissò con que’ viventi che v’erano a guardarla per l’arcivescovo di Milano. E sollevati i tremuoti alquanti dì, poi a dì 31 del detto mese, la notte, vegnente la mattina di calen di gennaio in sul mattutino, rinnovellarono maggiori terremuoti. E alla detta terra del Borgo furono sì terribili, che quasi tutti gli edifici di quella terra fece rovinare, nel cui scotimento, per la notte e per le ruine d’ogni parte, pochi ne poterono campare, fuggendosi ignudi negli orti e nelle piazze della terra, e quasi la maggiore parte de’ terrazzani e de’ forestieri che v’erano feciono delle case sepoltura a’ lacerati corpi, e molti magagnati e mezzi morti stettono parecchi dì senza aiuto sotto le travi e’ palchi e altre concavità fatte dalla ruina, e assai ne morirono che sarebbono campati se avessono avuto soccorso. Le mura della terra da ogni parte caddono: e di vero gran pietà fu a vedere l’eccidio di cotanti cristiani involti in così aspro giudicio dalla loro morte, che fatto conto, più di duemila uomini d’ogni sesso spirarono sotto quelle rovine. E non è da lasciare senza memoria quello ch’avvenne loro per essere sotto la tirannia, che per paura de’ primi terremuoti erano usciti della terra e stavano a campo, e sarebbono campati, ma per tema della terra messer Piero Sacconi, e Nieri da Faggiuola col vicario dell’arcivescovo vi cavalcarono, e per forza costrinsono i terrazzani e’ soldati a ritornare nella terra. Alcuni favoleggiando dissono, che questo fu singolare sentenza di Dio, perchè costoro furono i primi in Toscana che diedono ricetto alla gente del gran tiranno arcivescovo di Milano, in confusione de’ loro circostanti; e tutte le prede indebitamente tolte a’ loro vicini comperavano per niente, ingrassando e arricchendo di quelle indebitamente, non avendo i detti terremuoti fatto alcuno danno in Toscana.

CAP. XLIX.

_Come i Sanesi andarono a oste a Montepulciano._

Essendo i signori della casa de’ Cavalieri di Montepulciano divisi e cacciati l’uno l’altro, come addietro è dimostrato, quelli ch’erano rimasi signori teneano l’amistà de’ Perugini, e gli usciti quella de’ Sanesi, onde avvenne che i Sanesi volevano che la terra tornasse al governamento del popolo; e temendo coloro che la reggevano per lo movimento de’ Sanesi, si fortificarono con aiuto di gente d’arme de’ Perugini, e per questo i Sanesi cominciarono a cavalcare sopra loro. E i terrazzani colle masnade de’ Perugini e de’ loro soldati s’aiutavano francamente, facendo vergogna alla cavalleria de’ Sanesi, e per questo presono sdegno contro a’ Perugini. E del comune di Firenze si dolsono, perchè richiesti a questa impresa non vollono contro agli amici loro guelfi dare loro aiuto. E tanto montò l’altezza dello sdegno de’ Sanesi, che si fornirono di gente d’arme a piè e a cavallo, e misonsi all’assedio di Montepulciano, e quello continovarono infino al maggio seguente 1353, e strinsonlo con battifolli; e’ Perugini per non dispiacere a’ Sanesi ne ritrassono la gente loro. I Fiorentini e’ Perugini mandarono gli ambasciadori a trovare modo di pace e di concordia tra ’l comune di Siena e quello di Montepulciano, i quali vi dimorarono lungamente, innanzi che potessono recare le parti a concordia. E perocchè nel detto tempo altre cose occorsono, conviene per dare parte a loro alquanto soggiornare alla presente materia.

CAP. L.

_Come Gualtieri Ubertini fu decapitato._

In questo medesimo mese di dicembre fu preso in un aguato da’ soldati del comune di Firenze, a Civitella del vescovo d’Arezzo, Gualtieri figliuolo di Bustaccio degli Ubertini, giovane di grande fama, valoroso e pro’, e di grande aspetto e seguito, il quale per comandamento del comune fu menato a Firenze: e credendosi campare, trovandosi il bando generale di tutti quelli della casa degli Ubertini per la loro ribellione, la vigilia di Natale fu dicollato, di cui gli Ubertini riceverono gran danno, perocchè troppo era giovane di buono aspetto. A costui fu tagliata la testa dirimpetto allo spedale di sant’Onofrio; e messo il corpo nella cassa in due pezzi, e portandosi alla chiesa di santa Croce, venuto a piè del campanile di quella chiesa, per spazio d’una saettata di balestro o più il corpo si dibattè, e aperse le giunture della cassa con tanto dicrollamento, che a pena fu ritenuta che non cadde di collo agli uomini che ’l portavano; cosa assai maravigliosa, ma fu vera e manifesta a molti, e noi l’avemmo da coloro che ’l detto corpo nella cassa portarono, uomini degni di fede.

CAP. LI.

_Come il duca d’Atene assediò Brandizio._

In questi dì, avendo il re Luigi fatta certa richiesta di baroni del Regno, fra gli altri vi venne messer Filippo della Ripa di Brandizio, ricco d’avere e di piccola nazione, da cui il re con finte cagioni intendea di trarre di molti danari. A costui fu rivelata l’intenzione del re, ond’egli senza congio si ritornò in Puglia. Il re fattolo da capo richiedere per contumacia, ebbe cagione di farlo bandire. Il duca d’Atene che colle sue terre gli era vicino, per torgli il suo, e per potere sotto la coverta di costui prendere Brandizio, se n’andò in Puglia; e presa licenza di procacciare di recare al fisco i beni di costui ch’era bandeggiato, raunò gente d’arme, e non sappiendo il re che procedesse per questo modo, fece di suoi Franceschi e d’altri soldati quattrocento cavalieri e millecinquecento pedoni, e andò a oste a Brandizio. I terrazzani vedendosi questa gente addosso improvviso si maravigliarono forte, e conobbono il fatto tirannesco, e di presente s’unirono alla difesa, e non lo lasciarono accostare alla città. Puosesi a campo di fuori, e cominciò a correre e fare preda per lo paese d’intorno. Sentendo questo il re Luigi si maravigliò del duca, che faceva di suo arbitrio quello che non gli era commesso, e incontanente per lettere gli mandò comandando che da Brandizio si dovesse levare: ma poco valsono i suoi comandamenti, che vi s’affermò credendosi occupare quella terra con tirannesca intenzione. Sopravvenne la tornata del Prenze di Taranto, e il re per farli onore, ch’era d’età suo maggiore fratello, sentita la volontà de’ cittadini ch’aveano amore al Prenze, così assediata glie la privilegiò; e i cittadini di concordia l’accettarono per loro signore, e allora il duca se ne levò da assedio.

CAP. LII.

_Come i Perugini feciono pace co’ Cortonesi._

In questo verno, sentendosi per l’Italia che a certo la pace generale si dovea fare tra i comuni di Toscana, e l’arcivescovo di Milano e’ suoi aderenti ghibellini, i Cortonesi per mostrare più liberalità a’ Perugini, e il comune di Perugia per non obbligarsi al patto della generale pace, di concordia vollono pervenire a quella, e di buona volontà feciono pace tra loro. È vero che innanzi la pace i Cortonesi non fidandosi de’ Perugini domandarono sodamenti, e il comune di Perugia a grande istanza richiese il comune di Firenze, che fosse mallevadore per lui a’ signori e al comune di Cortona di diecimila marchi d’argento, che manterrebbe a’ Cortonesi buona e leale pace. Il nostro comune mosso alle richieste di quello di Perugia, fece sindaco un suo cittadino chiamato Otto Sopiti, e per lui fece il sodamento e l’obbligagione predetta a’ signori e al comune di Cortona liberamente, come i Perugini seppono divisare.

CAP. LIII.

_Come il popolo di Gaeta uccisono dodici loro cittadini per la carestia ch’aveano._

Ancora lo stato dello sviato Regno non era queto dalla fortuna e in debito reggimento, essendo quest’anno generale carestia in Italia, il minuto popolo di Gaeta, avendo invidia a’ buoni e ricchi cittadini mercatanti di quella città, del mese di dicembre del detto anno si mossono a furore e presono l’arme, e furiosi corsono per la terra, a intenzione d’uccidere quanti trovare potessono di loro maggiori: e in quell’empito uccisono dodici de’ migliori che trovarono senza alcuna misericordia, grandi e onesti e buoni mercatanti; gli altri si fuggirono e rinchiusono in luoghi ove il furore del popolo non si potè stendere. Il re Luigi avendo intesa questa iniquità vi cavalcò in persona con gente d’arme per farne giustizia, e giunto in Gaeta, fece inquisizione di questo fatto; la cosa fu scusata per la furia d’alquanti, e furono presi e giustiziati de’ meno possenti; degli altri si fece composizione di moneta, e chi fu morto s’ebbe il danno, e la corte pervertì; e racquetata la cosa, il re gli ordinò, e tornossene a Napoli.

CAP. LIV.

_Come il papa volle trattare pace da’ Genovesi a’ Veneziani._

In questo medesimo verno, papa Innocenzio mandò al comune di Genova e a quello di Vinegia che mandassono a lui gli ambasciadori ch’erano stati a papa Clemente a trattare della loro pace, e per la morte sopravvenuta del detto papa se n’erano partiti senza essere d’accordo, perocch’egli intendea di metterli in pace giusta suo podere. I Genovesi non vollono tornare a corte, nè entrare in trattato di pace co’ Veneziani, anzi ordinarono lega e compagnia col re d’Ungheria contro a’ Veneziani. E il detto re avendo promessa compagnia co’ Genovesi mandò a Venezia al comune che gli dovesse restituire Giara, e l’altre città e terre ch’aveano occupate del suo reame nella Schiavonia. I Veneziani feciono agli ambasciadori quella savia risposta che seppono, facendosi tra loro beffe della sua domanda; nondimeno non senza paura, e con molta sollicitudine e con grande spendio fornirono a doppio, oltre all’usato, tutte le terre che teneano in quella marina.

CAP. LV.

_Come i Fiorentini osteggiaro Sangimignano, e fecionli ubbidire._

Addietro è narrato come quelli che reggeano Sangimignano teneano trattato col comune di Firenze, ma non fidando, non si poteano per lo comune riducere a fermezza, e il comune temendo che in questa vacillazione peggio non ne seguisse, del mese di febbraio del detto anno vi mandò messer Paolo Vaiani di Roma, allora podestà di Firenze, con seicento cavalieri e con grande popolo, i quali giunti intorno alla terra, e non avendo risposta da quelli d’entro, a volontà del nostro comune vi si misono a campo, e cominciarono a dare il guasto; ma però alcuno Sangimignanese o loro gente d’arme non uscirono fuori per fare alcuna resistenza o altra vista, ma dopo il ricevuto danno vennono alla concordia, che il comune di Firenze dovesse fare la pace fra loro e gli usciti, e che d’allora gli usciti avessono i frutti de’ loro beni, ma dovessono stare fuori della terra sei mesi, e fatta la pace tra gli Ardinghelli e’ Salvucci, per lo comune di Firenze detto, e’ potessono tornare nella terra: e che il comune di Firenze oltre al termine de’ tre anni che ne dovea avere la guardia l’avesse anche cinque anni, e che per patto vi tenesse settantacinque cavalieri col capitano della guardia alle loro spese. E fatto il decreto e le cautele per i loro consigli, e ricevuto il capitano colla sua compagnia, l’oste se ne tornò a Firenze.

CAP. LVI.

_Come in Italia fu generale carestia._