Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna
Part 3
Era in questo tempo stato assediato lungamente il piccolo castello di Montecchio presso a Castiglionaretino da’ Tarlati e dal signore di Cortona colla cavalleria dell’arcivescovo, e recato a partito, che i maggiori di quelli che ’l teneano erano venuti nel campo per volerlo dare. Temendo i Tarlati che avuto il castello per la vicinanza non rimanesse al signore di Cortona, per consiglio aggiunte minacce a coloro ch’erano venuti per darlo, si ritornarono dentro alla difesa. E l’oste sollecitata del soccorso dagli assediati di Bettona, se ne levarono, e accozzaronsi i cavalieri dell’arcivescovo con gli altri cavalieri loro compagni ch’erano in Agobbio e nelle circostanze, e trovaronsi millecinquecento barbute e masnadieri assai, e per fare levare i Perugini da Bettona si misono a oste alla Città di Castello. E stativi alquanti dì, feciono provvedere i passi come potessono andare a soccorrere Bettona, e trovarono che i Perugini erano alla difesa de’ passi molto bene provveduti e forniti alla guardia; tornaronsi al Borgo per accogliere maggiore gente e forza, e farlo per altra più lunga via. In questo medesimo tempo gli assediati per la speranza del soccorso presono ardire, e assalirono l’uno de’ battifolli de’ Perugini, e vinsonlo e arsonlo, e mostrarne per segni di luminaria gran festa; e con quella baldanza presa andarono ad assalire l’altro, e furono occupati per modo da’ cavalieri dell’oste che tornarono in rotta, presa parte della loro gente da cavallo e da piè; gli altri si fuggirono tutti nella terra, levandosi da campo per stare alla difesa delle mura, e da’ Perugini furono più stretti. I capitani della gente dell’arcivescovo feciono capitano generale il conte Nolfo da Urbino, e misonsi per la valle di Chiusi, e andarono a Orvieto; e tratti i cavalieri ch’aveano in quella città, si trovarono con duemila barbute; e volendo soccorrere gli assediati, trovarono in catuno passo sì provveduti i Perugini e sì forti alla difesa, che per niuno modo vidono di poterlo fornire. Ed essendo disperati dell’impresa, vollono rimettere in Orvieto i loro cavalieri che n’aveano tratti, e non furono voluti ricevere, e con gli altri insieme se ne tornarono al Borgo, e gli assediati furono fuori d’ogni speranza d’avere soccorso.
CAP. XXVI.
_Come i Perugini ebbono Bettona e arsonla, e disfeciono affatto._
Vedendo i caporali ch’erano rinchiusi in Bettona che a loro era mancata ogni speranza di soccorso, e che la vittuaglia era mancata, e mangiata gran parte de’ loro cavalli, vedendosi a mal partito, con industria e con danari pensarono allo scampo delle loro persone molto segretamente, perchè sapeano bene che i Perugini avrebbono maggiore gloria d’avere le loro persone che la terra di Bettona; e però strettisi insieme, e prestato la fede l’uno all’altro, il signore di Cortona, e il conte di Montefeltro, e Ghisello degli Ubaldini avendo procacciato per danari il nome di quella notte, vestiti a modo di ribaldi per mezzo il campo passarono a salvamento: onde poi fu incolpato alcuno de’ rettori di Perugia. I soldati sentendo campati i loro capitani, incontanente presono messer Crespoldo signore di Bettona, e uno de’ Baglioni di Perugia ch’aveano loro data la terra, e patteggiarono co’ Perugini di dare costoro prigioni, e rendere la terra salve le persone loro solamente, lasciando l’arme e’ cavalli, e giurando di non venire mai contro a quello comune nè a quello di Firenze, e così fu fatto; e avendo mangiati centocinquanta cavalli de’ loro per fame, s’uscirono della terra, e i Perugini la presono; e trattine tutti gli abitanti, e tutte le masserizie e ogni altra sostanza, e condotta a Perugia, arsono la terra; e dopo l’arsione abbatterono le mura dentro e di fuori, acciocchè non avesse mai più cagione di rubellarsi a’ Perugini; e a messer Crespoldo e a quello de’ Baglioni feciono tagliare le teste. E questa fu la fine dell’antica terra di Bettona, ripresa a dì 19 del mese d’agosto gli anni _Domini_ 1352, in gran vituperio de’ Visconti di Milano, e a onore del comune di Firenze, per lo cui aiuto e conforto infino alla fine i Perugini ebbono questa vittoria.
CAP. XXVII.
_Come la città d’Agobbio s’accordò co’ Perugini._
Giovanni di Cantuccio signore d’Agobbio, avendo veduto come le cose non succedevano prospere all’imprese fatte per lo tiranno di Milano, e che Bettona non era potuta soccorrere, ed era disfatta, diffidandosi della sua difesa se la piena gli si volgesse addosso, sapendo che i suoi cittadini non erano in fede con lui, con astuta malizia si provvide e mandò a trattare pace co’ Perugini. E fu fatto che gli usciti vi tornassono, salvo messer Iacopo Gabbrielli, e tutti avessono frutti de’ loro beni, e che due anni il detto Giovanni vi potesse eleggere podestà d’Agobbio cui e’ volesse, e valicati i due anni, la città rimanesse al comune, e i Perugini avessono la guardia della terra senza altra giurisdizione: ma poco durò l’accordo, come seguendo si potrà vedere.
CAP. XXVIII.
_Come ser Lallo s’accordò con il re Luigi dell’Aquila._
Avemo addietro contato come la città dell’Aquila si reggeva sotto il governamento di ser Lallo suo piccolo cittadino, il quale avea dimostrato più volte di tenerla quando per lo re d’Ungheria, e quando per lo re Luigi, come bene gli mettea; ma poichè il re Luigi fu coronato, e i Tedeschi e gli Ungheri partiti del Regno, vedendo che mantenere non la potrebbe contro alla corona, trasse suo vantaggio, e fecesi fare conte di Montorio, ed ebbe altre due castella in Abruzzi, e nell’Aquila ricevette capitano per lo re e per la reina. Nondimeno i cittadini ubbidivano più ser Lallo che il re o suo capitano, e convenne al re dissimulare la sua offesa per lo minore male.
CAP. XXIX.
_Come i Perugini e’ Fiorentini tornarono a guastare Cortona._
I Perugini avuta la vittoria di Bettona, colle masnade del comune di Firenze ritornarono sopra la città di Cortona essendo messer Currado Lupo uscito del Regno all’Orsaia con cinquecento barbute, il quale si stette di mezzo senza pigliare arme; e i Perugini guastarono le ville intorno a Cortona come seppono il peggio. In questi medesimi dì, all’uscita d’agosto del detto anno, de’ cavalieri dell’arcivescovo ch’erano tornati al Borgo a san Sepolcro si partirono milledugento barbute, e andarono su quello d’Arezzo, e posonsi in sulla Chiassa, e afforzarono di steccati certo poggio sopra il campo per più loro salvezza: e quivi si misono per vernare in luogo dovizioso e grasso. E per ingannare gli Aretini cominciarono a comperare e a pagare derrata per danaio, non facendo vista d’alcuna violenza. E quando si vidono forniti, cominciarono a cavalcare per lo contado, e fare preda di bestiame e d’uomini e di ciò che trovavano senza avere contasto. E questo avvenne, che alquanti cittadini, meno di sette, avendo occupato il reggimento di quella città, per tema di loro stato presono gelosia de’ Fiorentini, e innanzi soffersono il danno da’ nemici, che volessono l’aiuto dagli amici. I Fiorentini nondimeno tennoro ottocento cavalieri alle frontiere di Valdarno, e raffrenavano alquanto le loro gualdane, e salvarono il loro distretto. Gli Aretini lungamente furono tribolati da quella gente, per la singolare non debita paura di pochi loro cittadini, come detto abbiamo.
CAP. XXX.
_Come gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana tornarono dall’imperadore senza accordo._
In questi dì gli ambasciadori de’ tre comuni di Toscana ch’erano stati con l’eletto imperadore tornarono, avendo assai praticato sopra i patti e convenenze promesse per lo suo vececancelliere, non trovando con lui concordia per la brevità del termine, e per la povertà del detto eletto, tempellato dal consiglio de’ ghibellini che non si fidasse de’ guelfi; ma questa parte non ebbe in lui podere, che conoscea che la necessità lo strignea, volendo pervenire al suo onore, d’avere l’amore e la confidenza de’ guelfi d’Italia, e però non si rompeva e non riusciva a niuno effetto. In questo avvenne che ragionando con gli ambasciadori, l’uno de’ Fiorentini per corrotto parlare, tenendosi più savio che gli altri perchè avea maggiore stato in comune, riprendendo l’eletto imperadore, disse: voi filate molto sottile; l’imperadore che sapea la lingua latina conobbe l’indiscreta parola, e turbato temperò se medesimo, parendoli che l’imperiale maestà ricevesse ingiuria dall’indiscreta e vile parola; ma d’allora innanzi poco volle udire quel savio ambasciadore. E venuto il termine diputato a’ detti ambasciadori convenne che tornassono, lasciando la cosa sospesa da ogni parte.
CAP. XXXI.
_Come l’arcivescovo cercava pace co’ Toscani._
In questa sospensione, gli animi de’ Toscani e principalmente de’ Fiorentini si cominciarono a cambiare, veggendo ch’erano a nulla del loro proponimento; e in questo l’arcivescovo conoscendo che questi comuni di Toscana intendeano a muovere contro a lui gran cose, e veggendosi ributtato da’ Fiorentini e da’ Perugini, grave gli sarebbe a mantenere guerra in Toscana, e già sentiva che i suoi vicini Lombardi non si contentavano di vederlo troppo grande, pensò che per lui facea d’avere pace co’ Fiorentini e Toscani; e confidandosi molto in Lotto Gambacorti da Pisa che allora era amico de’ Fiorentini, fece muovere le parole e insistere in quelle. Il nostro comune conoscendo che della pace del tiranno poco si poteano confidare, nondimeno vedendo che colla Chiesa nè coll’imperadore non aveano potuto far quello che procuravano, diede a intendersi a questo trattato. E avendo l’arcivescovo a questa fine mandati suoi ambasciadori a Serezzana, il comune vi mandò prima religiosi per suoi ambasciadori, per sentire se la sposizione fosse con speranza d’alcuno frutto. E nondimeno ordinarono e mandarono gli altri ambasciadori a Trevigi, ov’era venuto il patriarca d’Aquilea fratello dell’eletto e altri ambasciadori dell’imperadore futuro per trattare le cose cominciate co’ comuni di Toscana. Lasceremo al presente l’ambasciate tanto che torni il loro frutto, e seguiteremo nell’altre cose la nostra materia.
CAP. XXXII.
_Come il prefetto da Vico fu fatto signore d’Orvieto._
I cittadini d’Orvieto rotti divisi e insanguinati per le cittadine discordie, e caduti nella forza de’ ghibellini, essendo naturali guelfi, voltandosi come l’infermo palpando, voltandosi ora da una parte ora dall’altra, alla fine per la sagacità del prefetto da Vico loro vicino fu fatto signore con certi patti; e messo nella città cominciò a far fare alcune paci, e rimise dentro de’ cittadini cacciati, e di fuori ritenne cui e’ volle, e la signoria reggea con poco contentamento del popolo, e patto promesso non osservava, sicchè non si vedeano alleggiati delle divisioni, nè delle nimistà cittadinesche, e vedendosi sottoposti al tiranno e signoreggiati da’ ghibellini. Ma dopo il fatto, aggiunta del vituperio è il pentersi; che la soma sotto il tirannesco giogo convenne loro portare. E questo avvenne all’uscita d’agosto del detto anno.
CAP. XXXIII.
_Novità state a Roma._
All’entrata del mese di settembre del detto anno, il rettore del popolo romano oltraggiato da Luca Savelli, e male ubbidito dal popolo, volle ragunare il parlamento per rinunziare la signoria. Nel popolo nacque dissensione, che chi volea che rinunziasse, e chi nò. In questa contenzione messer Rinaldo Orsini, ch’era senatore, prese l’arme, e seguitato dal popolo, cacciò di Roma Luca Savelli co’ suoi seguaci, ma poco stettono fuori, che si tornarono dentro. Il rettore volendo fortificare il popolo con ordini, acciocchè i principi non avessono soperchia audacia, fece richiedere il popolo per rioni a bocca, e appresso colla campana: e non raunandosi, prese sospetto della sua persona; e trovando in sua balia seimila fiorini d’oro, che la Chiesa avea donati al popolo per aiutare mantenere quell’uficio, e altri denari ch’egli avea accolti, si partì di Roma e andossene in Abruzzi, e comperato uno castello si stette nel paese, avendo abbandonata la snervata repubblica, meritandolo per la sua incostanza.
CAP. XXXIV.
_Come la gente del Biscione assediarono la Città di Castello._
All’uscita di questo mese, i cavalieri dell’arcivescovo di Milano stati ad Arezzo e consumato il loro contado se ne partirono, e andarono sopra la Città di Castello, rubando per lo paese amici e nimici. E stando ivi, per più riprese i castellani uscirono a loro per assalti e per aguati, facendo d’arme assai notevoli cose.
CAP. XXXV.
_Come i Fiorentini soccorsono Barga e sconfissono i Castracani._
Del mese d’ottobre del detto anno, essendo stata la terra di Barga in Garfagnana del comune di Firenze assediata quattro mesi e più da messer Francesco Castracani degl’Interminelli di Lucca coll’aiuto dell’arcivescovo di Milano, per modo che più non si potea tenere per difetto di vettuaglia, il comune di Firenze, quanto che quella terra gli fosse di grande costo e di piccola utilità, per non abbandonare gli amici ragunò a Pistoia seicento barbute e ventimila masnadieri, accomandati a messer Ramondo Lupo da Parma capitano di guerra, il quale maestrevolmente a dì 7 d’ottobre, la notte, si mosse colla gente e colla salmeria per la montagna di Pistoia, dando vista d’andarla a fornire da Sommacologna. E mandati cinquecento fanti con parte della salmeria per quella via, innanzi il dì traversò da Seravalle e misesi per la Valdinievole, e cavalcato per lo contado di Lucca, il dì di santa Reparata si trovò in Garfagnana nel piano dinanzi al Borgo a Mezzano in sul passo, dov’era messer Francesco con trecento cavalieri e con millecinquecento fanti buona gente d’arme alla guardia, il quale si mise fuori del borgo colle schiere fatte, prendendo l’avvantaggio del terreno. Il capitano de’ Fiorentini avendo confortata la sua gente di ben fare, in sull’ora del mezzo dì percosse a’ nimici con sì fatto empito, che in poca d’ora gli ebbe rotti e sbarattati, e morti da cinquanta in sul campo, e centoventi n’ebbono a prigioni, e tolto l’arme e’ cavalli li lasciarono alla fede. E preso il Borgo a Mezzano, messer Francesco campato della battaglia si fuggì in Uzzano. I Fiorentini coll’empìto di questa vittoria senza arresto se n’andarono a Barga, e trovando abbandonati i battifolli, ch’erano quattro, gli presono e arsono, e la vittuaglia ch’aveano portata e la guadagnata misono in Barga, e fornitala doppiamente, tornati per la via ond’erano andati, con vittoria se ne tornarono e Pistoia.
CAP. XXXVI.
_Come si difese il borgo d’Arezzo per i Fiorentini._
In questi dì, sentendo i cavalieri dell’arcivescovo ch’erano alla Città di Castello come i cavalieri de’ Fiorentini erano andati a Barga, tornarono ad Arezzo milleottocento cavalieri e puosonsi a Quarata. Cento de’ cavalieri de’ Fiorentini che tornavano da Perugia albergarono la notte nel borgo d’Arezzo, ove molti contadini erano rifuggiti col loro bestiame per paura de’ nimici; la cavalleria del Biscione si strinse al borgo, assalendolo aspramente per modo, che i cittadini l’abbandonarono; e sarebbe perduto, se non ch’e’ cento cavalieri de’ Fiorentini francamente il difesono, e alla ritratta de’ nimici uscirono fuori del borgo, e feciono alla codazza danno e vergogna.
CAP. XXXVII.
_D’un segno mirabile ch’apparve._
Nel detto anno, a dì 12 d’ottobre, venerdì sera tramontato il sole, si mosse tra gherbino e mezzogiorno una massa grandissima di vapori infocata, la quale ardeva con sì gran fiamma, che tutto il cielo di sopra e la terra alluminava maravigliosamente, e alla nostra vista valicò sopra la città di Firenze, e così parve a tutti i cittadini di catuna città d’Italia. E perchè fosse in somma altezza pareva agli uomini in catuna parte che dovesse toccare le sommità delle torri e le cime degli alberi; e spesso gittava fuori di se grandi brandoni di fuoco, che parea che cadessono in terra. E il suo corso fu tanto veloce fra tramontana e greco, che a tutti gl’Italiani, e a quelli del mare Adriatico, e a’ Friolani, e agli Schiavoni e Ungheri, e ad altri popoli più lontani, apparve valicando in quella medesima ora che a noi, e catuno stimava che ivi presso dovesse essere data in terra. Com’ebbe di subito valicata la nostra vista, essendo il cielo sereno senza alcuna macchia di nuvoli, a’ nostri orecchi pervenne un tonitruo grandissimo steso tremolante, il quale tenne sospesi gli orecchi lungamente non come tuono consueto, ma come voce di terremuoto, e dopo il tuono rimase l’aria quieta e serena, e così in ogni parte s’udì questa voce dopo il valicamento della massa. Questo segno fece molto maravigliare la gente, eziandio i più savi, non meno per la novità del tuono che per la grande massa del fuoco. Dissono alquanti sperti, che quello infocamento de’ vapori, o cometa o Asub che si fosse, che ella fu nel cielo in somma altezza in quello di Marte: ed era sì grande, che se venuta fosse a terra avrebbe coperta tutta l’Italia e maggiore paese. Vedemmo seguire in quest’anno diminuzioni d’acque, che dal maggio all’ottobre non furono acque che rigassono la terra, se con tempesta di gragnola e fortuna di disordinati venti non venne, e di quelle niuna che con frutto nella terra entrasse.
CAP. XXXVIII.
_Come i Tarlati arsono il Borgo di Figghine._
Messer Piero Sacconi de’ Tarlati d’età di più di novant’anni, e il vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e’ Pazzi di Valdarno con alquanti degli Ubaldini, avendo al loro servigio le masnade de’ cavalieri dell’arcivescovo di Milano, a dì 12 d’ottobre del detto anno si mossono da Quarata con duemila cavalieri, e duemilacinquecento pedoni, e la domenica mattina, a dì 14 d’ottobre, colle schiere fatte, coperti da una grossa nebbia, valicarono Montevarchi, e lungo la riva d’Arno vennono fino all’Ancisa, e di là girarono ed entrarono nel borgo di Figghine: il quale per la subita venuta non era sgombro, ma pieno di masserizie, e di vittuaglia e di bestiame senza difesa, che ogni uomo avea inteso a guardare la persona. Il castello e il castelluccio de’ Benzi erano forniti e pieni di gente alla difesa, e però non tentarono d’assalirli. In Firenze avea poca gente d’arme, che ancora non era tornata l’oste che andò a Barga; quelli che si poterono avere cavalcarono all’Ancisa. I nemici stettono nel borgo di Figghine la domenica e il lunedì, e raccolsono la preda, lasciando la vittuaglia. E durando la grossa nebbia continuamente, il martedì mattina affocate le case del borgo si partirono senza alcuno impedimento; e prima ebbono preso e arso il Tartagliese, che quelli delle castella di Figghine sapessono la loro partita, o che il borgo fosse infocato, tanto ingrossava il fumo la nebbia, che tolto era loro del foco ogni vista. Allora corsono al borgo a spegnere il fuoco, ma tardi, per la maggior parte. Il danno fu grande, e la vergogna non minore, avendo liberata Barga in Garfagnana, e perduto e arso il borgo di Figghine; ma tornò in bene, che fu cagione di fare una forte e grossa e buona terra, come appresso a suo tempo racconteremo. I cavalieri dell’arcivescovo si tornarono ad Arezzo, e posonsi fuori della porta alla fonte Guinizzelli, e tribolato alcuno tempo da capo il loro contado si divisono per vernare tra gli amici del Biscione, e parte se ne tornò a Milano.
CAP. XXXIX.
_Come gli usciti di Montepulciano venuti alla terra ne furono poi cacciati._
A dì 2 del mese di novembre del detto anno, messer Iacopo della casa de’ Cavalieri di Montepulciano, poco innanzi cacciato della terra perchè ne volea essere signore, avendo cento cavalieri dell’arcivescovo, e accolti altri cavalieri e fanti a piè di sua amistà, corrotto per moneta un notaio da Sanminiato del Tedesco ch’era sopra la guardia, e alcuni di quelle guardie, un venerdì notte spezzò una delle porte, e con tutta sua gente entrò nella terra, e fu in sulla piazza; e levato il romore, messer Niccolò suo consorto cavaliere di grande ardire di presente fu all’arme, e montato a cavallo con pochi compagni, subitamente senza attendere aiuto sì fedì tra costoro, e ravviligli sì forte, che non feciono resistenza, ma volti in fuga, messer Iacopo s’uscì della terra con venticinque cavalieri; gli altri errando per la terra, desto il popolo, furono presi, che furon settantacinque cavalieri, e il notaio colle guardie, de’ quali venticinque ne furono impiccati, col notaio, e gli altri smozzicati. Montepulciano fu libero per questa volta, ma cagione fu appresso della loro suggezione, come seguendo si potrà trovare.
CAP. XL.
_Come fra Moriale fu assediato, e rendessi al re Luigi._
Era rimaso nel Regno della gente del re d’Ungheria caporale messer fra Moriale solo, il quale teneva la città d’Aversa, e col re dissimulava, non facendo guerra e non rendendoli la terra. Il re vedendo ancora il reame tenero sotto la sua signoria, e il Provenzale baldanzoso, temeva di muovergli guerra; e per essere più forte e meglio ubbidito mandò per messer Malatesta da Rimini con quattrocento cavalieri, e fecelo vicario del Regno; il quale cavalcando per lo reame perseguitava i malfattori, e recava i baroni e’ comuni all’ubbidienza del re, e a tutti faceva pagare la colta, e fare i servigi feudatarii, e tenne per tutto i cammini aperti e sicuri. E tornato a Napoli, fece che il re mandò a fra Moriale che venisse a lui, e scusandosi, messer Malatesta il fece citare più volte dalla corte della vicherìa: e non comparendo, di subito colla sua gente, e con alquanta accolta del Regno, se n’andò ad Aversa, e nella terra se n’entrò senza contasto. Fra Moriale si rinchiuse nel castello colla sua gente, nel quale aveva il suo arnese e il tesoro accolto delle prede e ruberie de’ paesani, e pensavasi essere sicuro, e potere con patti rendere il forte castello al re quando a lui paresse, al modo di messer Currado Lupo: ma trovossi ingannato, che messer Malatesta di presente cinse il castello d’assedio, e appresso in pochi dì l’ebbe cinto di fosso e di steccato per modo, che nè entrare nè uscire vi si potea, e dì e notte il faceva guardare di buona e sollecita guardia, e così il tenne stretto tutto il mese di dicembre. E vedendosi fra Moriale disperato di soccorso, trasse patto di rendere il castello, avendo per suo bisogno stretto solamente mille fiorini d’oro, e salve le persone; e per bonarietà del re così fu fatto; e uscito del castello rassegnò al re il tesoro male guadagnato, e dispettoso se n’andò a Roma, pensando alla vendetta del re e di messer Malatesta, come poi per grande e fellonesco ardire gli venne fatto, come innanzi per li tempi racconteremo. Il castello e la città d’Aversa rimase al re, e l’ubbidienza di tutto il Regno e di catuno barone per operazione di messer Malatesta.
CAP. XLI.
_Come i Fiorentini fornirono Lozzole._