Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Part 10

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Essendo la compagnia di fra Moriale cresciuta di cavalieri e di masnadieri, e nutricata il verno sopra le terre che distruggea, messer Malatesta da Rimini, avvisato e provveduto in fatti di guerra, considerando la gente della compagnia, e la loro troppa sicurtà presa per non avere avversario, e il luogo dov’erano e il loro reggimento, pensò, che dove i comuni di Toscana lo volessono atare, ch’egli vincerebbe la detta compagnia; e non parendogli materia da commettere ad ambasciadori, in persona venne a Perugia, e poi a Siena, e appresso a Firenze, e mostrò a ciascun comune il pericolo che potea loro venire di quella compagnia se contra loro non si riparasse, e domandava a catuno comune aiuto di gente d’arme, e dove dato gli fosse, con ottocento barbute di buona gente ch’egli avea da se, e col suo popolo e col vantaggio ch’avea intorno a loro delle sue terre, promettea di rompere e di sbarattare la compagnia in breve tempo; e questo dimostrava per vere e manifeste ragioni; ma catuno comune avendo la tempesta da lungi se ne curava poco. I Perugini che furono prima richiesti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà de’ Fiorentini, e in questo modo risposono anco i Sanesi. E venuto messer Malatesta colle lettere de’ detti comuni a Firenze, i Fiorentini udita la sua domanda gli diedono dugento cavalieri, i quali menò con seco fino a Perugia. I Perugini e’ Sanesi non vollono attenere la loro promessa, e però i cavalieri de’ Fiorentini si tornarono addietro. Messer Malatesta vedendosi abbandonato dall’aiuto de’ comuni di Toscana, e che tempo era che la compagnia potea procacciare altrove, trattò con loro, e venne a concordia di dare fiorini quarantamila d’oro alla compagnia, parte contanti, e degli altri li sicurò, dando loro per istadico il figliuolo, e si partirono del suo distretto, e promisono di non tornarvi infra certo tempo. E fatto l’accordo, e partita la compagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i suoi soldati, i quali di presente s’aggiunsono alla compagnia; la quale essendo molto cresciuta di baroni, e di conti e di conestabili, si cominciò a chiamare la gran compagnia, e tribolando la Marca, e la Romagna, e il Ducato, innanzi che di là si partissono rifermarono la loro compagnia per certo tempo, e tutti la giurarono nelle mani di messer fra Moriale. E benchè fra loro fossono grandi baroni alamanni, tutti vollono che il titolo della compagnia, e la capitaneria fosse in messer fra Moriale, ma dieronli quattro segretari de’ cavalieri, che l’uno fu il conte di Lando, e un barone di gran seguito ch’avea nome Fenzo di... e il conte Broccardo di.... e messer Amerigo del Canaletto; e de’ masnadieri quattro conestabili italiani. In costoro era la deliberazione dell’imprese e il segreto consiglio, e feciono altri quaranta consiglieri, e un tesoriere a cui venia tutta l’entrata delle loro prede, e questi pagava e prestava a’ comandamenti del capitano. Dato l’ordine, il capitano era ubbidito da tutti come fosse l’imperadore, e facea la notte cavalcare di lungi dal campo venticinque o trenta miglia ov’egli comandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni cosa fedelmente rassegnavano al bottino. E perocchè quasi quanti conestabili avea in Italia al soldo de’ signori e de’ comuni aveano parte di loro masnade nella compagnia, erano sì baldanzosi, che di niuna gente di soldo temeano, e però tutti i comuni minacciavano se non dessono loro denari di venire sopra loro. E mandarono ambasciadori nel Regno, ed ebbono promissione dal re Luigi di quarantamila fiorini d’oro, i quali non mandò loro, di che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal capitano di Forlì e da Gentile da Mogliano trentamila fiorini d’oro, e da messer Malatesta quarantamila. Ed essendo richiesti dall’arcivescovo di Milano di volerli conducere a suo soldo contro alla lega, e da quelli della lega contro all’arcivescovo, catuno teneano in speranza e con niuno si fermavano, e anche teneano trattato col prefetto di Vico contro al legato, e però non si potea sapere che dovessono fare, e molto manteneano bene loro credenza. E in fine del mese di maggio 1354 se ne vennono a Fuligno, e dal vescovo ebbono mercato d’ogni vittuaglia abbondevolmente. Lasceremo ora la gran compagnia che n’è assai detto, e non senza debita scusa, per la grande e pericolosa novità che ne seguì in Italia, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.

CAP. CX.

_D’un fanciullo mostruoso nato in Firenze._

In questo verno del detto anno nacque in Firenze nel popolo di san Piero Maggiore un fanciullo maschio figliuolo d’uno de’ maggiori popolari di quello popolo, ch’avea tutte le membra umane dal collo a’ piedi, e il viso suo non avea effigie umana; la faccia era tutta piana senza bocca, e avea un foro per lo quale messo lo zezzolo della poppa traeva il latte, e poppava, e nella superficie della testa al diritto, sopra dove doveano essere gli occhi avea due fori: e’ vivette più giorni, e fu battezzato, e seppellito in san Piero Maggiore. E poco appresso una gentile donna moglie d’un cavaliere avendo fatto un fanciullo un mese dinanzi, partorì un’altra materia di carne a modo d’un cuore di bue, di peso di libbre quindici, con alcuni dimostramenti ma non chiari d’effigie umana, senza distinzione di membri, e come questo ebbe partorito, incontanente morì la donna.

CAP. CXI.

_Come furono cacciati i guelfi di Rieti e da Spoleto._

De mese d’aprile, del detto anno 1354, i guelfi di Rieti avendo il governamento della città, e podestà e capitano dal re Luigi, montati in superbia per animo di parte oltraggiavano i ghibellini di quella terra, e tanto montarono gli oltraggi, ch’e’ guelfi mossono romore per cacciare i ghibellini, e catuna parte fu sotto l’arme, e di cheto senza fare altra novità s’acquetarono a quella volta; e nondimeno catuna parte rimase in gran sospetto e riguardo l’uno con l’altro, e in questo modo erano stati lungamente. Avvenne che i guelfi, avendo a loro stanza gli uficiali della terra, con ordine fatto, una domenica mattina a dì 20 d’aprile subito presono l’arme e corsono alla piazza, gridando: muoiano i ghibellini. I cittadini di quella parte temendo del subito e non pensato romore, francamente s’armarono e corsono alla piazza per difendersi, e quivi cominciò aspra e crudele battaglia, e senza alcuno riguardo uccideva e fediva l’uno l’altro, e durò assai, che niuno perdeva di suo terreno; in fine ghibellini disperati di loro salute ruppono una barra incatenata che gli dividea da’ guelfi, e con grande empito d’amaro cuore assalirono i guelfi per sì fatto modo, che gli ruppono, e senza ritegno gli seguitarono uccidendone quanti giugnere ne poteano. E in questa rotta furono morti venticinque cittadini di nome e assai più degli altri, e molti per campare si gittarono nel fiume, e sommersi annegarono in quello. I ghibellini seguendo loro avventurato caso cacciarono i rettori che v’erano per lo re Luigi, e rimasi signori della città riformarono il reggimento di quella a loro volontà, e per questa novità di Rieti furono cacciati di Spoleto i caporali guelfi che v’erano, ma non con battaglia nè a furore di popolo.

LIBRO QUARTO

_Comincia il quarto libro, e prima il Prologo._

CAPITOLO PRIMO.

Assai si può alcuna volta comprendere per gli effetti delle cose mondane, che il senno aggiunto alla nobiltà dell’animo, all’altezza dello stato, alla ricchezza e potenza reale, operato con piena provvidenza, fornito e apparecchiato di grandissime forze, non puote pervenire nè acquistare, eziandio con sommo studio e con lieve resistenza quelle cose che con giusta causa l’appetito ha richiesto, le quali, volto il tempo pochi anni, e mutato il principe per successione, con certo mancamento di tutte le predette cose, per altre non provvedute vie della variata fortuna, trovarsi lievemente vittorioso in quelle. Onde presumere certa confidenza di se, per senno, o per virtù, o per potenza, alcuna volta con grave turbazione d’animo si trova ingannato; perocchè non è in potestà degli uomini il consiglio e la volontà di Dio. E avendoci già condotta la sua materia al cominciamento del quarto libro, alcuno certo e manifesto esempio alle predette cose in prima ci s’offera a raccontare.

CAP. II.

_Comparazione dal re Ruberto al re Luigi._

Manifesto fu appresso la morte del re Ruberto di Gerusalemme e di Cicilia, il quale avea regnato trentatrè anni e mesi, il cui pari ne’ suoi tempi tra’ principi de’ cristiani non si trovò di sapienza e d’intelletto, in virtù e in vita onesta, e in adornamento di bellissimi costumi, pieno di ricchezze, fornito di grande e nobile cavalleria di suoi baroni e sudditi, apparecchiato di navili sopra gli altri signori, avendo dirizzato l’animo con sommo studio a racquistare l’isola di Cicilia, la quale di ragione s’apparteneva alla sua signoria come principale membro del suo reame, con continovi trattati, con spessi e diversi assalimenti, con generali armate, guidate dalla sua persona, e dal figliuolo e da altri, di centoventi e di centosessanta galee, con molto altro navilio per volta e di più e di meno, con duemila e più cavalieri per armata alcuna volta e popolo senza numero, per molti anni cercato di racquistare la detta isola, o d’avere alcuna terra o porto in quella per potere alquanto appagare l’animo suo, la qual cosa fatta mai non gli venne con alcuna perfezione; e il re Luigi suo nipote intitolato di quel medesimo regno da santa Chiesa, povero d’avere e di consiglio, e non ubbidito da’ suoi regnicoli, impotente di gente d’arme, mal destro a potere reggere o guardare il suo reame, non che avesse potuto cercare a racquistare suo reame della Cicilia, non sufficiente d’armare dieci galee, nè di reprimere un solo suo barone a quel tempo; ma le divisioni e sette crudeli e mortali de’ baroni dell’isola, Catalani e Italiani, come già è detto, aveano a tanto condotto l’isola, che di gran parte fu fatto signore, come appresso racconteremo.

CAP. III.

_Come gran parte dell’isola di Cicilia venne all’ubbidienza del re Luigi._

Avendo raccontato addietro molte volte del male stato dell’isola di Cicilia, al presente ci occorre a dire come per la detta cagione don Luigi figliuolo di don Pietro, a cui s’appartenea d’essere signore, avea trattato accordo col re Luigi, ed erano venuti a concordia che si dovesse nominare re di Trinacria, e riconoscere la Cicilia dal re Luigi e fargliene omaggio, e dargliene ogni anno certa somma sopra il censo della Chiesa per suo omaggio; e a questo s’erano accordati, ma non aveano ancora piuvicata la pace nè fatte l’obbligazioni. In questo stante, il conte Simone di Chiaramonte capo della setta degl’Italiani, il quale aveva in sua forza molte città e castella dell’isola, avendo anche lungamente tenuto trattato col re Luigi acciocchè la concordia del re non si facesse, pervenne al suo trattato con l’opere. Ed essendo allora l’isola in gran fame, promise a’ suoi soccorso di vittuaglia e forte braccio alla loro difesa: i popoli per l’inopia gli assentirono, e il re Luigi si fermò con lui. E facendo suo isforzo, mandò messer Niccola Acciaiuoli grande siniscalco, ch’era stato menatore di questo trattato, con cento cavalieri e con quattrocento fanti di soldo in su l’isola, con sei galee e due panfani, e tre legni di carico, e trenta barche grosse cariche di grano e d’altra vittuaglia. Prima fu dato loro il forte castello di Melazzo, ove lasciò cinquanta cavalieri e cento fanti, e appresso con tutto il navilio e col resto della gente dell’arme se n’andò a Palermo, e con gran festa fu ricevuto da’ Palermitani, che per fame più non aveano vita, e prese la signoria della città di Palermo e la guardia del castello con quella gente ch’egli avea, e delle castella e del suo distretto. E incontanente le sette degl’Italiani fece rubellare a don Luigi e alla parte de’ Catalani, e seguirono quelli di Chiaramonte, dandosi al re Luigi la città di Trapani, e quella di Saragozza, Girgenti, la Licata, Mazzara, Marsala, Castro Gianni, e molte altre terre e castella, che in tutto furono tra città e buone terre e castella centododici, alle quali il detto re Luigi per povertà di gente e di danari non potè mandare aiuto d’alcuna forza di gente d’arme oltre a quella ch’era in Palermo e in Melazzo; ma tanta era l’impossibilità dell’altra parte, che la cosa rimase senza movimento di altra gente alcuno tempo. Alla parte del re Luigi rispondeva la Calabria, portando loro vittuaglia ond’elli aveano gran bisogno, e questo gli sostenea in fede col detto re Luigi. È vero che fu biasimato di non avere tenuto fede a don Luigi del trattato ch’avea fatto con lui per pace dell’isola, e la scusa del re fu, dicendo, che non gli avea attenuti i patti. Il vero rimase nel suo luogo, e il fatto seguì come narrato abbiamo. Questa novità fu nell’isola a dì 17 d’aprile 1354.

CAP. IV.

_Come l’arcivescovo cominciò guerra contro a’ collegati di Lombardia._

Vedendo l’arcivescovo di Milano che il comune di Vinegia avea rannodata e riferma la lega tra i Lombardi, innanzi che fossono forniti di gente d’arme, essendone egli a destro, fece muovere da Parma duemila barbute e gran popolo e scorrere infino a Modena, per tornare addietro e assediare Reggio; e nel Modenese trovarono cavalieri della lega ch’andavano a Reggio i quali tutti presono. E tornati a Reggio, l’assediarono del detto mese d’aprile, e all’assedio stettono poi lungamente con più bastite, e quelli della lega per lungo tempo non ebbono podere di levarlone; ma la città sostennono e difesono, sicchè non l’ebbe.

CAP. V.

_Come il re d’Ungheria passò con grande esercito contra un re de’ Tartari._

In quest’anno e in questo medesimo tempo, Lodovico re d’Ungheria accolse suo sforzo, e di quello di Pollonia e di quello di Prosclavia suoi uomini, e apparecchiato grande carreggio di vittuaglia, con dugento migliaia di cavalieri andando quindici dì per luoghi diserti con grande travaglio, passò nel reame d’un gran re della gesta de’ Tartari. E giunto nel reame di colui, essendo per cominciare a fare danno nel paese, il re di quello paese, ch’era assai giovane, mandò pregando quello d’Ungheria che gli desse licenza che con poca compagnia potesse venire a lui sicuramente, e impetrata la licenza, venne a lui con cento baroni molto adorni riccamente apparecchiati; e fatta la riverenza, domandò il re d’Ungheria perchè egli era venuto con forza d’arme nel suo reame, e quello ch’e’ volea da lui. Il re gli disse, ch’era venuto sopra lui perchè non era cristiano, e che volea tre cose: la prima, che divenisse cristiano con la sua gente: la seconda, che lo riconoscesse per suo maggiore: la terza, che in segno d’omaggio gli desse ogni anno certo tributo, ed egli sarebbe suo protettore. E il giovane disse: vedi re d’Ungheria, la mia forza è troppo maggiore della tua, solo del mio reame senza l’aiuto de’ miei maggiori; e faccioti certo, che condotto se’ in parte, che s’io volessi gran vittoria potrei averla di te e della tua gente: ma perocch’io ho animo di divenire cristiano, accetto di volere fare le tue domande, e intendo di farle a tempo col tuo aiuto e del papa; e rimasi in concordia, fece grande onore al re d’Ungheria, e accompagnollo fino a’ confini del suo reame. Ma in quello venire, per invidia i grandi baroni d’Ungheria non gli feciono onore, per impedire che il loro re per l’acquisto di costui non divenisse grande di soperchio, e fu materia di grande sconcio del buon volere ch’aveva il re de’ Tartari, e dell’intenzione del re d’Ungheria.

CAP. VI.

_De’ grilli ch’abbondarono in Barberia e poi in Cipri._

In quest’anno abbondarono in Barberia, a Tunisi e nelle contrade vicine tanta moltitudine di grilli che copersono tutto il paese, e rosono e consumarono tutte l’erbe vive che trovarono sopra la terra, e del puzzo che uscia della loro corruzione si corruppe tanto l’aria del paese, che ne seguitò grande mortalità negli uomini, e gran fame a tutta la provincia. E questa medesima pestilenza di grilli nel seguente anno occupò l’isola di Cipri per sì sconcio modo, che le strade e i campi n’erano pieni, alti da terra un mezzo braccio e più, e guastarono ciò che v’era di verde. E per cessare la pestilenza della loro corruzione il re fece per decreto, che ogni uomo grande e popolare, barone e prelato, cittadino e contadino, ne dovesse rassegnare certa misura agli ufficiali eletti sopra ciò per lo re, i quali feciono fare per campi grandi fosse, ove gli metteano e ricoprivano. E per questa legge i villani si dispuosono a fare loro civanza, e patteggiarono con gli uomini ch’aveano a fare il servigio che comandato e imposto gli era, e aveano della misura certo prezzo, e rassegnavanli per nome di colui che gli avea pagati agli uficiali deputati sopra ciò, i quali teneano il conto di catuno; e durò questa maladizione in quell’isola parecchi anni. Con tutto l’argomento che fu utilissimo ad alleggiare i campi e cessare la corruzione, fu grande noia e confusione a tutto il paese.

CAP. VII.

_D’una notabile maraviglia della reverenza, della tavola di santa Maria in Pineta._

Essendo per influenza di costellazione e di segni avvenuti in cielo in quest’anno continovato tre mesi o più, nel tempo che le biade hanno maggiore bisogno delle piove, continovato secco, erano quelle già in tutta Toscana aride e in estremi, da sperare sterilità e fame: i Fiorentini temendo di perdere i frutti della terra ricorsone all’aiutorio divino, facendo fare orazioni e continove processioni per la città e per lo contado, e quante più processioni si faceano più diventava il dì e la notte sereno il cielo. I cittadini vedendo che questo non giovava, con grande divozione e speranza ricorsono all’aiuto di nostra Donna, e feciono trarre fuori l’antica figura di nostra Donna dipinta nella tavola di santa Maria in Pineta, e a dì 9 di maggio 1354, fatto apparecchiamento per lo comune di molti doppieri, e mosso il chericato con tutte le religioni, col braccio di messer san Filippo apostolo, e con la venerabile testa di san Zanobi, e con molte altre sante reliquie, quasi tutto il popolo uomini e donne e fanciulli, co’ priori e con tutte le signorie di Firenze, sonando le campane del comune e delle chiese a Dio lodiamo, andarono incontro alla detta tavola infino fuori della porta di san Piero Gattolino: e la detta tavola guardavano e conducevano quelli della casa de’ Buondelmonti padroni della detta pieve reverentemente con gli uomini del piviere. E giunto il vescovo con la processione, e con le reliquie e col popolo alla santa figura, con grande reverenza e solennità la condussono fino a san Giovanni, e di là fu condotta a san Miniato a Monte, e poi riportata nel suo antico luogo a santa Maria in Pineta. Avvenne, che in quella giornata continovando la processione il cielo empiè di nuvoli, e il secondo dì sostenne il nuvolato, che per molte volte prima s’era continovo per la calura consumato, il terzo dì cominciarono a stillare minuto e poco, e il quarto a piovere abbondantemente, e conseguì l’uno dì appresso l’altro sette dì continovi un’acqua minuta e cheta che tutta s’impinguava nella terra, in singolare e manifesto beneficio di quello che bisognava a racquistare le biade e’ frutti; e non fu meno mirabile dono di grazia per l’ordinata e utile piova, che per la piova medesima. Avvenne, che dove si stimava sterilità grande per la ricolta prossima a venire, conseguì ubertosa di tutti i beni che la terra produce.

CAP. VIII.

_Come il vicario di Bologna mando l’oste sopra Modena con due quartieri di Bologna._

Essendo cominciata la guerra tra l’arcivescovo e la lega de’ Lombardi, messer Giovanni da Oleggio vicario dell’arcivescovo nella città di Bologna, a dì 11 di maggio del detto anno, mandò sopra la città di Modena ottocento cavalieri di soldo, e due quartieri di Bologna, i quali v’andarono sforzati e di mala voglia; e da Parma vi mandò l’arcivescovo duemila barbute; e giunti a Modena corsono il paese, ardendo e guastando il contado, e poi si puosono ad assedio alla città molto di presso. Ed essendovi stati fino all’uscita di maggio, temendo della gran compagnia di fra Moriale ch’era in Toscana, e davano voce d’andare a Bologna, subitamente abbandonarono l’assedio, e sconciamente con alcuno danno tornarono a Bologna e a Parma, avendo a’ Modenesi fatto danno assai.

CAP. IX.

_Come il legato e i Romani guastarono il contado di Viterbo._

Del detto mese di maggio, del detto anno, vedendo il legato la contumacia e la malizia del prefetto da Vico, e che la sua superbia ogni dì montava in vergogna di santa Chiesa, provvide che contro a lui bisognava altre operazioni che suono di campane e fumo di candele spente. E però accolse gente d’arme, tanto ch’ebbe milletrecento cavalieri di soldo, e richiese il popolo di Roma per fare il guasto sopra la città di Viterbo, i quali Romani per grande animo ch’aveano di fare danno a’ Viterbesi, essendo la gente del legato sopra Viterbo, vi mandarono diecimila uomini, e aggiunti con le masnade del legato, in pochi dì feciono assai gran danno intorno a Viterbo. E saziata in parte la volontà del popolo romano si tornarono a Roma: e il legato abbattuto alcuna parte dell’orgoglio del prefetto, e conturbato l’animo de’ cittadini contro al tiranno, se ne tornò con la sua gente a Montefiascone senza alcuno impedimento.

CAP. X.

_Come il prefetto s’arrendè al legato liberamente._

Il legato del papa avendo fatto guastare intorno a Viterbo, seguendo d’abbattere il prefetto, sentendolo in Orvieto vi cavalcò con tutta la sua gente d’arme, e pose l’assedio alla città strignendola intorno con più battifolli, facendo correre ogni dì infino alle porti. Il prefetto che v’era dentro mal veduto da’ cittadini, ed avea cercato di volere dare per moglie la figliuola sua al fratello di fra Moriale con gran dote per avere aiuto della sua compagnia, e averne perduta la speranza d’ogni altro soccorso, si pensò per l’odio che i cittadini d’Orvieto e di Viterbo gli portavano che un dì a furore di popolo sarebbe morto o dato preso al legato, e tosto gli sarebbe venuto fatto per la piccola forza che da se avea, e perchè gli Orvietani erano guelfi e uomini di santa Chiesa, e mal volontieri sosteneano l’assedio, per la qual cosa come uomo savio e avveduto de’ casi del mondo, non sapendo vedere altro rimedio a’ fatti suoi, si dispose a volere accordo col legato, e per questo acchetò gli animi de’ cittadini; e incontanente mandò al comune di Perugia che mandassono alcuno ambasciadore al legato, che per le loro mani voleva fare l’accordo con lui. Il comune vi mandò solenni ambasciadori a ciò fare, ma il legato altre volte ingannato da lui e da’ suoi baratti non li volle udire, e con ogni sollecitudine stringeva la terra più l’un dì che l’altro, e a niuno patto si voleva recare col prefetto. E stringendo la paura il prefetto, mandò il figliuolo al legato dicendo, che gli piacesse venire per la città, e ricevere il prefetto senza alcuno patto alla sua misericordia. L’altra mattina venne il legato colla sua gente a Orvieto, e il prefetto a piede con molti cittadini gli venne incontro fuori della città bene un miglio, e giunto a lui, si gittò a’ piedi del cavallo ginocchione domandandogli misericordia, rendendo se e tutte le terre che teneva di santa Chiesa alla sua volontà. Il legato il fece stare alquanto ginocchione, e poi gli comandò che montasse a cavallo, e montato dietro a lui se n’entrarono in Orvieto, ove il legato fu ricevuto con grande festa e allegrezza da’ cittadini. E appresso mandò il legato a Viterbo, e fugli renduta la città e le castella, e così tutte l’altre terre che tenea il prefetto, e il prefetto e ’l figliuolo rimasono appresso del legato col loro patrimonio, e oltre a ciò gli diè il legato per certo tempo la signoria della città di... terra di buona rendita per la pastura delle bestie.

CAP. XI.

_Come il popolo di Bologna si levò a romore per avere loro libertà, e fu in maggiore servaggio._