Colei che non si deve amare: romanzo
Part 9
Ed eccoli tutt’e due più vicini a dame e signori, nella promiscuità d’un grande albergo, sotto l’ala della buona Fata Beneficenza. Ecco lei, festeggiata, in mezzo a crocchi di signore ciarliere, ferventi nell’opera intrapresa, tutto il giorno in faccende, liete più che mai di parere una volta quel che non erano, esibendosi dalla scena a spettacolo d’una folta platea. Ed eccole, curiose di questa cantatrice straniera che trascinava dietro sè una storia d’avventure clamorose, che aveva durante l’inverno messo a rumore la città col suo canto e con la sua passione. Piacque; la trovaron simpatica, spiritosa, fina; si divertirono a stare con lei, a respirare un poco di quella polvere dorata, prestigiosa, che sembrava ravvolgerla di splendore, fatta di tante cose dissimili: dall’applauso che aveva suscitato intorno a sè nella sua vita errante, all’oro che le avevano cosparso ai piedi e sul quale aveva camminato; da quella caparbia onestà ch’era talvolta un nodo inestricabile, alle strane lussurie di chi la credevan capace nella sua coltre di bella donna errante. La fecero cantare, l’applaudirono, la lusingarono, le fecero crocchio intorno, verso l’ora del tè; infine, se non si fosse intromesso qualche burbero marito, sarebbero fors’anco giunte ad invitarla nelle case loro.
Per riflesso, Arrigo profittava delle festose accoglienze che dappertutto si facevano alla Ruskaia. Da lei si teneva più lontano che gli fosse possibile, per non ledere le buone apparenze, e il mondo, che, se ciò gli garba, indulge talora fin oltre il necessario, fingeva d’ignorar persino che fossero amanti e che avessero in riva al lago una dolce villa dalle finestre semichiuse.
Durante le prove della recita egli se ne stava in disparte, nel grande atrio dell’albergo, talvolta nel giardino, mostrandosi pieno di garbo e di gentile modestia.
Le signorine gli ronzavano intorno, a sciami, curiose di lui, per quel che ne avevano inteso raccontare a mezza voce durante l’austerità dei pranzi familiari. Fra i crocchi di signore si discuteva intorno alla sua persona. Era giunto fin lì quell’appellativo di «bel Ferrante» che gli avevano aggiudicato nei palchi del teatro, quando il suo nome si era diffuso per le prime volte, congiunto a quello della Ruskaia. Senza paragone infatti egli superava i due seduttori più avventurosi della stagione lacustre: Cencio Baracco, vincitore di regate, e Massimo Randa, che ogni sera traversava il lago in lancia a benzina, per un legame che aveva su l’altra sponda. Li vinceva di bellezza e di novità, ma era forse un po’ troppo virile per il gusto di quelle dame raffinate. Gli mancava senza dubbio quell’aria etica, quel pallor giallastro di cattiva digestione, quell’andar stanco su le gambe flosce, che preannunzia la spinite lontana; molto insomma gli mancava di quel che piace per lo più nei giovini signori moderni, e che aggiudica loro talvolta la fama d’irresistibili. Ma con la svelta persona, col bel collo muscolato, con la maschera del volto precisa e chiara, parlava dirittamente ai sensi di talune, che non potevano impedirsi dal risentire una certa piacevole molestia in vicinanza di un così bel dominatore.
Egli d’altronde non era, o non pareva essere, vano. Più oltre spingeva i suoi disegni che a ferire il cuore di questa o quella ammiratrice; a men difficili tempi serbava gli oziosi tornei d’amore. La sua battaglia era di quelle che si combattono con taciturna pazienza, ed egli non vedeva davanti a sè che una meta, necessaria, lontana. Cacciarsi a forza di gomitate abili dentro quel mondo restìo: questa era per intanto la sua fatica. Ed a ciò, tutto gli doveva servire; anche la bella voce della Ruskaia, anche le interessate cortesie del barone Silvestro, anche i pettegolezzi ch’egli sentiva correre intorno come lucertole fra l’erba, ed anche le non ambigue punzecchiature di donna Claudia del Borgo, che patrocinava la festa.
Questa donna Claudia era già oltre nell’autunno della sua famosa e dissoluta bellezza; ma non con gli anni s’addormentava il suo tumultuoso cuore; non meno piacevanle con ardore le tempre giovini e salde per essersi alquanto sciupata ne’ suoi lunghi vizi. Un marito inconcludente, ricco senza confine, era stato il mecenate silenzioso de’ suoi folli capricci. Giovine, si era data a chi la voleva, a chi le piaceva; si era data nei modi più strani e più perversi, con una volubilità incontentabile. Aveva un tempo scandolezzata la città tenendosi per staffiero il più bello fra i cavallerizzi d’Ungheria, ed a quanti mormoravano, a quanti inorridivano, aveva risposto aprendo le sale del suo palazzo ad una ospitalità grandiosa e fastosa, ben pensando che il mangiare, il bere, il far danzare, il far vivere a scrocco, son l’offe che meglio debellano le infurianti maldicenze altrui. Ma ora, invecchiata e non stanca, metteva un certo studio nello scegliere per i suoi ultimi banchetti gli intingoli più saporiti. Aveva quasi una smania virile di volersi appagare ogni capriccio, ed in certe riunioni di bellimbusti era corsa voce che donna Claudia fosse qualchevolta liberale. Un tenente, che aveva giocato e perduto sino a rischiar le spalline, s’era salvato così; molti sconosciuti eran entrati in società per la sua camera da letto. Poich’ella, non potendo scendere fino a loro, li innalzava talvolta fino a sè. Inoltre donna Claudia s’occupava di maritaggi, e quando era stanca d’un amante, spesso gli procacciava una moglie tra la schiera delle nobili signorine che teneva in sua protezione. Almeno sotto un certo rispetto, erano per tal modo ben sicure di non imbattersi male.
Piacere a donna Claudia poteva insomma non essere un danno per tutti quelli che fossero nei panni d’Arrigo. Ed egli lo sapeva. Questo pensiero gli venne istintivo, il primo giorno ch’ella lo guardò. Vi sono certe donne le quali osano guardarci con maggiore insolenza che non guardiamo noi la più desiderata fra le donne. Anzi egli ebbe di quell’antica esperienza una sottile paura. Ma nei giorni successivi sentì nascere il capriccio nell’animo di quella donna dissoluta, e con la sua borghese abitudine del calcolare, súbito valutò il profitto che a lui ne sarebbe derivato. Ella certo lo avrebbe levato sopra uno scudo fin nelle sale del suo palazzo, lo avrebbe difeso e fatto ricevere in quel mondo chiuso. Quanto alle chiacchiere della gente?... bah!... egli non poteva salire che per mezzo d’una frode: — qualunque fosse, l’avrebbe senza scrupoli consumata.
Donna Claudia se l’era un giorno fatto presentare dal barone Silvestro dopo le prove della recita, ed or amabilmente si compiaceva nel punzecchiarlo con il suo spirito pieno di vivacità e d’ironia. Nel corso di quelle settimane Arrigo aveva strette molte conoscenze, ma poichè si trovava in condizione assai difficile, dato il suo legame con la Ruskaia, ne usava con molta cautela, per non urtare alcuna suscettibilità.
La bella Tatiana era gelosa. Se un poco di stanchezza stava per nascere in lei, questi fatti la dissiparono. Ella prese in odio tutte quelle che guardavan Arrigo con troppa insistenza, e molte volte s’ingelosiva senza ombra di ragione, poichè la donna innamorata smarrisce del tutto il senso del suo proprio valore, se non quello della sua propria vanità. Ogni sera, nella intima villetta, furon alterchi e lacrime. Arrigo riusciva sempre a rasserenarla con qualche abile carezza, con qualche parola persuasiva; ma il giorno dopo si era da capo. Diveniva irascibile, sospettosa, inquieta; durante le ore che passavano all’albergo non lo perdeva d’occhio un momento; se usciva solo, d’un tratto gli capitava presso, ed inoltre aveva ordinato alla domestica di non consegnare che a lei sola qualsiasi lettera giungesse nella casa. Una volta che donna Claudia era stata oltre il consueto provocante con Arrigo, la Ruskaia fu sul punto di fare i bauli e andarsene via, piantando in asso le dame del Comitato, le prove, la recita di beneficenza.
Quel giorno gli occorse non poca fatica per riuscire a calmarla.
Frattanto il buon barone Silvestro, designata vittima di quei malumori, ebbe a ricevere un sacco di sgarberie. Ma non disperò. Sapeva che tutto viene a suo tempo: il frutto su l’albero acerbo e il bacio d’amore sui labbri della donna restìa.
Se il giorno della recita avesse tardato ancora, certo la commedia non sarebbe stata a lieto fine. Quelle dispettose nobildonne si mettevan allegramente di puntiglio nel provocare la gelosia della cantatrice, sicchè facevano ad Arrigo più moìne che mai. Donna Claudia, superba e sfacciata, non se ne dava per inteso. Con quell’aria di gran dama che non aveva mai perduta nelle più scapigliate avventure, civettava con Arrigo sotto i lampeggianti occhi della Ruskaia e pareva divertirsi mezzo mondo a veder l’impaccio del perplesso amante. Gli aveva detto un giorno:
— Mi piacerebbe invitarvi da me, in villa; ma forse la vostra piccola amica non ve lo permetterebbe...
E rise, con il suo riso pieno d’insolenza.
Poi, un altro giorno:
— Vado in città una volta la settimana, il giovedì, col treno delle undici...
Arrigo finse di non comprendere. Gli parve che anche agli uomini fosse talvolta mestieri difendere la propria onestà.
Ma quando la Ruskaia ebbe cantato, nel giorno della recita, la scena fu coperta di fiori. Per farle una cesta, il barone Silvestro aveva mietute le più belle aiuole del suo giardino. E la pagaron d’applausi per quanto l’avevano fatta soffrire.
Dopo d’allora nessuno li vide più. Eran tornati a vivere nascosti nella villa odorosa di gelsomini.
L’autunno intanto cominciò a buttare i suoi tappeti gialli su le inclinate praterie della montagna; ricamò di assiderati brividi le calme acque, all’avvicinarsi della sera. Le aperte magnolie si sfasciarono, caddero dai rami alti, nel fogliame lucido. Le rose delle spalliere si sfogliarono fiore per fiore su la bianca ondata, e si dispersero via, per il lago, tra le foglie secche, ad una ad una.
E gli amanti ritornarono in città. La Ruskaia fu scritturata per la nuova stagione; Arrigo riprese a poco a poco una maggiore libertà. Ormai gli pareva che la sua casa fosse troppo modesta, sicchè prese un altro appartamento di gran lunga più lussuoso e si fece servire da un domestico in livrea. Occorreva un certo apparato per ricevere Donna Claudia e tutte l’altre che verrebbero in séguito. Gli usurai cominciavano con fargli credito, vedendolo vivere in mezzo a gente danarosa, e quando alle scadenze non provvedevano le carte, era Tatiana che pagava le cambiali. Ma non più con la serena incoscienza delle prime volte. Ora si rabbuiava, piangeva discretamente miseria, e v’erano già state alcune discussioni aspre, sopra tutto per le spese dell’appartamento che a lei parvero eccessive. Allora egli la fece da millantatore, s’offese, giurò che l’avrebbe ripagata, e con avanzo, d’ogni denaro avuto, poi, per qualche giorno, scomparve. Ma Tatiana lo tornò a cercare, sebbene fosse stata un momento in dubbio se profittare di quell’occasione per accogliere l’offerte allettevoli del barone Silvestro, che aveva, di fronte alle donne, due supreme virtù: la pazienza e il denaro.
Tatiana certo non era interessata; ma spendeva per i suoi abiti non meno di cinquantamila lire all’anno; adorava i gioielli e se ne stancava presto, il lusso, lo spreco erano per lei più necessari che il pane. Da un anno in qua i suoi guadagni si erano ridotti quasi a nulla, poichè le paghe d’un teatro italiano, per i suoi bisogni, erano ben povera cosa; da Parigi il suo banchiere, ad ogni richiesta di denaro, le mandava lettere quasi paterne, avvertendola che il suo conto corrente scemava con una rapidità spaventosa. E insomma, se l’amore può, nei proverbi, contentarsi d’una capanna, la parola d’un banchiere previdente riesce non di rado a sconvolgere tutto un ordine d’idee. Quel barone Silvestro, dalla barba crespa, era infatti un po’ ridicolo, con la sua grande aria da re dei burattini, — ma che appoggio serio per una piccola donnina, sola nel mondo, con i suoi capricci e con le sue guardarobe favolose!... Infine la Ruskaia rifletteva su ciò, molto seriamente, benchè non sapesse risolversi ancora.
Una mattina Arrigo stava dormendo, quando il domestico lo venne a svegliare, portandogli un biglietto da visita ch’egli squadrò con occhi assonnati. Nello stesso tempo s’intesero due nocche battere familiarmente all’uscio.
— Sono io, — disse dal di fuori una voce, che gli parve di riconoscere per quella di Beppe Cianella.
— Oh, venga pure avanti!
Con urbanità si scusarono a vicenda, il primo d’essere venuto, l’altro di riceverlo stando in letto.
Arrigo notò che per la prima volta il Cianella gli dava del tu.
— Sono venuto per due motivi: uno...
— Ma si segga!
— Dimmi siéditi; è più semplice. E siccome devi aver sonno, cercherò di spiegarmi in fretta.
Arrigo aveva già compreso: la visita mattiniera, il tono, quella familiarità... poi se l’aspettava da un pezzo.
— Comincerò dunque dalla cosa peggiore. Vengo a seccarti per un prestito. Se puoi, mille grazie; se no, poco male.
Arrigo accese una sigaretta.
— È questione di cifre, — disse con un sorriso amabile.
— Cinquemila, — precisò il Cianella, che amava di andar per le spicce. E si mise a contemplare la fisionomia del suo recente amico.
Arrigo meditò qualche attimo.
— Ci posso arrivare forse, ma con un po’ di fatica, — disse. — Al momento non le ho, ma prima del pranzo spero di fartele avere.
— Grazie, — rispose l’altro con semplicità, come se le avesse già intascate. Poi si credette in obbligo di qualche spiegazione.
— Ho presa una batosta la notte scorsa. Quel diavolo di Sacco Berni ci ha messi tutti sul lastrico. Sapessi che smazzate, mio caro! È tornato dalla campagna con una fortuna più spaventosa che mai. Invece io, da un mese in qua, non faccio che perdere. Pazienza! Intanto ti ringrazio. Sono venuto da te, sapendo che hai buon cuore e che sei un uomo discreto. Ma non son venuto solo per stoccarti...
Fece una pausa ed assunse un’aria di protezione:
— Totò Rigoli mi ha parlato della tua presentazione al Circolo; mi ha domandato se accetterei di firmare la tua scheda insieme con lui... sopra tutto in questo momento che ho la carica di segretario temporaneo. Totò Rígoli ti vuol bene. Ed io, naturalmente, ho accettato. Firmerò oggi stesso la domanda e mi metterò a fare una campagna in tuo favore. Sai, qualchevolta, per ricevere un nuovo socio, sollevano mille difficoltà... Nel caso tuo ci sarà da combattere, perchè hai suscitato molte invidie... A proposito come sta la Ruskaia?
La Ruskaia stava benissimo, e pagò lei, naturalmente, le cinquemila lire che occorrevano a Beppe Cianella perchè questi accettasse di presentare al Circolo l’amico dell’amico Totò.
E l’urna, talvolta ingiustamente crudele, fu propizia a quest’uomo che aveva il coraggio di credere nella fortuna. Ebbe una votazione assai contrastata, ma per un piccolo eccedere di palle bianche gli si apersero le porte di quel Circolo nobiliare che per molti anni era stato il privilegio di una casta veramente appartata. Le barriere più alte cadevano davanti al passo dell’avventuriero; sopra il suo nome si era combattuta una di quelle piccole battaglie mondane che decidono l’avvenire d’un uomo.
Che importava a lui se dietro le sue spalle alcuno mormorasse, alcuno gridasse pure al sopruso? Li avrebbe fatti tacere, li avrebbe vinti, o con la persuasione o con l’arroganza, perchè poteva ormai dividere gli utili dagli inutili e gli amici dai nemici.
Allora fece un bel bucato di tutta la sua roba sporca, e guardando con fiducia nel limpido avvenire disse per la prima volta a sè medesimo:
— Si arriverà!
XIV
Donna Claudia s’era pagata il suo capriccio. Se l’era pagato senza troppe cautele, da donna esperta e frettolosa. Non fece che scrivere nel suo catalogo mentale questa riflessione molto semplice: «Uno di più.» Era fra quelle donne coraggiose che non tentano di mascherare dietro vane commedie sentimentali quella perenne voglia del mutamento che in verità costituisce la sola ragion d’essere di tutti gli amori galanti. Si era detta: «Mi piace»; lo aveva lasciato comprendere a lui, comprendere a tutti, poichè le sue stoltezze eran ciò che di più serio aveva saputo commettere nella vita. Non le rincresceva d’invecchiare, perchè non portava con sè nella vecchiezza nessuna rinunzia, nessun rammarico; si era dispensata, goduta e lasciata godere fino al limite del suo desiderio; tutte l’ore trascorse della sua vita le parevan degne d’esser rivissute.
Nella penombra d’una camera ella poteva nascondere ancora il numero soverchio degli anni e sapeva qualche malizia di vecchia gatta, che meglio d’una fresca inesperienza poteva innamorare i giovini. Se il volto e la gola sfiorivan un poco, le rimaneva pure quel superbo seno che nessuna gelosia d’amante era mai riuscita a farle bastevolmente coprire negli abiti da ballo, e quella cintura pur salda nella strettezza delle reni, che tanti spasimi aveva contenuti, senza disfarsi nella lascivia, senza patire dalla voluttà.
Da troppo tempo Arrigo era fedele alla sua dolce Tatiana; aveva sete di bere ad un calice più amaro, e, quando la prima volta s’incontrarono, Donna Claudia lo trovò impaziente. Sorpresa e lusingata di piacergli, cessò da quel sarcasmo brioso con il quale si preparava a difendere la sua maturità contro le diffidenze dell’uomo giovine. Ed anche gli fu riconoscente, perchè nulla è più triste per la donna che lo svestirsi con paura sotto gli occhi attenti d’un uomo al quale avrebbe potuto piacere follemente una decina d’anni prima.
Donna Claudia cominciò con invitarlo a pranzo; nella sua casa era sempre tavola bandita, gaio spirito e libera ospitalità. Varia e dissimile gente vi conveniva insieme, accomunata sotto la tutela del gentilissimo blasone che gli avi di don Antonio del Borgo avevan recato di Spagna per il tramite d’un maritaggio e per l’onore d’una pace conchiusa. Ma don Antonio lo avrebbe ormai lasciato perire, poichè la sua prodiga moglie s’era invano affaticata per fargli nascere un erede.
Arrigo si appropriava con rapidità le usanze delle persone fra le quali era condotto a vivere; dalla bottega paterna alle sale dei palazzi, per un veloce cammino, si era tolta di dosso tutta la reminiscenza plebea che portava dal suburbio e dalle basse frequentazioni; un nitido signore sbocciava in lui, spontaneamente ricco d’eleganze, piacevole in tutto a conoscersi, tanta era la padronanza ch’egli aveva sopra sè stesso e la fede ambiziosa nella meta del suo cammino. Pochi mesi bastarono per assuefarlo a quella vita nuova, come se l’avesse vissuta fin dall’infanzia. Forse, nel compiere quell’ascensione, il suo sangue si risovvenne che non era sangue di plebe, se tale oscura memoria può non morire traverso la discendenza ed i casi alterni della vita.
Da quelle sale fu condotto in altre numerose, ove strinse amicizie, intraprese piccole avventure, coltivò gli uomini e le donne che potevan esser utili a’ suoi disegni, ebbe l’accortezza di parer modesto e di non suscitare alcuna gelosia.
Poichè sapeva di avere una cultura manchevole, pazientemente prese ad istruirsi, celando le ore dedicate allo studio come se fossero una colpa, e spiegando nelle sue dense giornate una infaticabile attività. Si volle raffinare con ogni diligenza, per un naturale amore della raffinatezza che dormiva in lui. Dietro la maschera impassibile del suo volto s’indovinava talora la febbre dell’anima irrequieta; ma una tirannica volontà soggiogava tutte le sue passioni ed egli provava quasi una iraconda gioia nel soffocare le ribellioni dell’istinto. Di sè medesimo era splendidamente l’arbitro il maestro ed il soggiogatore.
Qualchevolta eran battaglie aspre contro una certa sua naturale arroganza, che mal si fletteva nello sforzo dell’adulazione; qualchevolta era forse il bisogno di trovare un amico vero, un’amante vera, e narrargli la sua piccola storia; qualchevolta era tutto il suo essere che si torceva sotto la fatica di quella fredda e scaltra commedia; ancor più, quando per le sue vene, in certi giorni, in certe ore, passava una prostrazione fisica più dolorosa d’un male, ed egli sentiva in sè quasi la remota paura, la buia coscienza d’un pericolo che sovrastasse alla sua vita.
Gli pareva di avere in sè una fiamma serpeggiante, o talora qualcosa di viscido, che salisse, salisse, fino alla sua gola, fino al suo cervello, e talvolta un ronzìo, un rombo, un bisbiglio, uno strepito di cose lontane, imminenti, aspre, dolci, più forti e più vive che il sogno della sua mediocre vita.
Qualchevolta un corpo femminile, pur non desiderato, lo turbava così profondamente ch’egli sentiva tutto il suo grande imperio svanire in un malessere senza nome, comunicargli un dolore acutissimo, e il vento, l’ondata, la fiamma, il gorgo, la vertigine, mille sensazioni confuse, calde, logoranti, gli occupavano lo spazio interiore dell’essere, prostrandolo in una specie d’annientamento.
Poi si vinceva e rideva. Tornava con impeto a combattere la sua battaglia illecita, mettendo l’ambizione sul taglio della spada e l’onestà nel fodero. Per il denaro lottava, nelle notturne ore assidue sul tavoliere conteso, facendo pro’ di tutte le forze contro le debolezze altrui. Pericolando camminava su l’orlo dei precipizi, reggendosi a quel filo tenue che la fortuna tende agli spiriti audaci.
Dopo una lite più acerba delle altre, Arrigo e la Ruskaia si erano abbandonati, senz’essere ben certi di non amarsi più. Ella si era lasciata sfruttare senza lamentarsene, fin quando Arrigo era stato per lei un amante appassionato e fedele. Ma dopo il suo ritorno in città, troppo egli la trascurava e troppe ore le lasciava di solitaria meditazione. Le sue apparizioni presagivan per lo più qualche pagamento vicino, e la Ruskaia finì con dirsi ch’egli l’avrebbe rovinata in poco tempo senza nemmeno serbarle un poco di riconoscenza. Aperse gli occhi, e finalmente si trovò ridicola. Da ultimo, le giunse una lettera anonima, che le rivelava in modo esplicito l’avventura di donna Claudia con Arrigo, dandole, perchè ne fosse certa, i più minuti particolari sul luogo e su l’ora in cui solevano incontrarsi. Già sospettosa, ella non ebbe che raccoglierne la prova. Si mise al classico agguato, e donna Claudia, che in vita sua s’era trovata in ben altre contingenze, riuscì con la sua presenza di spirito ad evitare uno scandalo.
Fra Tatiana ed Arrigo fu invece una rottura liscia, senza lacrime, senza furori, come fra gente già preparata da un pezzo a doversi lasciare; gente calma, che comprenda la necessaria parabola delle cose umane, e partendo si ringrazi a fior di labbro d’aver insieme recitata per qualche tempo, con perfetta sincerità, la commedia dell’amore.
Allora il barone Silvestro si fece animo, ed ebbe finalmente ragione d’aver sperato nella sua fedele pazienza, nella sua devota urbanità. Gli uomini ricchi e le donne belle finiscon sempre con intendersi fra loro.
Su questo avvenimento si fecero grandi ciarle nei ritrovi dei Mammagnúccoli, nei teatri e nelle sale dove Arrigo incominciava ad essere invitato con grande favore. La rottura fu spiegata in vari modi, e non tutti benevoli per Arrigo. Ci fu pure chi compianse la Ruskaia, credendola sempre innamorata di lui. Ma ormai ch’ella s’era scelto a protettore un uomo da bene, tutti gli antichi spasimanti le si rimisero alle calcagna, ed il suo ritorno alla scena fu per lei una serata trionfale.
Arrigo era in teatro quella sera, disinvolto e sorridente. Lo si vide pure applaudirla dal palchetto di Clara Michelis, la ricca vedova sentimentale ch’egli stava per avvolgere nelle sue reti, facendole una corte insidiosa e paziente.