Colei che non si deve amare: romanzo

Part 10

Chapter 103,750 wordsPublic domain

L’intermezzo di donna Claudia non sarebbe durato a lungo. Ella d’altronde non faceva per lui, perch’era troppo sfacciata, troppo accorta, e, durante le ore d’intimità, troppo esigente nell’opera delle amorose fatiche. Inoltre a lui pareva che avesse un cuore di pietra! Purtroppo non avrebbe compreso mai, quella incorreggibile marchesa, come il dovere d’una donna vecchiotta fosse quello di soccorrere un bel giovine, senza nemmeno farselo dire!... Insomma, ella ormai gli dava sinceramente ai nervi, ed anche la sua bella Tatiana ricominciava con dargli ai nervi in altra guisa, dopo qualche mese di separazione. Gli era venuto il rimorso d’averla troppo tormentata quand’era sua, ed insieme il dubbio di essere stato uno sciocco nel rinunziare a lei.

Il barone dalla barba crespa l’aveva ripristinata nell’antico splendore. Ella viveva ora con magnificenza, con sperpero; la si vedeva dappertutto, a fianco del suo barbuto barone, che pareva sdilinquirsi a guardarla negli occhi. Egli le aveva preso un appartamento, del quale si dicevan cose mirabili, aveva messo un’automobile sfavillante a’ suoi servigi, le mandava in casa un gioielliere di gran fama che aveva libertà di suggerirle i desiderii più costosi, e quantunque il barone fosse ricchissimo, la buona gente si rallegrava già pensando che sarebbe finito egli pure sul lastrico. Tali donne, quando non amano, divengono barbaramente venali.

Si diceva che Rafa Giuliani le avesse regalata una collana di ventimila lire per una visita di mezz’ora; Carletto Santorre giurava d’aver ricevuta una promessa; il conte Aimone dell’Ussero le faceva proposte regali pel tramite della propria mezzana; Paolo del Bassano torceva la sua bocca feminea quasi per dire con un sorriso da irresistibile: — Peuh, se volessi...

E tutto ciò esasperava i nervi di Arrigo, tanto più che gli amici si credevano in dovere di punzecchiarlo. Qualchevolta gli avveniva d’incontrarla per istrada, nei negozi o nei teatri. Un turbamento simultaneo li rimescolava entrambi ed evitavano di guardarsi come due che avessero in cuore la reminiscenza d’una segreta colpa. L’uno e l’altra si studiavano di atteggiarsi alla maggiore indifferenza; ma non era punto così, ed il buon barone Silvestro lo sapeva tanto bene, che ostentava con Arrigo una grande freddezza e quasi quasi evitava di salutarlo.

Tatiana del resto era stata una buona donna. Avrebbe facilmente potuto vendicarsi di lui, raccontando qualche piccolo particolare intimo, assai grave per il bel Ferrante. Ma evidentemente invece aveva taciuto, e spesso, mentre cantava, i suoi occhi lo cercavan dalla ribalta come nei primi tempi del loro amore, quand’eran l’uno per l’altra due sconosciuti.

A lui avveniva di sentirsi penetrare da quella voce fino a soffrirne, o d’appoggiarsi al parapetto d’un palco, stringendosi le tempie fra i pugni chiusi, e di scordar sè stesso nel guardarla smarritamente, con un turbine di memorie nel cervello e nelle vene.

Aveva la tentazione terribile di darle per l’ultima volta un caldo bacio; gli avveniva di provare una commozione sciocca davanti ai piccoli oggetti, alle improvvise memorie che gli erano rimaste di lei. Purificata, rinnovata, più che mai desiderabile, quest’amante perduta lo innamorava un’altra volta di sè.

Una sera fu lì lì per accostarla in una contrada semibuia. Le scrisse pure alcune lettere, che poi si vergognò di mandarle. Dal palco alla scena, si guardarono spesso, turbati entrambi, come se fra loro, per l’aria, fosse passata una carezza. Il barone Silvestro aveva notato qualcosa e vigilava come un can da guardia. Ma l’amore sa essere più scaltro della gelosia.

Egli le mandò un mazzo di violette di Parma, poichè c’era un profumo di violette nella loro storia d’amore. Poi, una sera, verso l’ora in cui l’impeccabile barone Silvestro soleva trovarsi al pranzo della sua vecchia madre, non sapendo come altrimenti parlarle, si diede animo e le telefonò:

— Sei tu?

— Chi tu?

— Tatiana?

— Ah...

— Senti...

— No, no!

— Voglio vederti...

— Mai più!

— Vieni da me domani, dopodomani, quando potrai...

— No. Che sciocchezze! Lásciami...

— Tatiana!...

Ella vi andò, naturalmente, e, come spesso avviene, tornarono amanti nascosti dopo esserlo stati con piena libertà. Si ridiedero gli stessi baci e godettero nel trovarvi un pericolo grande, una insolita paura, come in tutte le passioni che hanno il pregio d’essere vietate.

Ma la cosa non potè rimaner secreta; troppi erano i gelosi che stavano all’erta, e ci fu qualche maligno ciarlatore che ne diede sospetto al barone.

Questi non giunse ad averne la certezza, ma l’odio contro il bel Ferrante gli si fece così vivo, che l’animo battagliero dello smilzo ufficiale d’un tempo rivisse nel pingue gentiluomo, e con acre fermezza egli si propose di offendere al primo incontro il suo bel competitore.

Al Circolo, una sera, si parlava di due ch’erano in procinto d’esservi accolti come soci o respinti, secondochè lo scrutinio avesse dato ragione ai loro spalleggiatori o piuttosto a quelli che si erano accordati per volerne l’esclusione.

Uno de’ due, Giorgio Levi, aveva contro sè il peccato della sua razza, la mala fama d’un patrimonio raccoltogli dal padre con i proventi d’una banca equivoca e la colpa d’aver sposata per convenienza una donna di bruttezza intollerabile.

L’altro, Alessio Macchi, era uno scapolo d’età matura, uscito dalle classi plebee con un ingegno solido e rapace, con una volontà possente, cosicchè, tramando abili speculazioni, era giunto a governare arbitrariamente le oscillazioni giornaliere de’ valori di Borsa.

Arrigo, preso nel mezzo di questa discussione, ascoltava tanto gli uni che gli altri senza esprimere alcun parere; anzi appariva chiaramente angustiato.

Il barone Piaggi s’avvicinò, inframmettendosi nella discussione con certe frasi acri che parevano raschiargli un po’ la gola; nel suo viso apoplettico brillava un’irritazione mal dissimulata ed i suoi gesti perdevano la consueta misura.

Squadrò il bel Ferrante bene in faccia, poi disse:

— È ora di finirla! Ogni mascalzone avrebbe dunque il diritto di proporsi ormai al nostro Circolo, ed anche la fortuna d’esservi accolto? Perchè mai questa gente vuol essere de’ nostri?

Arrigo si fece orribilmente pallido, ma tacque.

— Scusa, — intervenne Balbo Verani, vice-presidente del Circolo, — mi sembra che tu esageri un pochino!

L’altro riprese con veemenza:

— Non esagero affatto! Chi sono questo Levi e questo Macchi? Ebrei, si era d’accordo nel non volerne. Ora passeremo anche sopra questo? E il Macchi? Un ribassista fra i più smascherati, un uomo che ha sempre avute le mani in pasta nelle più nere speculazioni di Borsa!

— Non ha torto, — ammise laconicamente il marchese Berrini, con quella voce nasale che dipendeva dal suo malumore cronico.

— Ah, no, per Dio, — proruppe il barone. — Dove si andrebbe dunque a finire? Se quelli entrano, io me ne vado. È ora di finirla con questo genere di personaggi che si fan proporre al nostro Circolo dopo aver schivato il Cellulare!

Fissò di nuovo Arrigo e soggiunse:

— Fra poco, per qualche centinaio di lire all’anno, andremo a raccattare i nostri soci nei caffè o nelle bische dove bazzicano tutti gli avventurieri! Cosa non nuova del resto, perchè purtroppo l’esempio è già dato.

Sopravvenne uno di que’ gelidi silenzii, pieni d’attesa e d’ambiguità, durante i quali gli occhi di tutti convergono sopra uno solo. Arrigo si levò, pallidissimo, dominando con la forza de’ suoi nervi contratti una collera spaventosa.

— Sono l’unico, — disse con voce rauca di tremito, — al quale sembrano rivolgersi, non le vostre parole, ma la slealtà e l’impostura con cui le dite. Mi vergognerei di scegliere una strada così poco diritta se avessi l’intenzione di provocare un uomo!

Levarono i pugni entrambi, ma furono trattenuti, e ci fu in serata uno scambio di padrini.

Tutti i telefoni sparsero la notizia tra quelli che ancora vegliavano per i ritrovi della città notturna.

Il barone aveva il torto d’essersi mostrato geloso, e molti ne risero. La causa vera dell’incidente soverchiò e nascose il pretesto dal quale era nato. Alcuni opinarono che Arrigo avesse risposto bene, ed egli riscosse in ogni modo qualche simpatia, perchè il barone aveva la fama di un terribile duellatore. Almeno al tempo della sua gioventù, menava certi fendenti spaventosi che scotennavano e sfiguravano. Sarebbe stato peccato per il bel Ferrante!

Li condussero la mattina dopo su lo sterrato d’un ippodromo e li misero di fronte, a torso nudo.

Faceva un così bel sole, ch’era peccato giocarsi la vita. Ma la rischiava lietamente Arrigo, perchè il barone Piaggi gli rendeva insomma un certo onore incrociando il suo ferro con lui. Simile onore gli rendevan i quattro rappresentanti, fra i quali erano tre patrizi autentici ed un uomo esperto di cavalleria. Quest’ultimo era Lanzo Malatesta, padrino di professione, che gli aveva pure insegnato un colpo al braccio, uno di que’ tali colpi segreti, che fra gli altri difetti possiedono pure quello dell’infallibilità.

Lo diede infatti, ma non senza il contraccambio, perchè il ferro del barone, altrettanto infallibile, gli segnò su la guancia sinistra una ferita piuttosto lunga, diritta, elegantissima.

E col tempo gliene rimase una bella cicatrice bianca.

Questo duello fu la corona d’alloro del suo torneo mondano. Se fino allora taluno l’aveva guardato in cagnesco, armandosi d’una certa diffidenza, per tutti quei punti interrogativi ch’erano intorno al suo nome, adesso che s’era battuto con Silvestro Piaggi e che due gentiluomini s’erano incomodati, con altri due, per condurlo sul terreno, adesso che portava sulla guancia la ferita cavalleresca, nessuno più perdeva il tempo in simili restrizioni, e, per quel tanto che v’è di formale o di bizzarro nelle cose mondane, la taccia pubblica d’avventuriero e di spostato gli era servita ottimamente a consacrarlo gentiluomo.

Anzi quella ferita vinse definitivamente il cuore di Clara Michelis, cui egli faceva una corte accanita, ma fino allora infruttuosa.

Clara Michelis volgeva sopra i trent’anni, l’età voluttuosa e pericolosa che talvolta nella donna fa sbocciare le più calde primavere del sentimento. Non era del tutto bella, ma il suo pallore, i suoi grandi occhi neri, e quella sua fragilità profondamente sensuale, davano al suo corpo delicato una particolare attrattiva, cui non era del tutto estranea certa leggenda mormorata fra le sue conoscenze, cioè che avesse consunto il marito in pochi mesi di matrimonio, per soverchio amore. Aveva una figlia giovinetta, ch’era tutta la sua passione, poichè la prediligeva con quella tenerezza un po’ maniaca ed eccessiva che si ha per un cagnolino, per una bambola, per un ninnolo; infuori da questo, la sua vita era vuota... oh, infinitamente vuota!

Interrotti gli amori clandestini con la Ruskaia, Arrigo si trovava talvolta in impicci assai difficoltosi. Non era certo su Donna Claudia che avrebbe fatto affidamento, sebbene la vedesse vivere in quello sfrenato lusso ch’era quasi un contorno necessario alla sua bellezza sfiorente. Donna Claudia, tutt’al più, rappresentava per Arrigo un’egida provvisoria, una indispensabile introduttrice, poichè per tutte le difficili e vietate soglie si passa in molti casi grazie al favore d’una donna.

Ma egli era conscio della sua condizione precaria, e con discernimento e con freddezza si andava cercando per intorno qualche protezione più sicura.

Aveva conosciuta Clara Michelis in un salotto e le aveva messi gli occhi addosso, un poco per curiosità, — quella curiosità naturale in lui verso tutte le donne che potessero agevolargli la strada, — un poco perchè subiva egli pure il fascino capzioso della vedova disoccupata. Gli piaceva, gli conveniva e lo tentava insieme. Passava per ricca, forse più che non fosse; la si vedeva poco nei teatri, poco per istrada, non era gran che mondana, ma intorno alla sua vita lievemente misteriosa le chiacchiere del mondo s’erano sbizzarrite assai. Di tempo in tempo la davano per fidanzata; invece la sua vedovanza continuava pertinace.

Arrigo le si mise intorno senza ben sapere cos’avrebbe desiderato da lei. Per intanto agognava di possederla, ed aveva pure supposto che fosse più facile cosa. Ma Clara Michelis era fra quelle che studiano ed irritano lungamente la pazienza dell’uomo prima d’uscire dalla propria torre eburnea, disposte a cedere onoratamente le armi. Ella si sapeva ormai vicina a quell’età nella quale prendere un amante vuol dire forse compiere l’atto definitivo della propria storia amorosa, affrontarne forse il pericolo estremo: quello d’innamorarsi davvero. Perciò si valeva di tutte le sue esperienze precedenti. Era già presso a quel punto in cui la donna, particolarmente quella che non fu onesta, anzichè lusingarsi d’un desiderio che la ricerchi, ne dubita o se n’offende, quasichè le spiaccia d’essere considerata una troppo facile preda. Poi, nel rifiuto ambiguo, crudele, esasperante, che provoca le grandi tentazioni e le grandi arditezze, c’è per la donna talvolta un godimento più fine che nella dedizione stessa.

Infatti Arrigo s’era incapricciato di lei con una certa esasperazione, e si doleva nel doverselo confessare. La gente, vedendoli molto insieme, già da un pezzo diceva che fossero amanti, quand’egli ancora non era giunto a baciarla più in su che il polso; quel polso nervoso e venato che pareva un minuscolo gingillo nella sua mano forte. Ello lo esasperava col suo profumo, con la sua voce, con la sua maniera di muoversi, di ridere, di negarsi; lo seduceva con tante piccole rarità sentimentali ch’erano in lei racchiuse come in un cofano prezioso.

Egli si tormentava di quella instancabile civetteria, come alcuno che avendo gran sete, sol potesse di quando in quando rinfrescarsi le labbra riarse con qualche gocciola d’acqua pura. E si trovaron ancor più attratti l’un verso l’altra dalla passione che avevano per la musica, entrambi. Ella suonava il piano con uno squisito calor di sentimento; egli, curvo su l’arco del violino, curvo su lei, tra il profumo delle sue treccie, l’accompagnava. Nella sala quasi buia, tra il volo delle note, sentivano roteare intorno il vortice della tentazione, piovere nelle pause ambigue il velo d’un incantamento.

Talvolta, nel muoversi, nello scuotere leggermente il peso delle sue treccie all’indietro, ella incontrava e toccava il suo braccio, con paura; talvolta il respiro dell’uomo curvo le passava sul collo ignudo, avvolgendola tutta in un freddo e lento brivido. Fra i due candelabri, nel riflesso dell’ebano, pur senza volgersi ella vedeva la faccia di lui, tormentata, piena d’una rabbia virile, che le dava una sensazione fisica estremamente voluttuosa.

Passarono tutta la musica da camera che potè mai essere scritta per il martirio degli innamorati, e qualche volta, mentre le sue mani trasparenti correvano veloci su la tastiera, l’archeggio del violino s’interrompeva di súbito, ed una bocca bruciante le cercava, il collo, tra le radici dei capelli, con una voglia rabbiosa di mordere. Qualche volta lo vedeva in ginocchio, supplice come un bimbo.

Le sue vestaglie di seta facevano appena un morbido fruscìo d’ala, nel fuggire. Poi, nell’altra stanza, rideva, rideva, con la gola piena...

Dirgli di sì... come sarebbe stato facile! Ma forse avrebbe interrotto quell’incanto, ed ella non voleva. Viziata, snervata, appassionata, era questo l’amore che a lei piaceva.

Ma una sera che le tende gonfie lasciavano entrar la primavera, i candelabri si spensero in un soffio d’aria, le rose aperte nei vasi di cristallo stormirono come se fossero su le spalliere...

Veniva dalla strada un rosso riverbero di lampioni, disperso nell’azzurra luce della notte primaverile; veniva di tempo in tempo qualche scalpiccìo di passanti, qualche fragore di ruote che lontanavano, qualche risata.

Allora, d’improvviso, con rabbia, egli si piegò su lei, cercò la sua bocca innamorata, bevve il suo più gonfio respiro, la sua crudeltà più forte, che traboccava in un riso convulso...

Le tende gonfie di profumo soffocarono il lor grido d’amore, lo confusero nel vento soave con la fragranza delle rose, lo dispersero via, nella notte, fra le musiche della primavera...

* * * * *

I

Trascorsero due lenti anni. Nel crocchio d’amici, fermi su l’angolo della bottiglieria, si parlava immutabilmente di donne, di giuoco, d’amore.

Sul marciapiede opposto una giovinetta passò, con un’andatura svelta, con qualcosa di simile alla cingallegra nella sua fresca giovinezza, movendo entro la gonna succinta l’onda mutevole del suo corpo.

— Chi è quella ragazza? — domandò il marchese di Sant’Urbino, additandola al crocchio degli amici.

— Bellina! — disse Cesare Farra, che amava d’ogni frutto le primizie immature.

— Pare una piccola vespa! — commentò Lanzo Malatesta, maneggiando per celia la sua mazza come una sciabola, da quell’abitudine ch’egli aveva di celiatore e di schermidore.

Totò Rígoli avanzò di qualche passo fuor dal marciapiede per ravvisarla meglio.

— To’!... se non erro, dev’essere la verginella che sta per cascare con Rafa Giuliani. L’ho veduta una sol volta, però la riconosco. È un amore!

Già lontanava. Di lei distintamente non si vedeva più che la bella capigliatura, d’un vaporoso color biondo.

Sacco Berni fece una smorfia; qualche volta gli piaceva proverbiare; disse:

— Stretto passaggio, si paga il pedaggio.

— Ma Rafa è molto ricco, — notò Giorgino Prémoli. — A queste inezie Rafa non bada.

— Poi dev’essere innamorato cotto! — proseguì Franco Spada. — Rompe i timpani a tutti con le sue confidenze. Non sapevo che fosse per quella lì. Graziosa. Ma mi sembra un poco mal vestita. Che fa? La sartina?

— Dev’essere una ragazza onesta, ma figlia d’un cornuto, — sentenziò il Rígoli. — Perchè i padri legittimi non riescono mai a farle così belline. Vi pare? Quanto poi a rivestirla con eleganza provvederà il buon Rafa... Eccolo appunto! E guardate come corre!

Il Giuliani passava su l’altro marciapiede, camminando in fretta. Lo chiamarono, ma non rispose.

— Corri, corri, che sei in ritardo! — gli gridò dietro Sacco Berni. — È passata or ora.

— Io delle vergini ho paura, — disse gravemente Giannotto Pigna, — perchè molte volte attaccano la sifilide...

La marchesa di Versano passò in quel mentre, nella sua carrozza scoperta, con la pariglia del sauro e del grigio, due superbi trottatori. Molti si levarono il cappello, inchinandosi profondamente.

— L’aborto non le ha fatto male, — osservò il Rigoli. — Si è rimessa molto presto. Ma il Commendatore ha certo avuta una bella paura...

Alcuni, poich’eran amici di casa, si astennero dal ridere.

— Totò, la conosci la vergine di Rafa?

— Io no.

— E allora come sai ch’è una ragazza onesta?

— Me lo ha confidato Rafa.

Sopraggiunse il conte Anatoli, con un abito nuovo, che gli stava malissimo. Era famoso per la sua eleganza ridicola. Molti si misero a burlarsi di lui, cosa che in fondo lo lusingava.

— È una vespa, ma è carina, — ribattè Lanzo, al quale non poteva uscir dal capo. E domandò al Pigna, uso a piantonare per lunghe ore quell’angolo:

— Passa ogni giorno qui?

— No, quasi mai.

Il del Ferrante, la notte innanzi, aveva vinto al Circolo trentamila lire. Quando giunse fu assai complimentato e gli fecero narrare i particolari della bella partita. Ma in quel punto scese di vettura la Tita Borsani, che si era data modestamente il nome di Tita La Vallière per miagolare nei teatri di varietà. Aveva, tempo addietro, avuto un capriccio per il del Ferrante, e non appena lo scorse, poichè doveva passare frammezzo al crocchio, lo prese per il braccio dicendogli con una certa ostentazione:

— Venite ad offrirmi una tazza di tè.

Il del Ferrante, con l’aria d’un uomo che ubbidisse a malincuore, l’accompagnò nella sala. Molti altri li seguirono.

— E così che tenete le vostre promesse? — disse ad Arrigo la signorina La Vallière, non appena furono seduti. — V’ho aspettato ieri e l’altro ieri. Aspettato per modo di dire: cioè sono rimasta in casa.

— Piccola Tita, sai bene che avevo detto: forse...

— Perchè mi dài del tu, scusa? — ella interruppe con impertinenza.

— E tu?

— Ah, va bene!

— T’è passata l’ubbriacatura? — le fece uno, avvicinandosi.

— Sciocco! — ella rimandò con un bel riso. — Ti pare che avessi bevuto iersera?

— Se mi pare? T’ho messa in carrozza di peso per ricondurti a casa, e se fossi venuto fin sopra, giuro che non te ne saresti nemmeno accorta!

— Oh, di te, pare che sia molto difficile «accorgersi...» — ella fece ridendo.

L’altro non disse nulla, ma sembrò che la celia non gli garbasse affatto.

— Dunque ti sei messa a bere? — le domandò Arrigo, non appena quegli si fu allontanato.

— Ma no! Ieri notte mi hanno fatta bere per forza. Quel terribile Mumm... Su, versami il tè. Perchè mi guardi? Cosa pensi?

— Penso, cara Tita, — egli disse affettuosamente, — che ci siamo quasi quasi voluti bene una volta, e ciò mi rattrista, perchè io provo sempre una grande malinconia pensando alle cose che sono passate, alle cose che non possono...

— ... tornare più! — ella fece, seria, nel sorridere.

— Volevo dire: che non posso continuare sempre.

— Fate un po’ di sentimento, ora? — domandò il Rígoli che s’era seduto alla tavola vicina.

— Sì, per ridere... ed anche per farvi ridere! — esclamò la Tita, con un accesso d’allegria. Ma i suoi grandi occhi neri, offuscati di nero, un po’ sciocchi forse nella loro bellezza, non sapevano celare una certa inquietudine, una certa sensibilità quasi timida, nel guardare il giovine dallo sguardo vellutato, dalla bocca aspra, che le mesceva ora il tè fumante e pareva considerarla come un piccolo trastullo.

— Non ti si vede più, — ella disse al Ferrante, sottovoce. — Che fai?

— Molte cose. — Poi, con un gesto vago, ripetè: — Molte cose.

Ella lo guardò attentamente:

— Sei divenuto un posatore.

— Quei due si rifanno la corte! — annunziò allora un de’ vicini, che aveva udito. — Siete ben noiosi!

— Sapete che purtroppo, — ammise ridendo la Tita — ho sempre avuto un tenero per Arrigo.

— Questo non ci riguarda, — ribattè Sacco Berni. — Del resto Arrigo non è libero e perdi il tuo tempo. Io sono invece liberissimo, se vuoi.

— Tu?... No, grazie! Tu sei un uomo prosaico, sboccato e pieno di vizi. Per innamorare le donne ci vuole sempre un poco di poesia.

Ella inzuppava un biscotto nel tè, afferrandolo in fretta con le labbra, perchè non si spezzasse.

— E del resto, — continuò, — se non è libero, cosa m’importa? Io non gli domando niente. Gli dicevo anzi ch’è diventato un posatore.

Sopravvenne il Malatesta, con il cappello messo all’indietro, l’occhialetto insolente, stringendo fra le dita la mazza flessibile, che faceva roteare. Disse ad Arrigo:

— Tu, che sai tutto in fatto di donne, sapresti per caso dirmi chi è la ragazza alla quale corre dietro Rafa Giuliani? È passata poco fa: mi piace.

— Non l’ho veduta, — rispose Arrigo. — Non so nulla di nulla.

— Se Rafa le corre appresso, ti consiglio di lasciarla stare, — osservò la Tita, piena di buon senso. — Rafa è troppo ricco.

— Ecco la donna venale! — esclamò il Malatesta con un riso gaio.

Era un autunno di sole; nei parchi e nei giardini ove andava la piccola vespa tutte le foglie non eran cadute ancora.

II

In media una volta ogni mese il farmacista Riotti capitava in casa d’Arrigo, dandosi l’aria d’un uomo risoluto a qualche passo estremo, tutto gonfio di spiriti oratorii e pieno di burbera tracotanza, come chi sa di propugnare invanamente una causa giusta.

Perchè l’ira gli sbollisse, Arrigo lo faceva attendere un buon quarto d’ora, poi gli andava incontro con la sua disinvoltura d’uomo gioviale, tendeva al farmacista la sua mano risfavillante d’una grossa pietra, dicendogli:

— Buongiorno, carissimo Riotti; come va?

L’altro borbottava qualcosa, ch’era un mezzo saluto, profferito in luogo e vece d’una ingiuria.

— Sedetevi dunque! Che buon vento vi mena? Oh, là là... State bene, vedo. Una cera da principe! Novità?