Colei che non si deve amare: romanzo
Part 11
— Signor Arrigo, meno chiacchiere! Io vengo, lo sapete bene, per la solita faccenda.
— Cioè?... Ma sedetevi, dunque! Toglietevi il cappotto, che diamine! Come sta mio padre? È un pezzo che non lo vado a trovare. Come sta? E la mamma?
— Se non son morti ancora, con un figlio come voi, vuol dire che hanno la pelle dura!
— Dunque stan bene. Meglio così.
Ma intanto il Riotti, curioso, indiscreto, cominciava con lanciare un’occhiatina per intorno. Il salotto gli piaceva; gli sarebbe estremamente piaciuto che tutto questo appartenesse a sua figlia, cioè a lui. Si sbottonava il soprabito, rimanendo nel viso più arcigno che potesse. In fin dei conti la spavalderia di quel Rigoletto, a lui familiare sin da quando era bambino, superava il suo buon senso borghese, lo sbalordiva un poco, gli dava quasi quasi una certa soggezione.
Arrigo gli metteva sottomano la scatola de’ sigari — una scatola d’argento martellato, con le cifre in oro — ed il Riotti tastava la scatola in ogni senso prima di mettersi fra i labbri uno di quegli Avana lunghi e panciuti, che col loro fumo gonfio di sapore davano al suo cervello certe deliziose sensazioni esotiche. Poi Arrigo si alzava con premura per versargli un bicchierino di quel suo vecchissimo «Curaçao», che sapeva di fiori d’arancio, e gli lasciava presso la bottiglia nettarea, tappandola bene perchè non isvanisse.
— Dunque, le nozze? — interrompeva bruscamente il Riotti, per tagliar corto a tante cortesie.
— Ah... le nozze! A proposito, come sta l’Eugenia?
— Bene, bene... ossia, come può stare una ragazza ne’ suoi panni.
— Insomma sta bene anche lei; meglio così!
— Sentite, Arrigo, finiamola con gli scherzi! So che adesso appartenete al bel mondo, siete sempre fra conti e marchesi, ricevimenti, pranzi, amanti, e che diavolo so io; ma per me non conta; la parola data non si ritratta, a meno d’essere... a meno d’essere... insomma io v’ho visto bambino, e certe cose ve le posso ben dire!
Arrigo lo aveva sempre tenuto a bada con qualche vaga promessa; ma una volta finalmente perdette la pazienza.
— Bene, sentite, — gli rispose. — Io mi sono avveduto di una cosa: che, per prender moglie, ci vuole la vocazione. Io non l’ho. È triste, ma non l’ho. Non me n’ero accorto finora, ma non l’ho!
— Che c’è di nuovo adesso? — era scattato su il Riotti.
— Sicuro; e volete che ve lo ripeta un’altra volta? Non l’ho! Anzi vorrei darvi un buon consiglio. Cercate di coltivare qualche altro partito per vostra figlia, perchè, se aspetta me, credo che le spunteranno i capelli bianchi.
Il Riotti sgangherò la bocca, come se volesse buttarne fuori la più orrida bestemmia, ma non diede che una specie di enorme sbuffo mentre le sue guance divenivano paonazze.
— Ah, davvero?!... È così? è così? dopo quel che c’è stato?!
— È così, mio caro, è proprio così.
E gli aveva urbanamente volte le spalle, ritirandosi nelle stanze interne dell’appartamento e piantandolo in asso nel bel mezzo di quel salottino elegante, ove, dopo alcuni minuti, il domestico venne ad avvertirlo che s’aspettava gente, sicchè facesse il piacere d’andarsene via.
Il Riotti, sbraitando, se ne uscì. Ma corse a gettar fuoco e fiamme nella retrobottega del povero Ferrante, ch’era l’uomo più paziente del mondo.
In quella retrobottega erano successe varie cose, da quando Arrigo non vi abitava più.
L’occhialaio s’era di molto invecchiato, ed a forza di montar lenti per gli occhi altrui s’era fatto miope a sua volta. Chi faceva prosperare il negozio era piuttosto il figlio Paolo, un buon ragazzo, modesto, economo e mediocre. La figlia maggiore, Luisa, s’era maritata col suo droghiere benestante; aveva già un figlio ed era incinta d’un secondo. Era divenuta grassa oltre il prevedibile; viveva solo per le cure della sua famiglia nuova.
Ma invece la minore, Anna Laura, Loretta, era il grattacapo dei due vecchi genitori. S’era fatta più che mai bellina, d’una bellezza un po’ sfacciata e provocante; si profumava, s’incipriava, si vestiva di fronzoli, civettava, cicaleggiava, era vispa, furba e graziosa come un furetto.
Di sposarsi, lei, non ne voleva sapere; quanti partiti le capitavano, tanti ne mandava in fumo. Aveva, per quella mediocre vita plebea, lo stesso odio che il fratello Arrigo, e ad ogni scena che le facevan i genitori minacciava di andarsene come lui, per vivere alla ventura.
Liberatosi a quel modo del Riotti, Arrigo ebbe una sera la curiosità di rivedere i parenti e sapere qual effetto avesse prodotta in famiglia la sua dichiarazione esplicita in merito al fidanzamento.
Vi andava rarissime volte, e sempre in vettura chiusa, perchè a nessuno potesse mai accadere di vederlo bazzicare in quel suburbio. Ora, nella sua casa, tutti avevano in lui quasi un rispetto diffidente e timoroso.
Quella sera la famigliola pranzava. La luce elettrica, messa da pochi mesi, rischiarava la piccola retrobottega, e, per un’abitudine antica, pranzavano lì, sebbene avessero al pian di sopra una saletta ben mobiliata.
Donna Grazia, nel trascorrere di quei lenti anni, s’era fatto un po’ dura d’orecchio, s’era presi certi malanni reumatici che le davan noia. Come donna di casa valeva molto poco; tutti i suoi meriti si riducevano a saper preparare, insieme con la domestica, certe minestre sostanziose che odoravano per l’intero vicinato. Lui, Stefano, un po’ più curvo, un po’ più calvo, era sempre il medesimo; gli mancavan ora due denti incisivi, il che dava al suo bigio volto una malinconica espressione di vecchia bestia malata. Paolo era un ragazzotto piuttosto incline alla corpulenza, con il cranio tondo come un cocomero, due occhietti buoni e scialbi, le linee del volto precise come quelle del fratello, ma un po’ inselvatichite.
Fra quei tre tipi grossolani, ciò che formava un singolare contrasto era la figurina leggiadra di Anna Laura, con la sua torricella di capelli ben pettinati, con i suoi abiti quasi eleganti e la squisita grazia di tutto il suo corpo, che dava la fresca e odorosa impressione d’un bocciolo di rosa.
— Buon appetito a tutti! — aveva detto Arrigo, entrando.
Gli avevan ricambiato il saluto con una esclamazione di sorpresa, pur senza interrompersi dal pranzare; tranne Loretta, che s’era levata in piedi e gli era corsa incontro buttandogli le braccia al collo e ridendo con un’allegrezza infantile ma un po’ sguaiata.
— Oh, Arrigo! Arrigo! finalmente... — esclamava.
— Come va? — disse il padre, asciugandosi il mento gocciolante.
— Bene, bene, — rispose Arrigo, accarezzando il braccio della sorella e tendendo l’altra mano al padre. — Veramente bene.
Poi si chinò verso la madre per baciarla sui capelli.
— Non pare nemmeno nostro figlio! — ella osservò bonariamente, traducendo l’impressione spontanea che provava nel guardarlo.
— Buona sera, Arrigo, — fece il fratello senza gran che scomporsi.
— Di’: se tu volessi per caso una cucchiaiata di minestra... — offerse il padre quasi con vergogna.
— Eh, sì, ti pare! — esclamò Loretta, che invece di rimettersi a tavola gli farfalleggiava intorno, — ha proprio bisogno dei nostri pastoni, lui!
— Taci tu! — rimbrottò Paolo. — Per una volta ogni tanto si potrebbe anche degnare.
— E perchè no? — fece Arrigo. — Non ho pranzato; ho fame, e la minestra manda buon odore. Su, presto, una sedia e datemene una fondina.
La famigliola si guardò con sorpresa, ed avvenne un piccolo trambusto, per far posto al primogenito che sedeva alla mensa familiare. Le facce dei due vecchi si rischiararono.
— Qua, vicino a me allora, — disse Loretta; e si mise a servirlo ella stessa, con le sue manine svelte, ben curate, che uscivano fuor dai pizzi d’una leggiadra camicetta. Per lei quel fratello estraneo, così pieno di signorilità, così diverso da tutti quelli che bazzicavano in quella bottega, era quasi un corteggiatore, quasi un amante.
E il padre a dire:
— Be’, Arrigo, e gli affari come vanno? È un pezzo che non ti ricordi più di noi.
— Me la cavo, rispose il figlio. — Non ho fastidi in questo momento. Anzi, se vi abbisognasse qualcosa, dite pure.
— Sì, a me! — saltò su Loretta, con un fare civettuolo, che le stava bene. Il fratello la guardò, la guardò con il suo occhio esperto, che involontariamente pareva quasi apprezzarne il valore.
— Sei bellina, sai! — fece d’un tratto. Poi soggiunse: — Allora cosa desideri?
— Quel certo collo di pizzo che una volta mi avevi promesso...
Arrigo si cercò nelle tasche e ne trasse un involto.
— Eccolo qui, — disse. — Vedi che non dimentico.
La ragazza diede un piccolo sobbalzo su la sedia, disfece l’involto, e veduto il pizzo che ambiva, gli occhi, per la gioia, le si fecer lustri e cominciò ad abbracciare il fratello tra continui scoppi di riso.
— Ve’, che buona cipria adoperi! — disse Arrigo, sentendo l’odor fresco delle sue guance. — Chi te l’ha data?
— Eh, quella lì!... — fece Paolo, senza levare il viso dal tondo, con un’aria di sottinteso.
— Quella lì! quella lì!... — rimbeccò Loretta contraffacendo la sua voce. — Cosa vuoi dire?
— Quella lì, — riprese Paolo, caparbio, — è tutto il giorno in giro dai parrucchieri e dalle sarte. Si schiaccia il naso contro le vetrine; non ha in mente che il suo specchio.
— Stupido! — sibilò Anna Laura, stizzosa come una viperetta. E la sua faccia divenne cattiva.
— E per te papà, — fece Arrigo, risolvendosi ad interrompere quel battibecco, — per te ho portata una pipa di schiuma. Guarda se ti piace, se no te la cambio.
Gli tese un astuccio ricurvo, contenente la pipa istoriata, con il bocchino d’ambra.
— Maraviglia! maraviglia! — esclamò il vecchio, lasciando cadere il cucchiaio. La guardò per ogni verso, la tastò quasi con religione: — Maraviglia! — Poi la trasse fuori dall’astuccio e la mostrò alla moglie.
— Per Dio! — esclamava. — Chissà cosa l’avrai pagata!
E senz’asciugarsi la bocca se la prese tra i denti.
— Sembra la pipa d’un signore con attaccato un portinaio! — disse ridevolmente Loretta, che si provava il suo collo di pizzo. Arrigo intanto mangiava ghiottamente, a piene cucchiaiate.
— Che minestra, mamma mia! Che minestra! Era un secolo che non avevo gustato qualcosa di simile!
— Ti piace? — domandò Anna Laura con una smorfia.
— Per bacco! E datemene ancora!
La vecchia madre, tutta confusa dal complimento come se le venisse da un estraneo, prese la fondina del figlio, la riempì di nuovo e gliela porse.
— Nei ristoranti dove tu vai devi mangiare ben altra roba, — fece, come per iscusarsi.
— Eh, no mamma! Dopo tutto, una buona minestra fatta in famiglia è ancora la cosa migliore.
— Bravo, Arrigo! Dillo un po’ alla Loretta, che tira sempre su il naso! — intervenne Paolo. — Per lei ci vogliono le pernici!...
— Tu mischiati dei fatti tuoi, fammi il piacere! — gli rispose con dispregio la ragazza. E versò ad Arrigo un bicchier di vino; un buon vinetto onesto, che sgorgava dal fiasco a piccoli fiotti con uno scintillìo di rubini.
— Buono, — fece Arrigo, assaggiandolo. — Ma voi vi trattate da principi!
— Ci vuoi prendere in giro, eh? — disse con indulgenza il padre, ch’era commosso per la sua pipa.
— Io? Tutt’altro! Come volete che vi prenda in giro? Dopo tutto non sono forse in casa mia?
Gli faceva bene al cuore quel po’ di riposo familiare in mezzo alla sua vita piena d’infingimenti e di scaltrezze.
— Questo sempre, — gli rispose il padre. — Ma ci stai così poco tu, che deve parerti una casa di forestieri.
La domestica, tutta rossa per la visita del signor Arrigo, portava in tavola un piattone grande, su cui c’eran manzo lessato e certe costolette di maiale che ancor scricchiolavan nel burro in cui s’eran cotte. In mezzo torreggiava un gran mucchio di patate, messe male, ma appetitose. Giovanna, la serva goffa e timida, borbottava che, se l’avessero avvertita prima di quella visita, avrebbe fatto andare un pollo.
Ad Arrigo diedero i pezzi migliori, gli empirono tre o quattro volte il piatto, ed egli mangiò, mangiò con una fame inconsueta, fino ad esserne obeso. Il gagliardo suo stomaco plebeo si rifocillava di quella sana ed onesta cucina, quasi per rivalersi dei costosi manicaretti, ch’eran talvolta troppo lievi alla robustezza della sua fame.
E intanto che mangiava quella carne bollita su la brage del suo focolare, qualcosa tuttavia gli si rimescolava dentro dell’antica origine, un sentimento incerto fra l’affetto ed il benessere, fra la buona digestione e la tenerezza filiale, fra la gioia del sentirsi il ventre pieno ed il piacere di potersi abbandonare malamente, come il suo padre, su la seggiola robusta, e poggiare, se gli piacesse, i gomiti su la tavola, e molestarsi a lungo i denti con uno stecco, ed eruttare, se gli piacesse, il troppo fiato che aveva nel corpo satollo, e sentirsi con placidità salire alle guancie quella vampa dilettosa che dà il buon vino e la buona vivanda, nell’ora fra tutte più bestiale e più umana in cui l’alimento sta per tramutarsi in sangue, distribuendo per ogni vena la sua fertile sostanza di vita.
Sentì allora l’impaccio del solino troppo alto, sbottonò la sottoveste che gli molestava il ventre, e per un attimo si ritrovò con piacere ad essere il figlio dell’occhialaio, il fratello di quel selvatico Paolo, che ora, nella sua stessa positura, gli somigliava singolarmente. E parlò, e parlò, narrando molti casi della sua vita, che scorreva nei saloni eleganti, fra le signore anemiche, dal profumo che dà l’emicrania, fra i giovani cicisbei a’ quali si sentiva di poter con un pugno fiaccare le reni; parlò con quella ironia piena di sale con cui l’uomo plebeo narra dell’aristocratico, e per un momento gli piacque d’essere nella sua famiglia, nella retrobottega rinnegata, fra gli odori della cucina, e vedendo per una scostatura della tenda scintillar gli occhiali nella mostra illuminata.
Ma questo non potè durare che il tempo della prima digestione; poi tornò ad essere l’estraneo, che in fondo si vergognava della sua casa. Il padre, la madre, quel dissimile fratello, non lo interessarono più.
Ora, chi attraeva la sua pertinace attenzione era Loretta; Loretta che aveva mangiato poco, ch’era in camicetta di seta, con i capelli a riccioli e l’unghie pulite, che sapeva di cipria fina e portava le scarpette a punta, scollate, sotto una caviglia estremamente sottile.
La tovaglia macchiata, quella zuppiera e que’ tondi vuoti, ch’erano rimasti lì, sopra una credenza, quell’odore di tabacco ordinario che spandeva intorno la pipa del padre, finirono con dargli ai nervi, ricacciandogli addosso d’un colpo tutta la vergogna d’esser impresso anch’egli dal marchio plebeo di quella umile gente. Guardò l’ora:
— Le otto e mezzo, — fece. — Mi vado a mettere l’abito nero perchè sono atteso a teatro.
— Cosa vai a sentire? — domandò il padre.
— Vado a sentire _Loute_, una «pochade».
— Roba nuova?
— Che nuova! L’avrò intesa venti volte.
— E allora perchè spendi i quattrini per andar a teatro?
— E magari va in poltrona, lui... — disse la madre.
— No, anzi, vado in palco, — egli spiegò con un riso indulgente. — Ma non spendo nulla.
— Come non spendi nulla?
— Abbiamo un palco in parecchi amici.
— E non vi costa niente?
— Ma che domande! — esclamò Loretta. — Lo si affitta in principio di stagione. Non sapete cosa sia una «barcaccia», santo Dio? Cadete sempre dalle nuvole, voi! E invece di starvene qui a sonnecchiare come ghiri, fareste meglio di condurre a teatro anche me, oppure di lasciarmici andare per conto mio.
— Eh!... quella vipera! — sibilò Paolo con una specie d’odio.
Arrigo salutò la famiglia ed Anna Laura gli passò il soprabito; poi, leggera, gli si appese al braccio ed entrarono insieme nella bottega, come s’ella volesse confidargli qualcosa.
— Vieni spesso a vedermi, Arrigo... — pregò lei sottovoce, traendo un sospiro. — Con questa gente, è una vita insopportabile! Io sono un po’ come te, sai... E proprio non ne posso più!
Egli si fermò a guardarla un’altra volta, con quello sguardo da intenditore, nella luce piena che sgorgava dalla vetrina. Uno strano sorriso gli increspò la bocca.
— Dunque vuoi andare a teatro, tu?
Loretta lo teneva per il braccio. Allora, girandogli di fronte, con un gesto muliebre, un gesto d’amante capricciosa, gli accomodò la cravatta ch’era un po’ di sghembo.
— Eh, sì, vorrei... — disse.
— Bene, ti ci condurrò io.
— Ma è impossibile, caro! — ella fece con un accento voglioso e triste. — Non ho abiti e non posso venire con te, così...
— Già, — fece Arrigo, riflettendo. — Ma non importa; vienmi a trovare, combineremo.
— Sì?... Quando vuoi? — ella esclamò, piena di luce.
— Anche domani.
E le diede un bacio su la bocca.
III
Il domani ella v’andò nel pomeriggio. Arrigo dormicchiava, steso tutto vestito sul letto. Riparava con quella siesta pomeridiana ad una delle sue faticose veglie notturne. Aveva dovuto rimanere al Circolo fino alle sei del mattino per rifarsi d’un cattivo mazzo di baccarà capitato in principio di sera.
Ella entrò come un colpo di vento nella camera semibuia del fratello, senz’attendere che il domestico l’annunziasse, e, vedutolo giacere, si fermò di botto qualche passo oltre la soglia.
— Come mai? Dormi?
— No, riposo. Vieni pure, Loretta, vieni avanti.
Era il marzo fuori che infuriava, con rabuffi di vento gelido in un cielo rosso.
Egli accese la lampadina elettrica e si volse a guardar la sorella con gli occhi assonnati, tendendole una mano.
— Dunque? — fece.
— Che hai? Non stai bene?
— Sto benissimo; solo mi avete fatto mangiar troppo ieri sera. Non sono avvezzo a quella cucina pesante. Allora tu vieni... ah, sì, per il teatro!
— No, io ti vengo a trovare, perchè ho voglia di discorrere con te. Se sapessi quanto m’annoio! Il vederti è come una festa.
Arrigo sorrise.
— Siediti, Loretta. — E allungò il braccio sul tavolino da notte per prendere una sigaretta.
— Cercami uno zolfanello, piccola.
Ella guardò in giro per la camera e quand’ebbe trovata la scatola, venne presso il letto e si chinò sul fratello per accendere la sigaretta ch’egli teneva tra le labbra.
Poi, amichevolmente, gli passò la mano su la fronte.
— Dammene una, — diss’ella, sedendo su la proda del letto.
— Fumi anche tu?
— Sì, qualchevolta, di nascosto.
— E non ti fa male?
— Male? Tutt’altro!
Ella prese una sigaretta fra le labbra sottili, si chinò ad accenderla su la brage di quella che fumava il fratello, accavallò le gambe una su l’altra e rimase a guardare il fumo, che, simile ad una larga sciarpa, le rannuvolava intorno. Aveva in quell’attitudine un non so che di frivolo, di leggiadro e d’impertinente, che la vestiva d’una grazia squisita.
— Senti, Arrigo, — ella fece dopo una pausa; — il tuo domestico mi ha guardata in un modo strano e quasi non voleva lasciarmi passare. Certo mi ha presa per una tua amante... Ne vengono molte qui?
— Sì, qualcuna, — egli ammise ridendo.
— Allora io gli ho detto: «Sono sua sorella»; e son venuta avanti. Ma forse non mi ha creduto. Poco male!
— Ora lo chiamerò, — disse Arrigo, — perchè prepari una tazza di tè; così farete conoscenza.
Premette sul campanello e Filippo indi a poco apparve, dopo aver bussato cautamente all’uscio.
— Vieni, vieni avanti! — lo esortò Arrigo. L’altro s’avanzò, con una certa cautela, inchinandosi.
— Vedi questa bella signorina?
— Certamente, signor Arrigo, — fece il domestico, sorridendo con un di que’ sorrisi ambigui e scaltri che distinguono il servo iniziato alle segrete galanterie del suo padrone.
— Bene; preparale un buon tè, ma prima esci a comperare una dozzina di «marrons glacés». È mia sorella.
— Sua sorella, signor Arrigo?... Toh!... non lo volevo credere. Infatti, infatti le somiglia!
— Eh, sì, come due gocce d’acqua!
Tutto questo divertiva la fanciulla, e dava un sapor nuovo d’intrigo e d’avventura galante, sebbene il protagonista non fosse altri che suo fratello.
Il domestico se ne andò.
— Hai sonno ancora, forse?
— No, mi sono riposato abbastanza; rimango disteso per pigrizia.
— Aspetti gente?
— Nessuno.
— Allora mi farai vedere tutto l’appartamento?
— Certo.
— Quante camere hai?
— Sei, ed una camera per il domestico, il quale però dorme fuori.
Loretta ebbe un colpo di tosse.
— Vedi che la sigaretta ti fa male! Buttala via.
— Non è la sigaretta, — protestò la fanciulla, tossendo ancor più. — È solo un po’ di fumo che m’è sceso in gola.
— Buttala via.
— Sono turche?
— No, egiziane. Siediti bene, Lora. Stai su l’orlo del letto e finirai con scivolare giù.
Coi movimenti pigri d’un uomo assonnato, egli si trasse un po’ di fianco per lasciarle posto. Ella sedette meglio e non giunse più coi piedini a toccare lo scendiletto.
— Che letto grande, hai, per bacco!
— Si sta più comodi.
— Eh, già, ho capito... — ella disse ridendo.
— Cos’hai capito?
— Mah!...
E volse la testa per nascondere un certo rossore che le saliva involontariamente al viso.
— Sei una birichina tu! — esclamò Arrigo, battendole una mano su le ginocchia.
Poi si mise a guardarla, attento attento, con una specie di stupore.
Era bellina, era tutta bellina, dalla punta del piede al ciuffo di capelli biondi che le sfuggiva su la fronte, sotto il cappello di paglia rilucente come il grano. L’abito le modellava il busto, non esiguo sebbene immaturo; le serrava la vita, che poteva tutta chiudersi nel cerchio di due mani. Teneva le gambe accavallate, il gomito destro appoggiato sovra un ginocchio, per regger alta la mano mentre fumava.
La sua carne dava quella sensazione di morbidezza e di freschezza che dànno il velluto e le rose; i suoi occhi, d’un color nero splendente, parevano troppo grandi per il suo viso fino. Nelle caviglie, nei polsi, nel collo, in tutte le giunture, aveva, pur stando ferma, una straordinaria pieghevolezza; soltanto c’era in lei, cosparso per tutta la sua persona, qualcosa di colpevole, d’irritante: e questo era pur nella sua voce, ne’ suoi gesti, nella maniera che aveva d’appoggiarsi, di toccare, di sorridere, nell’odore stesso di lei, che le viveva intorno come il profumo colpevole della sua nudità.
— Sei carina, — disse Arrigo, quasi parlando a sè stesso.
— Trovi anche tu? — ella fece con impertinenza.
— Come «anche tu»?
— Perchè me lo dicono spesso.
— Davvero? E questo ti lusinga?
— Un po’... un po’... certo!
— Oh, guarda... — fece Arrigo, prendendole il polso.
— Che c’è?
— Un braccialetto d’oro! Hai un braccialetto d’oro?
— Sicuro, — disse la sorella, nascondendo il braccio dietro la schiena.
— Fammi vedere.
— No.
— Via, lasciami vedere!
E levatosi un poco, cercò di afferrarle il braccio. Ella volle resistere, si piegò nella cintura, si curvò sopra di lui, premendolo con tutto il suo corpo, affinchè non giungesse a prenderle il polso che aveva teso all’indietro. Ed entrambi indugiarono in quella scherzosa lite, che li faceva urtare l’un contro l’altra, quasi con un senso di sottilissimo piacere.
— Allora te lo mostrerò io, — diss’ella.
— Bene.
Se lo tolse dal polso e glielo diede.
Era una treccia d’oro, dalle maglie a doppio nodo, con un fermaglio di brillantini.
— Chi ti ha dato questo braccialetto?
Ella rispose con una voce punto persuasiva:
— Nessuno; me lo son comperato io.
— Chi ti ha dato i denari allora?
— Toh!... io.
— Tu? Impossibile!
— Non credi? — ella fece, sorridendo della sua menzogna.
— Oh, ma qui c’è scritto qualcosa?
Nel fermaglio infatti era incisa una leggenda.
— Puoi vedere quel che c’è scritto? — ella domandò con allegrezza.
Egli si protese verso la lampadina perchè l’incisione era minutissima.
— _Honny soit qui mal y pense_...
Arrigo si volse attonito a guardar la sorella.
— Perbacco! — esclamò. — Spiegami dunque tutta questa faccenda...
— Ma non c’è nulla di spiegare: _Honny soit_...
— Sì, capisco; ma voglio dire chi te l’ha dato?
— Io... io... — ribadì Loretta, cantilenando, con un’aria di derisione.
— Via, non raccontarmi fiabe! Questo sa...
— Di cosa?
— Di galanteria, di regalino amoroso...
— Ma no!... — ella rispose con voce canzonatoria.
— Vediamo; hai forse qualche piccolo intrigo?
— Sei pazzo! — E scoppiò in una bella risata.