Colei che non si deve amare: romanzo

Part 12

Chapter 123,914 wordsPublic domain

— Loretta, sii sincera... Hai qualcuno che ti corre appresso? Qualche innamorato che ti fa la corte? A me lo puoi dire.

— E allora? se fosse? — domandò la fanciulla, con un sorriso provocante.

— Se fosse... ebbene, se fosse... — egli rispose con un certo impaccio, — io non mi metterei certo a farti la morale; ma non vorrei nemmeno che tu ti lasciassi abbindolare dal primo venuto.

— Sai, non sono stupida, io! — E mise nelle parole una sottile scaltrezza.

— D’accordo. Allora dimmi chi è. Dimmi tutto, apertamente. Puoi bene aver fiducia in tuo fratello, tanto più ch’io non sono severo e che ti voglio bene.

Parlava con una certa ansia, punto dalla curiosità, stranamente angustiato. Egli stesso non capiva bene perchè un simile fatto gli cagionasse tanta irritazione.

— Scommetto che tu lo conosci, — ella disse, dopo aver lungamente riflettuto. — Anzi, so benissimo che lui conosce te.

— Cosa dici? — fece Arrigo impaurito.

— Non temere: non gli ho mai detto chi sono veramente. Abbi fiducia in tua sorella: ti ripeto che non sono sciocca, io...

— Ma dimmi dunque chi è questo tale!

— Il nome non te lo posso dire. È uno che ha cominciato con venirmi dietro per istrada; un giovine distinto, con la faccia pallida; è alto quasi come te: molto elegante.

— Sì, e poi?

— E poi niente. M’è corso appresso durante un mese; mi aspettava ogni giorno. È timido. Poi ha cominciato con salutarmi; una volta finalmente s’è fatto coraggio e mi ha parlato.

— E tu?

— Io?... Niente. Ho tirato innanzi. Mi ha chiesto di potermi scrivere una lettera. Io, per curiosità, e per levarmelo d’attorno, gli ho detto che mi scrivesse fermo posta e gli ho dato un nome falso. Prima venne una lettera, poi due, tre, quattro... una tutti i giorni alla fine.

Entrò Filippo con il vassoio del tè.

— Metti lì sulla tavola e va pure, — disse Arrigo.

Il domestico obbedì in silenzio.

— E adesso, — riprese Arrigo, — ti regala braccialetti! Dunque vuol dire...

— Niente vuol dire! Abbi pazienza. Ora ti servo il tè, poi ti racconto. Solo giurami di non tradire il mio piccolo segreto.

— Sì, sì, va bene.

Ella empì le due tazze, si mise un marrone in bocca e masticando riprese il racconto.

— Sai: ho visto ch’era una persona ben educata... mi trattava come se fossi chissà chi...

— Alla larga dei cerimoniosi! Dà retta a me.

— No, vedi, quel giovine... Oh, sono eccellenti questi «marrons»!

— Mangia, mangia.

— ... quel giovine dev’essere un po’ sciocco, anzi molto.

— Ma cosa mai ti scriveva in quelle famose lettere?

— Eh!... una quantità di scempiaggini! Ch’era innamorato, che non viveva più, che mi chiedeva umilmente di potermi parlare, che mi avrebbe rispettata sempre... insomma, caro mio, una sera, perchè non venisse a scoprire chi sono e dove sto, gli ho dovuto dare un appuntamento per il giorno dopo.

— Brava!... e dove?

— Al Giardino Pubblico.

Egli aveva un’espressione attenta, indagatrice, irascibile.

— Insomma, Lora, dimmi la verità: tu hai fatta qualche sciocchezza con lui!

— No! ti giuro di no. E a te lo direi, perchè non voglio nasconderti niente. Anzi, mi piacerebbe che noi due si fosse amici, molto amici, e che tu m’aiutassi, mi prendessi un poco sotto la tua protezione, perchè, vedi, anch’io, come te, mi sento attratta a vivere in ben altro modo...

Dolcemente gli aveva presa la mano, lo carezzava, con un gesto pieno di femminilità.

— Va bene, Lora, va bene...

Un turbamento lo assaliva, di quella mano così leggera, di quel volto così vicino al suo.

— Di’... raccontami... Non hai commesso nessuna sciocchezza... davvero?

— Nessuna; ma ci sono andata presso, per dire la verità.

— Ossia?...

— Ecco, ti racconto. Lui ha cominciato con volermi vedere ogni giorno...

— Ma chi è questo «lui»?

— Dopo, dopo... E mi ha proposto di andare in un appartamento, o in un albergo, perchè si fosse più nascosti. Ho rifiutato. Allora cominciò con volermi condurre fuori porta, in automobile, qua e là; si scendeva in qualche alberghetto a ber qualcosa; lui mi tentava in tutti i modi, ma io l’ho tenuto a bada. Non ho gran merito forse, perchè veramente non mi piace. Ossia, da un lato mi attrae, perchè è ben vestito, elegante, non brutto, e dev’essere molto ricco... ma dall’altro non mi dice nulla! non mi va!

— Eppure, in queste gite?... in questi alberghi?...

— Oh, Dio, sai, tentava... Qualchevolta ho dovuto minacciargli di gridare.

— E allora ti lasciava?

— Súbito.

— Davvero?

— Eh, te lo direi, diavolo! O si fa una confessione, oppure si tace, ti pare?

— E come andò a finire?

— Non è finita. È una storia molto recente. Il braccialetto me lo diede quindici giorni fa. E ci ha messo quel motto per farmi comprendere le sue buone intenzioni. Infatti vuol dire press’a poco: «Non c’è niente di male...» Vero?

Arrigo si mise a ridere, e carezzò lievemente il viso della sorella.

— Però, — ella fece, — tu dici «honný» lui mi pare che dicesse «hónny».

— Honný, honný, con l’accento su l’i. Stanne certa.

— Tu lo devi sapere perchè lo parli bene, il francese. Del resto è naturale; avevi un’amante ch’era francese: anzi eccola lì... — Segnava due grandi ritratti della Ruskaia, uno sopra un tavolino, l’altro appeso al muro.

— No, Loretta, quella era una russa.

— E dov’è andata?

— È partita già da un pezzo. Continua.

— Dunque ti dicevo che, nonostante il motto, aveva certe idee tutt’altro che tranquille. E un bel giorno, anzi pochi giorni fa, visto che non gli riusciva di condurmi a’ suoi fini, è giunto a farmi una proposta esplicita... Mi ha detto insomma ch’è innamorato pazzo di me, che non può più sopportare il tormento ch’io gli faccio patire, perchè se ne ammalerebbe, e che infine, se volessi decidermi, se volessi esser buona con lui, potrei chiedergli, prima e dopo, qualsiasi cosa: me la darebbe.

— E tu?

— Io gli ho detto di no. Gli ho detto di no chiaro e tondo. Ma sono stata un poco in dubbio, per dire la verità. Poi ho rifiutato, pensando che a mutar parere avrei tempo in séguito, caso mai... Vedi, con te parlo apertamente. Si fosse trattato di cambiar vita una volta per sempre, allora sì. Ma so io cos’accadrebbe dopo? Il passo è grave, e non si può farlo che una volta sola. Ne ho vedute ben altre, io!

Egli trasse un lungo respiro:

— Brava, Loretta! sei una ragazza di buon senso. Brava!

E rimase lì a guardarla maravigliato, quasi trasognato, nell’udirla parlare così. Poi lo prese un impeto di amor fraterno, si levò sopra un gomito e le diede un forte bacio su la bocca ridente.

— No, capirai, — riprese la sorella, — un gran merito non l’ho. Se mi fosse proprio piaciuto, se mi fossi innamorata, via, pazienza! Ti confesso che domani, per un tipo il quale m’andasse a genio, forse forse una sciocchezza sarei capace di farla... Ma per lui no.

— Insomma, — l’interruppe Arrigo — si può sapere chi è?

— No, questo non te lo dico; mi secca.

— Sciocchezze! Di cosa dunque hai paura? Che ne parli forse? Sei matta!

— Bene, allora te lo dico; ma giurami di non aprirne bocca, mai, con anima viva.

— È inteso.

— No, dammi la tua parola d’onore.

— Parola d’onore.

— Bene: è il conte Raffaele Giuliani, — disse Loretta pomposamente, con un certo orgoglio di sè.

— Eh!... il Giuliani!? — esclamò Arrigo, scattando su. — Dunque il maggiore, Rafa?

— Sì, appunto, Rafa. Anch’io lo chiamo così. Vedi che lo conosci!

— Perbacco se lo conosco! Lo vedo quasi tutti i giorni. È del mio Circolo, del mio palco, lo trovo dappertutto!... Ma sai, Loretta, che tu, con una imprudenza, mi puoi rovinare?

— Cosa dici?

— Rovinare! rovinare! Se viene a sapere che sei mia sorella, sono perduto. Ecco, Lora, quello che hai fatto! Pensa un po’!...

E prese minutamente a spiegarne le ragioni.

— Ma non lo saprà, non lo saprà mai: te lo prometto, — ella disse dopo aver ascoltato. — Non conosce il mio nome, ignora dove abito, cosa faccio, chi sono. Quanti giri per sviarlo! Capirai: neppur io ci tenevo a lasciargli sapere che siamo bottegai. Vedi, son già più di due mesi che ciò continua e tu non ne hai saputo nulla. Vuol dire che non dubita nemmeno.

— Che nome gli hai dato?

— Un nome a caso: Montaldi.

Egli rimase qualche attimo pensieroso, poi soggiunse:

— Un uomo ricco; ricco sfondato e libero. Il padre non c’è più. Sono due fratelli.

Si lasciò di nuovo afferrare, avvolgere, dall’ombra di un pensiero nascosto, poi ripetè quasi meccanicamente:

— Ricco e libero.

— Che vuoi dire? — fece la sorella.

— Cosa voglio dire non so... Rifletto.

Successe una breve pausa, durante la quale si guardarono.

— Se Rafa... — diss’ella, esitando.

— Se Rafa... — egli ripetè, come per aiutarla.

— ... fosse davvero innamorato di me, potrebbe anche darsi...

— Che ti sposasse? Chissà mai. Per riuscire a qualcosa nella vita bisogna credere con fermezza nelle possibilità e nelle speranze più assurde. Però...

Ella rideva, rossa in volto per il piacere che le davano queste parole.

— Però?... — fece.

— Non lo credo capace di una vera passione, — disse Arrigo, — ma di commettere qualsiasi sciocchezza per un capriccio, sì.

— È appunto su questo che ho contato, — ella rispose con una singolare freddezza.

— Ah?

— Te ne meravigli?

— Un poco.

— Vuoi farmi da moralista ora? Tu? proprio tu? con la vita che fai? — Ella metteva nelle parole una squisita ironia, ed i suoi occhi lo sogguardavan con malizia, facendo battere le ciglia lucenti.

Fra loro si adagiava la mollezza del letto largo e tepido, fra loro aleggiava, come un fumo torbido, l’ambiguità delle parole che dicevano.

— Non da moralista; qui non c’entra la morale, o per lo meno è un affare che riguarda te sola. Ma siccome dobbiamo parlarci chiaro, ti avverto che io non ti lascerò divenire l’amante del Giuliani.

— Ah?... E perchè?

— Me lo domandi? Sono tuo fratello prima di tutto...

— Poi?

— Poi, non credo che ti convenga.

— Oh, bravo! Adesso ragioni meglio.

— Non credo che ti convenga in nessun modo, ma sopra tutto non così leggermente com’egli forse immagina.

Ella si fece piccola, carezzevole, insinuante come la più scaltra donna, e curvata un poco sopra di lui, quasi pareva che tentasse di fasciarlo nell’insidia della sua femminilità.

— Aiutami Rigo... — ella disse.

— Io?

— Sì, tu, proprio tu, Rigo! Lascia da parte i rigori da fratello maggiore... Fra te e me si può fare un patto. Io conosco la tua vita meglio che tu non creda; tu non conosci nulla della mia, però ti rassomiglio. Vorrei, come te, giungere lontano, il più lontano che sia possibile: per quale strada non importa. Guardami: ti sembro nata per fare la bottegaia? E non ne ho voglia, sai! Tu solo puoi comprendere con quanta forza non ne abbia voglia... Senti: ho pensato qualchevolta di scapparmene via di casa e venire da te. Insieme si vivrebbe forse bene.

— Tutto quello che mi dici è un poco strano, — egli rispose, turbato.

— È strano, ma è vero. Perchè non puoi ammettere che anche a me, come a te, sorrida una vita più bella? Probabilmente Rafa non mi sposerà, ma potrebbe in altro modo essere l’uomo al quale dovrei la mia fortuna.

— Quest’altro modo, — egli la interruppe, — vorrebbe dire vendersi.

— Rigo... — ella fece con un’aria canzonatoria. Ma quella sola parola chiudeva un infinito scherno; pareva quasi domandargli: E tu? — Egli comprese l’ironia della sorella, tuttavia scosse il capo.

— Non posso, non devo ascoltarti! — esclamò duramente. — Almeno, se vuoi far questo, non raccontarlo a me.

— Forse lo farei lo stesso, e lo farei male. Mentre, se tu m’aiuti, Rigo, se mi consigli, se mi guidi con l’esperienza che hai, mi sentirò sicura. E non ne saprebbe nulla nessuno; sarebbe un patto silenzioso fra me e te, fra noi due soli... Perchè, vedi, ho per te un sentimento, una simpatia, una fiducia, non di sorella, ma più forte... Nel venire qui tremavo un poco, perchè sapevo già che t’avrei parlato di tutte queste cose... Ora che sono qui, mi sembra quasi che tu abbia un altro nome, e che non sii tu...

Gli diceva queste parole pianamente, con una intonazione quasi ambigua, con tutta l’anima sul fiore della bocca, nel desiderio d’essere intesa.

— Rafa non mi piace, — esclamò repentinamente, quasichè sentisse il bisogno di fargli questa affermazione. — Non mi piace, ma può essere molto prezioso per me, per noi... Non credi?

— Forse... — egli si lasciò sfuggire.

— Per questo l’ho tenuto a bada.

Nel suo viso di fanciulla splendeva una lucida perversità. Ella interruppe un lungo silenzio con queste parole:

— Ti vedevo così di rado, e pensavo ogni giorno a te. Quando in casa t’accusavano, io ti difendevo sempre. Quando venivi, ero contenta.

Egli si agitò come per un malessere.

— Allora cosa vuoi? — disse.

— Nulla; che tu m’aiuti. Consigliami: t’obbedirò.

— Proprio?

— Sì, sì, si! — esclamò con effusione, serrandogli un braccio.

— Perchè vuoi questo?

Ella arrossì un poco, indugiando nel rispondere.

— Così... voglio essere la tua amica...

— Ma se io, senza volerlo, ti consigliassi male?

— Non fa niente. Poi non sarà.

Egli rise, d’un riso torbido.

— Ne sei certa?

— Oh, sì!

Il velo del paralume diffondeva per la camera una dorata penombra, e da quel chiuso, da quella coltre, da quelle parole, saliva per entrambi un insopportabile calore.

— Allora, — egli disse con una voce lenta, — io vorrei prima tentare che ti sposasse. Ma per questo non c’è che un mezzo, quantunque ardito e pericoloso per me: lasciargli appunto comprendere che sei mia sorella, senza che tu glielo dica. Ci veda insieme, per esempio.

Ella non riflettè neppure un attimo; quella proposta le parve ammirevole.

— Sì, Rigo! — esclamò, battendo le mani per la gioia.

— Dimmi: sei ben certa che Rafa non sappia assolutamente chi sei?

— Certissima! E so inoltre una cosa: che posso fargli credere tutto quello che voglio.

— Infatti avevo inteso parlare di questa sua nuova passione, ma non immaginavo mai che fossi tu.

Risero entrambi ed ella esclamò: — Quel povero Rafa!...

— Ma dove ti sei fatta così donna? — domandò Arrigo.

— Bah!... ho molte amiche; le vedo coi loro amanti; imparo. Poi, non so... forse questa è la mia natura.

— Dunque, — diss’egli repentinamente, — combineremo tutto fra noi: quel che si deve dire o nascondere, fare o non fare. Intanto potremo una sera andar a teatro insieme.

— Sì?... — ella fece, con un grande palpito, nella commozione che le stringeva la gola.

— Bisognerebbe tuttavia che tu avessi qualche bell’abito.

— Non ne ho.

— Va da una buona sarta e comándane. Falli mandare qui, perchè a casa non conviene.

Anna Laura non sapeva rispondere.

— Belli, — seguitò Arrigo, — e non badare al prezzo. Ci penserò io. Anzi verrò con te per sceglierli; me ne intendo un poco. Le sere che andremo a teatro uscirai di casa vestita come al solito, qui ti cambierai. C’è tutto: pettini, cipria, ferri, forcine; quel che non c’è, si compera.

— Caro! — ella esclamò con trepidazione, buttandogli le braccia intorno al collo. — Come ti voglio bene!

Egli finse di non ascoltare, prese un tono d’indulgenza e di protezione, quasi volesse accontentare i capricci d’una piccola bimba.

— Ci voglion anche altre scarpine; le tue son belle ma non vanno per sera.

— Eh, lo so!

— Falle fare.

— Sì. Mi piacciono d’un certo cuoio che ha un colore tra il viola e l’oro, finissime. Le ho vedute in una vetrina. Piacciono anche a te?

Agitava il suo piedino, parlando.

— Sì, certo.

— E le calze? ti piacciono le mie calze? Guarda.

Lì, com’erano, quasi abbracciati, ella protese la gamba fin su l’orlo del letto e rimboccò la gonna lestamente sopra la caviglia nervosa. Eran calze a traforo, di finissimo filo, con la freccia che s’aguzzava su la rotondità del polpaccio. Egli fece l’atto di carezzare quella caviglia, sopra la calza fina, su la bianca trasparenza della sua nudità, quella caviglia che usciva troppo scoperta fuor dalla balza di seta. Ma si trattenne come intimidito, e nel silenzio che pendeva, dolcemente si sciolse da lei, dolcemente la respinse.

— Ti piacciono? — ella domandò ancora, col suo sorriso di fanciulla e di femmina.

— Sì... ma vattene, Lora! È tardi.

— Che ora è?

La sua voce pareva un sottil zampillo d’acqua.

— Non so che ora... Ma è tardi... è tardi...

— Vengo domani?

— Sì.

Egli stette lungamente fisso verso la porta per dove la sorella era uscita.

IV

Tornò il domani, tutta fresca, tutta ilare, odorante come la primavera nuova che fioriva di graste i davanzali.

Filippo, nell’anticamera, si mise a trattarla con gran dimestichezza:

— Buongiorno, signorina! Le domando scusa per l’equivoco di ieri; ma proprio non sapevo...

— Oh, non importa! Ora lo sapete; va bene?

— Il signor Arrigo non mi aveva mai parlato di lei.

— Dov’è Arrigo?

— Si veste; ha preso il bagno or ora. Vado súbito ad avvertirlo.

— Non importa, ci vado io.

Col suo passo che non faceva romore andò lesta verso la camera del fratello, battè all’uscio due colpi leggeri.

— Posso entrare? Son io, Loretta.

— Ah, sei tu? Veramente... ma entra pure, se vuoi.

— Come sei bello in accappatoio! — ella esclamò appena entrata. — È questa l’ora di prendere il bagno? Sono le tre del pomeriggio, pensa!

— Questa mattina mi svegliai troppo tardi e non ebbi tempo, — disse Arrigo. — Dunque, come va?

— Non c’è male; ho visto Rafa adesso adesso.

— Ah, sì?

— Ieri avevo un appuntamento con lui alle quattro; non vi sono andata per venire da te. E stamane, alla Posta, ecco súbito una sua lettera disperata. Non ho potuto evitare di vederlo oggi. Però me ne sono liberata in fretta; eccomi qui.

Arrigo era seduto presso la finestra, di fronte alla specchiera, e, con molte forbici, ferri, legnuzzi e pomate si andava nettando le unghie, che a poco a poco rilucevano. Aveva i capelli ancor tutti arruffati, umidi, e fumava, come di consueto.

— Cos’adoperi per le unghie? — domandò la sorella.

— Una pomata francese che si chiama «Roséine». È buonissima.

— Costa cara?

— Cinque lire il vasetto.

— Peuh, non c’è male!

Si avvicinò alla specchiera, sporgendosi un poco sopra la spalla del fratello e si guardò nello specchio. Non aveva messa veletta quel giorno; la sua pelle era fresca e rosea, le sue labbra splendevano e sorridevano anche quando eran chiuse. Lora se ne compiacque ed osservò:

— Mi sta bene questo cappello, non ti sembra?

Era di paglia, d’un’azzurra paglia lucente, con la falda rovesciata e la cupola molto alta. Aveva una guarnizione di rose rosa ed un nodo ampio di tulle. I suoi capelli riempivano tutto il vuoto dell’ala con un bel disordine di riccioli biondi. Arrigo la guardò nello specchio, sollevando rapidamente gli occhi dalla cura delicata che lo teneva intento.

— Sì, Lora, ti sta molto bene, — disse; — oppure sei tu che stai molto bene con quel tuo cappello.

— Però, come tutto è caro oggi! Un cappellino semplice semplice come questo: sessanta lire. Una rovina!

Il fratello sorrise.

— Eh, già! A te par niente, perchè sei avvezzo con certe signore che spendono per un cappello molte centinaia di lire. Ma io, vedi, faccio miracoli!

— Mi domando appunto come riesci a vestirti così benino coi pochi denari che ti passano in casa?

— Come faccio? Come faccio? Non credere che mi riesca facile. So io quel che debbo faticare! Ho un grosso conto dalla sarta, uno dalla modista, un altro dal calzolaio, e mi faccio fare la biancheria per la metà di quel che costerebbe, in un negozio dove sono amica della padrona.

— Ma come mai ti fanno credito?

— Quando posso dò loro qualche acconto. Poi le mie fornitrici son donne furbe; m’hanno guardata in faccia ed hanno compreso bene che un giorno o l’altro pagherò.

— Ah, vedo!... — egli fece, tra maravigliato e ironico.

— Poi, per esempio, certe camicette me le faccio da me; certi cappelli di anno in anno li rinfresco, li rinnovo con poche lire; le sottane qualchevolta le dò a tingere... Insomma è tutta un’arte che tu non puoi comprendere.

Arrigo non cessava dallo strofinarsi le unghie, mentre gli errava un sorriso indefinibile su l’orlo della bocca.

— E se te li pagassi io questi conti, ne saresti contenta, Loretta?

— No, Rigo; non voglio che tu spenda per me. Sei buono, ma non voglio. Del resto non darti pensiero: c’è tempo, e se qualcuno deve mettersi la mano in tasca, preferisco sia Rafa.

Così dicendo ella si mise a ridere.

— Dunque ne riparleremo.

Ella stava davanti alla specchiera e con la mano s’accomodava i riccioli.

— Il vento mi ha spettinata; dammi una spazzola, Rigo.

Egli le tese una spazzola d’avorio, larga e piatta.

— Oh, guarda! È piena di capelli! Capelli di donna. Che birbante sei! Guarda...

E trasse dai crini della spazzola un capello nero e lucente, che depose con molti riguardi su la manica del suo accappatoio.

— Quello sciocco di Filippo si dimentica sempre di ripassare le mie spazzole! — osservò Arrigo.

— Dammi un pettine, le ripasserò io.

— Tu vuoi farlo?

— Ma sì, che importa?

Gli sedette accanto, sopra una seggiola, e cominciò a ripulire la spazzola.

— Ma ne perde, sai, quella brava donna! — esclamò con una risata; e soggiunse: — Però sono morbidi. Chi è? Sempre la stessa?

— La stessa, — egli confessò con un rassegnato sorriso.

— La vedova?

— Sì.

— Dove tieni i suoi ritratti?

— Nascosti, perchè vuole così.

— Il Riotti ne parlava col papà molto spesso, ma ho dimenticato il suo nome.

— Clara.

— E le vuoi bene?

— Perchè me lo domandi?

— Così; voglio sapere se sei innamorato.

— Oh, innamorato no! Le voglio bene, perchè è buona. Forse un po’ noiosa, un po’ gelosa... Ma, insomma, t’interessa tutto questo?

— Certo. Devi sapere che sono molto curiosa... di certe cose almeno. Dimmi dunque, dimmi: ne sei stato innamorato?

— Sì, una volta, non proprio innamorato, ma quasi. Ora è passato.

— Perchè non la lasci allora?

— Brava! Tu credi che quando si è cominciato con una signora, sia così facile staccarsene? Poi, qualche volta, vi sono certe ragioni che tu non puoi capire.

— Ti sbagli, Rigo; io capisco tutto.

— Anche più del necessario forse... Ma insomma è una cosa che dura da parecchio tempo, e questa donna mi vuol bene come poche amanti sanno voler bene. Qualche volta la faccio soffrire, perchè in fondo sono un brutto tipo, io!

Egli disse queste parole con gravità, ma ella si mise a ridere.

— Tieni. La spazzola è pulita.

Egli s’alzò, prese un’altra sigaretta e l’accese.

— Ora fammi un piacere, — disse. — Guarda un momento fuori dalla finestra perchè mi debbo vestire.

— Fa pure; mi luciderò le unghie intanto.

E ritrattasi nel vano della finestra, si mise con attenzione a lisciarsi le unghie, raggruppando insieme i ditini affusolati.

— Di’, Rigo, — ella fece, — hai pensato a Rafa?

Egli stava curvo presso il letto ad allacciarsi le giarrettiere.

— Sì, Lora, vi ho pensato, e molto. Ho anche abbozzata la trama di un piccolo romanzo, che tu gli dovrai raccontare dopo che ci avrà veduti insieme. Questa sarà una grande sorpresa per lui, e in fondo avrà forse paura.

— Me lo immagino.

— Gli spiegherai che io sto fuori di casa per certi vecchi dissensi col padre, ch’è un originale, un po’ avaro, un po’ bisbetico, il quale vorrebbe far vivere i suoi figli lontano da quel ceto al quale appartengono. E gli dirai: «Ma ora che sapete chi sono veramente, non posso più conoscervi, per quanto me ne dispiaccia...» Mostra una grande paura di me; fa in modo ch’egli pure mi tema, e accusati d’esser stata una ragazza dalle idee troppo emancipate, la quale, forse per leggerezza, forse per debolezza, si sia lasciata condurre da lui fino a questo punto. Ma digli risolutamente che non intendi fare un passo più in là. È un sentimentale: bisogna che tu gli sappia recitare molto bene la commedia dell’amore; è uno sciocco, avvezzo per solito a riuscire: bisogna che tu gli appaia come l’amante necessaria, ma impossibile, bisogna che tu divenga per lui quello che un’altra non può essere... M’intendi? Gli farai comprendere a mezza voce che la strada verso il tuo letto è un’altra... Tutto questo forse non riuscirà, ma val la pena d’essere tentato. Sopra tutto assicúrati del suo silenzio e nascónditi bene quando gli dovrai parlare. Che nessuno ti veda per carità!