Colei che non si deve amare: romanzo
Part 8
— Quanto a carati forse ne crescono! — esclamò l’orefice suburbano, dopo averlo provato. — Un bel braccialetto, veh!... proprio bello!
— È un regalo che mia figlia riceve oggi dal suo fidanzato, — disse il farmacista con noncuranza.
E tornò in bottega. Questo per lui riparava in parte i torti di Arrigo e mostrava che, se da un lato era un figliuolo un po’ bizzarro, dall’altro aveva buon cuore. In ogni modo le sue intenzioni dovevan esser serie, perchè — diamine! — certi regali non si fanno a casaccio.
Intanto la sorella maggiore d’Arrigo si fidanzò, e le nozze avrebber dovuto aver luogo nell’autunno seguente, con un bravo giovine che le voleva un bene quasi ridicolo, ed era figlio di un ricco droghiere. L’altra sorella era una farfallina appena quindicenne, tutta diversa dalla maggiore, e tanto frivola, capricciosa, vaporosa, quanto l’altra era calma, seria, e destinata a non esser altro che una brava massaia.
Anna Laura invece comandava in casa con una prepotenza da tirannella; era bellina, tanto bellina, che già, quando usciva per istrada, uno sciame di moscardini le ronzava intorno, e, per certe occhiate che lanciava loro, il padre e la madre avevan giudicato che fosse pericoloso lasciarla correr sola.
Per istrada ella non faceva che fermarsi davanti a sarte, modiste, profumieri; si vestiva bene, si pettinava con ricercatezza, leggeva di nascosto romanzi proibiti, era un poco pettegola e molto birichina. Ma poich’era bella e poichè aveva quello stesso far signorile di suo fratello Arrigo, nè il padre nè la madre osavano essere troppo severi con lei; la madre sopra tutto, che forse ricordava in quell’ultima figlia il suo più recente fallo d’amore. Anna Laura parlava spesso d’Arrigo, dicendo che aveva certo avuto ragioni da vendere nell’andarsene via dalla bottega paterna per godersi un po’ la vita, quel genere di vita che a lei pure piaceva: il lusso, i bei vestiti, le carrozze, i teatri, l’amore.
L’altro fratello, Paolo, era invece un bravo ragazzo serio e dolce; aveva compiuti i suoi studi con un po’ di fatica ed ora stava imparando l’arte del padre. Era nato e rimasto un po’ grossolano; a lui la bella Ruskaia non dava alcun fremito; si contentava di andare la domenica a bere il vin bianco e mangiare le ciambelle con una florida popolana che non gli era crudele.
Quella stagione intanto finì; il teatro si chiuse, la Ruskaia, per amor d’Arrigo, trascurò tutte le scritture che le si offrivano altrove, e rimase a godersi, nella città ventilata, una bella primavera di riposo e d’amore.
E qual più dolce primavera di quella che sopraggiunge in una città per solito fredda e nebbiosa, una città senza alberi, dai parchi radi, le passeggiate brevi, i giardini nascosti? Quando allora il cielo, non vasto fra i tetti vicini, prende quel color vivo di madreperla che fa brillare i selciati e luccica su le finestre chiuse, infiammandole, come per dire: — Aprite! io passo! io, divina, la primavera!...
Ma queste non eran cose che intenerissero il cuore di Arrigo. Egli non s’abbandonava perdutamente alla dolcezza d’un amore inerte, ma badava piuttosto a trar vantaggio da ogni giorno e da ogni ora, sentendosi ormai vicino al compimento del suo bel sogno immodesto. Anzi ardiva spingere lo sguardo più lontano, parendogli che quanto aveva sino allora vagheggiato come la sua meta non fosse che il principio d’una più grande ambizione. Forzar l’ingresso d’un Circolo, seder alle cene o nei palchi dei Mammagnúccoli, dir buongiorno senza togliersi il cappello al marchese di Sant’Urbino, recarsi all’ippodromo nell’automobile di Lanzo Malatesta, e fare insomma tutte l’altra cose che di lontano gli erano sembrate un miraggio vertiginoso, più non bastava per contentare le bramosìe del suo cuore temerario.
A questo sarebbe giunto, e v’era ormai quasi vicino. Ma la battaglia era degna d’essere combattuta per una causa migliore, poichè si sentiva nello spirito nascer l’ali per un più grande volo.
E meditò di giungere fin nelle sale meglio custodite dalla duplice potenza del blasone e dell’oro, nelle sale un po’ tediose d’onestà camuffata e d’impostura inchinevole, dove gli antichi paraventi potrebber forse raccontare qualche favoletta salace, dove i camini dai grandi alari di bronzo sbadigliano con infinita noia su la eterna commedia della vita. Voleva che l’accogliessero le dame incipriate, ch’eran state famose di bellezza e d’avventure al tempo del Risorgimento e che avevan forse danzato al braccio di qualche uniforme austriaca; voleva che l’accogliessero i vecchi gentiluomini borbottoni, che la gotta e la podagra vendicava del buon tempo trascorso; voleva sedere ai pranzi trimestrali della duchessa di Benevento, essere invitato al ballo di palazzo Altomarino, la sera di Sant’Eufemia; andar alle feste mascherate che si davan più volte nell’anno in casa Aimone dell’Ussero, casa ricca ed ospitaliera, che albergava quattro bellissime nuore tra un codazzo di parentele. Voleva, se pur ciò dovesse tediarlo, essere fra i pochi ed eroici nobiluomini che almeno tre volte nella stagione frequentavano i venerdì della vecchia contessa di Sedriano, la quale, inferma e pressochè sorda, teneva circolo da un seggiolone simile ad un trono, avendo una nipote già più che trentenne da maritare, una grama nipote, magra, sghemba e balbuziente, su la quale s’erano scatenati tutti i malanni dei Sedriano, rinomati già da secoli per la loro impeccabile bruttezza. Voleva che d’estate l’invitassero in campagna i Mazzoleni, antichi profumieri fattisi marchesi da sè, o gli Anselmi, ch’erano una tribù senza numero, contraddistinti, i maschi dal cranio rotondo, le femmine dalla spaventosa magrezza: o i Nonaro del Monte, che passavano per la più ricca famiglia della città.
Pensava di visitare in palco donna Ottavia Malespini, della quale narravasi che, per salvare certe speculazioni del marito, si fosse abilmente commerciata ad un ricchissimo banchiere ebreo; donna Eleonora Salvati, che aveva, dicevasi, la più bella e più visitata collezione di mutande in pizzo vero; le due sorelle Gozzani, marchesa Marta e marchesa Federica, delle quali, in verità, era rimasta vedova la seconda, benchè fosse morto invece il marito della prima, se, a quanto affermavasi, era vero che il barone capitano Guerrazzo avesse disertato il talamo coniugale per il letto vedovile della sua deliziosa cognata.
Pensava d’esser ricevuto ai tè intimi di Rosanella Piacentini, questa frivola, che s’era innamorata del suo pettinatore; ai tè meno intimi di Graziana Buonconte, che amava giocare in Borsa, discorrere di politica, scommettere su cavalli, fumare sigari Avana, ed amava pure, a dir delle cronache, i letti angusti delle sue belle cameriere.
Avrebbe voluto, nei mattini di primavera, caracollare al fianco di quell’amazzone compiuta ch’era Miretta Sansalvato, la quale si doleva sopra tutto di non trovare cavalieri abbastanza intrepidi per galoppare quanto a lei piacesse, ma che certo possedeva una mano tanto robusta quanto delicata, e ciò avevano riconosciuto in brughiera molti tenenti di cavalleria. Avrebbe desiderato far musica nel salotto misterioso della pallida Clara Michelis, che già era vedova in quel tempo, e visibilmente si struggeva d’un mal vedovile.
Insomma egli avrebbe voluto entrar nell’intimo di quella società ben nomata, cui tutto è lecito, perchè nessuno è sopra lei, nella piccola cerchia d’una città, per giudicarla; dove l’ingegno fa minor breccia che i modi compiuti, e qualchevolta fa sbadigliare, dove la passione irruenta cede il campo al capriccio elegante, la vendetta iraconda si copre le mani di guanti delicati e l’amicizia diventa urbana come un’adulazione complimentosa. In quella società inverniciata, splendente, ove si canta, si balla, si ride, si ama, si odia, ci si vendica e si tradisce anche, ma tutto ciò educatamente, con un bel riserbo, fra quattro pareti, sicchè non ne corra notizia per le bocche della plebe disprezzabile.
Ed egli vide, come nel sogno d’un maraviglioso avvenire, il giorno in cui avrebbe avuto per mensa una tavola imbandita di porcellane trasparenti, servita intorno da una folla di maggiordomi silenziosi, e sè vide, in quel miraggio di cristalli, di specchi, d’argenterie, spingere l’occhio lascivo nel bianco d’una scollatura impudica, sentendosi passare intorno la fragranza della cipria odorosa, il calore d’un seno intravveduto, l’ardore d’uno sguardo ambiguo... Ripensò la bottega paterna, dalla quale pochi anni prima era uscito, con qualche cencio e con poche monete di rame; la bottega semioscura, che doveva nel destino essere tutto il suo regno; ed invece s’apparecchiò per i suoi ozi le poltrone profonde, imbottite di cuscini morbidi, per le sue danze sognò le sale sfavillanti di candelabri, per i suoi amori si diede convegno nei talami delle marchese infedeli, per le sue nozze, ch’erano la corona del sogno, si concesse la mano d’una bellissima ereditiera...
Camminare bisognava, camminare con temerità, senza concedersi requie, facendosi largo fra i molti che gli avrebbero ostacolata la via, spezzando i vincoli che gli avvincessero il piede, solo, e pur certo di non fallire.
Perchè si era scelto questo sogno a tentazione della sua vita coraggiosa? Neppur egli lo sapeva, nè di saperlo si curava. Quest’ambizione era sgorgata in lui da una sorgente oscura dell’anima, lo tormentava e lo spronava con accaniti eccitamenti.
Più tardi avrebbe pensato a coronare di qualche alloro men caduco la sua tenace ambizione, poich’era uscito dal nulla con la voglia e con la virtù incontrastabile di non essere un mediocre. Voleva, se pur gli fosse lecito, compiere nel mondo un passaggio rumoroso, attrarre sopra di sè qualche invidia, giungere più lontano che potesse dalla oscura e dimenticata origine.
Taluno de’ suoi nuovi amici gli aveva già vagamente promesso di proporlo al Circolo nell’autunno prossimo, poichè frattanto gli conveniva lasciar scorrere l’estate nell’accaparrarsi destramente un certo numero di simpatie fra que’ soci di maggior credito, i quali avrebbero potuto a lor talento aprirgli o chiudergli per sempre l’accesso alla porta sublime. Pieno di fiducia in sè, Arrigo si accinse con ogni suo potere a questa lenta ed ingegnosa fatica. Negli ultimi anni il Circolo aveva molto rallentate le sue strette discipline, aprendo le porte ad una gran folla di soci nuovi e scelti con minore severità, per il bisogno di mantenersi in vita. Era indispensabile rinfocolare il gioco, mescere alla cattedratica schiera dei soci antichi una gioventù più vitale, venuta su coi tempi nuovi nella città fattasi borghese, e che specchiava il lento ascendere della classe trafficante sul declinare delle famiglie patrizie. Contro la fama del casato vinceva ormai la fama dei forzieri pieni; i palazzi secolari cadevano fatalmente in possesso della plebe arricchita. Nomi che ancor sentivano il lezzo d’ogni bassa speculazione mercantile tenevan la dittatura della città, procacciando ai figli le cariche più illustri, maritando le figlie ben dotate nei parentadi più antichi.
Sul roco singulto della tromba feudale vincevan con più vasti urli le sirene dell’officine: ai corni di caccia perduti nell’eco delle bandite, rispondeva il rombo laborioso dei martelli, l’ánsito e lo sbuffo delle grandi macchine generatrici; contro il peana degli eserciti sanguinari prorompeva dalla piazza invasa l’Inno dei Lavoratori.
E fra queste usanze nuove, più facile s’apriva il cammino ai sopravvenuti dal basso; l’uomo non portava più su la fronte il suggello ed il marchio della sua nascita, ma nella gara della vita egli valeva per il cammino che vi sapesse compiere, valeva nella fiera umana per la sua destrezza di giocoliere, per la sua facondia di ciarlatano, e poteva così pescare o frodare il maggior dado nel bossolo della sua fortuna. Il popolo tirannico lanciava in tutte le giostre i suoi robusti campioni, e poich’erano assetati di vita, avidi per diuturne astinenze, callosi e astiosi dei gioghi patiti, mettevan nel vincere una caparbia ira, millantavano in tutte le vittorie una rumorosa temerità.
Ora l’estate venne; con l’estate l’esodo verso le campagne, verso gli ozi lacustri e montani, verso le spiaggie che bruciano di arene scintillanti, nei rossi mesi dell’ozio e della bagnatura. La città spopolata rimase in balia de’ suoi più tenaci lavoratori, divenne il regno dei mariti allegri e degli sfaccendati, che per pigrizia non avevano il coraggio di prendere un treno. La vita si fece più familiare fra tutti quelli ch’erano afflitti dallo stesso mal della calura, e si udì giurare in buona fede che la città non fosse mai tanto piacevole ad abitarsi come quando è sgombra dalla sua maggior cittadinanza.
Più a lungo si vegliò la notte, si fecero lunghe sieste nei pomeriggi afosi; lo scopo delle passeggiate serali fu l’andare in cerca d’un fil d’aria, e tutte le maledizioni dell’anno dettero ai tormentati una breve tregua, poichè il calendario d’ogni vita segnava il tempo delle beate villeggiature.
Arrigo e la Ruskaia non indugiarono a lungo in città. Ella del resto s’annoiava. Da che s’era chiuso il teatro s’annoiava profondamente; il giorno sopra tutto, chè le notti avevan sempre qualche svago.
Egli era forse un po’ despotico, e talvolta la indispettiva; poi non era geloso affatto, e ciò la umiliava. Qualche nube era già sorta fra loro a proposito di mille inezie; non avevan lo stesso modo di pensare, non amavano gli stessi libri, non trovavan simpatica la medesima gente. Arrigo passava troppe ore fuor di casa, dedicava troppo tempo agli amici, alle carte, alle sue cure ambiziose, aveva sempre un certo fare preoccupato e chiuso, che urtava la gelosia dell’amante; non era inoltre un uomo capace di prestarsi a tutti i capricci d’una donna viziata, e qualche volta, pur nell’ore più intime, dimostrava già d’avere una certa fretta. Ella cominciava talvolta con sentirsi un poco sola... E però s’amavano ancora. Nubi lievi, che dileguavano rapidamente nel calore d’una tentazione.
Furon all’acque, furon in montagna, poi scesero ad una riva lacustre non lontana dalla città, e, per finirvi l’estate, affittarono una villetta piccola come un nido, che bagnava nell’acqua placida le sue fiorite spalliere di rosai.
La sponda spesseggiava di ville festevoli, d’alberghi frequentatissimi; tutto il giorno per la lunga strada rasente il lago era un trascorrere di carrozze o d’automobili dall’uno all’altro cancello, poichè la signoria villeggiante si onorava di visite scambievoli, largheggiava di feste nei parchi sontuosi, talvolta ballava, recitava, si mascherava, correva regate a vela, giostrava nei campi da tennis ed inoltre si dava cura dell’umanità sofferente allestendo con grande strepito qualche fiera di beneficenza.
Tra quel frastuono di vita mondana gli amanti vissero in disparte, quasi nascosti nell’intimità del loro nido.
L’estate, già percorsa da qualche brivido, già consunta di qualche foglia gialla, l’estate che irrompeva nelle vigne con una rossa maturanza di grappoli e pareva bruciasse nei giardini con assurde magnificenze di fiori, consumava nell’ardore delle postreme sue vampe le vene degli amanti, che in quella sopraffazione di vita sentivano da tutte le cose circostanti scaturire una inconsumabile voluttà.
Nulla è più tormentoso per il viandante che l’incontrare, nei pomeriggi di sole, certa piccola casa dalle persiane socchiuse, dalle tende abbassate, intorno a cui mormori un silenzio di cose vive, canti nel verde una fresca fontana, luccichi tra le ghiaie del viale qualche frantume di vetro...
Nulla è più stanchevole per il rematore che il passar con la sua barca sotto un giardino fragrante, quando al sole morente si riaprono le finestre della casa, ed insieme, vicini, semisvestiti, due s’affacciano al davanzale, guardando nella tremante azzurrità di quell’ora in cui principiano e suonar campane, perchè tutto il pomeriggio han dormito, sognato, amato, in una chiusa camera tranquilla, dove tuttavia pertugia come un barlume quella enorme crudeltà dell’estate, quel vertiginoso balenìo del sole su l’acqua inerte, quella immobile tribolazione che nella vampa invade ogni cosa, quando l’incendio gràvita su l’ora ferma consumando il suo proprio splendore.
E i solitari, gli oziosi, gli snervati, quelli che tormenta un desiderio nascosto, quelli che per infinite strade han da essere o viandanti o rematori, pensano con un’invidia piena di malinconia a que’ due che stanno dentro la casa tacente, che han dormito, sognato, amato, nel nascosto rifugio, durante un lungo pomeriggio di sole.
Poi l’invidia si fa curiosa; va, spia, guarda, parla, racconta... Il basso tetto, chiuso fra gli alberi del giardino lacustre, diviene il luogo dolce del peccato, che turba le immaginazioni altrui, che muove per tutto all’intorno una leggenda d’amore.
Traverso il chiuso cancello corrono sguardi furtivi; a quelle finestre incantate volano molti sogni altrui; tutto in quella casa innocente par stregato e colpevole, poichè da ogni ramoscello, da ogni pietra, pende il segreto voluttuoso di due giovinezze che si amano.
Nelle sale affollate si parlò di quella casa taciturna; qualche giovine signore, noiato della vita familiare, spinse l’audacia de’ suoi propositi fino a tentar l’assedio della bella innamorata; qualche vecchia zitellona pettegolò di que’ due con la più verde bile; qualche ragazza vaporosa, nel letto insonne, rivide a piè del giardinetto le straboccanti spalliere di rosai e quel cespo di gelsomino che abbracciava le finestre semichiuse; qualche moglie, vedova nella settimana, quando fu la sera del sabato, prima di spegnere il lume, ne tormentò il marito sonnacchioso...
E tutto questo fece sì che per la riva lacustre, in un cerchio nuovo di persone, si propagasse quell’indiscreto cicaleccio che aveva sin dal principio divulgato gli amori di Arrigo e di Tatiana, quando la lieta schiera dei Mammagnúccoli s’era prima commossa per l’avventura di costui.
Fu, tra gli altri, un barone, ch’era in villa con la sua vecchia madre, un barone dalla barba crespa, giunto al limite dei quarant’anni con un cuor d’adolescente, il quale molto s’ingelosì di quell’idillio estivo, tanta inquietudine d’amore lo strinse per la bellissima cantatrice.
Non di rado egli la vedeva nel giardino, più spesso la udiva lanciare in alto i suoi armoniosi trilli, poichè il possesso baronale confinava con il giardino degli amanti e non v’era tra l’uno e l’altro che un muricciuolo di poche pietre.
Il barone Silvestro Piaggi era un uomo alto e complesso, con un bel volto roseo, da buon fanciullone, cui cresceva di giovialità l’ornamento della barba bionda e crespa. Onoratissimo e ricchissimo, era stato saettato senza mercè dalle ragazze da marito; ma per un amor filiale più devoto che ogni altro affetto non s’era mai voluto ammogliare, temendo che una sua propria famiglia lo costringesse a mancare d’assiduità presso la vecchia madre.
Quest’uomo però s’innamorava; e poich’egli possedeva in massimo grado ciò che alle donne sommamente piace: la cavalleria de’ modi e l’estrema prodigalità — l’amore nella sua vita era stato una cosa gioconda.
Per corteggiare la Ruskaia il barone Silvestro riprendeva quella sua grande aria battagliera del bel tempo quand’era uno smilzo ufficiale di cavalleria; la dardeggiava d’occhiate lusinghevoli, pareva quasi che volesse prosternarle ai piedi, con un sol atto loquace, sè stesso, il suo denaro, la sua più che devota urbanità.
Questo non dava noia alla Ruskaia, e nemmeno ad Arrigo, il quale anzichè adontarsi, mostrava di questi pericoli una singolare compiacenza.
Lungo quel muricciuolo, quante mai volte passava il barone Silvestro! La sua bella barba crespa brillava nei raggi di sole con vera magnificenza. Un giorno egli salutò. La Ruskaia sorrise. Tutte le cose del mondo hanno la lor ragione d’essere: quel sorriso forse voleva dire:
«Chissà?...»
Chissà?... È tanto pieno di mistero l’animo d’una donna innamorata! Ella prova talvolta il bisogno di mescere nel proprio sentimento anche la sottile gioia che le proviene dal deridere un altr’uomo. Poi, ad un tale che saluta, — un signorotto nel suo feudo — perchè mai non sorridere? Questo sorriso è lieve come l’innocenza; nulla promette, nulla impedisce; passa, vola via, non tocca, ma dice ambiguamente: «Chissà...»
La vita è così bizzarra, e tutto in fin de’ conti può succedere!...
Anche il bel caso che un grande amore vada a finire in cenere. Allora può essere utile aver detto: «Chissà...» E poi è dolce, per la donna un poco frivola, dormire nel proprio letto con un amante amato, ma col pensiero d’un altro — un signorotto nel suo feudo — che per amore di lei veglia e sospira... È dolce cosa il pensare; «C’è chi guarda mentre mi pettino le treccie alla finestra; c’è chi trema se passo nel giardino in vestaglia... Sì, quel barone mi fa un po’ ridere con la sua testa calva e la sua barba bionda... ma la gente del paese lo saluta e lo inchina come un piccolo re. In fondo vorrei sapere perchè Arrigo non è geloso? Anzi non fa che dormire. Quanto dorme questo Arrigo nei giorni d’estate!...»
Una volta finalmente il barone Silvestro osò varcare la soglia. Co’ suoi quarant’anni e la sua barba crespa era tuttavia confuso come un collegiale.
Arrigo era in pigiama e s’affrettò a vestirsi. Lo ricevette la Ruskaia, tutt’accesa in volto perchè aveva remato per due lunghe ore sotto il sole.
Quand’era in impaccio, ella rideva. Per prima cosa dunque si mise a ridere apertamente, con quella sua boccuccia di bambola piena d’una grazia inesprimibile. Nella saletta faceva un po’ scuro.
— Vi prego, sedete, barone.
Egli rimase in piedi. Non gli pareva quasi vero d’esser lì. Anzi dimenticava la ragione della sua visita. Finalmente se ne risovvenne.
— Sono incaricato... — L’avevano incaricato d’una commissione. Le nobili dame della beneficenza l’avevano mandato a parlamentare con la cantante dalla voce d’oro. Si stava preparando una gran festa, nel teatro d’un albergo vicino, a favore di certi derelitti... Questa recita si faceva tutti gli anni. Vorrebbe cantare la Ruskaia? Non dicesse di no! La patronessa era donna Claudia del Borgo; canterebbe la marchesina Farulli, donna Francesca Monteguti... Poi si dava pure una commediola... Non dicesse di no!
Che orribile pronunzia aveva in francese quel barone Silvestro!... — osservò fra sè stessa la Ruskaia ancor prima di pensare se le convenisse accettare o no. Aveva inoltre in tutta la sua grossa persona qualcosa d’artefatto e di comico. No, stava meglio di lontano, con la sua barba crespa dietro il muricciuolo. Pensò ch’era stata sciocca nel lasciargli credere...
— Noi siamo vicini di casa, per mia fortuna... — egli disse con un tono galante.
— Oh, che fortuna!
— Tutte le mattine, alla finestra, la intravvedo...
— Già, già...
Era un po’ inquieta, forse irritata; le dava noia quel garbato e melenso corteggiatore. Queste fervide slave sentono l’uomo e la maschilità dell’uomo in un modo singolare.
— Eppure ho dovuto attendere fino ad oggi l’occasione di poterla conoscere.
— Certo... — E gli sorrise, come la prima volta, nel giardino.
Sopraggiunse Arrigo. Il barone gli si presentò. Uomo affabile, cavaliere di gran mondo, poteva impacciarsi davanti ad una bella donna, ma in ogni altra circostanza rimaneva padrone di sè. La proposta venne ripetuta, e dopo molta esitazione, persuasa dalle insistenze di Arrigo, la Ruskaia finì con accettare.
Ma, Dio buono!... questo impegno la impensieriva... Da varii mesi non aveva cantato più. Il barone disse:
— Oh, non raccontate queste cose al vostro vicino!
Già, ma quelli erano trilli all’aria aperta; ora bisognava che si ripreparasse.
— Insomma ho promesso: canterò.