Colei che non si deve amare: romanzo
Part 7
Il suo sogno non era stato troppo superbo. Gli si aprivano le porte vietate, cominciava intorno al suo nome il chiasso delle indiscrezioni mondane. Dalla bottega umile, nascosta nella lontananza della strada suburbana, egli entrava nel cuore della sua città, con una bella donna al fianco e molte nascoste invidie che intorno gli serpeggiavano, curiose del suo mistero. La fortuna pertinace delle carte gli offriva largamente, facilmente il denaro; un respiro più largo e più giocondo riempiva il suo petto capace.
Ora, dall’uno all’altro, le conoscenze s’eran fatte innumerevoli. Cominciarono con accettarlo nelle cricche oziose che si formano su gli angoli delle bottiglierie, ove di donne si parla, di cavalli, di gioco, e s’intesson le frivole maldicenze dirette a smascherare i segreti altrui.
Totò Rígoli una sera l’invitò a pranzo; Carletto Santorre gli disse un’altra sera: — Perchè non venite mai nel nostro palco?
Egli v’andò qualche volta, però con discrezione, riuscendo a piacere. Spesso, dopo teatro, conduceva la Ruskaia a cenare in un ristorante famoso, che da immemorabile tempo riuniva nel suo piccolo cerchio i più dissimili esemplari delle classi e della vita cittadina.
Era questo un cenacolo d’arte, un focolare di guerriglie politiche, un tempio di ciarlataneria, dove tra cene scapigliate infuriavano pettegolezzi mondani. Era nel medesimo tempo una casa di giuoco indisturbata, inevitabile; un ritrovo era d’aristocratici dopo il ballo e di istrioni dopo lo spettacolo; rifugio di nottambuli nelle tarde ore e di pedine infreddolite, campo neutro dove l’usuraio costeggiava il duca indebitato e la cortigiana sfacciata spauriva co’ suoi pennacchi, con le sue risate, la piccola borghese domenicale; dove il commediografo si bisticciava col suo critico, l’impresario col suo pubblico, dove il gesuita giocava a carte con l’ebreo e l’uomo d’ingegno si lasciava beffare dai buoni a nulla o dai perditempo.
Sovente, presso il Mammagnúccolo impettito nell’intonaco della sua camicia, sedeva un chiomato pittorello, dalla cravatta floscia, che ingoiando a lenti sorsi un mezzo cálice di verde acquavite, andava schizzando profili sul marmo del tavolino, mentre i divi di tutte le arti, di tutti i mestieri, di tutte le ciurmerìe, tenevan corte bandita con gli avversarii e co’ seguaci. Bellimbusti e belli spiriti si facevan critici o banditori delle cronache cittadine; giornalisti scribacchiavano articoli frettolosi; medici ed avvocati venivano in cerca di clientele; giocatori combinavan partite, donnaiuoli adocchiavan prede. Tutto il rigurgito dei teatri, delle sale, dei focolari, delle biblioteche, delle redazioni, dei circoli, vi sboccava transitoriamente come in un’anticamera della più nascosta vita notturna, e tra il fumo, le risate, i romori delle mense, nella impunità promiscua della mezzanotte, tutti vivevano qualche ora di concordia e di sollievo dopo l’ansie numerose della giornata.
Un buon sopraccuoco ed un’ottima cantina avevan dato fama in origine a questo ristorante; poi la moda se n’era mischiata, e qualche partita disastrosa, qualche ubbriacatura forsennata, qualche alterco fra gentiluomini l’avevan accreditato in modo stabile nel favore dei gaudenti. Sebbene fosse un luogo pubblico, fra tutti i frequentatori correva una specie di familiarità, quasichè si trattasse d’un circolo a porte spalancate, ove l’adito era per tutti ma l’ammissione per pochi. Varie cricche vi si formavano, vivendo a lato senza darsi noia, ma disprezzandosi a vicenda. E ciascuna teneva un settore, un nucleo di tavolini, stretta intorno ad un suo capo che le dava lustro e la guidava nelle idee.
Presso il marchese di Sant’Urbino, signore delle cene, inventore d’usanze, consacratore di Mammagnúccoli, un vecchio e scapigliato Don Giovanni del quarantotto, saldo ancora nella sua carcassa incrollabile, ancor lampeggiante negli occhi cigliosi, capitanava un’adunanza di antichi gentiluomini, avversatori di cose nuove, abbottonati nelle marsine vetuste, che, insieme, del buon tempo trascorso e della bella gioventù discorrevano, quando, nella cinta delle vecchie mura, più stretta e più gioconda era la città che dominarono e più gentili costumi vi reggevano, così a dir loro, quando impazzavano per le strade i carnovali memorandi e con meno denaro si facea più vita, più calore avevano le donne e più rigoglio nei robusti fianchi.
Ivi era una tavolata di teutoni rubicondi, che alternavan la pallida birra con il Barbera spumante; nemici, nel cuore, della città che sfruttavano, impadronendosi de’ suoi rigogliosi commerci con una lenta ma sicura supremazia. Ivi era un bizzarro convegno di giovinetti, contraddistinti solo dal diverso abito che portavano, ricco semenziere dal quale sarebber usciti i Mammagnúccoli del domani.
E più oltre, intorno alla tavola delle Tre Marie, — ch’eran tre sorelle galanti, le quali avevano in tanto volger d’anni battesimato o assolto quasi tutti gli imberbi o i decrepiti peccatori della città, tre sorelle d’una magrezza disperatissima, dal viso adunco, imparuccate oltre il verisimile, con certe mani grifagne che un tal pittore imitò per i suoi scheletri della Morte, — cinque o sei noiati sbarazzini vomitavan sconcezze nel gergo più triviale dei lupanari plebei, e nutricando lentamente la fame delle bocche sciupate pensavano alla notte dolorosa, in cui avrebber voluto esser uomini.
Più oltre una contessa di casato autentico, in compagnia d’una serva impennacchiata, sorbiva lentamente il veleno dei piccoli calici, e scesa dal letto al barlume dei lampioni elettrici s’apprestava a menare una vita quasi onesta e certamente signorile per gli stambugi malfamati, accompagnandosi alla cricca dei nottambuli che la dilettavan di celie bizzarre, sè stessi talora dilettando con le facili compiacenze della pulzella soccorevole.
Qua un principe germanico, esiliatosi per un impari amore, volgeva intorno la stanchezza sorridente dell’occhio cerulo, non più memore del fasto imperiale nè dei grevi reggimenti che marciano impaurendo l’Europa, malcontento forse d’aver chiusa la sua grande sorte in un piccolo cuore. Vicino a lui, bella ed altera come una sovrana, la sua compagna reggeva la corte dei gentiluomini d’onore, e la piccola curiosità provinciale si sbizzariva in commenti svariati, indiscreta ma pur genuflessa, con quell’istinto invincibile della plebe, che sempre accorre come una docile mandria per le strade ove passano i re.
Quivi erano musicisti e cantori; colà drammaturghi ed istrioni; drammaturghi sopra tutto, chè questo malanno è assai diffuso al giorno d’oggi, nè ormai può trovarsi alcuna persona rispettabile che non abbia scritto commedie, che non abbia per una volta sentito in cuor suo il fuoco echìleo del sollevare le platee. Drammaturghi fischiati una sol volta o fischiati assai più, che per quell’unica sera campale tutta la vita rimarrebber uomini di penna e di pensiero; e più oltre, insieme, in un bel disordine, altri commediografi ancora ed altri commediai, poeti e verseggiatori che vanno alla burchia, romanzieri e imbrattatori di pagine, autori pregevoli e filosofi da dozzina, pensatori di certo ingegno ed uomini di lettere cui meglio sarebbe convenuto per natura il trincetto e lo spago del ciabattino: tutto un piccolo mondo d’intelligenza e d’abbrutimento, di modestie rare e di insane alterigie; un piccolo mondo d’uomini rampicanti, che si erano degnamente o vanamente affaticati per quell’erta scabra la quale ha su l’ápice il sole tormentoso della gloria.
V’erano giunti alcuni, ed uscivano da quella folla per starsene soli, per riparlare delle antiche battaglie con gli emuli antichi.
Ed uno v’era, dalla bella fronte, dal profilo faunesco, dalla bocca ruvida e sarcastica, il quale aveva dato un teatro nervoso alla fiacchezza della scena italiana; un altro, pieno d’irrequietezza nella stretta persona, pieno di brio nel volto segaligno, che ammulinava senza tregua parole come il vento le foglie cadute, ed aveva satireggiato lungo tempo in un teatro mondano prima di scoprire in sè la vena drammatica.
Un altro, dalla testa ieratica, gli occhi lucidi nelle occhiaie profonde, con qualcosa di adunco e pur di dolce in tutta la sua persona secca e stracca, il quale aveva tormentato in più modi il suo sogno d’arte, aborrendo il mestiere, correndo intorno alla propria anima visionaria, lanciando nel suo buio qualche bellissimo raggio, per poterla illuminare tutta, e sentendo con un cuore morto i più vivi palpiti della vita. E v’era, lì accanto, per lo più, un uomo silenzioso, dal volto arcigno e scontento, che aveva la bocca ormai contratta e suggellata in un sorriso pieno d’indelébile scherno e che, per sola conciliazione con la vita nemicissima, aveva conservato un appetito prodigioso e taciturno. Uomo d’altri tempi, bella tempra di combattitore, lucida mente d’osservatore, s’era divertito a sciuparsi, a manomettersi con una voluttà crudele. Poneva lo stesso ingegno nel compiere un’opera insigne o nel far cosa di nessun pregio; tutto aveva sofferto nella vita, le cose più logoranti per la tempra umana: l’amore, l’ambizione, il disprezzo, il tormento dell’arte, la lussuria, e fors’anche la fame.
Un altro, dal viso delicato, che rimaneva giovine e quasi monacale nel volgere degli anni, poeta di rime cesellate, intorneatore di versi un poco artifiziosi, che pareva un essere pressochè incapace di sopportare la brutalissima vita moderna, ed avrebbe forse voluto vivere in quella remota età ove una bella rima s’incoronava con rami d’alloro. Un altro, che aveva portato seco dalla calma laguna la freschezza d’uno spirito goldoniano, e vinceva rapidamente la sua battaglia in più tenzoni dissimili. Poi v’erano i nomadi, quelli che di tempo in tempo giungevano d’altre città, a mescersi per qualche sera nei cenacoli d’arte; venuti a spalleggiare un dramma, a proporre una pubblicazione, a recitare un poema. E v’erano, ma più spesso in disparte, i giovini corteggiatori del grande idolo dalla tromba d’oro, che gareggiavano di versatili bizzarrìe, stretti intorno ad un poeta conquistatore di stelle, che tutti li soverchiava col suo burrascoso ingegno e tutto osava per infuturarsi con una bella temerità.
V’era un soppraggiunto romanziere, dalla pallida e bella faccia di efebo, che si lisciava i lucenti capelli con un gesto discontinuo della mano imbrillantata, ascoltando il parlar grasso del bolognese venuto in fama di scrittor libertino con un libro d’elogio al lupanare e molte istorie di carne venduta. Talvolta era insieme con loro un pallido fiorentino, che aveva nella sua faccia mansueta una volontà incisiva e già s’era provato in più giostre onorevoli, deciso a conquistarsi la vita con un disperato eroismo; mordace, attento, vivo, secco, sicuro, raggruppava in sè le sue forze feline per dare il balzo che lo avrebbe svincolato dalla folla.
E più altri che invano contendevano per lo stesso miraggio, discepoli d’arti vicine, che avrebbero tenacemente squassato nel buio perpetuo la lor fiaccola vacillante, e però si dilettavano d’accanirsi con una furia bizzarra contro i più lontani ed i più alti, ai quali la gloria aveva già fasciata la fronte con i suoi veli meravigliosi.
Ma v’erano, tra queste voci discordi, talune voci pacate, ferme, che molto rare discorrevano per difendere o per ferire, con la medesima giustizia serena. Uomini solitari, cui dilettava lo spettacolo di quella sala clamorosa, e venivano a cogliervi qualche significante attitudine umana od a temperarvi in silenzio acutissimi strali.
Fra tutti costoro, lentamente, Arrigo del Ferrante fu accolto. Annodò di sera in sera le più svariate conoscenze, sicchè in capo di qualche tempo si trovò ad essere un familiare del luogo, ben accetto alle diverse compagnie, per quel fascino singolare ch’egli sapeva diffondere intorno a sè. Gli artisti lo accolsero in grazia di quel suo fine gusto musicale che gli faceva dire cose profonde con una piacevole modestia, ed anche perch’egli aveva il dono innato dell’adulazione non servile, di quell’adulazione che si lascia credere, che accarezza, che piace. I buontemponi lo vollero compagno nelle cene per il suo gaio spirito e la sua facile dimestichezza; i donnaioli lo corteggiarono per la sua bella donna; i giocatori lo tolleraron nelle partite perchè nessuno trovava il pretesto nè il coraggio di metterlo al bando.
Poi l’abitudine fece il resto, e nessuno pensò più ch’egli fosse un intruso.
Tutto questo gli apriva il cammino per andar oltre. Di lì, alle soglie dei circoli mal vietati, alle sale dei palazzi mal vigilati, il tragitto non era più che una distanza breve. Bisognava unicamente che la fortuna delle carte o la versatilità de’ suoi ripieghi bastassero a tenerlo in bílico durante quest’ultima battaglia decisiva.
Le cose andaron bene e male; ma egli vi rimediò sempre con infiniti strattagemmi. Tutto gli servì a trovar denaro nei giorni di bisogno, e poichè sapeva di camminare in equilibrio lungo l’orlo d’un precipizio, lottò con l’unghie, coi denti, senza riposo e senza mercede. Spolpò il padre, la madre, divorò i piccoli risparmi delle sorelle, si fece prestare persino l’economie della domestica di casa, firmò cambiali agli amici del padre, che, sapendo l’occhialaio abbastanza danaroso, fingevano di credere alle sue fiabe e gli davan chi tanto, chi poco. Riuscì perfino a riconciliarsi col terribile Riotti e manovrò in guisa da potersi creare un piccolo debito con lui.
Il farmacista, allettato dalle più vicine promesse di matrimonio, si turbò al racconto immaginoso che Arrigo gli fece del proprio onore compromesso, di quel nome che Arrigo gli dava, chiamandolo suo secondo padre, finchè, raschiandosi molto la gola per nascondere una stupida commozione, il buon farmacista finì col cedere e slegò i cordoni della borsa.
Ma tutto questo non bastava. Le spese della sua vita crescevano a dismisura. Con molti buoni pretesti aveva lasciato comprendere ai genitori che non gli era più possibile vivere in quel sobborgo fuor di mano, e s’era preso per sè solo un bel quartierino verso il centro della città. Lo aveva arredato con mobili presi a credito, ma scelti con eleganza, quasi con lusso. Egli desiderava che fosse impossibile a’ suoi nuovi amici ritrovar la strada tortuosa per la quale era giunto sino a loro, e voleva che per nulla al mondo potessero mai venire a conoscenza della sua stirpe bottegaia.
In quel momento le carte gli volser male, e fu la miseria nera, assoluta, irreparabile, che gli si mise alle calcagna. Ma il suo carattere tuttavia restava in apparenza gaio e speranzoso. Con pochi franchi in tasca, lo si vedeva, elegantissimo nell’abito nero, girar per i teatri a fianco della Ruskaia sfavillante di gioielli, scarrozzare per la città, pranzare nei ristoranti più costosi. Aveva il gesto del gran signore anche nel pagare l’ultimo soldo, e nessuno, tanto meno la sua dolce Tatiana, doveva sapere quanto costassero a lui di fatica e di scaltrezza quelle poche decine di lire ch’ella gli faceva spendere, per esempio a cena, in capricciose ghiottonerie. Aveva debiti piccoli e grandi per ogni cantuccio; la sua spavalda presenza e la sua parola convincente pagavan nel frattempo le più avare impazienze. Di notte in notte poteva capitargli di tornarsene a casa con le tasche rigonfie d’oro, lo spirito allegro; ma bisognava intanto subire le settimane avverse, lottando con eroismo e senza mettersi al repentaglio di non poter pagare una perdita al gioco, il che lo avrebbe per sempre perduto e bandito.
Sapeva che in fondo una salvezza c’era per lui: quella di chiedere all’amante. Ell’avrebbe dato, senz’alcuna obbiezione, forse con gioia.
Nella sua frivola incoscienza femminea ella non sospettava nemmeno le battaglie del suo Rigo: lo sapeva poco ricco, ma ormai, nel vederlo spendere da gran signore, se n’era quasi dimenticata. La donna sovente non ha il dono di contare il denaro che si sperpera intorno a lei.
Qualche volta, vedendolo un po’ buio, pensava che fosse stanco d’amarla; s’attorcigliava a lui, gelosa e piagnucolosa, voleva qualche giuramento, un bacio, un lungo bacio, e tutto passava. Ma s’egli avesse chiesto, certo ell’avrebbe dato, e Arrigo lo sapeva. Egli però esitava, già da lungo tempo, non per scrupolo forse, ma per quella diffidenza innata che gli suggeriva di non mai darsi materialmente in balía d’una donna. Un buon senso naturale gli faceva riflettere che il cuore d’un’amante è mutevole, come la sua secretezza malcerta.
Oggi, innamorata, dà, e la cosa le par semplice; ma domani, stanca o abbandonata, si ricorda, nella invincibile avarizia del suo sesso, di aver pagato, e inutilmente, sicchè se ne duole. Chiacchiera, e, magari per vendicarsi, con due parole avventate perde un uomo. Si sa: da un amante la donna passa all’altro, sopra tutto quando crede di appartenere per tutta la vita ad uno solo; e la coltre del letto è cattiva guardiana di secreti.
D’altra parte si mormorava già che la Ruskaia gli desse aiuto. Ma erano dicerìe timide, campate in aria, che non potevan nuocergli gran che. In mancanza di prove concrete, molti consideravano sopra tutto come l’affabilissimo Arrigo avesse in ogni caso due spalle ben quadrate, una cert’aria da allegro bastonatore, cosicchè il mormorare che si faceva di lui rimaneva lontano e sommesso, in quella specie d’atmosfera intermedia che sorpassa già la maldicenza comune ma non è ancora la gogna pubblica, dalla quale non c’è più salvezza.
E però il bisogno incalzava; da tutte le parti egli era stretto in un cerchio di ferro; aveva esauriti gli altri espedienti; non gli rimaneva che tentare quest’ultimo, qualunque ne fosse il rischio, poichè un grande amore si ferma talvolta davanti ad una piccola spesa, ed egli non si faceva illusioni. Inoltre c’era in lui quasi un vestigio di rettitudine o di fierezza, che gl’impediva quest’azione triviale. Dire alla sua Tatiana, alla sua piccola amante capricciosa e voluttuosa, questa parola orribile: «Dammi!» vedere il denaro monetato passar da quella morbida mano bianca nella sua propria forte e rapace, non poterla più guardare negli occhi con quell’imperio assoluto che gli dava una così bella fierezza di sè, doverle confessare le sue notti angosciose, le sue corse affannose per i vicoli oscuri della città in cerca dell’usuraio da convincere o dell’amico dal quale estorcere le poche lire che avrebbe spese la sera in una bottiglia di Sciampagna, e sentirsi addosso quelle due pupille chiare, ferme, attente, con uno sguardo quasi di compassione... tutto questo gli repugnava, per quanto fosse in lui disperata la volontà di vincere la sua battaglia.
Ma la cosa nacque da sè, necessariamente, nel modo più semplice. Non poteva ella tollerare quelle grandi ombre che si addensavano talvolta negli occhi luminosi dell’amante, nè quel segno amaro che gli vedeva sovente su l’orlo della bocca, nè quel sapore d’angoscia che tante volte si sprigionava da’ suoi baci violenti. Era una dolce amante, curiosa di tutte le piccole vibrazioni dell’anima nascosta, gelosa di ogni secreto, paurosa di poter perdere in un giorno solo, per una cosa minima, tutta la voluttà di quell’amore; e gli diceva qualchevolta, fasciandolo con le braccia molli, dandogli su la bocca il suo più caldo respiro:
— Che hai? che hai? Perchè non vuoi dirmi di cosa ti tormenti?
Egli nulla confessò da principio; tacque, la racconsolò. Ma poi, una volta, si lasciò sfuggire qualche mezza parola, fra istintiva e calcolata, che gli veniva dal cervello e dal cuore insieme, una di quelle parole ambigue che nell’amore fanno tanto male....
E crollò il capo come per cacciarne una torma di pensieri bui, come per ribellarsi contro quel principio di confessione che gli era venuta su le labbra. Un’altra volta, parlando dell’avvenire, disse che dell’avvenire nulla sapeva, nulla poteva ormai sapere, ed anzi non osava guardare più in là del domani, spingere il proprio desiderio oltre l’oblìo delle loro voluttuose carezze... Ed accennò vagamente al giorno in cui gli sarebbe stato necessario sparire, andarsene chissà dove, in cerca di chissà mai qual fortuna, solo e perduto, con questo suo terribile amore, che gli avrebbe devastata l’anima sino all’ultimo giorno della vita... Nel pensiero di tutto questo, che in fondo poteva essere la realtà, qualche lacrima gli luccicava nell’occhio fermo, qualche battito forte rompeva il suo cuore violento, perchè, nonostante la sua freddezza, era un po’ malato in verità di quella sua bella amante dalla boccuccia sempre semichiusa, dalle manine di bambola, che aveva in sè stessa la morbidezza delle sue stoffe di seta, l’odore del profumo che portava, la musica della sua propria voce.
E tutto questo finì con una scena violenta, nel mezzo della quale, fattosi mettere alle strette, egli giunse a confessarle, scapigliato e convulso, con un rantolo nella voce:
— Ebbene, se lo vuoi sapere, ecco... Non ho più denaro, affogo nei debiti, sono in piena rotta con la mia famiglia... devo lasciarti, devo andarmene, devo non vederti più, non baciarti più... partire! Capisci che significa «partire»? E lo avrei già fatto... ma non posso! Avrei taciuto ancora, come taccio da tanto tempo, ma tu hai preteso darmi anche questa umiliazione... ecco, ed ora lo sai!
Per una settimana ella offerse, egli rifiutò. Poi si miser di mezzo una cambiale che scadeva, una partita disastrosa, una lunga notte d’amore, e da quel tempo, nei giorni critici, la Ruskaia provvide alla vita di Arrigo, lasciandolo dilapidar nel suo con la più bella tranquillità.
Ciò divenne anzi per entrambi la cosa più naturale del mondo.
XIII
Ed allora la fortuna tornò; gli arrisero giorni d’abbondanza, sicchè il denaro gli affluiva nelle tasche senza quasi ch’egli se ne avvedesse; il denaro facile, che viene dal tavoliere, che si vince con un punto alto, che si spende con disinvoltura. E la Ruskaia risparmiò, perchè in tali faccende Arrigo amava essere onesto e gli pareva di riacquistare prestigio quando poteva rispondere alla sua Tatiana: — Grazie, non mi occorre nulla.
Anzi le regalò un bell’anello, dove c’era una pietra che nei giorni di bisogno aveva ricevuta contro cambiale da un usuraio, per un prezzo indecente. La fece rilegare da un buon orefice; la pietra brillò degnamente sul dito esiguo della Ruskaia. Se alcuno potesse conoscere la storia di certi gioielli, avrebbe forse di che scrivere un libro comico e triste insieme, perchè intorno a tutte le cose che rappresentano valore s’annoda sempre uno straordinario viluppo di passioni e di bassezze umane.
Poich’era d’animo liberale, quando aveva denaro spendeva largamente. Si risovvenne de’ suoi, fece dono alla famiglia di molte cose che sapeva essere nel desiderio del padre, della madre, del fratello, delle sorelle; infine, per mettersi un poco in pace con quel bravo Riotti, che non poteva rassegnarsi al dilungar delle nozze, pensò di far bene arrivando un giorno in negozio con un braccialetto per la sua paziente fidanzata. Egli conosceva il cuore umano e sapeva il gran prestigio delle cose d’oro.
Quando l’Eugenia mostrò al padre il braccialetto di Arrigo, il Riotti a suo malgrado si lasciò sfuggire una esclamazione di sorpresa.
— Per Dio, che bel capo! — disse. Poi s’inforcò bene gli occhiali sul naso, prese il braccialetto, lo pesò due volte, tre volte, nel palmo della mano, con una cert’aria dubitosa, infine lo mise su la bilancia.
— Ma questo non è oro! — esclamò incredulo, vedendo il peso greve.
— Altro che oro! — asserì la fanciulla. — Vuoi che Arrigo mi dia roba falsa?
— Allora quello spiantato si è messo a fare il ladro, perchè questo è un gran valore, sai!
E venuto su la soglia della bottega, lo cominciò ad esaminare traverso la lente.
— Il marchio c’è... — borbottava.
Per maggior sicurezza andò da un piccolo orefice ch’era lì vicino, e un po’ confuso d’avere in mano un oggetto simile pregò l’amico di provarlo con gli acidi per sapere se fosse oro proprio di zecca, e a diciotto carati.