Colei che non si deve amare: romanzo
Part 6
Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, stando ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo la sua persona per non mostrarsi turbato. Ella ascoltava, guardandolo attentamente, con un sorriso impercettibilmente ironico su l’orlo delle sue labbra fini.
Lo guardava con l’occhio vigile della donna che misura una propria impressione anteriore e la raffronta con un’altra più immediata, stando curva insieme sopra un pericolo o sopra una delusione. Lo guardava perplessa, poich’era stata in verità un po’ leggera dicendogli di venire nella sua casa, e quell’uomo, quello sconosciuto, in fondo poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di lei. Ma la sua maniera d’essere non le faceva paura; egli piuttosto l’incuriosiva, l’aveva incuriosita stranamente fin dal primo giorno quando s’erano incontrati in quel negozio di fioraio. «Per la signora Tatiana Ruskaia,» aveva egli detto, nel mettere il suo biglietto da visita fra le belle orchidee; e il tono di quella voce, l’espressione di quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. «Per la signora Tatiana Ruskaia...» Egli aveva pronunziato il suo nome in un modo singolare, con un accento così nuovo, quasi con timore e quasi con baldanza, non obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo a lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo le piaceva. Così le piacevano i suoi begli occhi neri, la sua bocca sensuale, dalla dentatura lucente come cristallo. Quando più tardi lo aveva riveduto per via, quand’egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza della sua bella persona, ella ne aveva provato un senso molesto e dolce insieme, come se nell’intimo della sua natura femminile una specie di turbamento insolito avesse d’un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del suo cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di giorno, di sera; lo aveva qualchevolta cercato per via con occhi distratti; si era sentita trepidare, nell’avvicinarsi alle strade ove per solito le accadeva d’incontrarlo.
Egli non era stato importuno: le aveva parlato, sì, ma di lontano, con la forza de’ suoi occhi veementi; le aveva detto: «Mi piaci,» le aveva detto anzi: «Ti voglio...» ma dolcemente, senza molestarla nè offenderla.
Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso di cercare unicamente la sua presenza tra i confusi ordini della platea; le avveniva di aspettare ogni giorno quel suo mazzo di fiori con una singolare ansietà, e fors’anco si sarebbe sentita piena di malinconia se un giorno egli non avesse pensato a mandarle fiori.
Quest’uomo la imprigionava nella sua forza come nel piacere d’una carezza che le stringesse tutta la persona. Quando la ravvolgeva nello sguardo luminoso de’ suoi forti occhi, ella ne sentiva quasi un male; senza volerlo, senza spiegarsene il perchè, le pareva che gli avrebbe perdonato qualsiasi audacia; e quand’usciva dal teatro, vibrante, accesa dalla passione che aveva trasfusa nel suo canto, avrebbe voluto incontrarlo, passargli vicino, sentirsi fortemente, improvvisamente, prendere fra le braccia da lui.
Perchè gli aveva dette quelle parole impensate nello scender di carrozza? Era stata, in verità, una frase involontaria, come se le sue labbra avessero parlato da sole, tanto si era turbata nel vederlo subitamente avvicinarsi alla portiera.
Ed ecco, era lì davanti a lei, le parlava.
Si era sentita quel giorno irrequieta e nervosa, poichè l’aspettava; s’era guardata nello specchio, in tutti gli specchi, molte volte, poichè l’aspettava. Era una curiosità malsana, sciocca, la sua; non avrebbe dovuto lasciarsi andare così leggermente al primo capriccio che le frullasse per il capo! E quasi con ira, nell’aspettarlo, se lo andava ripetendo ogni tratto: «Sì, una vera leggerezza, una vera pazzia!...» Egli sarebbe venuto, l’avrebbe trovato volgare e sciocco: la sera stessa non ci avrebbe ripensato più. Capricci di donna un poco sola, che afferrano chi se ne va per il mondo in cerca di tentazioni, con la testa molto accesa, l’anima un po’ vuota... capricci che son tanto più forti quanto più sembrano assurdi, e nascon nei cuori viziati, nei cuori avvezzi a soddisfare con troppa facilità ogni loro desiderio. Sarebbe venuto, e, forse, guardandolo meglio, ella si sarebbe accorta che in lui non v’era nulla di tanto singolare; forse la sua voce, udita meglio, le sarebbe dispiaciuta; i suoi gesti, la sua persona, la sua maniera di ridere non le avrebbero più ispirato quel desiderio femminile d’essere per lui una vera donna; forse, alla fine, se ne sarebbe sentita libera, ne avrebbe riso a cuore aperto, con quel riso giocondo che scoppia in noi quando ci accorgiamo d’essere passati, senza pur cadervi, troppo vicino all’amore.
E lo guardava.
Era un uomo insolito. Fra mille, dopo anni di lontananza, lo avrebbe riconosciuto. Pure stando fermo, e se pur taceva, un contrassegno della sua singolarità era visibile in ogni attitudine della persona. I capelli foltissimi, più che neri, d’una lucentezza quasi violacea, gli si spartivan disugualmente da un lato e dall’altro della fronte, formando sopra il pallore delle tempie due dissimili onde, invano appianate dal pettine o lisciate dalla mano in un gesto assiduo di pensiero. Le linee del suo volto eran ferme, precise, quasi eccessivamente pure; ma la bocca, un po’ aspra quand’era chiusa e piena di soavità nel sorridere, gli occhi dalle palpebre oscure, gli occhi mutevoli come il colore d’un’acqua sotto un variar di nubi, mettevano in quella fredda bellezza una imperfezione gradevole, una specie di selvatica vita, che pareva splendere di continue palpitazioni. Tutto era in lui bello ma temibile: così la mano, piccola e nervosa, che pareva nella sua delicatezza esprimere un non so che di rapace, l’alta statura e complessa, che serbava nella sua forza un’ammirevole agilità, così lo strano contrasto fra l’accuratezza esteriore dell’abito con quello che aveva in sè di non ancora domato e lisciato, l’aria di sofferenza che v’era nel suo sorriso, la malvagità subitanea che brillava come una lama in taluni suoi sguardi.
Tutto questo ella vide, pensò, conobbe, in pochi attimi. La sua mano correva su la tastiera, fuggevole, come inseguendo con ogni nota un pensiero.
— Avete detto «un poco...» — egli fece per interrompere quel silenzio che gli pesava. — Sono stato un poco scortese... Forse. Ma voglio esserlo ancor più. Voglio dirvi, e forse ne riderete, che per voi, senza sapere nulla di voi, ho provato qualcosa di così forte, di così nuovo, che mi è sembrato di potervi amare terribilmente anche se avessi dovuto non conoscervi mai. La prima sera che v’ho intesa cantare....
— Ma voi chi siete? — ella lo interruppe, con un gesto vivo di malessere.
— Io? chi sono?
Egli parve cercare un poco la risposta.
— Nulla sono. Uno fra i tanti, uno fra i mille che vi avranno fatta la corte, non è vero? Quello che vi è capitato con me, può capitarvi ad ogni momento, non è vero? Nulla sono. Di me non potrei dirvi cosa alcuna. Faccio una vita semplice. Amo più essere solo che con altri. Non ho passioni; non ne ho avuta alcuna, finora. Sì, una soltanto: la musica. E non lavoro. Mi siete piaciuta molto e súbito, in un modo che mi ha fatto quasi male. Se anche ne riderete, son contento di avervelo potuto dire.
Ella piegò leggermente il capo e si prese una mano nell’altra, girando gli anelli che portava su le dita. Ora, col dorso, poggiava contro il pianoforte; le ginocchia sovrapposte davano alla sua gonna l’apparenza di una grande ala. Non rideva; era visibilmente commossa; visibilmente.
— E allora?... — ella fece, sollevando verso di lui con timore la faccia un po’ confusa.
— Allora ditemi se potrò sperare di vedervi qualche volta, non più da lontano soltanto, e se potrò domandare anche a voi, per esempio: Chi siete?... e continuare a dirvi le cose un po’ ridicole che vi ho dette oggi, e raccontarvi la storia dei giorni pieni d’inquietudine che ho vissuti nell’attesa di parlare con voi....
— Ebbene... sì! — ella fece dopo una pausa, raccogliendo il ginocchio pieghevole nelle mani congiunte.
Fuori la neve cominciava a cadere, lieve, piana.
XII
Erano divenuti amanti.
A lui, dopo trascorsa la prima ebbrezza, questo fatto non diede alcun turbamento esagerato, perchè nutriva di sè medesimo un naturale orgoglio e si sentiva pronto a ben maggiori destini. Ma ella si era invaghita e persa di lui con un ardente amore; si sentì quasi divenire una cosa piccola e fragile nelle sue mani forti; le piacque anzi d’aver trovato questo bel dominatore nella sua libera vita. Che le importava chi egli fosse? cosa egli fosse? di saperlo ricco o povero? di avere forse raccolta qualche beffarda voce sul conto suo? Ella era una dolce slava, malata d’una ipocondria sensuale, con una vita che tutta le si radiava dal grembo desideroso, cosicchè le pareva talvolta di sentirsi morire sotto le carezze di quell’amante. Non poteva essere una donna per tutti; le bisognava amare, con tanta più veemenza quanto più questo amore fosse inutile, amare con ubbriachezza, con perdizione, con esaurimento, senza che mai tuttavia la sua passione giungesse a lacerarle il velo trasparente dell’anima od a turbare quella chiara fontana ch’era in lei, con l’ondata nè col fango delle passioni tormentose.
Ella era frivola, e pur aveva talvolta le attitudini selvagge d’una amante vera; le piaceva essere blandita, carezzata, addormentata, e pur talvolta le nasceva su la bocca un bacio così violento, che sorpassava la voluttà; era capace di levarsi una mattina, piena di riso, e mettersi a cantare tra i vapori del suo bagno profumato, ma dieci minuti più tardi, nella tepidezza lasciva dell’accappatoio, strisciare sui piccoli sandali a rifugiarsi contro di lui, stringergli le braccia al collo, baciarlo e mettersi a piangere.... Diceva di volergli essere una mamma, una sorella, un’amica, cioè tutte le cose più pure che sian nel cuore femminile, ma in verità non era che un’amante gaudiosa, una tormentatrice raffinata, una donna che metteva ne’ suoi baci struggenti qualche sapore di perversione, qualche stilla di crudeltà.
Quelli che facevano la corte serrata intorno alla Ruskaia, li videro inaspettatamente un giorno andarsene a lato per la città, uscire insieme dal teatro d’opera ed apparire qualche volta nei ristoranti, qualchevolta mostrarsi nei teatri di prosa.
Ne fu mosso grande rumore. Chi era costui? da che parte era sbucato? come si chiamava? che faceva? in che modo era giunto ad innamorar la Ruskaia? Innamorarla per davvero, a quanto pareva! Taluno si ricordò d’essere stato a scuola con lui; talaltro fece più accurate indagini e comunicò il suo nome: Arrigo del Ferrante. Del Ferrante?... Quel nome l’avevano già udito. Uno finalmente si risovvenne: — Ma sì! è proprio quello che s’è fatto sorprendere dal Farra con Miris la Tunisina!
E per mille strade la voce ne corse un po’ dappertutto. Poi si aggiunsero altri particolari. Taluno si rammentava d’averlo veduto, anni addietro, mal vestito, in compagnia di gente equivoca; taluno d’essersi imbattuto con lui nelle bische, d’averlo veduto giocare alle Corse od incontrato nei caffè notturni con donne di malaffare. Poi aveva mutato spoglie; ultimamente veniva spesso a pranzare nei ristoranti centrali e spesso lo vedevano in teatro, sempre solo, corretto, elegantissimo.
Viveva tempo addietro in Firenze una brigata di galantuomini, che facevano professione di sapere il conto loro in ogni cosa, e specialmente nel giocare e nello spender bene il lor denaro, e d’essere il fiore della reale ed onorata scapigliatura. Avevan un capo, detto l’Abate, da cui erano castigati quando fallavano o nel giocare o nello spendere; si radunavano in casa di lui, dove si giocava, più per spasso che per vizio, si facevano merende, cene, e varie allegrie.
A costoro era dato il nome gaio di Mammagnúccoli, così come narra nelle sue Note uno storico di bello stile.
Or la brigata che a buon diritto, nei tempi mutati e mutata città, poteva fregiarsi di tal nome onorato, poichè le stesse cose faceva e con lo stesso brio, fu grandemente sdegnata che la più ambita donna dell’anno fosse a lei ritolta per opera d’un tale che non era del suo numero. Dal marchese di Sant’Urbino, cui spettava per nobiltà, per censo e per effeminatezze d’esserne l’Abate, a don Carletto Santorre, damerino compiuto, fino a Totò Rigoli, buontempone di bello spirito e giullare della compagnia, i commenti furono senza fine.
Quando la novella fu per tutto risaputa, e la Ruskaia ricomparve la prima sera in iscena, bisognò che facesse veri prodigi di maestrìa per non trovarsi di fronte a qualche ostilità, così vivo era il fermento che correva nei palchettoni sparsi per tutto il teatro. Tanto più che verso il mezzo dello spettacolo, in una poltrona di terza fila, per l’appunto era comparso il bel rapitore, quel personaggio misterioso, che li aveva così tranquillamente gabbati.
Ma non sapevano quanto, in cuor suo, quel giovine agognasse a divenir dei loro e quale desiderio lo struggesse di appartenere alla medesima lor vita, forse per ambizione più che per tendenza; e sedere fraternamente nei palchi ove, dal principio alla fine dell’opera, essi non tralasciavano di fare un chiasso importuno, e aver adito a visitare le signore ch’essi visitavano, poi andarsene, con loro insieme, ai Circoli, alle partite protratte fin oltre il lume dell’alba, od alle cene galanti ove Beppe Cianella e Massimo Ravizzoli s’ubbriacavan tutte le sere, sciorinando le più laide sconcezze che si fosser udite mai da favella umana.
Mentre la Ruskaia cantava, in quei palchi si discorreva di Arrigo.
— E un bel giovine però! — disse Totò Rigoli, un uomo che della sua piccola statura s’era fatta un’arma temibile per molestare altrui. E forse lo disse con l’intenzione di dar noia a Paolo del Bassano, che oltremodo si vanagloriava della sua bellezza d’andrógine, e stava con un gomito poggiato sul davanzale del palco, lisciandosi la piccola barba rada e biondiccia che invano voleva essere un ornamento virile nel suo viso dolciastro come rosolio e miele.
Egli puntò il canocchiale affettatamente verso la poltrona ove sedeva Arrigo, poi si lasciò cadere dalle labbra un: «Peuh!...» semisdegnoso, che fece ridere alcuni.
— Mi sembra volgare, — disse, con quella sua voce di falsetto, cui mancava l’erre. Ma le proteste furon numerose, perchè tutto gli si poteva negare, tranne che avesse una sua limpida e maschia bellezza. L’Abate dei Mammagnúccoli, quel marchese di Sant’Urbino che pur si coltivava con molte leggiadre usanze, fu più generoso del suo confratello barbuto, ed ammise che la sua prestanza fisica gli dava diritto al favore di qualsiasi bella donna.
— So di alcuni che per questa faccenda rischieranno di fare una malattia! — disse Giorgino Prémoli, il malevolo, guardando Lanzo Malatesta, che passava per essere fortunato con le donne, poi Carletto Santorre, che s’era invaghito della Ruskaia ed aveva giurato di farla sua per primo, poi Camillo Torretta, che aveva sperato egli pure di sedurla, non coi vezzi dello spirito nè con le banconote allettevoli, poichè d’entrambe le cose era scarso, ma col non avere sopra di sè cosa alcuna che non portasse la genuina marca inglese; poich’egli stesso andava più volte nell’anno a Londra, sacrificando altri lussi, per essere il vero arbitro, in Italia, della moda londinese.
— Ma non disperate! — continuò Giorgino Prémoli, aggiustandosi l’occhialetto che gli acuiva l’espressione sarcastica della fisionomia. — Tutto viene a suo tempo: il bel Ferrante, se non m’inganno, dev’essere uno spiantato.
— Come lo sai? — fecero alcuni.
— Me lo ha detto Sacco Berni, ch’era suo compagno di scuola. Lo ricorda come un giovine di famiglia molto umile; figlio d’impiegati o forse di bottegai suburbani.
Questi Berni eran due fratelli, dediti al gioco, alla crapula, al libertinaggio, con una tempra di ferro; si chiamavano l’uno Gian Giacomo, detto Bacco, per una certa sua rassomiglianza col giovial nume del vino, l’altro Gian Pietro, detto Sacco, perchè aveva nella sua persona tozza e greve qualcosa di simile veramente ad un sacco ripieno. Specialmente in fatto di gioco, molte ambigue voci correvano sul conto loro; ma eran ammessi ed anzi ricercati per il loro spirito giocondo sebben grossolano, e per quell’instancabile brio che mettevan nello scialacquare la vita. Bacco e Sacco eran di tutte le cene, di tutte le scorrerìe notturne, di tutte le imprese più gaie; nei carnovali e nelle quaresime non riposavano mai.
Entrò in quel mentre il conte Raffaele Giuliani, giovine di casato nobilissimo, che godeva tra quei gentiluomini d’una certa considerazione, per esser scevro di quasi tutti i loro vizi e liberale insieme, sicchè mai non rimandava insoddisfatti gli innumerevoli stoccatori. Molte madri della buona società gli tenevan gli occhi addosso per le lor figlie da marito, ed egli, senza deludere alcuna speranza, era frattanto un donnaiolo accanitissimo, ma di cuor talmente svenevole che ad ogni piè sospinto cadeva in perduti amori. Così era stato per la Ruskaia, naturalmente. Gli eran però falliti l’un dopo l’altro i mezzi che a lui procacciavano con facilità estrema tutte le donne del teatro e della galanteria, sicchè la notizia doveva segnatamente colpirlo. E non gli furon lesinate allusioni e maldicenze.
Una malvagità innata spesso ci muove a schernire in altri il nostro medesimo tormento: per questo si cominciò nel palco a magnificare ed esaltare la passione della cantatrice per Arrigo del Ferrante, citando copia d’imaginosi particolari e deridendo un poco il Giuliani con quella garbata insolenza ch’è la più temibile arma degli amici.
— Vorrei conoscerlo questo bel tipo! — prese a dire Totò Rígoli. — Non dev’essere in fin dei conti un uomo comune, e per dire la verità confesso che mi è simpatico.
— Sono del tuo parere, — ammise il Prémoli. — Tanto più che, per giungere alla Ruskaia, bisognerà d’ora innanzi fare la corte a lui. Dico ciò per quelli che se ne interessano... Quanto a me, grazie a Dio, me ne infischio!
Aveva benaltro a pensare, lui! Pieno di debiti fino al collo, senza parenti dai quali ereditare, con un magro impiego in una Compagnia d’Assicurazioni, con una vecchia amante sul dosso che gli aveva già partoriti due bastardi, era ben naturale che il suo cuore fosse un poco inasprito ed egli cercasse di mordere, se poteva, quelli che stavano meglio di lui.
— Cosa ne dici, Rafa? — domandò Lanzo Malatesta al Giuliani, che si era seduto in un angolo del palco, taciturno.
— Dico, — egli rispose, con una specie di sconsolata rassegnazione, — che quando s’è troppi a circuire una donna, questa cade per forza nelle braccia d’un estraneo. Peccato! peccato!... La Ruskaia mi avrebbe fatto commettere qualsiasi pazzia.
— Non sarebbe cosa del tutto nuova per te! — rispose urbanamente Lanzo Malatesta.
Era questi un bel giovine, smilzo, di capelli biondi, con gli occhi vivacissimi, la bocca espressiva, una guancia divisa obliquamente da una profonda cicatrice. Attaccabrighe molesto, buono schermitore, facile duellatore, era più temuto che amato, sebbene la troppa vitalità del suo spirito fosse più colpevole che non il cuor malvagio di questi ardori eccessivi. Senz’altro amore che il pericolo nella sua vita irruenta, cavalcava per gli ippodromi, si cimentava ne’ circuiti, gareggiava con il remo e con la vela, disistimando quelli che spendevano il tempo in più tranquille fatiche. Donne, gioco ed altri spassi non eran che intermezzi d’ozio nella sua vita coraggiosa.
Ma non soltanto in quella brigata si discorreva di Arrigo e della sua buona ventura.
Nei palchetti ove sbocciavano come fiori opulenti le scollature incipriate, adorne di limpidi gioielli tra la pigrizia dei ventagli odorosi, fatti per bisbigliarvi dietro una parola furtiva, per soffocare un riso inverecondo, per nascondere uno sbadiglio, di questo, insieme con altre frivolezze si parlava. E poichè gli amori delle cantatrici interessano le signore almeno tanto quanto l’arte loro, don Carletto Santorre, don Antonino Vernazza, il marchese Minardi ed altri gentiluomini, erano andati in giro di visita in visita a comunicare quest’ultima notizia della cronaca teatrale con la educata circospezione ch’è di rigore nella buona società. Si videro molte belle bocche sorriderne, compiaciute che ci fosse una donna di meno irreprensibile nell’opinione altrui, e furon mandati frizzi e leggiadre ambasciate a quelli che notoriamente eran rimasti in asso, mentre una certa onda di curiosità si sollevava intorno alla persona d’Arrigo e insistenti canocchiali si piegavano, tutta sera, dai davanzali dei palchi a riconoscere l’avventuroso.
Da quella volta in poi, quand’egli entrava in teatro, taluna diceva a tal’altra sottovoce: «Ecco il bel Ferrante!» Ed avendolo consacrato con questo appellativo, molte, nel guardarlo, pensavano in cuor loro ch’egli era veramente un giovine di piacevole aspetto.
Intanto nel camerino della Ruskaia, che non cessava d’essere assediato, Arrigo potè conoscere alcuni di quella beata signoria ingombratrice di palcoscenici, alcuni di que’ signori, che scivolando fuor dai palchi di famiglia vengon tra le quinte a combinarvi una cena e son poi tutti insieme i benemeriti e spesso gli arbitri del teatro lirico italiano, come protettori del corpo di ballo.
Egli non fu geloso; non domandò alla Ruskaia di allontanare quegli importuni, che or forse pensavano di potergliela portar via da un giorno all’altro, e frattanto lo colmavano di garbatezze. Rafa Giuliani, Lanzo Malatesta, il marchese di Sant’Urbino, capitavano qualchevolta, verso le cinque, in casa della Ruskaia per domandarle una tazza di tè. Venivan pure il principe d’Albi, vecchio mecenate del teatro lirico, il conte Aimone dell’Ussero, membro della Commissione teatrale e forsennato amatore di piccole ballerine, il direttore del teatro, il direttore d’orchestra, moltissimi altri ancora, e Totò Rígoli fra questi, non per corteggiare la cantante, ma per ficcare il naso nelle cose altrui.
Arrigo faceva discretamente gli onori di casa, destreggiandosi nella sua difficile condizione con una abilità singolare. Lo trovaron simpatico e modesto, poichè sapeva solleticare la vanità di ognuno senza mai cadere nell’adulazione. Il principe d’Albi lo prese a benvolere dopo che l’ebbe udito suonare il violino, ed una sera, nel ridotto, si fece vedere in pubblico a discorrere con lui. Questo principe d’Albi, come decano della nobiltà, esercitava su lo stesso patriziato una specie di supremazia; il fatto ch’egli avesse rivolta la parola in pubblico ad Arrigo, escludeva per sempre qualsiasi obbiezione che altri potesser muovere a suo danno. Il marchese di Sant’Urbino, or Abate dei Mammagnúccoli, ma che in passato si ricordava d’aver avuto qualche debolezza per gli uomini belli, sentì forse rinascere, davanti alla sua virile bellezza, certa lontana oscura memoria; e similmente lo prese a benvolere.
Il direttore del teatro, il direttore d’orchestra entrarono a lor volta in una certa dimestichezza con Arrigo, avendo essi l’abitudine di tollerare, insieme con le artiste, tutte le lor parentele e clientele per importune che siano. Totò Rígoli, il quale, per istinto di beffa, sin dal principio si era schierato per il del Ferrante contro i suoi detrattori, durò nel primo impulso, ed un poco altresì per quella smania di proteggere o di combattere ch’egli aveva nella sua piccola persona, prese a trattar familiarmente Arrigo e fu pronto a spezzare qualche lancia in suo favore.
Così, avvalendosi con accortezza di tutte queste cose insieme, calcolando le proprie mosse con la prudenza di chi muove le pedine sopra uno scacchiere, Arrigo potè finalmente rompere il cerchio di ferro che lo divideva da quella gioventù dorata, ricca d’ogni facile dono che possa concedere la vita.