Colei che non si deve amare: romanzo

Part 30

Chapter 303,839 wordsPublic domain

La guardava. Era pur lei, vestita di una mussola fina, quasi diafana, in quella notte calda; era pur lei, fra le pieghe di quella vestaglia trasparente, che mal nascondeva il suo petto florido, vasto, calmo, diviso nel mezzo da un’infossatura quasi buia, la qual nasceva tra i due seni distanti, lei, con la sua cintura di vespa e le sue belle ginocchia che davano al camminare tanta grazia lasciva... Era pur lei, con le sue braccia rotonde, senza un segno, appena cosparse d’una vellutatura bionda, con la sua gola sempre un po’ turgida, come se vi tenesse raccolto uno scoppio di riso, con la sua bocca di donna perduta, lei, con la sua viva odorosa capigliatura bionda, splendente come l’avena d’oro, come il riflesso di una cosa d’oro... Sì, certo, era lei, sebbene gli paresse incredibile, sebbene un altr’uomo, con le sue labbra, con le sue mani, con il calore umido del suo corpo, con il fiato greve della sua bocca ansimante, con la sua viscida saliva, con il suo rauco rantolo, avesse ormai toccata e posseduta questa intangibile purità.

Certo, era lei; si chiamava Lora, Loretta; era la sua sorella germana; era lì.

«Uccídila!» gli comandò una voce, che a lui parve suonasse nel rumore dell’infinito, nell’opaco fervore delle sue vene gonfie di sonorità.

E gli venne all’ápice delle dita, nei nodi delle dita, nella muscolatura dei polsi, una voglia rabida di stringere, di affondare l’unghie acute nella sua carne molle, di sentire quel bagnato, quel caldo che fa il sangue quando sprizza, o di mordere forte, coi denti, lì, nella gola, dov’è la voce che canta, che dice le parole d’amore, che rántola, nello spasimo e nel piacere, istessamente...

Ma gli sembrò di non poterla toccare ancora, di non essere così forte ancora da poter compiere il suo disegno, poichè, più che tutto, quel soave álito, quel dolce odor di lei lo vinceva, lo stremava, era come una mollezza che gli entrasse nelle vene insidiosamente, che gli desse la voglia di giacerle insieme, solo per carezzarla, per toccarla, per sentirsi ancora su la faccia il flotto de’ suoi capelli disciolti, su la bocca il bacio della sua bocca, e morire in lei come in voluttuoso annegamento... poich’ella poteva, ella sola, fargli attingere da questa inebbriata morte il fervore del rinascimento.

Ma queste meditazioni, sebbene concepite in un attimo, lo affaticavano, lo stordivano, ed egli cercò di ribellarsi al lor funesto potere.

— Non ancora! — disse aspramente, con un riso di scherno, poichè la vedeva tremare. — Non ancora.

Ma ella raccolse nella voce tutta la sua dolcezza, tutta la sua persuasione femminile, con cui sapeva di esercitare un così grande imperio sovra di lui, e sommessamente, quasi proditoriamente, lo chiamò per nome. Con la sua propria fragilità, con la sua propria duplicità di femmina quasi tentava di adescarlo, sentendo il pericolo vicino, indovinando il dramma imminente.

— Non mi far male... — balbettò, sempre celata il volto nelle braccia protese.

Sopra tutto ella temeva la sofferenza, l’atto brutale di quelle mani minacciose, lo scoppio di quella collera sinistra. E questa viltà lo fece ridere, d’un riso straziante; perch’egli forse avrebbe voluto che si buttasse innamorata e pentita nelle sue braccia, per ritrovare in lui quasi un rifugio, anzichè sentirsi chieder venia paurosamente, come ad uno straniero.

Allora egli le disse con violenza:

— Guárdami!

Poich’ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente il braccio e con l’ápice delle dita le sollevò la faccia.

— Guárdami! — comandò più forte. — Vedi cos’hai fatto di me?

Buttò indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi e le apparve dinanzi a fronte scoperta.

— Mi riconosci?

Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi una dolcezza ultima dell’amore ch’era stato in lei, la spinse a balbettare una parola incomprensibile, forse di smarrimento, forse di pietà.

— No, — egli riprese con scherno, — certo non mi riconosci. Eppure sono ancora lo stesso. Intendi bene quel che dico: ancora lo stesso!

La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse l’amaro d’un veleno. Allora egli si guardò intorno con uno sguardo pieno di avversione, come se odiasse ogni cosa di quel luogo dov’ella si era venduta. Fiocamente illuminata da un raggio di luna si vedeva per le due porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, piena di quei mobili raccogliticci, che arredano le case d’affitto; mobili comperati a casaccio, collocati nel peggior modo, per riempire un angolo, per soddisfare i capricci d’un locatore estivo.

E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra oscurità.

L’uomo, lo spettro di colui ch’era stato, s’avanzò fino al limitare, forse per curiosità, forse per vedere se alcuno li spiasse; poi si rivolse lentamente, a volto chino, parendo reggere su le spalle il peso enorme della sua propria disperazione.

Col piede urtò nella lampada caduta, la raccolse; non s’era spezzata e la riaccese. Metteva in ogni gesto una lentezza voluta, come se gli piacesse prolungare il silenzio davanti alle parole inevitabili.

Ora la luce rosea della lampada velata si spandeva nuovamente sul terrazzo quasi bianco; egli stava nel mezzo, ella nell’angolo, sempre rintanata, con gli occhi attenti ad ogni gesto di lui.

Allora il giovine incrociò le braccia, drizzando quasi con fatica la persona stanca.

— Lora, — disse, — il giorno che ti sei data per la prima volta all’uomo che paga i tuoi lussi, hai pensato menomamente a quello ch’era stato fra noi?

Fece una pausa, ma prima ch’ella potesse rispondere disse con forza, con ira:

— No!

Poi rise, divenne scherzevole, parve che tentasse d’irritarla.

— Infatti, — la beffò, — mi sembri più bella! Questa vita un po’ pigra ti fa bene alla salute. Ingrassi. Bada, forse un po’ troppo... La vestaglia ti si dislaccia... Non eri così quando ti conoscevo io. Forse Rafa ti fa star molto coricata, e il letto ingrassa... bada!

Prese uno sgabello e vi sedette.

— Discorriamo.

Ella taceva. E questo silenzio lo esasperava benchè facesse uno sforzo indicibile per continuare su quel tono di burla.

— Mi ricordo, — incominciò, — d’un giorno del mese di Marzo, quando sei venuta a trovarmi nella mia casa per la prima volta. Io dormivo. Allora eri quasi una bambina, o parevi esserlo, e mi hai mostrato un braccialetto d’oro. Già!... e adesso quella casa non l’ho più, o per lo meno debbo lasciarla, perchè c’è stato uno scandalo e si evita di salutarmi... Lo sai? Vuol dire che l’avrai tu, una casa, e più bella e più ricca della mia, poichè Rafa spende volentieri. Se però non ingrassi troppo... Rafa, ti avverto, ha in orrore le donne troppo grasse. Poi mi ricordo anche d’una gita che si fece insieme, su le rive di un certo lago... Ma fu per una notte sola; tu ne hai perduta forse la memoria frammezzo a tante cose.

La guardava, la interrogava, la intimidiva con i suoi sinistri occhi.

— Raccóntami dunque un po’ della tua vita!... Non ti rimane più voce?

La sorella domandò con un accento fermo e semplice:

— Perchè sei venuto?

Egli la fissò un momento, con gli occhi lucentissimi:

— Passavo di qui, — rispose; — il muro non è alto; ebbi voglia di farti una visita.

— Perchè sei venuto? — ella ripetè ancora, con una voce più profonda.

— Ah!... Forse pensavi di non rivedermi più? Avevi già messo il cuore in pace?

In lei, come nel viso del fratello, si dipinse fuggevolmente una malvagia e tetra collera.

— Io non t’ho fatto alcun male, — ella disse recisamente, con piena certezza.

— Tu?

— Alcun male, — ribadì, più recisa.

Egli si levò d’un balzo, livido, come per afferrarla.

— No, non toccarmi! — ella comandò, proteggendosi con entrambe le braccia. — Se mi volevi, ero tua; di me avresti potuto fare liberamente quello che ti piaceva... Non dimenticartene!

— Che dici? — mormorò egli, sorpreso da queste parole, colpito in pieno da questa verità.

— Quand’ero, come hai detto, una bambina, quando venni per la prima volta nella tua casa, e dopo, e sempre, fino al giorno in cui fuggisti, potevi fare di me quello che ti piaceva. Io non mi sarei vendicata nè lagnata, mai.

Fece una pausa ella pure, poich’egli taceva, percosso di meraviglia.

— Ma ora cosa mi domandi? — soggiunse Loretta.

— Cosa ti domando?... Un piccolo schiarimento, una cosa da nulla: per qual ragione sei divenuta l’amante di Rafa?

Ella volse gli occhi altrove, irresolutamente, verso gli alberi fermi, verso le stelle agitate, verso la luminosa ombra della notte cerulea.

— Rispondi!

— Non so.

— Per amore?

— No.

— Per denaro?

— Neanche.

— T’ha forse presa di violenza?

— No.

— E allora?

— Non so, non so!... — ella fece nervosamente. — Perchè mi vuoi tormentare?

— Rispondi: lo amavi? lo ami?

— No. Ho detto di no.

Ella intuì che si salvava con queste parole, e ripetè ancora una volta:

— Nè prima, nè ora; non lo amo.

Ed inoltre era pur vero.

Una specie di vertigine passò negli occhi dell’uomo che la fissava; un segno, quasi già un sorriso, quasi un bacio, increspò l’amara sua bocca.

— Ed allora perchè hai fatto questo?

— Io stessa non me lo saprei dire, — confessò la sorella. — È stata una follìa, un momento di leggerezza, una cosa impreveduta e facile, senza gravità ma quasi necessaria... Un giorno feci questo, e non so dirti nemmeno la ragione. Forse perchè tu mi avevi molto martirizzata, forse perchè ho commesso l’errore di salire una scala... non so, non so!

Ed ora non aveva più paura di lui, gli parlava quasi con dolcezza, riprendendo su le guance floride il suo bel colore, passandosi una mano inanellata su la bianca tempia e ravviandosi i capelli con un suo gesto abituale.

— Ed io? — mormorò il fratello, dopo aver taciuto.

— Tu?

— Sì, Lora, io, che t’amavo con tanta pena, io, che fuggivo disperatamente per non farti male?...

Ella esitò un poco, poi disse:

— Tu non m’hai voluta... non m’hai voluta nemmeno quando ne piangevo, dunque...

Nella terribile semplicità di queste parole ella radunava tutta quanta la logica del suo piccolo cuore di donna, scioglieva il suo piccolo enigma femminile, dove l’amore più folle non era stato in fondo che una torbida curiosità. Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del suo grande peccato finiva in questa piccola riflessione: «Tu non mi hai voluta, dunque...»

Ed egli chinò il volto, poi si mise a battere le nocche sul tavolino di vimini, che oscillava.

— Dunque, — fece, con amarezza e con scherno, — avevi semplicemente bisogno che uno ti coricasse, forte, con le spalle sovra un cuscino, che uno ti facesse dare finalmente quel piccolo grido... Chi fosse costui, poco importava. Io ti avevo molto martirizzata... hai detto martirizzata?... — bene, sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un uomo ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto in cambio qualche abito, qualche gioiello, una casa che finirà con divenir tua... ecco, e tutto questo lo hai!

— Ho voluto, — ella spiegò, — scegliermi una vita diversa da quella che facevo: null’altro. Forse mi sono anche ingannata.

Egli la fissò ancora con uno sguardo dubitoso, poi mutò pensiero:

— Perchè sei sola questa sera?

— Sono molte volte sola, — ella rispose.

Tacquero; un lungo silenzio dominò la loro inquietudine. Egli aspettava ch’ella parlasse; ella era in attesa delle parole di lui. E si esaminavano attenti; l’uno cercava di leggere nel cuore dell’altra.

— Dunque, — egli riprese dopo quella pausa, — dunque non hai nulla a dirmi?

— Sì, molte cose... ma ho paura di te.

— Ed hai ragione, — disse il fratello. — Io son giunto a quell’ora in cui non si rispetta più nulla e nessuno, in cui tutta una storia va incontro al suo pericolo definitivo. Però t’ascolto, se devi dirmi qualcosa, e ti ascolto ancora con bontà, Lora, perchè io sono ancora lo stesso... ti ripeto: ancora lo stesso.

E mise nella sua voce, in queste ultime parole, un accento soave come una carezza.

— Siéditi, — soggiunse; — vienmi più vicino.

— No! — ella fece due volte, — no.

— Hai paura?

Non rispose; ma pareva che un’angoscia, una pietà, una compassione quasi vicina al ribrezzo, le soffocasse l’anima in quel rifiuto.

Sul limitare della sala semibuia la figura di Lazzara comparve, piena d’esitazione, tuttavia con l’aria d’esser lì per recarle soccorso.

L’uomo si volse a lei con una mossa repentina:

— Che volete? — inveì.

La ragazza non rispose; i suoi occhi spauriti si volgevano dall’uno all’altra, quasi per indovinare.

Ma Loretta le disse:

— Non temere, Lazzara. Sali nella tua camera e dormi. Fra poco mio fratello se ne andrà.

— Vostro fratello, signora?... — profferì la fanciulla, senza poter credere a sè stessa per la maraviglia.

— Sali e dormi, Lazzara, — comandò Lora brevemente.

Ella si ritrasse a piccoli passi, tacendo, e scomparve nel buio. Indi a poco fra lo spessore dell’antica muraglia scaturì un rumore d’acqua corrente, che nella risonanza della notte riempiva di sonorità la casa profonda. Poi tacque: le alte camere si addormentarono.

— Non me ne andrò, — disse il giovine. — Sono venuto a vederti per l’ultima volta, e non me ne andrò così presto.

— Ho pensato, — ella fece, — che non vorresti rimanere a lungo in questa casa.

— La stessa cosa io pensavo di te. Ma evidentemente mi sono ingannato.

Ella non diede alcuna risposta. Invece, dopo un silenzio, gli domandò:

— Allora che vuoi?

— Prima di tutto ascoltarti. Avevi molte cose a dirmi... dunque parla, e sinceramente, come parlavi con me una volta, quando non avevi paura.

Ella intrecciò le dita insieme, e parve cercare in sè profondamente una frase per esprimersi.

Veniva ora dalla inoltrata notte qualche alito di frescura, in alto, per le cime degli alberi, sommessamente. La lampada velata ne riceveva i brividi; sotto il respiro del vento la sua morbida luce impallidiva.

— Una sola cosa volevo dirti, Rigo, — ella pronunziò infine. — Che anche tu devi per sempre dimenticare i giorni passati e perdonarmi se ti ho fatto male senz’alcuna mia colpa.

Nella faccia bianca dell’uomo passò, come una transfigurazione, il colore della sua profonda morte.

— Anche tu... anche tu... — egli ripetè macchinalmente, con un atto appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: — Questo vuol dire che per tuo conto hai già dimenticato.

Ella non rispose da prima; poi ebbe forse pietà di quel dolore.

— Non ho dimenticato, — gli disse. — Ma ogni giorno vado facendo uno sforzo continuo per strappare da me questa cosa che non doveva essere... Io sono morta per tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto male.

Egli la guardò con una specie di sperdimento, quasi cercando nel suo volto un segno qualsiasi che gli permettesse di non credere a quelle fredde parole.

Ma in lei vide un’attitudine ferma, risoluta, quasi nemica.

E di nuovo si levò:

— Senti...

Le venne più vicino, si curvò:

— Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; ho sofferto tutto quello che un uomo può soffrire, e son tornato per vederti, solo per vederti. Sono stato nella casa di mio padre, dove tu, dove tu ed io, abbiamo portata l’infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un cane. Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti han vôlto il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni m’hanno insultato quasi apertamente, perchè mi accusano di aver concluso il tuo mercato. Ma di questo non ti rimprovero: la colpa è d’entrambi; siamo colpevoli entrambi, sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la pena. Invece, se ho bene compreso il senso delle tue parole, in questo momento nel quale una immensa rovina si moltiplica intorno a me, tu che ne sei la causa non trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e ragionevole consiglio: «Bisogna dimenticare.» Non è così?

Ella tacque, si restrinse nelle spalle, confusa, umiliata, come se avesse per la prima volta compresa la gravità de’ suoi falli.

— È così? — Rispóndimi! — egli comandò, afferrandole un polso.

— No, Rigo... no, no... — ella balbettava smarrita. — Guarda: io voglio fare per te, per mio padre, per mia madre, tutto quanto posso... Dítemi solo cosa debbo fare... dítemi...

Gli occhi le si empivan di lacrime, come ad una piccola bimba cui si minacci un grave castigo. Egli comprese d’avere davanti a sè l’ineluttabile dell’anima femminile, quel vuoto, quel nulla, che sta in fondo a tanti cuori di donna. Di ciò si avvide con l’intelletto, ma in cuor suo, nell’interiore sua febbre, non volle credervi ancora; cercò di non arrendersi, di riafferrare con un’estrema cecità la sua speranza fuggente.

— Lora, tu mi hai detto che non ami Rafa, che non gli appartieni per amore... Dimmi: è la verità?

— Sì, è la verità.

— Mi hai detto pure che ti sei forse ingannata scegliendo questo cammino, è vero?

— Sì, è vero.

— Ebbene, senti. La passione che ho per te supera, esclude tutto. Ho mille rimorsi nel cuore, ma ormai non temo neanche il rimorso. Bandito, rovinato, espulso: tutto questo non mi dà un vero spavento. È forse orribile a dirsi, ma io posso dimenticare tutto questo. Non così la mia passione maledetta. L’amore che ho per te, la febbre che tu mi dài, la tempesta che mi susciti nel cervello, nei sensi, questo no, mai! mai!...

Così vicino le stava, ch’ella n’era tutta rabbrividita, e si restringeva nell’angolo, s’impiccioliva nella stretta de’ suoi propri gomiti, quasi per accrescere lo spazio che li divideva. Quelle parole, quel suo fiato caldo, quella passione traboccante, quel viso contraffatto, e la minaccia di sentirsi toccata, baciata, posseduta, le davan ormai un invincibile ribrezzo, più forte che la stessa paura, più forte che la stessa pietà.

Ma egli, quasi ebbro, continuava:

— Se tu vuoi, se tu mi dici una sola parola, io posso veramente scordare tutta la miseria di questi giorni. Se tu vuoi, mi sento la forza di ricominciare un’altra volta la vita, e lontano di qui, lontano da tutte queste memorie, mi sento la forza di giungere ad ogni cosa che tu possa desiderare. Saprò vigilarti, servirti, rendere la tua vita bella, come tu stessa forse non hai sognato ancora. In questo momento comprendo che sono stato un pazzo quand’ho avuta paura della nostra colpa. Noi non abbiamo volontà che basti per lottare contro queste cose immense; anzi troppo spesso, come hai detto, noi siamo vili davanti alla felicità. Ma ora, vedi, son tornato e ti aspetto, e, se vuoi, m’inginocchio per chiederti perdono, e, se vuoi, ti prendo nelle braccia, così come sei, per portarti lontano, attraverso la notte, via di qui, via da tutti, sin dove nessuno al mondo possa più conoscere il rifugio del nostro amore...

E già, nell’ebbrezza del suo perdimento, nella vertigine del suo rinnovato sogno, stava per cingerla con le braccia e tendere verso la fredda bocca di lei la sua bocca bruciante, quand’ella dette un grido soffocato, e, prima che potesse toccarla, con un rapido movimento gli sfuggì.

Ansante, con i capelli un po’ disfatti, non sapendo come difendersi dal pericolo della sua violenza, indietreggiò fin presso l’orlo della scalinata per aprirsi una fuga verso il giardino.

Egli si battè contro le tempie i due pugni convulsi, come per arrendersi al dramma di quell’ora che passava. Poi la guardò. Muto, attento, fermo, per un lungo attimo la guardò.

Nelle mosse rapide la vestaglia s’era interamente slacciata, e sotto la febbre di quegli occhi ella s’accorse d’avere le braccia quasi del tutto nude, la gola scoverta, il seno visibile. Per un pudore istintivo cercò di raccogliere la stoffa tenue sul candore di quella nudità.

Intorno a lei, su l’alto della gradinata, brillò, sparì, qualche tremante lucciola, che nascondeva in sè un verme buio, come talvolta l’amore nasconde un turpe vizio tra le sue belle fiamme.

Egli rimase dov’era, e parlò forte:

— Allora una confessione, una sola: Non mi ami più?

Ella taceva.

— Ti faccio ribrezzo? mi odii?... se ti bacio gridi?...

Metteva tra queste frasi una dura pausa, breve come un singhiozzo.

— Mi lascerai portare la mia croce da solo? da solo e per sempre?

Ella era ferma in capo della scalinata, ferma come una statua; si vedeva soltanto il pizzo delle sue larghe maniche leggermente tremare. Una di quelle sperse lucciole, volando, le si impigliò fra i capelli. Ma ella non sentì quel peso, non si accorse di avere sopra la fronte quella piccola stella.

— Rispondi! rispondi! Voglio udire da te l’ultima parola... da te, dalla tua bocca!

Un attimo ancora di silenzio:

— Non mi amerai più?...

Come di schianto, ella si piegò su le ginocchia, si accasciò sul primo gradino, rompendo in lagrime dirotte.

La lucciola uscì da’ suoi capelli, si mise a volarle intorno.

Allora, fuor di senno, egli s’avventò. Con le braccia pur esauste la raccolse di peso, e perchè non potesse gridare, ben forte, con tutta la mano, le tappò la bocca.

Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si guardò intorno, come un animale in cerca della tana.

Ella volle dibattersi con ogni forza, cercò di morderlo, cercò di urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile premuta su la sua bocca. Cercò di fargli male agitandosi quanto potè; ma d’un tratto il peso ch’egli reggeva su le braccia divenne assai più greve, come il peso di una creatura morta; la bocca senza fiato cessò di mettergli bava e sangue nel palmo che la premeva.

Allora l’uomo, con la sua preda su le braccia, passò nel raggio di luna che bagnava il terrazzo come un fascio di bianca elettricità, e, traversata la soglia, giunto nel mezzo della prima sala terrena, parve cercasse con gli occhi sperduti un divano sul quale deporla.

Quando l’ebbe adagiata, s’inginocchiò. Si mise, come un ebete, ad ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la sonorità concava del silenzio vi gravitava immobile, come nei claustri disabitati; la magnificenza del raggio lunare traeva dalle ságome dei mobili qualche fulgore, simile a bianchissimi arcobaleni.

Allora egli si guardò il palmo della mano, il palmo che sanguinava, morso da’ suoi denti minuti; poi si tastò il cuore, la fronte, la faccia, quasi per riconoscere sè stesso.

Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; la sua gola nuda era un po’ turgida, il suo petto scoverto quasi non respirava. Aveva le braccia lente lungo i fianchi, le ginocchia unite, i piedi composti, come in una bara; le sue belle treccie, quasi del tutto sciolte, bagnavano il lembo spiovente nel raggio di luna.

— «Ora, — egli disse a colei che non udiva, — ora t’ucciderò.»

E trasse di tasca un’arma lucida; ma tosto, impaurito, la ripose.

Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore assordante, come di gente che sopravvenisse, urlando, per impedire il suo delitto. Ascoltò: non sapeva ben distinguere se questi rumori fossero nel suo cervello o fuori; ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in torma, dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui.

Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori acuti come lame gli trafiggevano la carne. Su la bella bocca della donna coricata era impressa una traccia di sangue, che la faceva parere un po’ tumida e le suggellava intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte, come ha talvolta, nel sonno d’un narcotico, la bocca di chi soffre un dolore atroce. Egli v’appressò l’orecchio, per udire se quelle labbra respirassero; ma il rombo delle sue proprie vene soverchiava quel leggero álito.

— «Ora, — disse un’altra volta, — ora t’ucciderò.»

Le sue dita convulse toccarono con voluttà il freddo metallo dell’arma; di nuovo palleggiò fra le mani il minuscolo ordigno, su cui s’accendevano scintille come sprazzi di fosforo.