Colei che non si deve amare: romanzo
Part 29
Col suo grido Lazzara l’aveva ridestata; ed ora stavano entrambe a guardar le lucciole, che volavano via spegnendosi a poco a poco, nel buio, come lucígnoli deboli sotto il vento.
Nell’aria ferma, poco più su che le cime degli alberi, il calor del giorno pareva esser rimasto sospeso come un gonfio lenzuolo pressochè invisibile; tutto, a perdita d’occhio, pareva sopraffatto ed esausto per la fatica enorme dell’estate.
A quell’ora, nella villetta, nella casa rustica del giardiniere, nel villaggio poco lontano, i contadini, gli artigiani, dormivano con serena pace; non si udiva che la cantilena lentissima d’una donna, la quale forse ninnava il suo bimbo.
Quando l’ultima lucciola si spense, laggiù, dentro un cespuglio, Loretta disse a Lazzara:
— Dove sei stata?
— Nei campi.
Ed aveva su la gonna infatti qualche fil di fieno.
Certo se n’era andata in cerca di lucciole, per trovarsi fuori dal cancello con Benedetto che l’aspettava; poichè Benedetto era un bel giovine e le faceva la corte. Ecco, era tornata con le sue lucciole, co’ suoi capelli sempre spettinati, ed alla cintura portava un garofano rosso che prima era stato all’occhiello del suo galante.
— Questa sera non verrà il signore? — domandò Lazzara.
— Non verrà. Almeno ha detto che non verrà, — Loretta rispose.
A Villa Giuliani quella sera si dava un pranzo e Rafa era costretto a rimanersene in famiglia, dove le sue troppo frequenti assenze, le notti passate fuor di villa ed i mormorii del vicinato avevano già fatto nascere qualche malumore.
— A meno che non venga più tardi, — fece Lazzara; — magari dopo la mezzanotte, come sabato scorso.
— Può darsi, — rispose Loretta. Ed affacciatasi al terrazzuolo, guardò con uno sguardo errante la fantastica notte, simile quasi ad una bellissima donna ignuda, che ricurva su lo specchio della terra si andasse lentamente pettinando le lunghe sue treccie nere, cosparse d’una polvere d’oro che scintillava e tremava come un denso pulviscolo di stelle.
Eran diventate amiche durante quelle poche settimane, poichè l’età le univa e qualcosa forse di concorde nel dissimile cuore. Lazzara si occupava di governar la casa, ripuliva, rassettava, ricuciva, dava di mano alla cuoca, faceva un po’ di stiratura; ma quantunque non avesse che un semplice abito nero e tutta l’eleganza sua fosse ne’ grembiuli fini, questa graziosa villanella era quasi una signorina, una signorina molto strana.
E Loretta l’amava; nelle calme ore d’ozio si tenevan compagnia; discorrevano insieme, a lungo, di cose lievi, lievi come le farfalle.
Lazzara era la figlia spuria d’una donnaccia del paese, nátale da un amore di strada maestra, fra le calde vendemmie. Costei beveva e la picchiava. Un giorno scomparve. Dissero che fosse andata in città a prostituirsi nella mala vita, e più da quel tempo non la si rivide. Allora Lazzara divenne la più trista e lacera monella che fossevi nel villaggio. Da principio il parroco, un buon vecchio prete, ch’era venuto ai settant’anni senza mai peccare, se l’era tolta seco per far opera di carità e voleva educarla come una figlia; ma non potendola frenare, l’aveva messa in convento. Dal convento era fuggita per un ismodato amore di libertà; e non s’era saputo più nulla di lei, finchè un giorno l’avevan riveduta nel villaggio, e diceva d’aver fatto molto cammino, a piedi, solo per rivedere il suo vecchio prete, che da qualche mese appunto avevano condotto a sepoltura.
Adesso aveva più che vent’anni; era bella, era selvatica, e lavorava e le facevan la corte.
— Non dormirete, signora? — domandò Lazzara, vedendo che Lora, taciturna, stava con i due gomiti sul davanzale del terrazzo e guardava nella chiara notte, un po’ ebbra di quella solitudine.
— Dormirò più tardi, — rispose; — ancora non ho sonno.
Si rivolse dalla piccola veranda e tornò sulla poltrona di vimini, presso il lume velato.
Un filo d’aria, pur lieve, non moveva le foglie del giardino; le stelle rossastre parevano mandar su la terra un disperato calore.
— E tu hai sonno, Lazzara?
— L’estate io non dormo che poco, e male, perchè i sogni che faccio mi túrbano.
— Raccóntami: quali sono i tuoi sogni?
— Son molti e sono pieni di miracolo, signora. Talvolta sogno l’altro mio viaggio, quel lungo viaggio che dovrò fare, assai lontano di qui.
— Dunque pensi che ripartirai, Lazzara?
— Certo ripartirò. Mi piace la strada, il fiume, il vento; mi piace ogni cosa che va lontano.
Lora si sdraiò nella poltrona con indolenza, rovesciò il capo all’indietro, sul cuscino, ed in quella penombra i suoi capelli chiari le mettevano intorno alla fronte una specie d’aurora.
— Sei stata in convento, non è vero? — domandò alla fanciulla.
— Sì, signora; più di quattro anni.
— E ne sei anche fuggita, mi hanno detto.
— Sì, una bella notte che non dimenticherò.
— Raccóntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed amo ascoltare i tuoi racconti.
La fanciulla si accovacciò a terra sopra una stuoia, contro le ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d’un bell’animale selvatico e docile.
Poi si mise a raccontare...
Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po’ lente che intonano in coro le monache dalla voce cristallina, e il fumo gonfio degli incensi tra gli altari bianchi di gigli, nei mattini di primavera. E poi, quando il suo fervido cuore, nella cella rigorosa, nei cortili pieni di sole, al di là dalle nude muraglie, risognava l’aperta infinita campagna, ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi odorosi di timi e di résine, ove sono i frutteti e le vigne, le messi che ondeggiano, il vento e la libertà.
E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, libera, sola, con il cuore che le cantava, in una notte del mezzo Aprile.
Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, nel silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso di ferro che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, la guardava. Passavan nel cielo, davanti alla sua cella, certe continue vampe di chiarità, quasi tangibili, come fiumane traverso lo spazio, e v’era una chitarra che sonava, lontana continua, straziante allegra, come un dolore che volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da una finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile...
E si levò. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano come fantasmi enormi che non facesser rumore. Poi vide nell’ombra due luci, due scintille di fosforo, ferme, che l’impaurirono. Si nascose tra le colonne, strisciò luogo un andito, passò un cortile, giunse nell’orto, si aggrappò ad un cancello, s’inerpicò per un albero, fin sopra il ciglio del muro. E di là vide una fila di case addormentate, con un fioco lume che pendeva da un fil di rame, fra due muri, oscillando; poi vide la campagna, l’infinita libera campagna, simile quasi ad un mare, in quelle bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante luna.
Allora, d’un tratto, fragile com’era, paurosa com’era, si fece il segno della croce, e si lasciò cadere...
Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta viva negli odori della notte primaverile, lasciandosi dietro un solco nell’erba rugiadosa, bevendo il vento che le passava tra i capelli e li scioglieva stupendamente, facendoli nella corsa ondeggiare come una bella criniera.
Camminò. Le messi abbondavano di spiche mature, le viti pendevano da un albero all’altro, quasi bianche di grappoli in fiore. Passò prati, campi, orti, seminagioni, frutteti; e come in sogno rivide allora fiorir le stagioni, che da tanti anni non vedeva più; rivide la primavera odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida di ruscelli, gaia di canzoni; l’estate adorna di pannocchie d’oro, dal cartoccio stridente, con le sue sterminate messi un po’ curve per la ricchezza dei frumenti, ed i covoni e le biche su l’aie scintillanti, ed i bubbolìi freschi dei fonti nell’ora meridiana, ed il guizzo della falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una distruzione lenta. Poi sognò dell’autunno, con le sue clamorose vendemmie, dell’inverno, con la sua squallida neve...
Camminò. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva con una musica lieve, inchinando l’erbe al suo passare, giocando nel suo lesto correre con la scherzosa luna. E le pareva che il ruscello cantasse, piano, per lei sola, una bella canzone: «Séguimi, o tu che vai per tutta la notte senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco la mia meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M’accompagna il chiaror della luna e faccio un lieve romore. Séguimi, o tu che vai per la notte senza conoscere la tua strada.»
Camminò. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto notturno; ella ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. Era, nel mezzo Aprile, la notte più stellata. Pareva che ogni stella avesse un’ala invisibile o che un vento leggero, passando, le facesse tremare. E più ella fissava nel cielo i suoi occhi sperduti, più infinitamente vedeva nascere stelle. Ad ogni battito d’occhio alcuna spariva: era un mondo distrutto, un atomo di luce distrutto, non appariva più.
Camminò. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva cascatelle, muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava una strada, un podere, una casa; entrava nei prati, pareva perdersi: ricominciava. Lontano, all’orizzonte, con indistinte ombre ventose, apparivano le foreste. Ora cominciò ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, più lontano, poi un altro ancora, e quei laìti lugubri empirono la notte serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano apparenze umane; s’udivan strepiti nel buio, come di gente che sbucasse dai rami, e le pareva di sentirsi ghermire. Poi, nell’alto fogliame, intese un frastuono, quasi un tonfo, come d’immense ali che calassero giù... Ed era un gufo, o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare la morte. Il ruscello scomparve, si cacciò sotto la terra, nel buio. Ed ella andava, andava, andava, più tra le siepi, più tra le macchie, più tra le forre, toccata in faccia dal vento di quelle ali enormi, perseguitata da quei canti funebri; poi le piombarono tutti addosso, gufi e civette, per ucciderla, per coprire il suo corpo morto con un lenzuolo d’ali immonde... Alla fine, quando l’ebbero atterrata, soffocata, uccisa, le si misero tutti all’intorno, in cerchio, immobili, senza più cantare, simili ad un tribunale di spettri, e stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurità.
Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava su l’erba il sole mattutino; l’odor selvatico dei timi profumava la terra umida; le capinere del bosco trillavano a voce spiegata...
Lazzara tacque. Laggiù nel giardino, tra il folto, avevano entrambe inteso un rumore. Ascoltarono.
La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, vuotava i suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri traboccanti nella profonda immensità; erano collane favolose, che si spezzavano e rotolavano per l’infinito, corrusco di mille arcobaleni; eran diademi fatti con milioni d’astri, che si rompevano in frantumi e scorrevano tra fiumane di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero, disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava in una conca scintillante.
Ascoltarono, più attente.
— Nulla, — disse Loretta; — è nulla; continua.
Accovacciata su la stuoia, tenendo fra le mani congiunte le ginocchia pigre, gli occhi un po’ spersi nell’incantesimo della notte d’estate, un sorriso appena visibile su le rosse labbra, Lazzara ricominciò.
... e diceva, battendo agli usci, cantilenando sopra un’aria imparata nel convento:
Date un pane, buona gente; nel mio sacco non rimane più niente... Buona gente, chi mi fa per l’amore del Signore la carità?
E così, camminando e mendicando, giunse ad un paese che stava sul declivio di montagne gigantesche, e brillava di fiumi scintillanti, ed era tutto imbevuto di primavera come un roseto in pieno fiore.
Ad un casolare, certa donna le parlò:
— Come ti chiami?
— Lazzara.
— E che hai fatto sinora?
— Nulla: ho camminato.
La donna stette un attimo pensierosa, poi disse:
— Entra.
Così la presero per il tempo della mietitura.
Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava sdraiata sopra un mucchio di fieno, tra due siepi cariche di frutti rossi, all’ombra d’un gelso basso e contorto. Di là dalla siepe correva la strada maestra, tutta polvere e sole, tra le fratte arsicce che avvampavan di selci vive e di ginestre in fiore. Venne a passar di lì Cardo, il pastore, che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una vasta nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada prima di posarsi dietro il lor passare; un cagnaccio di pel fulvo, con la coda mozza, si lanciava ringhiosamente contro quelle che disarmentavano. Cardo era un ragazzotto di spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di capelli nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature. Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio gli uscivan le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, opachi di polvere, si muscolavano con solidità nelle sue dure caviglie di camminatore.
Egli guardò sopra la siepe, vide la fanciulla giacere sul fieno, fece una smorfia e rise forte.
— Buon dì!
— Buon dì.
— Fa sole...
— Che sole!
Cardo fermò la mandria in un pratello e si misero a merenda insieme. Sul fieno, ella stava con la pigrizia d’una gatta snella e indolente.
Allora egli tolse dalla sacca un mezzo pan nero, un po’ di formaggio, una manata di ciriege, e venne a sdraiarsi vicino a lei. Si guardarono in faccia e risero. Entrambi, senza saperne il perchè, risero.
— Fa sole...
— Che sole!
— Già, e non piove...
Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa com’era se le portò alla bocca. Un rivoletto sanguigno le corse giù per il mento. Guardava lui, che la guardava. Era scalza ella pure, con le braccia mezzo nude, con qualche fil di fieno tra i biondi capelli arruffati, che mandavan riflessi brillanti e bui. Così giacendo, formava un solco profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava un odor di selvatico.
Ma egli non rideva più: si fece scuro, e, come sentendosi pungere da non so quale molestia, ogni tanto, poichè stava prono, col dorso dei piedi scalzi batteva la terra, ma forte.
Non un rumore di gente, o d’animali o di cose, non un correre d’acque, non un tremar di foglie; non altro che un gridìo di cicale, ma così tenace, fermo, continuo, che pareva stranamente fondersi col silenzio ed essere il silenzio stesso.
Ella era scalza, ella pure, — e se ne rammentava. La gonnelletta corta, rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; tra quel fieno, qualche fil di paglia la pungeva nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso, tondo — e se ne rammentava.
— Che avete, Carlo, a fissarmi così?
Allora egli strisciò carponi, sui gomiti, e standole più presso, cominciò a fiutarla con un semiriso d’ubbriachezza, come chi fiutasse a lungo la fermentazione d’un tino di mosto.
Era un pomeriggio d’estate, pieno d’iracondia, implacabile, rosso come una fucina rovente, per quel sole che tutto lo incendiava. Ed ella si sentì, tra quel fieno, più nuda e più supina che se fosse adagiata sopra la sua coltre. Sentendosi bella, ebbe vergogna di sè. C’erano intorno sciami di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore; ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la stordivano così.
Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l’un dell’altra, ma d’un riso sciocco. Egli avanzò la mano.
— Be’, Cardo, — ella disse — mi fate male!...
E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella calda estate, avanzando il fiore floscio tra il mucchio della fienatura.
Cantavano, strillavano, le cicale.
Quando l’autunno venne, i vendemmiatori la mandaron via.
Ricominciò a camminare, in giù, lungo il fiume, con la rapida corrente. Le avevan narrato di certi grandi velieri, con antenne alte come una casa, e di più grandi navi senza vela, in un porto immenso, davanti all’anfiteatro di una città splendidissima.
Certa sera, vedendo un uomo che stava per spingere il suo battello nel fiume, curiosamente si fermò a guardare. L’acqua scendeva, lenta e buia, con brividi luminosi, tra i filari di pioppi dal fogliame d’argento.
— È lontana la città? — Lazzara domandò all’uomo che buttava un mucchio di cordami vecchi nel suo battello e stava per saltarvi dentro.
— Sette ore di fiume, — questi fece, senza volgersi.
— E a piedi?
— A piedi? Chi ci va a piedi? — schernì l’uomo; e si volse.
— Io ci vado, — ella rispose con serenità.
Il battelliere la guardava; aveva egli una barba color di rame con qualche venatura bianca; portava in capo un berrettaccio di lana, che aveva preso il colore dell’acqua e del vento.
— Ohibò, con quelle gambe! — disse con un riso bonario. Poi soggiunse: — Ma che ci vai a fare?
— E tu?
— Porto legna.
— Sicchè fammi salire.
Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, e disse: — Tanto fa!... il battello è carico; sali pure.
Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt’e due, in silenzio, come vecchi amici.
Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela quadrata, stese una copertaccia ruvida, lacera, sui duri cordami, e sopra vi si coricò. Lazzara, piena di confidenza, gli si distese vicino. La barra del timone era sopra le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto s’afflosciava, battendo contro l’antenna con un romor secco come di cosa stracca.
Le due rive intanto rabbuiavano; ma c’era un quarto di luna che saliva su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con rado stelle.
— Per caso, — domandò Lazzara, — non avreste un vecchio pane da mettere sotto i denti?
— C’è pane e pesce fritto, laggiù, in quella cesta.
Ella prese quel po’ di cena e si mise a divorarla con ingordigia. Fumando, il battelliere la osservava.
— Ma insomma, — volle sapere, — da che parte vieni, che sei tanto lacera?
Ella si mise a narrargli di sè, tutta una fiaba...
Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne accendeva sempre più, e il fiume che per ognuna mandava cento splendori. Il battello scivolava piano piano, facendo sciacquar l’acqua sotto la sua chiglia, lasciandosi dietro, nel fiume sparso di firmamento, una scìa tremantissima.
— Come ti chiami tu? — fece il battelliere.
— Io, Lazzara. E tu?
— Benozzo; io, Benozzo.
— Ah...
Il battello scendeva senza prender vento, rompendo l’acqua illuminata, che ricadeva in gocciole di stelle. Dalle due rive i pioppi ogni tanto si scuotevano, svettavano, come se li intirizzisse l’algido chiarore della luna, spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga nei boschi d’ulivi; poi, lentamente, l’uno appresso l’altro, riprendevano il sonno interrotto nella vaporosa quiete della notte fluviale.
— Lazzara!... — esclamò d’improvviso Loretta, afferrandola per il braccio e balzando in piedi; — Lazzara, guarda... C’è qualcuno laggiù!...
In fondo alla scalinata, fra i cespugli, s’era mossa un’ombra nera; due volte, tre volte, visibilmente, s’era mossa un’ombra nera.
— No, signora, — disse Lazzara, levandosi a ginocchi su la stuoia, ma un poco impaurita ella pure. — È forse un gatto... forse il vento...
— No, taci.
L’ombra si moveva, più distinta, più umana. La videro, buia nel buio; l’intesero che si moveva.
Ammutolirono. Poi Lazzara balbettò:
— Chi può essere? Gli vado incontro, signora...
In quel mentre, da dietro i cespugli, nel pieno chiarore del viale illuminato, sbucò fuori una forma d’uomo, curva, irriconoscibile, che fece qualche passo avanti, quasi barcollando, e si fermò. Ma Lora dette un grido, e per non vederlo si coverse la faccia.
Lazzara fu meno timida; si fece avanti, su l’orlo della scalinata, volle parlare, forse gridare, ma non potè.
Egli ora saliva, lentamente, cupamente, con un aspetto minaccioso, gli occhi nascosti sotto l’ala del cappello, i pugni affondati nelle tasche, forse pronti sovra un’arma invisibile.
Si fermò a mezzo della scalinata, guardò in alto, fissamente; poi fece due salti rapidi, e fu sul terrazzo, davanti a loro.
— Non gridate! — ingiunse, con una voce sorda. — Non voglio che si gridi!
Entrambe, ammutolite, si strinsero l’una contro l’altra, fecero qualche passo indietro; urtaron contro il tavolino di giunchi; la lampada si rovesciò, si spense.
Eppure lo vedevan bene, bieco e pallido com’era, tutto curvato innanzi, con una specie di oscillazione, di tremito, nella sua persona sinistra.
— Chi è? — bisbigliava Lazzara.
— Taci...
Allora seguì un grave silenzio, e fu, per l’uomo, un di que’ silenzi ambigui che l’anima più disperata frammette come un indugio davanti al suo più disperato coraggio.
Ma súbito egli disse con asprezza:
— Voglio rimanere solo con te. Mándala via.
Nessuna delle due si mosse; anzi parvero serrarsi ancor più vicine. Allora egli cominciò a guardarla, come sopraffatto da una specie di fascino; e, stando fermo, la investiva con uno sguardo triste, insidioso, miserabile, la ricercava per tutta la persona, quasi che ciò gli facesse un male estremo e la sua volontà fosse del tutto spenta sol per averla un attimo veduta.
— Con te sola, — disse un’altra volta, — con te, Lora...
Forse già era un’altra voce che pronunziava questo nome, o forse, per quello sguardo pieno di miseria, ella comprese di non doverlo ancor temere; sicchè d’un tratto, abbassando il viso con una specie di obbedienza, disse piano a Lazzara di andarsene via.
Costei esitava, ma ella con un moto repentino la sospinse. Allora la ragazza uscì, a passi lenti, cauti, come alcuno che si ritraesse per mettersi a vigilare.
Poich’egli s’avvicinava, ella ebbe una invincibile paura e protese un braccio verso la porta ov’era scomparsa Lazzara.
— No, no... — balbettava — lásciami...
E con la faccia quasi nascosta fra le due braccia tese, s’andò a rannicchiare in un angolo del terrazzo, contro la vetrata, come in un rifugio.
Ora, fra quei due che s’erano amati, che avevano vissuto insieme il più terribile dramma d’amore di cui possa l’anima umana contenere il palpito, fra quei due che si erano a vicenda vietato il meraviglioso delitto, forse perchè incapaci entrambi di sopportarne la tragica e disperante felicità, non era più che uno spazio breve come il braccio, lieve come la forza d’un àlito, pericoloso come il gesto di chi ghermisce e di chi si lascia ghermire, mentre intorno a loro un giardino ebbro lanciava in alto vampe di profumi forti come un narcotico, e c’era, lì accanto, una casa pressochè deserta, piene di stanze vuote, profonde, capaci di custodire nel lor silenzio così la più nera complicità come la più efferata beatitudine.
E intorno a loro, e fuori, per tutto il cerchio delle cose visibili, roteava una notte quasi magnética, tanto era bella e splendente, quasi inverosimile, tanto nella sua bellezza era qualcosa di eccessivo e di assurdo, quasi di crudele, poichè non dava il sonno, il riposo, la pace nè il dolcissimo oblìo, ma una folle rabbia di peccati e di lussurie, un tetro bisogno di soffocare nello spasimo del rimorso la tremante anima e colmarla fino all’ubbriachezza d’una voluttà oltremortale.
Da che parte veniva egli mai, così miserabile a vedersi e così vinto? Quale cammino aveva percorso? Quali tragiche risoluzioni portava in sè?
Forse non ricordava più nulla; tutto in lui era scomparso, dileguato, come un fiocco di nebbia nel sole. Ora le stava presso, e mutamente la guardava.