Colei che non si deve amare: romanzo

Part 31

Chapter 312,649 wordsPublic domain

Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua bella tempia, senza quasi rumore... Una scossa, una breve scossa, a lui nel polso, a lei per tutta la persona giacente; una specie di urto improvviso nelle due ginocchia... qualcosa, come un fiotto d’anima nella gola gonfia... un battito, uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po’ di saliva lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il peso d’un braccio che cade... poi più nulla... nessuna differenza visibile, tranne il senso di questa parola: morta. E un filo di sangue, sottile come la più piccola delle sue vene, giù dalla tempia, su la spalla, senza fiotto, piano piano, senza farle male...

Egli pronunziò col pensiero, forse col respiro, questa lieve domanda: — «E poi?»

Ecco: e l’enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche l’enorme vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l’inanità estrema d’ogni cosa, d’ogni possibilità, quando in lei non fosse più respiro. Sì, uccidersi, ma placarsi prima, concedere un sorso anche minimo alla sua rabida sete, per chiudere con un possesso tremendo la sua vita inutile, per non trascinare al di là dall’ultimo rantolo la sua rabbia insoddisfatta...

Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un sacrilegio, immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; ma faceva piano, quasichè non volesse destarla. N’ebbe una così grande gioia, che v’immerse la faccia, ne aspirò, ne bevve il sapore. Ella non si destava; il suo tramortito sonno era profondo. Osò prenderle una mano ed intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura.

— «Povera piccola mano, — pensava, — sarai morta fra poco, non darai più carezze, povera piccola mano...»

E strisciò con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura del braccio, dove tutte le vene, passando, creavano una specie d’oscurità.

In quel mentre una grande farfalla notturna entrò per la finestra; si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, dannosa, come un pipistrello. E batteva, e batteva, per la stanza chiusa, in alto, in basso, cercando l’aria stellata nella oscura prigione. Poi si calò sopra l’uomo ricurvo, e stringendo sempre più il cerchio di quel brancolare gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del suo volo.

Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza quasi azzurra; solamente il raggio lunare saliva come una materia tangibile dentro la bella capigliatura spiovente.

E l’uomo che l’aveva amata con tanta disperazione, che si era difeso contro la colpa con un eroismo tanto accanito quanto inutile, ebbe allora la tentazione suprema di possederla pur una volta prima di spegnere la vita in quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno dal quale non si sarebbe mai più ridesta, nè per stirare in una molle pigrizia le sue membra voluttuose, nè per tendere ad una bocca d’amante il bacio della sua bocca soavissima.

E poichè non era stato il primo, voleva esser l’ultimo a possederla, quegli che le darebbe insieme, quasi nello stesso attimo, le due pressochè simili agonìe del piacere e della morte. Voleva tuttavia ferirla nella sua carne più viva, con una forza malvagia, e, tenendola in possessione, vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per le vene la spasmodica voluttà di quella morte.

Ora finalmente l’odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva capace d’un odio bello, nitido, sicuro di sè. Ed appunto perchè l’odiava, si compiaceva nel dirle, come per ischerno, le più calde parole d’amore; appunto perch’era sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel ripeterle cose dolci e lascive, le stesse cose d’un tempo, quand’ella era perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando la sua verginità null’altro era che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.

Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice l’ombra, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, profondo come un letargo; aveva complice inoltre l’arma vendicatrice, che teneva pronta per il suo primo sussulto.

Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe ore notturne trascorse a possederla inanemente, le voluttà prodigiose di que’ sogni e la fatica enorme dei risvegli logoranti.

— «Io t’ho date le più lunghe gioie che una donna mai ebbe dall’amore d’un uomo; io t’ho goduta, — le diceva, — senza numero di volte nella mia solitudine disperata, come tu stessa non potresti concederti ad altr’uomo che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so il colore delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, so come le tue ginocchia stringono e come fai quando gridi... Ma tu stessa, ora che ti vedo, sei più bella ancora, e, così addormentata, mi ricordo che passavi le tue notti nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo toccarti: ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al collo, perchè tu morrai tenendomi le braccia intorno al collo. E, vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... quasi nulla, un velo appena, e sento già come sei tepida, come sei dolce... Ma perchè vestita?... spógliati... io ti spoglio. Anche un semplice velo è di troppo. Sei bella abbastanza perchè il mantello della morte ti avvolga nuda. Io ti spoglio per l’ultima volta, e in questa luce, ancora più candida sembrerai...»

Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva lentamente, con indugi febbrili, assaporando a poco a poco il gaudio di vederla mirabilmente spogliata. E là dove le vesti s’aprivano, il raggio della luna penetrava, come per stendere una specie di velo glauco su la sua carne scintillante.

Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommità un po’ convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, dal suo mezzo fin sotto le oscure ascelle, i due seni robusti, erti, rigogliosi, pieni d’impudicizia e di splendore, simili a due conocchie straordinarie gonfie di lana da filare.

Egli si fermò come inebetito, quasi vacillante benchè fosse inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento enorme, davanti a quella nudità che aveva osato guardare. Il senso delle cose presenti gli tornava a quella vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come un’eco inafferrabile in fondo all’essere la voce del suo démone gli andava sempre più sibilando: «Uccídila! uccídila! Sáziati, e falla morire.»

Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d’incantesimo, si rammentava d’essere un uomo, un miserabile uomo brancolante sopra una femmina seminuda, e questa femmina essere la stessa ch’egli non poteva toccare, la sua sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava nel grembo l’inconsumabile amore.

Ed ebbe uno spavento immenso al pensiero che quegli occhi potevano aprirsi e guardarlo. Si sentì serrare la fronte come da una mano d’acciaio, fredda e forte; si sentì per tutto il corpo trafiggere come da molte lame che gli recidessero i tendini, ad uno ad uno, per sfibrarlo.

Aveva complice la notte, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno profondo come un letargo, ma non poteva toccarla.

E perchè non potrebbe toccarla? Chi dunque lo condannava a doverla uccidere senza godere di lei?

«Un nome... — si ricordò ch’ell’aveva detto una volta, — cos’è un nome?...»

E dentro, il suo démone beffardo gli urlava con una specie d’implacabile crudeltà: «Sáziati, e falla morire!»

Allora la sua bocca malvagia si tese all’ápice d’uno di que’ seni rotondi, per suggerne il forte sapore; quella orrenda lussuria lo istigò a conoscere dappertutto la sua nudità indifesa, e nel baciarla si sentiva pervadere da un’ebbrezza delirante, come se il suo corpo fiaccato, arso, rovente, si empisse all’improvviso d’un ristoro paradisiaco, e, dentro le sue vene lievi, non più sangue scorresse ma una inconsumabile voluttà.

E la cingeva, e la toccava, e quel corpo stava per essere finalmente la sua preda sul limitare della morte, nè più sapeva chi ella fosse, nè per qual modo su l’orlo della tragedia inevitabile egli potesse conoscere il principio di una così grande felicità.

Anche gli pareva di rammentarsi un’altra notte lontana — quasi dispersa nel vortice del passato — quando parimenti si era trovato curvo su quella amata bocca, pallida, ma non così ferma... — e la baciò.

La baciò a lungo, assetatamente, con ira, come si sugge un delizioso veleno. E gli parve, sotto i suoi baci, ch’ella si agitasse un poco; udì un sommesso lamento, che gli parve un lamento d’amore. Traverso il velo di quell’ebbrezza, la memoria del mondo non gli sembrava più che un oceano infinito, la vita stessa una vacuità immensa, colma di piacere. La baciava su la bocca e su la fronte, sui capelli e su gli occhi; e su la bocca e su gli occhi della sorella addormentata balbettava in delirio le sue parole d’amore.

— Fammi con le braccia intorno al collo un nodo forte... più forte...

Ella aperse gli occhi, e lo guardò. Forse non lo vide, ma lo guardò. E quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra le palpebre violette, sotto l’arco dei grandi sopraccigli, a fissarlo inesorabilmente.

Percosso dal terrore, mentre giungeva per l’ultima volta su l’orlo del peccato, la volontà gli ricadde nell’anima, tutta d’un colpo, infranta. E subitamente, nella faccia della sorella svenuta come nello specchio d’un’acqua senza fondo egli rivide salir la faccia del loro padre taciturno, la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio, l’incancellabile sembianza del generatore che separava i suoi figli.

Livido, indietreggiò nel buio. La catena delle due braccia inerti si disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano dov’ella era stesa, il fantasma del padre si alzava più preciso contro di lui, divincolando a fatica da quel sonno le sue membra cariche di squallore.

E rivide, come l’ultima volta nella casa dell’umile occhialaio, questo bianco suo padre levarsi con una specie di maestà, per minacciare il figlio primogenito che aveva osato peccare contro la legge sacra delle famiglie e spingere l’occhio lascivo sotto la coltre della sorella addormentata.

Ed ora non più lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno fantasma, vero di una tragica umanità, sorgere contro il figlio maledetto, contro il violatore della bellezza ingaudibile, per respingerlo indietro da lei, fuori dalla casa, fuori dagli uomini, fuori dalla vita...

L’incubo sopraffaceva la coscienza dell’uomo dannato, la follìa latente scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli quella specie di briaco terrore che invade la bestia accerchiata da un pericolo senza scampo. La pazzìa liberatrice finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che aveva osato racchiudere nella pavida sua temerità l’amore maraviglioso d’un dio.

E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacciò per la notte d’estate, briaca e folle come una baccante, che saliva per i culmini del cielo, tra un’apoteosi di stelle...

. . . . . . .

Lontano qualche miglio di lì, sotto i fuochi già rossi dell’aurora d’Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri scendeva cantando per il declivio della collina, ciascuno recando su l’ómero la gran falce lunata, che il sole nascente incendiava di tremanti arcobaleni.

Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva risplendere di mattutina ilarità l’anima di quegli adusti mietitori.

A perdita d’occhio, violastri e biondi come un mare sovra il quale indugino gli ultimi vapori della notte, i campi non mietuti si stendevan nella immensa pianura, ed ogni cosa pareva oscillasse in una dorata inquietudine solare, prima che, nell’irrompere del giorno, tutto bruciasse d’aurora e di fiamma sotto la furia dell’estate.

Ed ecco, nella incendiata serenità, il sole sbocciò dall’oriente, come da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, e gli uomini che andavano per falciare, d’improvviso, lo salutarono col loro canto.

Poichè infatti l’avevano lavorata insieme, quella terra onusta di raccolti, gli uomini e il sole.

Giunsero al piano, s’incamminarono tra le messi brillanti come un’esca, ricurve sotto il peso delle pannocchie d’oro, che fra i papaveri di campo sgranavano dal cartoccio rotto un enorme riso giallo.

Poichè il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e di qua, di là, fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con le lor falci si misero in fila. E cantavano sempre, nell’aurora vittoriosa, l’inno colonico al sole onnipossente, alla terra libera, fecondata, che dona i raccolti gloriosi, al vómero tenace che spezza la gleba irta di radici, alla falce nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso la pazza estate, faticosa ed instancabile...

Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava in capo della fila si fermò di colpo.

— Gesummaria!... — gridò verso i compagni; e con la faccia tutta bianca, rimase incerto se avanzare.

— Che c’è? — domandarono quelli che stavano ancora dietro la svolta. E si addossarono a lui, sollevando le brillanti falci, spezzando nella ressa improvvisa qualche fusto di grano. Ma quel che videro li fece inorridire.

Lì su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo giaceva, immobile, contorto, a metà prono, a metà sopra un fianco, la faccia bruttata nella terra tutta molle di sangue. Un grosso can da pagliaio, laido e col pelo irsuto, forse un can sperso, di quelli che van la notte uggiolando fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla fauce intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro zampe leccava con una specie d’ingorda sete la pozza di sangue rappresa nel terriccio, sotto la tempia ferita.

— Un morto... — bisbigliò quello che stava davanti al gruppo. E raccolta una pietra, la scagliò contro il can errático, dalle orecchie mozze, dagli occhi notturni ed iniettati come quelli d’una jena.

L’animale, colpito nel fianco, digrignò senz’abbaiare i denti rossastri, e zoppo sotto il peso del suo ventre gonfio si mise a correre lungo la proda. Quando fu lontano guaì.

— Coraggio, — disse il mietitore; — forse non è morto ancora.

Però, da solo, non gli bastava il cuore per avvicinarsi.

— Fatevi prima il segno della croce, — suggerì cristianamente il più vecchio de’ mietitori. E con la dura mano, sacra di antico travaglio, si toccò la sua fronte rugosa.

Gli uomini, sotto il lampo delle lor falci, si fecero il segno della croce. Poi, con paura, gomito a gomito, si avvicinarono.

Veduta più da presso, la faccia orrenda li raggelò. Si curvarono. Stretta nel pugno convulso, la sottile arma luccicava, — il piccolo meccanismo d’acciaio, gelido, infallibile che aveva data la morte. Intorno alla tempia bruciacchiata era un grumo di sangue nero; degli occhi, uno era chiuso e pesto, l’altro sbarrato, vitreo, scoppiante quasi dall’órbita, come l’occhio d’un uomo che fosse morto in delirio.

Gli sollevarono l’altro braccio, che ricadde come piombo; gli tastaron la fronte fredda, le gambe stecchite, il cuore fermo.

— Amen... — mormorò il più vecchio dei mietitori. — Che Gesù Cristo, nostro Signore, raccolga nella sua pace l’anima di questo cristiano.

E recitando a bassa voce la preghiera dei morti, santificarono la proda empia su cui giaceva un cadavere insepolto.

Poi uno dei falciatori sciorinò il suo fazzoletto di percallo e con pietà lo distese come un sudario su quegli occhi spenti.

— Non è di queste parti, — osservò un altro, che aveva, lì nel campo, raccolto un fiore.

— Neanche delle nostre ville; certo veniva dalla città.

— È sempre la città che li ammazza...

— Dal modo com’è vestito sembra uno di quelli che pretendono di saper godere la vita...

— Così giovine!

— Sì, una trentina d’anni.

— Forse anche di più.

— Trasportiamolo.

— No, — rispose il più vecchio dei mietitori. — Bisogna prima che lo veda il Sindaco.

E in silenzio, con le fronti curve, tra il sole che nasceva sul mondo rifecero il cammino.

RICHMOND HILL — _Agosto 1908_.

AIX-LES-BAINS — _Settembre 1909_.

FINE

_DELLO STESSO AUTORE:_

L’amore che torna — 1908 Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_

Colei che non si deve amare — 1910 Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaio _Romanzo_

La vita comincia domani — 1912 Ultima ediz. dal 106.º al 155.º migliaio _Romanzo_

Il Cavaliere dello Spirito Santo — 1914 dal 41.º al 70.º migliaio _Storia di una giornata_

La donna che inventò l’amore — 1915 Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio _Romanzo_

Mimi Bluette, fiore del mio giardino — 1915 Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaio _Romanzo_

Il libro del mio sogno errante — 1919 Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio

Sciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920 Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaio _Romanzo_

_Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la ristampa._

NOTA DEGLI EDITORI.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.