Colei che non si deve amare: romanzo
Part 26
E le stava presso in attitudine minacciosa. Ella mostrò di averne un poco paura, perchè i suoi occhi si fecero grandi, fermi, e s’accostò al padre che taceva.
— Non rispondi, eh?... — fece Paolo con un sogghigno. — E fai bene a vergognarti, perchè anche noi, tutti noi, — disse con più forza — abbiamo vergogna di te!
Girò sui talloni, dette un pugno su la tavola e si tornò a sedere. Il petto gli ansava per lo sdegnò col quale aveva parlato; si riempì di nuovo il bicchiere, ne accostò l’orlo alle labbra, ma non bevve, e lo depose con forza. Alcune goccie di vino macchiarono la tovaglia.
— Finora, — gridò, — in casa nostra nessuno aveva mai fatto questo bel mestiere!
Loretta era divenuta estremamente bianca; le sue labbra tremavano un poco, e ansava.
Poi si mosse risoluta, andò a prendere il cappellino, i guanti rimasti su la credenza, e, mordendosi un labbro nell’ira taciturna, s’avviò verso l’uscio.
Ma su la soglia si rivolse:
— Se avete vergogna di me, — disse, — abbiate solo un poco di pazienza; fra qualche giorno me ne vado e non darò più noia a nessuno.
— Te ne vai?... — balbettò il padre, alzandosi dalla sedia a fatica.
— Sì! — ella rispose implacabile. — Fra pochi giorni avrò ventun anni e nessuno me lo potrà impedire.
-Vediamo, vediamo... — intervenne il Riotti con una voce amichevole. — Non bisogna mai scaldarsi la testa, — seguitò, guardando Paolo che aveva i due gomiti su la tavola e fissava immobilmente il bicchiere. — Tu, Paolo, sei stato un poco aspro, e tu Loretta...
— Macchè Loretta! — ella interruppe adirata. E uscì sbattendo l’uscio.
Il suo profumo, la rosa di Francia, le rimase dietro come una sciarpa.
IV
Egli era lontano, fuggiva, correva di paese in paese, non dormiva la notte, il giorno era più che mai spossato non trovava pace. Questo amore gli si era veramente confitto nelle carni come un cilicio di rovi e di spini.
Lontano da lei, la sua sofferenza diventava più insopportabile; aveva paura della solitudine, ma insieme odiava la gente. Nel silenzio, udiva il rombo del suo proprio dolore; nel frastuono, l’urlo del suo mondo interiore vinceva la sopraffazione delle vite altrui.
In tutte le sembianze ritrovava quell’unica, in ogni voce riudiva la sua voce; ogni passo di donna, ogni veste femminile gli rammentava il passo, la figura di lei. Si sentiva perduto; il suo démone interiore l’aveva curvato su quella bocca, su quella sola ch’era peccato baciare; aveva per una sorte irrevocabile amato colei, quella sola, che non è lecito amare. Tutte le vie, per quanto lontane, lo riconducevano verso il peccato; nel fischio di ogni treno partente sentiva urlare la sirena del ritorno. Ogni giorno, cento volte in un giorno, pensava: — «Domani tornerò.»
Eppure, fra le angosce della tentazione, per darsi animo alla più lunga fuga, non faceva che ripetere a sè stesso: «Ella mi ha lasciato partire, non s’è aggrappata alle mie ginocchia per trattenermi, non mi ha detto: Resta; non ha pianto.»
No: era invece rimasta immobile, con gli occhi spauriti, senza dir nulla. Una sua parola, una sua lacrima sarebber forse bastate per impedirgli di partire. Ma ella non aveva pianto. E invece comprendeva di averle fatto paura. Comprendeva questo solo: «Le ho fatto paura; le ho fatto quasi orrore...»
Certo egli l’aveva persuasa con le più calde parole; ma tutto questo in fondo non era che simulazione, od era, se non altro, una scaltrezza involontaria ch’egli aveva usata per meglio guardare nell’ombra dell’anima sua.
E sperava di udirla rispondere: «Sì, è vero, è tutto vero quello che dici; ma non andartene via da me, non lasciarmi. O, se vuoi che fuggiamo, prendimi teco, portami via con te. Questo appunto io voglio darti: l’intera mia vita. Essere una piccola cosa tua, per sempre, in tua balìa. Sono ebbra, sono folle come te... Préndimi, portami via!...»
Invece aveva taciuto, con gli occhi fermi, la bocca immobile, spaurita. Quel silenzio lo persuadeva che non s’era ingannato nel dirle: «Il tuo amore è un capriccio, una folata di vento, un’ondata sentimentale nel calore dei vent’anni...» E non poteva essere altrimenti che così. Questo amore irremissibile, che tormentava il suo spirito malato, non poteva nascere nei sensi e nell’anima d’una piccola sorella. Bisognava per ciò essere passati oltre tutte le tentazioni e tutte le delusioni dell’amore, averne conosciuti i vizî, averne consumate fino all’ultima le innumerevoli frodi. Bisognava essere, com’egli era, un freddo conoscitore di tutte le lussurie, per comprendere questa, più delicata e più rara d’ogni altra, questa, che chiudeva in ogni bacio un sorso di lentissimo veleno. Ma invece ella passava una crisi, una piccola crisi d’amore, poi sarebbe tornata verso la vita di tutti, avrebbe ripreso ad amare le cose lecite, sarebbe stata d’altri con lo stesso desiderio ismemorato col quale s’era offerta a lui.
Quella sua bella bocca vermiglia si sarebbe tesa con la stessa lascivia, con la stessa ingordigia, verso la bocca d’un altro amante; avrebbe dati a lui quei baci tenaci ch’ella sapeva dare. Un altro avrebbe tuffate le mani calde ne’ suoi gonfi capelli, che portavano in sè qualche raggio di sole come la spiga matura; que’ suoi capelli che sapevano d’un odor di piuma ed avevan nei loro riflessi l’irrequietezza d’una cosa viva. Sopra il suo collo, su la gola, tra i seni colmi e già così profondi che potevano tra l’uno e l’altro nascondere tutta una faccia, altre labbra sarebbero passate, calde, struggenti, a prodigarle quelle carezze ch’ella amava... Poich’ella era fatta per godere spensieratamente il dolore altrui, ed aveva in sè, in tutta la sua persona, in ogni movimento, e nella voce, e nello sguardo, il segno visibile d’una violenta sensualità.
Pensò: «Non voglio più tornare. Dov’ella vive l’aria è corrotta. Non voglio più rivederla; devo cancellare questa immagine dalla mia mente, strapparmi dal cuore questa pianta velenosa che ha messo radici per tutte le mie vene. Forse io stesso ho creato in me questo amore; io stesso le dò la potenza di cui ella mi dispera. Guárdala meglio: forse non è bella. Vinci la tua perdizione: forse non è temibile.»
Pensò: «Ella mi rompe nel mezzo la mia vita e riperderò per lei tutto il cammino compiuto. Non ho più alcun desiderio che non sia questo folle peccato; le cose che più mi tentarono, se le guardo, mi sembran oggi del tutto lontane dalla mia vita. Bisogna che ritorni ad essere l’uomo che fui.»
E così ragionando se n’andava da un luogo all’altro, senza trovar pace. Dormiva la notte, nei brevi sonni, immerso nel respiro della sua bocca, fra i suoi capelli, parlando con lei. Le diceva parole piene di delirio, ed ella, nel baciarlo, gli offriva in ogni modo perverso, con esperte lascivie, la sua bocca di peccatrice.
Dappertutto era sempre con lui, per ogni angolo, per ogni strada. Gli avvenne anche di non più ricordarsi come fosse precisamente il suo volto; ma ciò che in lui durava era l’impressione d’esserle stato vicino, il bisogno di tornarle vicino, era quell’odor particolare che la sua pelle tramandava, e certi suoni della sua voce, del suo ridere, certe memorie quasi lontane di parole che non osarono dirsi, nel tempo in cui stava per nascere la timida loro complicità. Non era più nemmeno la sua sorella che amava, ma un’altra fatta come lei.
E se pur la baciava ogni notte ne’ suoi torbidi sogni, la squallida faccia del padre non veniva nemmeno più a minacciarlo silenziosamente.
Volle chiedere a sè stesso come mai questo amore gli fosse nato nell’anima, e non trovò in sè stesso alcuna ragione palese. Era un uomo sano, equilibrato, che si era sempre condotto nella vita con tenace fermezza; nè il suo costume, nè i suoi pensieri, nè le sue letture, nè un esempio qualsiasi, lo avevano mai sospinto a concepire la possibilità di così fatti amori.
Ed il fenomeno era nato in lui subitamente, come sboccia un gran fiore perverso in un campo arido.
Allora divenne superstizioso; pensò che tutto questo avesse un’origine soprannaturale, fosse un castigo inflittogli da Dio, e pensò alla chiesa, al prete, alla confessione.
Ebbe una speranza illimitata in questo sorgere istintivo del sentimento religioso, che forse gli dormiva insospettato nell’anima, come una profonda e miracolosa eredità.
Entrò nelle fredde chiese, con la paura dell’errante che tutti respingono; si segnò con l’acqua benedetta, rimase per lunghe ore nell’ombra dei colonnati, presso gli altari sfavillanti, aspettando la grazia, contaminando la preghiera con la sua bocca non guaribile. Una volta s’inginocchiò nel confessionale; ma una paura più forte gli suggellò nell’anima il suo grande peccato.
Anche nella chiesa, tra il vapore degli incensi aromatici, sotto la custodia dei simboli sacri, il suo fantasma lo perseguitava. Stando a ginocchi tra le colonne, dove la basilica era più deserta, pur tra la voce dell’organo che talvolta par chiudere in sè la mistica gioia d’una purificazione umana, egli sentiva il bacio di quella bocca vietata risalirgli dalle radici dell’essere come un piacere inebriante, e quando i ceri costellavano l’altare d’una luce vaporosa, pur sotto l’ala misericorde che l’assolveva del suo peccato, egli si coricava perdutamente, in una coltre impura, vicino a lei...
V
— Non così presto, Rafa! — esclamò giocondamente Loretta serrandogli un braccio. — Non così presto!... Ho paura.
La strada si lanciava innanzi, bianca e vampante, sotto la sferza del sole d’estate. L’automobile volava; la campagna carica di messi d’oro mandava una luce abbagliante, fin dove, all’estremo limite, la copriva il cielo.
Rafa era curvo sul volante; Loretta vicino a lui, ravvolta il capo in un velo azzurro, guardava la strada fuggire, splendere, ardere: ne sorrideva impaurita. L’automobile era carica de’ suoi bauli; egli finalmente la conduceva nella chiara villa preparata per lei.
Dietro di loro la città, ravvolta in un fascio di sole, mandava nel cielo scintillante il fumo de’ suoi laboriosi opifici; le spirali gonfie si allargavan lentamente nello spazio, come strani fiori fatti d’aria e di caligine che il vento sfasciasse a poco a poco. Le prime colline apparivano all’orizzonte, fertili di antichi boschi e di giovini praterie; più distanti, quasi cancellate nella rossa veemenza del giorno, le azzurre Alpi segnavano al confine dello spazio una diga scintillante.
La strada, fiancheggiata da pochi alberi polverosi, correva diritta fra campi coltivati, assottigliandosi laggiù, nella distanza, come un brillante sentiero. Tutto all’intorno l’occhio spaziava: i campanili delle chiese, le finestre delle fattorie mandavano di lontano un balenìo fermo, come se dentro le consumasse un incendio.
Un branco d’oche traversava la strada; l’automobile vi passò nel mezzo, disperdendole per ogni lato con un furioso battere d’ali, così come il vento sperde una manata di piume. La piccola guardiana scalza, che s’era insiepata, strillò di paura.
Loretta si volse a guardare se qualche oca fosse rimasta schiacciata; ma non vide che una nube di polvere, gonfia come un lenzuolo pieno di vento, che saliva in alto, vorticando.
— Certo ne hai ammazzata qualcuna... — ella disse con voce piena di compassione. — Corri troppo forte!
Rafa si mise a ridere; il meccanico ch’era nell’interno della vettura si sporse avanti e rispose:
— No, signora, nessuna: ho guardato io.
Loretta si consolò. Erano giunti in fondo alla dirittura, compariva un villaggio e bisognò rallentare.
— Per dire la verità, io non ho mai compreso bene come possano le automobili camminar da sole, — confessò Loretta.
— Oh!... sarebbe una cosa troppo grave a spiegarsi ora, — disse Rafa sorridendo.
Ella parve riflettere un istante, poi domandò:
— Potrai una volta insegnarmi a guidare l’automobile?
— Se vuoi.
— E’ difficile?
— Non è difficile, ma bisogna stare molto attenti.
Ell’aveva gli occhi pieni di polvere nonostante il velo che s’era calata sul viso, e con un fazzolettino se li ripuliva.
— Perchè non metti gli occhiali? — domandò Rafa.
— Ho paura che mi stiano troppo male, — confessò Loretta con un sorriso.
— Ma cosa dici mai? Tutte le signore li portano in automobile; altrimenti si prende una malattia d’occhi.
— Davvero?
— Certamente.
Ella frugò nella tasca della spolverina, trasse fuori un paio d’occhiali e ridendo se li mise.
— Tutto giallo! Tutto giallo! — esclamò.
Passato il villaggio, l’automobile riprendeva la corsa.
— Non ti pare che si stia meglio con gli occhiali?
— Sì, hai ragione.
Il vento le mozzava la voce. Rafa l’aveva incaricata di premere ogni tanto sul pedale della sirena, ed ella ne abusava, divertendosi di quel fischio lungo e lamentoso. Ogni volta che vedeva un carro di lontano, dava un colpo di sirena; i carrettieri, lentamente, senza volgersi a guardare, guidavano sul fianco della strada le loro lunghe file di cavalli.
Rafa ogni tanto s’appoggiava contro di lei, per domandarle sottovoce:
— Mi vuoi bene?... — Ella rispondeva di sì, chinando il capo.
Ed ora, per tutto all’intorno, un fertile color d’estate vestiva la campagna gonfia di profumi; qualche bianca villa, sul vértice delle colline, si riposava nella pace degli antichi boschi; nel piano le falci qua e là brillavano, come lampi, ed i villani, arrampicati su le scale a piuoli, caricavano i carri della fienatura. A lei, ch’era vissuta nella città selciata di pietra e soffocata fra i tetti, questo spettacolo di libertà e di pace apriva giocondamente il cuore.
— Come sarò felice in campagna! — ella disse con un palpito. — Ho voglia di correre nei prati, di vivere in mezzo ai contadini, di stendermi sotto gli alberi, di buttarmi sul fieno!
Poi domandò con sommissione:
— Potrò fare queste cose?
— Certo, — egli rispose. — Potrai fare tutto quello che ti piacerà.
Ella ebbe un sussulto di gioia.
— E tu verrai spesso a trovarmi?
— Ogni giorno, Loretta.
— Quanto è lontana la tua villa dalla mia?
— Mezz’ora d’automobile.
Elia misurò col pensiero quella breve distanza, poi disse:
— Ma la sera probabilmente bisognerà ch’io rimanga sola, è vero?
— Non sempre; io potrò qualchevolta rimanere con te, se mi vorrai. — E soggiunse: — Vorrai?....
— Oh, sì... — ella rispose, con una specie di pudore.
— Del resto non devi temere affatto, perchè avrai con te la tua domestica ed in fondo al giardino v’è la casa del giardiniere, che vi abita con tutta la famiglia. Li conosco da molti anni e son brava gente.
Il paese incollinava; la macchina forte superava le salite senza fatica; il sole già pendeva sul culmine delle montagne. Sorpassata un’altura su la quale torreggiavano i ruderi d’un castello antico, subitamente un lago apparve davanti a loro, placido in lontananza, come una bella turchese incastonata fra le montagne. I battelli a vapore lo solcavano, lasciandosi dietro una striscia di fumo, parendo fermi traverso la distanza e non più grandi che giocattoli di bimbi. Le barche disseminate non segnavano che un punto nero nell’immobile splendore dell’acqua.
— Il lago! il lago! — esclamò Loretta, tendendo il braccio.
— Sì, ora lo costeggeremo, — egli rispose.
Sparve, quando avvallarono, ricomparve quando furon su le alture, sempre più azzurro, sempre più vasto; poi s’imboscaron per una strada forestale, giunsero al sommo d’una tortuosa erta, e videro a’ lor piedi stendersi luminosamente il lago, che il sole fregiava di ricami e d’istorie come un immenso arazzo d’oro.
La macchina si avventò per la china con un rimbombo di congegni, svoltò nel serpeggiare del pendìo sotto il morso dei freni potenti, e mentre le sue nubi di polvere turbinavano ancora su l’alto della collina discesa, essa già correva lungo la riva del lago, sotto i terrazzi dei giardini, che lasciavan spiovere su la strada maestra le lor ghirlande di gelsomini e di rose.
A poco a poco il sole si ritraeva dalle sponde, che divenivan d’un color viola, e più violento s’accendeva nel mezzo del lago, saettato in giù dall’opposta montagna.
Allora una grande tristezza invase il cuore di Loretta, e, correndo per quella riva fiorita, un altro lago le salì nella memoria, più bello ancora e più dolce, dove i giardini andavano a bagnarsi nella pianissima onda e c’erano i rematori che cantavano, di sera, navigando sotto le stelle...
Pensò che su quel lago ella era scesa, in una barca fragile, che ad ogni mossa dondolava, e si ricordò dell’uomo ch’era con lei quel giorno, curvo sui remi, con gli occhi pieni di luce, la fronte sudata. Si ricordò della notte che poi era venuta, con tante stelle quante non aveva per l’innanzi vedute mai, della notte ch’era stata la più terribile e la più dolce nella sua vita, quando un profumo troppo forte di magnolie e di gelsomini entrava con l’aria notturna a invadere la stanza, dov’ella, malata d’amore di sogni e di primavera, quella notte non poteva dormire...
VI
Egli tornò una sera, improvvisamente, perchè il suo fantasma non gli dava pace. Voleva rivederla, e poi forse fuggire di nuovo, per sempre. Ma guardarla negli occhi ancora una volta, saper cosa fosse avvenuto di lei dopo quell’ora di commiato.
Le strade che aveva percorse, i letti nei quali era giaciuto, le avventure in cui s’era freddamente involto per cercare uno svago, erano state il calvario supremo del suo disperato amore. La lontananza ed il tempo, che sono per lo più i dissolvitori delle passioni mediocri, non servivano che a rendere più acerbo un amore come il suo.
Tornò, dopo aver inutilmente costretta la sua carne ed il suo spirito alla rinunzia di questa colpa, dopo essersi intimorito con tutte le minacce, battuto coi più duri flagelli e persuaso che nessun rimedio, tranne forse il possesso, lo avrebbe mai guarito di questo implacabile amore.
Veramente egli sentiva pesare su la sua tremante anima un fato mostruoso; era caduto in balìa di quelle forze che sono maggiori della volontà umana, e non più sperava in sè medesimo per la sua liberazione.
Adesso era troppo tardi anche per la salvezza; l’amava; era posseduto di lei, era smarrito nelle oblique vie di questo amore come in un dedalo senza uscita. Perchè tornasse uomo e ricuperasse nel suo senso esatto il valore della vita, gli era necessario sacrificare al suo terribile nemico tutte le paure dell’anima, che lo tenevano prigioniero.
Una tempesta sensuale s’era scatenata in lui: quest’uomo s’era lasciato pervadere i sensi da una febbre che lo transfigurava, ed il suo mondo interiore non era più che una vicenda continua di allucinazioni, le quali raffiguravan tutte, benchè diversamente, la nuda gioia dell’amplesso. Quest’atto barbaro e dolce era il centro intorno a cui roteava il suo torbido universo.
Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale amore; il suo cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla fatica eccessiva di questo continuo desiderio. Non più lei sola egli amava, ma in lei sola tutto ciò che fin dai primi anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale inquietudine, la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco ella diveniva più che mai la forma del piacere inaccessibile, il fuoco dell’ingaudibile amore, il filtro che dà la morte soave, il profumo che addormenta in un sogno di voluttà paradisiaca.
In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende trascorse. Perchè non aveva egli osato impadronirsene quand’ella si offriva a lui con tanta passione? Una volta ella gli aveva pur detta semplicemente una verità profonda; gli aveva detto: «Il male più grande è non avere il coraggio d’essere felici.» Oh, se l’avesse ascoltata! Ora certo non si troverebbe in quello stremo d’angoscia e d’aberrazione. Perchè non aveva continuato ad essere, secondo il suo principio, uno spavaldo mietitore d’allegrezze, un vuotatore di calici colmi, un di que’ freddi e temerari uomini che sanno escludere da sè stessi la paura del rimorso?
A quest’ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe a trovare in lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, nel precario senso e nel disordine di tutte le cose umane, la loro colpa non avrebbe avuta la coscienza di urtarsi ad insuperabili divieti, così come nulla impediva che due rondini della medesima covata formassero insieme il lor nido, sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s’era levato dalle radici oscure del suo essere a vietargli questo atto di libertà? Quale forza inconoscibile custodiva colei che si chiamava sorella, contro il suo colpevole amore?
V’era dunque intorno ai focolari delle famiglie una legge sacra, non fatta solo dall’arbitrio degli uomini, che malediva i connubî incestuosi e puniva con una morte lenta colui che osasse per avventura spingere lo sguardo sotto le coltri delle sorelle addormentate?
Perchè mai, se alcune v’erano tra le creature femminili, così inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perchè mai queste appunto potevano con tanta veemenza parlare a’ suoi sensi? Perchè mai egli, ch’era stato per l’innanzi uno spavaldo possessore del cuor femminile, tremava ora e di voluttà impallidiva, solo pensando alla forma che aveva il suo polso, all’ombra che si formava leggerissima nella piegatura del suo braccio, a quelle sue fine caviglie, che irrequiete apparivano e sparivano tra il muoversi della balza? Oh, se avesse potuto ricevere da un’altra amante queste gioie tormentose! Ma no! ella era piena d’un sapore che all’altre mancava; su lei era sparsa la tentazione come il profumo è quasi tangibile su le corolle di certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza prestigiosa di questo nome pareva ravvolgerla in un velo che tradisse perversamente la sua scintillante nudità.
Tornò con l’anima buia, per vederla o per prenderla, per fuggire da lei o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi ai piedi o per rovesciarla brutalmente sotto la forza delle sue dure braccia. Una sola cosa egli conosceva esattamente: l’impossibilità di continuare a starne lontano.
Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca gelosia, poichè sapeva che un altr’uomo le stava intorno, scaltro e paziente, capace di offrirle tutto quello che a lei potesse piacere. Ne avevano celiato insieme i primi giorni, anzi l’aveva egli stesso ammaestrata nel coltivare la sua piccola tresca. Ed ora, quell’uomo, egli l’odiava; non di rado, nel pensare a quell’uomo, egli presentiva un oscuro pericolo, si lasciava prendere da tentazioni criminose. Con la singolare preveggenza di chi ama, egli tornò sopra tutto per impedire che da costui gli fosse tolta.
Giunse, quando la città riposava in un lento crepuscolo d’estate, mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno l’aveva oppressa ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo nella ventilata ombra della sera.
Tutto gli parve mutato, nella città che pure conosceva casa per casa, e ch’era stata il teatro delle sue temerarie conquiste. Ed era contento che già fosse la sera, per poterla traversare più facilmente senza incontrarsi con alcuno. Lasciò i bauli alla stazione, e salito in vettura si fece condurre alla casa del padre.
Il percorso era lungo; egli guardava distrattamente in giro; gli batteva il cuore.
L’avrebbe riveduta fra poco; ella era forse passata di lì, per quelle strade, nella giornata. E la vedeva col suo vestitino di tela chiara, il cappello di paglia che le metteva ombra sul viso, forse un di que’ medesimi che aveva portato nel viaggio, l’ombrellino aperto, poggiato su la spalla, un mazzolino di mughetti alla cintura, le scarpine bianche. Andava rasente il muro, frettolosa come sempre, con la sua vitina snella che riceveva elasticamente le ondulazioni del passo; ogni tanto si fermava davanti ai negozi; la gente la guardava.