Colei che non si deve amare: romanzo

Part 27

Chapter 273,836 wordsPublic domain

Una gran pace discese in lui, dopo tanti giorni vissuti con febbre, in una specie d’ossessione. Tornò ad amare la sua città, perch’ella vi abitava, e la vita gli parve nuovamente bella; tutte le aspirazioni che si erano in lui sopite, rinacquero come per incanto. Ebbe voglia di assaporare lungamente questa felicità, volle far qualcosa, una cosa qualsiasi, per convincersi che non era più sotto l’incubo del suo spaventoso tormento; pensò di aver sete, fece fermare ad una bottiglieria, vi discese.

Incontrò sul marciapiede alcuni amici, che, già vestiti da sera, andavano probabilmente a pranzare. Egli li salutò chiamandoli per nome, forte allegramente: essi risposero al suo saluto, ma senza effusione e passarono in fretta. Ne rimase un po’ stupito. Vide poi che ciarlavano, e, gli parve, di lui. Ma non fece gran caso: bevve, risalì in vettura.

— Via, — disse al cocchiere; — frusta e cammina!

D’estate i negozi chiudevano di buon’ora; molte oneste famiglie di piccoli borghesi passeggiavano per le strade in cerca di frescura; i tavolini dei caffè, gremiti di gente, ingombravano i marciapiedi; le tramvie, scorrendo su le rotaie calde, levavan guizzi di scintille azzurre.

Sempre più gli batteva il cuore nell’avvicinarsi alla casa paterna. Giunse. La bottega era già serrata; egli restò qualche attimo davanti al portone per non apparir troppo commosso, poi entrò per la corte e li vide seduti in crocchio: il padre, la madre, Paolo, il Riotti, l’Eugenia, che discorrevano prendendo il fresco.

E lei? Dov’era?... Il cuore gli tremò.

La corte era già piena d’ombra, il lampione della portineria vi spargeva un tremolante riverbero; alle finestre, in alto, v’era gente affacciata: si udiva or una cantilena, or un bisticcio, e qualche scoppio di risa.

Al romore del suo passo, taluno del crocchio si volse; l’Eugenia lo riconobbe.

— Oh... Arrigo! — fece, e si levò. Tutti si volsero al sopraggiunto. Egli tese loro le mani, poichè non poteva parlare. La madre gli venne incontro e l’abbracciò.

— E Loretta?... — egli profferì piano, quasi vergognandosi di quel nome.

Non intesero, o non vollero intendere la sua domanda; nessuno rispose. Paolo gli strinse la mano con un mezzo sorriso, il padre disse appena:

— Bravo, sei tornato. Era un pezzo!

Mai la sua voce era apparsa al figlio così affranta.

Ed il Riotti, con una voce piena di cerimoniosa ironia, declamò:

— È sempre il benvenuto chi torna fra noi.

— State bene tutti? — domandò Arrigo finalmente.

Rispose Paolo:

— Non c’è male, come vedi.

E gli altri tacquero.

Cos’era dunque accaduto? Quelle parole brevi, malcerte, avevano quasi l’aria di nascondere un penoso mistero.

— E Loretta? — egli ridomandò con voce palpitante.

Dopo un silenzio Paolo rispose:

— Non c’è.

— Come non c’è? È fuori?

— Sì, è fuori, — rispose la madre, impacciata.

E gli altri tacquero.

— Ma voi, scusatemi, da che parte venite? — domandò il Riotti.

Egli era rimasto in piedi fra mezzo a loro; lui e l’Eugenia erano rimasti in piedi.

— Io? Di lontano...

— Ah? un gran bel posto! — commentò il Riotti stropicciandosi le mani. La ragazza intanto lo guardava co’ suoi piccoli occhi attoniti, ed una commozione visibile tremava sul fiore della sua placida inerzia femminile.

— Mi sembra che tu non stia molto bene, — osservò la madre. — Ma ci si vede così male qui...

— Sono stato un po’ indisposto negli ultimi giorni... È il gran caldo. — Si girò intorno per nascondere una confusione manifesta, poi disse:

— Vorrei sapere qualcosa di Loretta. Quando rincaserà?

Il padre, la madre, Paolo, si guardaron in faccia un po’ stupiti: supponevano forse ch’egli ne sapesse più di loro.

— Questo non si sa! — cantilenò il Riotti, cui piacevano le parti ironiche. — La signorina non ha ore fisse!

Il padre si levò; l’uscio della retrobottega era lì vicino.

— Vieni, — disse ad Arrigo; — ho da parlarti.

E curvo, camminando a passi faticosi, lo precedette. La madre, Paolo, entraron dopo di loro.

— Ci sarà un consiglio di famiglia, — malignò il farmacista, con la viva tentazione di seguirli. Ma per convenienza suggerì a sè stesso:

— Finisco la mia pipa.

— Gesummaria, che faccia hai, Rigo! — esclamò la madre, entrando nella stanza illuminata. — Figlio mio, cosa t’è accaduto? Non sei più tu!

Egli era di fatti spaventosamente pallido e magro; gli occhi solo vivevano di una vita febbrile nella sua faccia devastata.

Egli cercò di sorridere:

— Sono stato un po’ male... Ho avuta la febbre per molti giorni.

— Ma l’hai ancora... Se ti vedessi, figlio mio!

— No; ora sto bene.

Il padre lo considerava mutamente; Paolo s’avvicinò a lui, con la bontà impacciata delle persone semplici.

— Vuoi prendere qualcosa? — disse, per mostrare la sua premura.

— Grazie, Paolo, nulla.

Tutti e tre si guardarono ancora in silenzio. Nella sua casa egli era più che mai un estraneo; perciò non osavan troppo investigare nella sua vita misteriosa.

V’eran ancora su la credenza i resti della cena; un’insalata condita con aglio odorava forte.

— Allora tu non sai nulla? — domandò il padre.

— Io? Nulla! — esclamò Arrigo, ansioso. — Che c’è?

— Loretta...

— Sì, Loretta, Loretta... — l’aiutò Arrigo, tendendosi a lui con una faccia spettrale.

— È via... è partita... è fuggita insomma...

— Fuggita!?...

Egli barcollò e cadde sopra una sedia. Chiuse gli occhi un momento per riaversi, li riaperse: e rimasero sbarrati, enormi. Tutti e tre allibirono del suo terrore.

— Di’, Arrigo, stai male? — fece Paolo, avvicinandosi ancora come per soccorrerlo.

— No... no... Fuggita?... Ma dove?... con chi?... — chiese con la voce strozzata. La madre corresse:

— Non è fuggita: ha detto che voleva andarsene... l’ha detto prima...

Arrigo radunò tutte le sue forze:

— Ma dove?! — gridò con ira.

— Noi credevamo che tu sapessi tutto, — fece il padre.

— Io? Non so nulla! Oppure suppongo, suppongo appena...

Paolo camminava per la stanza, a fronte bassa, con le mani in saccoccia.

— Sai... è una sgualdrina... — disse.

Arrigo scattò in piedi con un balzo.

— Cos’hai detto!?

L’altro fece con la mano un gesto vago.

— Nulla... dicevo così per dire.

Seguì un torbido silenzio. Tutti e tre guardavano Arrigo quasi con paura. In lui saliva una orrenda collera, i suoi occhi ne lampeggiavano, i suoi pugni eran frementi.

— E nessuno di voi sa dove sia? — domandò con una orribile voce.

Tacquero. Egli fece qualche passo indietro, fin contro il muro, e girò su la sua famiglia uno sguardo minaccioso.

— Non lo sapete?...

Il padre rispose:

— No.

— Da quanti giorni è partita?

— Saranno dieci giorni.

— Dieci? — egli ripetè sordamente. E contò nel suo pensiero il tempo da che s’eran lasciati.

— Questo avete fatto voi! — gridò con veemenza, buttando innanzi la mano come per insultarli.

— Noi?... — mormorò il padre. Paolo scrollò le spalle.

— Sì, voi! Non dovevate lasciarla partire, — disse più duramente, con una voce implacabile.

La madre s’era messa a piangere in una poltrona; Paolo s’era fermato contro un mobile e fissava Arrigo con stupore.

— Noi? — balbettò ancora il padre. — Cosa possiamo fare noi contro voialtri?... Ci ammazzate, e basta!

Uno scoppio di tosse rauca gli ruppe il petto senile; piano piano si lasciò calare sopra una seggiola e continuò a tossire.

Fra l’uscio apparve la faccia barbuta e lucida del Riotti.

— Disturbo? — domandò con mansuetudine.

— Sì, disturba, se ne vada! — gl’intimò Arrigo senza muoversi. L’altro volse uno sguardo su quella scena e si ritrasse a malincuore.

Arrigo fissò il fratello:

— E tu cosa sei qui a fare? — domandò con disprezzo. — Non ti occupi di nulla, tu? Non sai dov’è andata tua sorella?

L’altro divenne paonazzo di collera, bestemmiò qualche parola fra i denti, ma non si comprese nulla. Soltanto lo si vide oscillar sui piedi come se volesse affrontare il fratello.

Il padre si levò di nuovo, con fatica, per gli spasimi che gli fiaccavano il dorso; la sua mano incerta si tese verso il figlio primogenito; il mento scarno gli tremava nella commozione.

Allora, in quel momento ch’egli stava per parlare, per accusare forse, intorno alla fronte di quell’uomo debole che per tutta la sua vita non aveva sopportato se non ingiurie e sventure, una certa solennità si cinse, come se nella sua canizie venerabile, in quella stanza dov’erano la sua donna e due de’ suoi figli, quel vecchio si sentisse veramente il capo della casa, colui che veglia fino all’ultimo sul focolare semispento e può benedire come un santo o maledire senza remissione i figli nati dalla sua virilità.

— Con qual diritto, — disse, — ti permetti tu di condannare tuo padre e tua madre? Tu, che nella tua casa non hai portato altro che malanni? Tu, che ci hai lasciati soli quando avevamo più bisogno di te? Cos’hai fatto nella famiglia, tu, per poter giudicare di noi? Ci hai voltato le spalle: ecco quel che hai fatto! Nè più nè meno che tua sorella, peggio che tua sorella, perchè tu eri il primogenito, quello che aveva il dovere dell’esempio. Sei tu che l’hai portata fuori di casa per il primo, che le hai insegnata la via del vizio, e se oggi è perduta per noi, se oggi si disonora, la colpa non è nostra: è tua! tua!... perchè sei stato un cattivo figlio, e in tutta la tua vita non sarai che un uomo cattivo!...

La sua voce si estenuava; ricadde su la seggiola, soffocato dalla tosse.

Arrigo aveva da principio ascoltata quella voce con un religioso terrore. Ma poi, quando s’intese rinfacciare la sua colpa da colui che non la conosceva, quando pensò che accusavano lui di averla buttata nelle braccia d’un altro, lui che si struggeva d’un amore insanabile, quando sentì che la sua opera nel mondo era stata solamente quella di corrompere, di perdere, di trascinare con sè chi amava, nel suo perverso destino, quando sopra tutto comprese di aver quasi tradito il suo terribile segreto, una ribellione cieca proruppe in lui, contro tutto e contro tutti, contro quel padre istesso che ora l’accusava, quel padre taciturno ch’era venuto a minacciarlo nella sua notte d’amore.

Un riso crudele gli salì fino alla gola e risonò contorcendo la sua bocca sinistra.

— Va bene, — disse lentamente, — va bene!

Poi continuò, scandendo le parole:

— Se Loretta è partita con un amante, io sono un uomo rovinato e perduto... — Fece una pausa e ripetè: — rovinato e perduto.

Si cacciò una mano fra i capelli, tacendo con la bocca una smorfia di dolore; indi riprese:

— Ma non importa. Voi tre... voi tre: padre, madre, fratello, dovevate impedire che partisse a costo di ucciderla. Non lo avete fatto, e siete responsabili di tutto quello che può succedere. Non dimenticatelo: voi tre!

E li segnava col dito ad uno ad uno, ridendo di quel suo riso sinistro.

Paolo s’avanzò verso di lui, fissandolo co’ suoi piccoli occhi intensi. Quando gli fu vicino, rovesciò la testa indietro, duramente, con un atto di sfida.

— Di’ un po’!... cos’hai tu per la Loretta?... — fece, con un tono ambiguo.

— Io?... — pronunziò Arrigo, illividendo.

— Sì, tu, proprio tu! Cos’hai?

Arrigo girò intorno uno sguardo di bestia impaurita e fece atto di rispondere; ma l’altro non gliene diede il tempo, e riprese:

— Bene, ti ripeto: lei è una sgualdrina e tu la vali!

Arrigo istintivamente levò il pugno sopra di lui: la madre dette un urlo. Ma Paolo, nella sua forza tranquilla, non si scompose.

— Ed ora, — disse, — vattene di qui, se non vuoi che ti scacci io!

Col braccio teso gli additava la porta.

Non fu paura fisica, ma una paura morale, fredda, orrenda che lo vinse. Gli parve che avessero guardato nel suo secreto, che mille bocche urlassero ad alta voce l’infamia di cui s’era contaminato...

Chinò la testa silenziosamente, ed uscì.

La strada formicolava di gente; la strada gli parve impetuosa, terribile, fragorosa; la strada lo afferrò, lo travolse nel suo flutto, come un naufrago in balìa della fiumana.

VII

Non seppe mai cosa fece o dove andò quella notte. Una specie di follìa calma e lugubre s’impadroniva del suo spirito, ed egli entrava nella tragedia imminente con una spaventosa lucidità.

Non di rado, quando la vita d’un uomo è giunta vicino alla sua catastrofe, il senso inerte e vacuo dell’irreparabilità dilaga nel suo mondo interiore, come se tutta la potenza dell’anima volesse per un istante riposarsi, prima di affrontare, benchè invano, la battaglia definitiva.

Egli si senti del tutto solo nella vita, e questo senso della solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo cuore uno smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla sua casa, bandito come un essere immondo; gli pareva che tutta la famiglia umana rifiutasse di considerarlo de’ suoi, perchè aveva peccato contro la legge sacra delle parentele, aveva nascosto nella cenere del suo focolare il serpe che avrebbe avvelenata l’ara della pace domestica.

Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene dal male, sentì in quell’ora tutte le colpe della sua vita trascorsa. Aveva voluto vincere il proprio destino, arrampicarsi con l’unghie e coi denti per un’erta che non era la sua; spronato da un’ambizione meno che mediocre, tutte le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura conquista. Ed aveva neglette in quell’opera vana le qualità che avrebbero potuto fare di lui un uomo rispettato ed onesto, forse un uomo veramente superiore.

Ma la fatalità lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, nell’ombra del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi del suo lavoro paziente cadevano in polvere intorno a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in paragone dell’altra sciagura.

Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo male, rendendolo quasi dolce, quella che si era curvata con lui, più volonterosa di lui, su l’orlo dell’abisso ineffabile, caduta già nelle braccia d’un altro dimenticava il peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli non poteva nemmeno più sperare. Ella si era dunque lasciata vincere dal ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso di quell’amore ch’era stato fra loro, e con lieta indifferenza si prodigava, nelle braccia d’un altro, il più spensierato oblìo. Egli le avrebbe fatto orrore, se ancora l’avesse baciata come una volta, e di lui non poteva ella provare che una pietà profonda.

L’uomo ragionava di queste cose con una tranquillità mortale. Ma una speranza tenue, una di quelle speranze irragionevoli che nascono dalle somme disperazioni, ancor balenava nella sua morte interiore.

Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... Come saperlo?

Si trovò, la mattina dopo, in uno stato quasi d’incoscienza, davanti al palazzo Giuliani. Guardò nella corte; le scuderie eran chiuse; le finestre dei primi due piani similmente chiuse; tutto il palazzo aveva quell’aria disabitata che assumono le case patrizie al tempo delle villeggiature. Entrò in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta la famiglia. Era partito in automobile.

— Da quando? — egli domandò.

— Forse da una decina di giorni, o poco più.

Tornò fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli feriva dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva che i muri delle case si chinassero su di lui.

Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; si vedeva davanti a Rafa, in una stanza chiusa, laggiù, chissà dove, lor due soli. Gli pareva di sentirsi nelle braccia una forza raddoppiata, e che l’altro ne tremasse. Gli diceva (ma non era precisamente lui, e non era la sua propria voce): «Tu me l’hai presa, è vero? tu le hai fatto gridare il suo primo grido... tu l’hai avuta, nuda, fra le tue braccia... è vero? Ed io t’uccido!» In sè, profondamente, sentiva la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: «T’uccido!... ma lentamente, non súbito, non d’un colpo: devi patire.»

S’avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, piano piano...

Nella mattinata la città operosa viveva d’una vita confusa ed ilare; il fragore delle strade gli parve assordante.

— «S’egli è a Villa Ippolita, ella non dev’essere lontano, — pensò. E poi di nuovo l’assurda speranza s’infiltrava nel suo cervello: — Forse non è con lui; forse mi cerca.»

Ma perchè non gli aveva scritta una sola parola, foss’anche per dirgli: — «Mai più»?

Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perchè molti, passando, lo guardavano. Frattanto studiava il modo migliore per ritrovar le tracce di Loretta; ma nel disordine della sua mente le idee si disperdevan come fumo. Allora pensò di rivedere i consueti amici, poichè, nell’interrogarli destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia sul conto di Rafa. Passo passo, meditando, si recò alla bottiglieria dov’era solito fare una sosta prima della colazione.

Il consueto crocchio s’era diradato assai, perchè molti eran già partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua e là, nei soggiorni estivi.

Taluno, al vederlo, ebbe un’esclamazione di stupore:

— Oh, Del Ferrante!... Come va? Tornato? Che brutta cera! Cosa ti cápita?

Traspariva dalle parole, dagli sguardi curiosi, una celata ironia. Egli rispose a casaccio, qualche breve parola. Tutti gli parvero strani e mutati con lui. Scambiate appena poche frasi di convenienza, i più con un pretesto o con l’altro, si ritraevano a parlar fra loro. Poi c’eran stati alcuni sorrisi rapidi, alcuni segni nascosti, e tutto questo non accadeva fortuitamente; egli lo comprendeva bene.

Giorgino Prémoli, dopo aver discusso con altri, gli si avvicinò. Quest’uomo era maligno e crudele come tutti quelli che han molto a farsi perdonare dall’indulgenza del prossimo.

— Sei stato via parecchio tempo, — disse per attaccar discorso.

— Infatti.

— Come mai?

— Non stavo bene, non sto bene ancora.

— Si vede.

Il Prémoli si levò il cappello per farsi vento.

— Bella donna! — disse, di una che passava. Poi, con indifferenza: — È vero che vai a stabilirti via?

— Io? Perchè?

— Ma... lo dicevano... Saranno chiacchiere: a rivederci!

E se ne andò fischiettando.

Egli rimase lì come inebetito. Cos’erano quelle ostilità nascoste, quelle frecciate che gli lanciavano con parole oscure? Sapevano forse già di Loretta? La voce si era per caso divulgata? O forse, lei e Rafa, s’erano fatti vedere insieme?

Pensò di far colazione al Circolo per raccogliere altri indizi. Ma non v’era quel giorno che una piccola tavolata di gente con la quale non era affatto intimo e che lo salutò appena. Si mise ad un tavolino da solo e vide che anche i domestici bisbigliavan nel servirlo.

Non poteva inghiottire cibo; accese una sigaretta e si recò nelle sale del Circolo, ch’erano ancor vuote. Solo un vecchio maggiordomo, quello che la sera levava le decime dalle tavole di gioco, andava spolverando qualche mobile con una pigra lentezza.

— Signor Del Ferrante, i miei rispetti! — fece, senza interrompersi. Col servidorame Arrigo era sempre stato largo di mance, ben sapendo che la fama d’un gentiluomo è spesso in mano di costoro.

— Come stai, Pietro? — gli domandò.

— Si tira innanzi come Dio vuole. Ma lei mi pare un po’ dimagrato.

— Forse. Cosa c’è stato di nuovo in questi giorni?

— Niente: un gran caldo.

— E d’altro?

— Nient’altro. Cosa vuol mai... le solite commedie!

Questo Pietro aveva la filosofica rassegnazione, il freddo compatimento di coloro che da venti o trent’anni, ogni giorno, sbrigano le stesse faccende e vedono succedere le stesse cose.

— Baruffe? — domandò Arrigo.

— No; son quasi tutti in campagna.

— Pérdite forti?

— Qualcuna.

— Pettegolezzi?

— Eh, si sa... di quelli se ne fanno sempre!

— Su chi?

— Non le saprei dire; io non ascolto nemmeno. Ne ho viste tante!...

Entraron Beppe Cianella e Franco Spada, per la partita di dómino che in estate usavano fare ogni giorno, dopo la colazione. Il primo finse di non vedere il Del Ferrante, l’altro di lontano gli disse:

— Addio, come va?

E si sedettero in fretta nel solito angolo. Pietro portò la scatola del dómino. Mentre giocavano, Arrigo li intese parlar fra loro animatamente; s’avvicinò, studiandone le fisionomie; ma l’uno e l’altro, con la fronte raccolta nella mano, finsero d’essere occupatissimi al loro gioco.

Arrigo si mise a cavalcioni d’una seggiola, vicino ai due giocatori.

— Che novità? — fece.

— Peuh... nessuna! — rispose velocemente il Cianella. E disse allo Spada: — Da questa parte ti chiudo col cinque: pesca!

Sopravvenne un certo Ugo Fiorini, biondo e miope, sempre mezzo assonnato, che occupò súbito il divano sul quale usava ogni giorno fare la siesta; poco dopo entraron Lanzo Malatesta e Carletto Santorre con Totò Rígoli.

— Eh!... alla buon’ora! si levano i morti! — gridò quest’ultimo al Del Ferrante. — Mi avevano detto che ti eri imbarcato per le Indie, partito per il Polo, andato in cerca d’una miniera... Invece sei qui. Si voleva già mettere il tuo nome nell’elenco dei soci onorari... perbacco!

Alcuno rise di nascosto, sogguardando il Rígoli con intendimento. Il Ferrante non rispose nulla; tese la mano ai sopravvenuti e strinse le loro con affetto.

Nella sua gran desolazione gli pareva di voler bene a quegli amici, che andavano tessendogli una corona di spine.

— Come vedi, — riprese il Rígoli, — siamo rimasti in pochi. Tutti via, coi papà, con le mamme, con le sorelline... in campagna!

Egli ebbe una stretta al cuore; di nuovo sentì nascere un riso discreto, ma non osò guardare chi ridesse. A che alludevano quegli scherni velati? Non avevan dunque nessuna pietà di lui? Non lo vedevano morire?

— Tutti via, — riprese il Rígoli. — I mariti partono alle cinque col treno dei mariti: è il tempo in cui si fanno i figli legittimi alle proprie mogli. Ci sono poi quelli che vanno in Isvizzera con le ballerine e le inscrivono nei registri degli alberghi sotto il proprio nome, — per esempio: «Monsieur Maxime Ravizzolì et Madame.» Madame, qui da noi, è la Gigetta. — Ci sono gli amanti delle signore, che spendono un occhio della testa in biglietti di andata e ritorno; ci sono gli spiantati che vanno ad Aix-les-Bains od a Trouville, ed infine ci siamo noi, scapoli, senza famiglia o quasi, che restiamo su per giù tutta l’estate a soffiare dal caldo in città.

— Accidenti! Non potresti farli un poco più lontano i tuoi sproloqui? — esclamò lo Spada che perdeva la partita.

— E poi ci sono i misteriosi... — continuò l’altro, imperterrito. — I misteriosi che non si sa dove vadano, nè con chi vadano, nè perchè vadano dove appunto vanno...

Alcuni, che avevan ascoltato noiatamente, si volsero al ciarlatore con un risolino pieno di malizia.

— E sono molti quest’anno, riprese il Rígoli. — C’è lo Spronelli, detto Coditrémola, che ha passato la frontiera col suo inseparabile e indispensabile amico Lulù Mattioli... Anzi, la Clementina dice che sono in luna di miele. C’è il tenente Calógero, che ha chiesto tre mesi di licenza, per fare, lui dice, una crociera nel Mediterraneo, ma tutti sanno invece che deve curarsi la sifilide; Tito Gallo che va a fare il Segantini in alta montagna; i due Berni e Giannetto Pigna che vanno a fare una «tournée» artistica nelle bische francesi; Torretta che va ad imparare il «bridge» in Inghilterra... c’eri tu, caro Ferrante, che credevamo scomparso, ma invece sei tornato e non conti più fra i misteriosi... Eccoti in poche parole messo al corrente di tutta la situazione estiva della nostra compagnia.

— Ce n’è un altro... — disse ambiguamente il Malatesta, — un altro misterioso...

— Ah, sì! — concluse il Rígoli, volgendosi ad Arrigo. — Quasi quasi me ne scordavo! C’è Rafa Giuliani, ch’è partito per ignota destinazione, e quello proprio nessuno sa dove sia, a meno che, per caso, non lo sappia tu...

— Pesca! — disse il Cianella allo Spada, soffocando una risata.

VIII

Egli uscì barcollando. Si sentiva sopraffatto, perduto.

Non soltanto l’aveva ella tutto pervaso di un amor senza pace, non solo fuggiva, dimentica d’ogni loro complicità, ma d’un colpo irreparabile aveva pure distrutta la paziente opera della sua vita, mettendo alla gogna il loro nome, dandolo ferocemente in balìa delle vendette pubbliche.