Colei che non si deve amare: romanzo
Part 25
— Ebbene, dopo l’estate potrai scegliere come ti piacerà. Nell’autunno, per esempio, un bel viaggio, una piccola fuga, in automobile, se vuoi, anche all’estero, se vuoi... E d’inverno la tua casa in città, una dama di compagnia per salvare le apparenze, una maestra che t’insegni il canto.
— E di primavera, — ella esclamò, tuttavia tentata, — siccome l’anno rifiorisce, al posto di Lora se ne mette un’altra, e tutto ricomincia: la stessa villa, il viaggio, la casa di città... No, grazie!
— Un’altra? Ma cosa dici? Non hai compreso ancora che ti amo, che ti amo da lunghi mesi, ogni giorno più forte? che mi puoi far ubbidire come un bambino, e tu sola, tu sola, devi ridarmi la pace che non ho più?... Un’altra? Questa parola non ha senso! Ma, ragiona un momento. Credi che non sappia a quali rischi vado incontro facendoti questa proposta? Ebbene, che m’importa? Non voglio, non posso più riflettere! Nessun pericolo mi fa paura. Solo dimmi di sì! Domándami quello che vuoi, ma dimmi di sì!
— Non domando nulla, — ella fece, pentita di lasciarsi vedere così previdente.
— Allora senti, ascóltami... — E s’inginocchiò davanti alla sua poltrona, la ricinse con le braccia.
— Che fai? che fai?
— Nulla; ti prego in ginocchio. Vóglimi un poco di bene, sii una volta buona con me!
Così a ginocchi, proteso verso lei nell’ardore del suo desiderio, con gli occhi appassionati, la voce supplichevole, Rafa era quasi bello, ed ella lo guardò.
— Via, lasciami stare... — ella fece, con una certa molestia.
Egli la teneva stretta per la cintura, e pesandole un poco addosso, le copriva l’abito, i polsi, di baci minuti.
— Quante amanti hai fatto sedere su questa poltrona? — ella domandò subitamente.
— Quante? Nessuna.
— Eh, via! Te lo domando per curiosità.
— Forse — diss’egli — qualcuna è venuta qui, ma non ricordo. Non erano amanti, non erano te. Se non ti piace, cambieremo casa. Non ho avuto nessun amore, prima di conoscere te. Ora tu mi sembri la prima. Ti amo, ti amo in tutti i modi; mi perséguiti e mi piaci. Sei bella. Hai una tal grazia indefinibile, che soffro nello starti vicino. Sii buona con me, non ridere!...
Ella rideva infatti, ma d’un riso un po’ nervoso, e la sua bocca, i suoi occhi, le sue mani, non erano più così tranquille.
— No, lásciami stare... — supplicò. — Lásciami, ti prego... mi fai terribilmente male...
Nella penombra egli la vide impallidire; le nascose la faccia nel grembo, e con le braccia le serrava le ginocchia.
Ella cercò di sollevargli la fronte, che bruciava, cercò di respingere quella bocca molesta, ma non potendo vincere la sua forza, con súbita ira gli cacciò le dita convulse fra i capelli.
Poi la lotta fu breve: perdutamente la fanciulla chiuse gli occhi e si lasciò portare...
Ma vide un’altra camera, di notte, con le finestre aperte sopra un lago bianco di luna, e le stelle vicine, infinite; un altr’uomo curvo su lei, che la copriva di carezze e di baci. E si rivide in quel letto, e rivisse lo spasimo di quell’ora dispersa, e le parve, un attimo, ch’egli fosse tornato, ch’egli fosse lì, a ginocchi, e terribilmente come allora la baciasse, e le sue mani corressero febbrili, ardenti, per tutto il suo corpo irritato, e una bocca salisse, salisse fino alle sue labbra, piena d’angoscia, di febbre, di voluttà e di spavento...
Di lì a poco, nella camera vicina faceva buio, e di stanza in stanza, per la casa taciturna, subitamente s’intese il grido della sua perduta verginità.
II
Verso le cinque del pomeriggio Beppe Cianella entrò al Circolo, e comandata una bibita in ghiaccio, si sdraiò con indolenza sopra un divano di cuoio presso il tavolino dove Gigi Saletta, di soprannome Saponetta, ed alcuni altri giocavano al poker.
Beppe Cianella aveva caldo e si tergeva la fronte sudata con un fazzoletto di seta dai colori vivaci. Si sbottonò la sottoveste, accese un sigaro e chiuse gli occhi beatamente come per assopirsi. Ma faceva troppo caldo per dormire. Con la voce tuttavia sonnolenta Beppe Cianella chiamò il domestico, pregandolo di girare il ventilatore verso di lui.
Quando l’aria fresca l’ebbe investito, si allungò più comodamente sul divano, e con un senso di vera beatitudine si provò a chiudere i suoi maliziosi occhi.
— Rafa Giuliani ha un’avventura, — disse con un leggero sbadiglio.
— Tanto meglio per lui! — rispose uno de’ giocatori.
Sacco Berni aveva tentato un «bluff» temerario, ma Gigi Saponetta, giocatore abilissimo, lo aveva costretto a dichiarare il punto, e gli altri, facendone risa matte, si beffavano del ciurmadore ciurmato.
Il conte Berrini passò nel fondo, in maniche di camicia, sbraitando contro i domestici perchè non trovava un giornale; Lello Fornara, lo svenevole, scriveva in un angolo la sua giornaliera lettera d’amore; per l’uscio aperto, che dava nella sala del bigliardo, si udivan le biglie urtarsi fra gli alterchi rumorosi del vecchio barone Gioacchini e del suo giovane allievo Leonardo Sergi.
— Rafa Giuliani ha un’avventura! — ripetè fra uno sbadiglio e l’altro Beppe Cianella, che non poteva prender sonno.
Giorgino Prémoli vinse un bel colpo, il che lo mise di buon umore.
— Allora dicevi? — domandò al Cianella.
— Ha un’avventura, — questi ripetè per la terza volta, contento finalmente che qualcuno l’ascoltasse.
— Chi? — domandò il Berni.
— Rafa Giuliani! — gridò forte il Cianella.
— Ah, va bene.
— E con chi? — fece Massimo Ravizzòli, distribuendo le carte.
— Non posso dirvelo, — rispose il Cianella, stirandosi quant’era lungo e volgendo la faccia contro la spalliera del divano.
— Allora perchè ci secchi? — l’interruppe Gigi Saponetta, ch’era nervosissimo al giuoco.
Il Cianella si levò sopra un gomito e disse:
— Tu, Saponetta, che pur sei avaro, mi pagheresti almeno cento lire per sapere con chi.
L’altro scrollò le spalle; Beppe si ricoricò zufolando. Lello Fornara che aveva finita la sua lettera, s’era accostato alla tavola udendo que’ discorsi.
— Io so con chi, — fece.
— Dillo, — propose il Cianella con un tono incredulo.
— Con l’amante del colonnello Speglia, quella che chiamano la Virtuosa.
Tutti si rivolsero verso il Cianella per vedere se fosse lei; ma questi, con una mano, fece segno di no. E disse:
— Meglio assai che una colonnellessa!
— Oh, allora... con la Spinardi! — fece il Berni.
— Chi è la Spinardi? — domandò Giannetto Pigna.
— La Spinardi è la padrona dell’«Institut de Beauté». Come? non la conosci? Rafa le faceva la corte. È lei?
— Meglio di questo! — ripetè il Cianella, enigmatico.
— Una signora dunque?
— Ma?...
E ne nominarono alcune. Nominarono perfino la Raiberti, che dopo il fallimento del marito, per mandare avanti la famiglia, occupava i suoi pomeriggi nelle case di convegno.
— Meglio!... meglio! — ripeteva il Cianella ad ogni nome. Poi disse finalmente:
— Una signorina!
— Eh?! — fecero alcuni. E la partita s’interruppe.
Si misero a cercare fra tutte quelle ch’eran suscettibili d’un qualsiasi dubbio: fecero alcune ipotesi irriverenti, e Lello Fornara, ch’era una persona per bene, se ne scandalizzò.
— Insomma, volete saperlo? — domandò il Cianella.
— Su, dillo!
Si fece un grande silenzio; il Cianella si levò sul divano e prese un’aria trionfale:
— Con la sorella di Arrigo del Ferrante! — proclamò con enfasi. — È un pezzo che le correva dietro e finalmente li ho veduti oggi in automobile insieme.
— Che? la biondina?
— Lei, lei. Ma per amore di Dio state zitti!
Se ne fece una chiassata.
Alcuni giorni dopo, dal sarto che vestiva tutti i Mammagnúccoli della città, s’incontraron tre gentiluomini ch’eran noti per la loro eleganza: don Antonino Vernazza, che aveva la specialità delle sottovesti, delle cravatte e delle calze, il marchese Minardi che, al paro di Camillo Torretta, sul principio d’ogni stagione passava la Manica per vedere quel che si portasse veramente in fatto d’abiti sportivi, e Max della Chiesa, il quale passava tre mezze giornate dal sarto prima di risolversi a scegliere una stoffa od alle volte si permetteva qualche innovazione ardita, sul taglio delle tasche per esempio, sul numero degli occhielli o su la larghezza dei rovesci.
Erano in conciliabolo davanti a cinque o sei pezze di stoffa, da cui pendeva il cartello autentico della ditta inglese, e consultando un fascio di figurini parlavano animatamente col signor Gian Giorgio, proprietario della sartoria e consigliere di mode a’ suoi clienti preferiti.
I tre gentiluomini erano in gravi angustie prima di comandarsi gli ultimi abiti per la stagione estiva, quegli abiti che li avrebber fatti ammirare nelle stazioni climatiche e nelle villeggiature d’acque termali. Solevano consultarsi deferentemente l’un con l’altro, perchè ognuno teneva in gran conto l’opinione dell’emulo, ed anche per non cader nel rischio di portare in due la medesima foggia.
Don Antonino era solito prender parte a tornei di tennis; or stava in dubbio tra un pantalone color «kaki» ed un altro di color grigio perla, a tramatura diagonale. Il marchese Minardi, ch’era stato ufficiale di complemento, aveva quattro irlandesi saltatori che vincevan molti premi nei concorsi ippici, quando però non erano montati da lui; egli guardava ora l’ultimo figurino dei «riding breeches» e sceglieva distrattamente la stoffa per un «morning-coat».
Max della Chiesa, in procinto di recarsi ai bagni, voleva scegliere un «tout-de-même» da spiaggia, ma era incerto fra un seta «shantung» di color paglia ad una tela rigata bianco-avana, forse un po’ rigida.
Ognuno discuteva i dubbi dell’altro con somma cortesia ed anzi con quel rispetto che al suo competitore deve un uguale artefice. Inoltre avevano tutti e tre qualcosa da provare; ma i tagliatori erano occupati in quel momento, e, dovendo aspettare, si dilungarono a far quattro chiacchiere.
«La marchesa Gordiani andava a San Pellegrino quell’anno, ed il tenente Frangi, naturalmente, avrebbe chiesta la sua licenza in quei giorni; la signora Platania era già partita per il Lido, sola, ma vi aspettava il marito; donna Isabella da pochi giorni era in villa sul lago, ed aveva invitato lui, don Antonino, a pranzo per il sabato prossimo. Egli non sapeva se partire già vestito in abito da sera, con un soprabito, o portarsi l’occorrente in una valigia e cambiarsi all’albergo.
Tutta la combriccola del Gigliuzzi, Mazzoleni e San Bassano andavano a Zermatt; benchè il fidanzamento della maggiore Gigliuzzi non fosse ancor ufficiale, il contino Piaggi, nipote del barone Silvestro, vi andava egli pure. Tre o quattro ballerine avevano affittata insieme una villetta sul lago, a due passi dal castello di Venaria... Sarebbe stato allegro laggiù! E la bella Rossana, che non sapeva a chi dar la scelta fra i suoi tre amanti, faceva prima un viaggio in automobile con quel pazzo di Marietta, poi andava ad Aix-les-Bains col suo banchiere, finalmente il Duca le aveva presa una villeggiatura in collina, perchè vi si recasse a far vendemmia...»
Da un gabinetto di prova uscì Rafa Giuliani, in fretta e furia, dicendo al sarto che l’accompagnava:
— Mi raccomando: per dopodomani!
— Sarà servito, signor Conte.
Vide i tre gentiluomini, li salutò con un cenno, e si diresse verso l’uscita.
— Ohè, Rafa, senti un po’... — gli gridò dietro il Vernazza.
— Non posso, ho fretta, — quegli rispose.
— Ma che c’è di nuovo? Non ti si vede più!
— Ho fretta, — ripetè il Giuliani, e scomparve.
— Cosa diavolo ha mai per il capo quel Rafa? — si mise a dire Max della Chiesa. Da qualche tempo è divenuto intrattabile.
— È vero, — ammisero gli altri due gentiluomini.
Il signor Gian Giorgio, che ascoltava, stando appoggiato col gomito su due pezze di stoffa, si lasciò increspare la bocca da un sorriso discreto e misterioso.
— Perchè ride, signor Giorgio? — disse don Antonino.
— Oh, nulla, nulla... — egli fece, come chi voglia schermirsi dal raccontare una cosa delicata.
— Lei ne sa qualcosa, via! — lo istigarono i tre, incuriositi.
— E loro no? loro non san niente? — malignò l’artefice d’eleganze, arrotolando il metro che gli pendeva dal collo.
— Noi? Ma niente affatto! — risposero i tre. — Via, ci racconti.
— No, no, mi secca... Perchè potrebbe anche non esser vero, ed in ogni modo queste cose è meglio non divulgarle.
— Gian Giorgio! Gian Giorgio! non facciamo il misterioso! Con noi... via!
— Pare, — disse l’altro a bassa voce, — pare... Ma sanno, io lo ripeto perchè l’ho inteso dire... qualcuno lo raccontava oggi in sala di prova... sarà, non sarà...
— Dunque cosa pare?
— Che il conte Giuliani abbia un’amante nuova... un’amante incredibile...
— E sarebbe chi?
— Ah, Dio buono, io non lo posso dire... non lo posso proprio dire...
— Coraggio!
Il signor Gian Giorgio abbassò estremamente la voce, chinandosi, rimpicciolendosi fra i tre:
— Sarebbe nientemeno che la sorella del signor del Ferrante...
Tre forti esclamazioni lo interruppero; poi uno disse:
— Impossibile!
— Insomma è quello che si racconta; io credevo che loro lo sapessero già. Li hanno scoperti che pranzavano insieme; tutti ne parlano come d’una cosa certa e v’è persino chi li ha veduti entrare in una certa loro casa...
Una settimana dopo, in città, in montagna, nelle villeggiature, su le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti che il conte Raffaele Giuliani era divenuto l’amante della sorella di Arrigo del Ferrante.
III
Loretta ritornò a casa tardi perchè Rafa l’aveva trattenuta troppo a lungo presso di sè. I genitori ed il fratello Paolo finivano di cenare; una cena ch’era stata silenziosa e quasi lugubre, perchè ognuno di essi, pur non osando parlarne, pensava all’assente e ne aspettava con impazienza il ritorno.
Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita insolita; era sempre fuori di casa, mattina e sera, senza dare alcun pretesto e non tollerava più che nessuno le movesse rimproveri. Anche d’aspetto era mutata; ne’ suoi occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua bocca rideva una specie di crudeltà; in tutta la sua fisionomia, un tempo così fresca e limpida, s’era mesciuto un non so che di guasto e d’ambiguo, come se il mutamento avvenuto in lei avesse potuto prendere una forma visibile nei suoi lineamenti.
Ora vestiva con somma eleganza e più volte nel giorno arrivavano per lei pacchi ed involti col nome dei primi negozi cittadini: abiti dalle sartorie più note, cappelli dalle modiste più rovinose, scarpe e stivalini da’ calzolai di lusso.
La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un estremo disordine vi regnava; ma ella da qualche tempo aveva preteso che nessuno vi entrasse, anzi, nell’uscir di casa, ne portava sempre la chiave con sè.
Paolo non le parlava quasi più, o se le rivolgeva parola era per dirle qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente consigliato al padre di cacciarla fuori di casa, e la sua faccia per solito mansueta si faceva stranamente oscura quando parlavano di lei.
Il padre, pover’uomo, si mostrava debole in questa come in tutte l’altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia perdersi, sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue spalle curve sul desco d’occhialaio, ma nel cuore timido ed angosciato non trovava la forza di porvi alcun riparo. Per di più gli erano venuti addosso molti acciacchi; la gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva un poco d’asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta, per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa di Luisa, la sua figlia maggiore, ch’era una brava moglie ed anche una buona donna, benchè forse un pochettino egoista. Per lei la casa del padre non era più la sua casa: dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi fino ad un certo punto, perchè la famiglia del marito era molto numerosa e ve l’avevano accolta come una vera figlia. Inoltre aveva già due bimbi, uno di quattr’anni, l’altro di trenta mesi; due bei maschietti grassi robusti e floridi che le occupavan tutta la giornata.
Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva il più piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena gli facesse male, si metteva a farlo ballare e cavalcare, ripetendo le stesse cantilene che tanti anni addietro aveva insegnate a’ suoi bimbi.
Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i malanni della sorella, e questa gli aveva detto:
— Mándala qui da me; le parlerò io.
Ella pareva contare immensamente su la propria autorità di madre feconda e rispettata. Ma il padre aveva risposto con la solita rassegnazione:
— Inutile, figlia mia. Ah, quella nostra Loretta! quella nostra Loretta!...
La madre non si accorava gran che di tutte queste cose. Ella non aveva mai presa troppo sul serio la sua missione d’educatrice, ed ogni tanto, fra i suoi capelli grigi, risaltava fuori quella donna ch’ella era stata una volta, capricciosa, bizzarra e priva d’ogni senso morale. Que’ bei vestiti della figlia la empivano di stupore, e come tutte le donne che in gioventù son state disoneste, acquistava con l’inoltrar degli anni un senso istintivo di ruffianeria. Ella ritrovava in questa giovinezza della figlia la sua propria giovinezza, scapata ed avventurosa, ov’erano dopo tutto i più dolci ricordi della sua vita. Solamente l’annoiavano i rimbrotti del marito, il quale, timido con tutti, con lei si permetteva qualchevolta d’essere bisbetico, e non cessava dal ripeterle senza misericordia:
— Tu non sei stata una brava madre: éccone i frutti!
Ella del resto non si sentiva del tutto vecchia; aveva ancora una certa pretensione di bellezza e cercava di nascondere con molta diligenza i segni del suo disfacimento. Aveva raccolto man mano i capelli caduti, per farsene fare una treccia finta; le mancavan parecchi denti e già da lungo tempo seccava il marito affinchè le desse il denaro necessario per comperarsi una mezza dentiera.
Ma questi, che aveva sempre tollerato i suoi capricci, ora, negli ultimi anni, si prendeva quasi una rivincita; la teneva molto a corto di quattrini e la trattava con prepotenza, forse per vendicarsi dei lunghi anni durante i quali aveva taciuto.
Della madre, Loretta si curava men che poco; ella era già grandicella quando la madre ancora si concedeva gli ultimi spassi, e così aveva imparato a compatirne gli errori con una specie di disprezzo indulgente, che ora prendeva quasi la forma d’una reciproca protezione.
In casa, Loretta non voleva subire l’autorità di nessuno; però bastava che si mettesse a sorridere perchè padre e madre le fossero ai piedi.
Ma c’era sempre il Riotti, che, invecchiato, ingrassato, non aveva per nulla perduta l’abitudine d’ingerirsi nelle faccende altrui. La famiglia dell’occhialaio era divenuta un poco la sua propria famiglia, perchè a lui mancava per l’appunto il focolare, quel dolce regno domestico nel quale, fra molti sudditi, avrebbe voluto essere il tiranno. In una famiglia numerosa, con molti bimbi intorno, sarebbe stato magari felice; ma nella sua retrobottega un po’ tetra non v’era che quella placida Eugenia, sempre zitella, che da mattino a sera leggeva o ricamava, ricamava o leggeva.
Quanto a Loretta, egli non era molto severo; la compativa con una certa longanimità e della sua perdizione faceva risalire la colpa ad Arrigo. Secondo lui tutto quanto succedeva in casa dell’occhialaio era colpa di Arrigo.
Come usava ogni giorno dopo la cena, per l’appunto quella sera egli era da poco venuto nella retrobottega de’ suoi vicini a centellinare il cálice consueto illustrando le più gravi notizie lette nei giornali, quando finalmente Loretta entrò, ansante come se avesse corso ed un po’ scapigliata.
Nessuno aperse bocca; ma quel silenzio era pieno di rimprovero.
— Sono un po’ in ritardo, — ella convenne. — Scusatemi.
— Un po’... dice un po’!... — la interruppe il Riotti, ironico. — Sono le otto e mezzo, nientemeno!
— E allora? — ella fece, passandogli davanti con un fare altezzoso. Aveva un mazzo di rose un po’ disfatte alla cintura e si mise davanti ad uno specchio per ravviarsi i capelli.
— Allora io dico semplicemente ch’è vergognoso! — decretò il Riotti, gonfiandosi di rabbia per quella risposta provocante. E soggiunse con disprezzo:
— Vestita come una ballerina!
Loretta lo guardò scherzevolmente, si mise a ridere forte e disse:
— Buona sera.
— Dove vai? — le domandò il padre.
— Vado in camera mia, visto che qui ricevo solo impertinenze.
— Via, — disse la madre, — vieni e mangia; ti ho fatto serbare il pranzo.
Ella si rimise davanti allo specchio ed incominciò a togliersi il cappello, ma lentamente.
— Hai un profumo che dà il mal di testa! — osservò nervosamente Paolo, che poggiato contro la tavola sorseggiava un ultimo bicchier di vino.
— Veh, poverino!... — fece Loretta. — Come sei delicato!
Contro di lei egli diveniva súbito iracondo; i suoi piccoli occhi si facevan malvagi, la sua bocca prendeva un’espressione dura.
— Altro che ironie! — brontolò. — Sarebbe ora che ci spiegassimo una buona volta! Così non è possibile andare avanti.
— Giusto, — sentenziò il Riotti.
— Almeno lasciatela mangiare... — intervenne la madre. — Discuterete poi.
— Macchè! figúrati, mamma! anzi, anzi!.... Non ho fame io. Se c’è da spiegarci, spieghiamoci pure; avanti!
E con un’aria baldanzosa venne vicino al fratello.
— Sei tu che devi parlare, — disse il Riotti all’occhialaio, facendogli un segno energico.
— Va bene, — rispose questi. — Ma ora... ha ragione sua madre: lasciatela mangiare.
— Grazie, grazie tanto. Non ho fame; sono qui e vi ascolto.
Seguì un lungo silenzio.
— Su dunque, — ella disse al fratello, — parla tu che sei tanto linguacciuto!
— Eh... se dovessi parlare io! — minacciò il fratello squadrandola.
— Ma parla dunque! Nessuno ti prega di tacere. Tanto lo so che mi odii... Dunque parla.
L’altro, in silenzio, trangugiò un lungo sorso di vino.
— Insomma Loretta, — esclamò di punto in bianco il Riotti, — tu fai una vita che disonora la tua famiglia!
Ella si morse le labbra.
— Senta lei!... — disse con una voce sibilante; — la prego di dare queste lezioni a sua figlia, che forse ne ha bisogno; non a me; perchè lei qua dentro è un seccatore e nient’altro.
Il Riotti scattò in piedi con un’agilità superba; la voce gli gorgogliava nella gola e non poteva dir parola.
Finalmente inveì:
— Spudorata impertinente! A un vecchio che dovresti rispettare come tuo padre...
— Allora vediamo... — intervenne donna Grazia. — Si calmi, signor Riotti. Anche lei l’ha offesa.
— Macchè offesa!
— Insomma, — disse il padre, radunando a stento la sua poca energia, — chi deve parlare sono io e non altri!
La sua voce fu ascoltata. Il Riotti voleva andarsene, ma la curiosità lo vinse e tornò a sedere.
Loretta s’avvicinò al padre, gli mise una mano su la spalla, con l’altra gli carezzò il viso.
— Via papà, non sgridarmi... — disse. — Che faccio poi di male?
Il vecchio tentennò il capo ed ella si piegò su di lui. Era così bellina, sorrideva... Egli non osò più dirle nulla.
Ma Paolo ebbe un gesto d’impazienza.
— Tu, papà, sei troppo debole con quella ragazza, — disse. Lei ti fa vedere quello che vuole.
Fece una pausa, poi soggiunse:
— E visto che tu non parli, parlerò io.
Si levò in piedi e s’avvicinò alla sorella con un fare minaccioso.
— Cos’è questo?! — disse, dando con due dita un pizzico nella stoffa della camicetta. — E questo? e questo? e questo! — continuò con veemenza, segnando la sottana, le scarpine, la pettinatura, i braccialetti.
— Roba mia, — rispose Loretta, impallidendo un poco.
— Roba tua?... — fece l’altro con disprezzo. — Non è vero! Tu non hai i denari, noi non abbiamo i denari per comprarti questa roba!
Egli era straordinariamente eccitato; la sua collera un po’ grossolana gl’infiammava il viso. La madre s’avvicinò a lui cautamente e lo tirò per una manica.
— Lasciala stare... — disse, quasi supplichevole.
— Dunque, rispondi! — comandò Paolo caparbiamente, senza badare a quel consiglio. — Cosa vuol dire che ti vesti come una marionetta e peggio? che ti profumi? che ogni momento portan roba per te? che vai, che vieni, che porti cose d’oro indosso e ci consideri tutti noi come se fossimo i tuoi servi? Cos’è?...