Colei che non si deve amare: romanzo
Part 24
Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione. Tra lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa stessa del suo desiderio quell’ombra passava come una fredda minaccia. Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno quasi, dei loro baci; ma quando più la tentazione attanagliava il suo cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida faccia che appariva nel viso di lei.
Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento inesorabile ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero, trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva d’un fiume. Comprese di non essere più padrone della propria volontà e di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, poichè fra lui ed il suo amore c’era tutta la potenza di quella legge umana che le più forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c’era lo sgominio invincibile del peccato che in tutti i tempi era stato maledetto, c’eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la forza terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia.
Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo male anzichè impadronirsi d’una spietata felicità.
Solamente una grande anima può essere capace d’un grande peccato ed è molte volte più facile riscattarsi nel terrore della colpa, che affrontarne con tutto l’animo la tragica bellezza. Per concedere al proprio desiderio quella stupenda e orrenda libertà, che non riconosce divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone. Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia l’anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza dell’individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio alla temerità del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in quest’uomo mediocre l’amore d’un dio.
E però tentava liberarsene con ogni potere della sua volontà, riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una così grande passione. Ma colui che dice a sè stesso: «Diméntica!» — non fa che insidiar la sua colpa con una tentazione più forte, non fa che avvelenare il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà.
Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè stesso, a prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era uscito con un proposito fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non più rimanere un istante vicino a lei, perchè solo nella fuga, nella lontananza, nel tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza.
Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato ad alcuna creatura del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole.
Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d’aver compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani, una irremediabile rovina. Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere, mentr’egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia più grande consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, ma inevitabilmente verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze già non tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina di vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così torbido, non può essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che sfuma e passa e non lascia memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla si può nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi, come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro nè famiglia, nè amici, nè avvenire, nè pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all’avvenire, visto ch’entrambi s’eran scelta una via diversa da quella ch’era segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli mai, e là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso padre, per solo ricordarsi che si amavano.
Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto si può far tacere, tranne la voce inesorabile che si alza dall’intimo del nostro cuore. Ed il rimorso, vedi, è il nemico più terribile fra quanti ci riserba la vita.»
Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? se di lor due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta pronunziasse con la sua bocca infantile quelle prime parole che si balbettano: «mamma, papà...»
Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch’era giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si lasciava prendere senza riflessione dalla follìa del suo amore, ch’era solamente «il suo primo amore...»
Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed ella ne sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli nelle vene più profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un’ondata impetuosa di calore ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande. Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè gli si era scatenata nell’anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua forza, ormai non v’era più scampo; in lui era entrato subitamente un altr’uomo, ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato ad amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa d’un sortilegio, non sapeva più dominarsi, era uscito di sè.
Bisognava che s’armasse di tutta la sua forza per non trascinare anche lei nella propria rovina, bisognava che le volesse un bene infinito, più che amore, un’adorazione senza limiti, per venire a dirle quel che le diceva:
— «Parto, fuggo, non mi vedrai più. Devo starti lontano a costo di morirne, devo rinunziare a te perchè tu sia felice più tardi. Devo trovare nelle mie forze umane la forza spietata di non prenderti, e andarmene, solo, a rifugiarmi chissà dove, io che ti amo, io che non vivo un momento senza pensare a te, io, che dovunque vada, porterò nei sensi e nell’anima la tua memoria, più viva e più terribile di te... Poi, non è tutto. Sei difesa, vigilata; c’è tuo padre, nostro padre, che ti difende. Ogni volta che le mie labbra volessero baciarti, ora lo vedrei. Stanotte, quand’eravamo insieme, quand’eri quasi mia, d’un tratto egli è venuto, l’ho visto. Era lì, fra me e te, che mi guardava con i suoi occhi fermi. La sua faccia si è confusa nella tua faccia. Ho inteso che nostro padre ci malediva. Ed ora il suo fantasma non mi abbandona più. Comprendi, Loretta, comprendi che ne impazzirei?...
«Solo ti domando una cosa: abbi pietà di me. Non far nulla per trattenermi, non piangere, non ripetere che avresti voluto esser mia. Invece tu devi odiarmi, perchè questo amore che ho per te, ricórdati! è una cosa orrenda. Fa quello che vuoi: tornatene a casa, o rimani, o va dove sarai felice. Ma non dimenticare che un uomo fugge, butta fuori dalla vita il suo cuore morto, per salvare te, unicamente per salvare dalla rovina la sua sorella che amava...
«Più tardi, quando sarai donna, pensa che se la mia colpa fu grande ho anche lottato quanto un uomo può lottare per ribellarmi a questa colpa. E tu non dirmi niente, Lora... non mi cercare mai più. Parto súbito, stamane, fra un’ora...»
E partì.
* * * * *
I
Ella rimase in quell’albergo due giorni, sperduta, nell’inerzia, nello stupore, nello smarrimento. Quello che succedeva era nuovo, inatteso, per lei. La rivelazione di questo amor disperato, l’apparenza tragica di questa passione, da prima le dette un senso di dolorosa maraviglia.
Ella non intendeva l’amore a questo modo; per lei l’amore non poteva essere che un viluppo romantico di sensazioni tristi e gaie, di parole che vengono alle labbra per tramutarsi in un bacio, di curiosità insoddisfatte, d’aspirazioni veementi verso una contentezza fisica da lei non conosciuta. Per lei dunque l’amore doveva essere una cosa gioconda.
Ella non era che una piccola vespa, leggera, volubile, pungente: provava un senso di malessere davanti a questo amore così tragico. S’era invaghita del fratello, ma senza trovarvi un benchè minimo sapor d’incesto; lo aveva infatti amato per istinto, senza pensare al suo nome, senza nemmeno accorgersi di violare un sacro divieto. L’aveva incontrato, quando, nel suo grembo d’amante voluttuoso ed ancor suggellato, ella provava un bisogno di dedizione invincibile, avvolto nelle oscure lascivie che tormentano il fuoco della verginità. Aveva da lui subíta la prima tentazione, per lui s’era sentita nascere nel sangue la prima ed oscura inquietudine dell’amore; il suo grembo di vergine, così, non altrimenti, lo amava.
Ella era tanto semplice e tanto perversa insieme, che poteva sentire puramente un amore incestuoso; il male stava così nascosto in lei ch’ella non sapeva d’esserne contaminata.
L’uomo, che ne’ suoi atti è sovente un impulsivo, ama nondimeno interrogarsi, discutere le sue proprie passioni; la donna, che invece ha per natura uno spirito riflessivo, quando una forte passione l’avvince non discute più e lascia che il proprio desiderio vi si abbandoni senza ombra di paura. Nessuna cosa è per lei tanto piacevole quanto il sottrarsi al dominio della propria volontà, mentre è sempre con un grande rammarico che noi rinunziamo al potere di noi stessi.
In que’ due giorni ella fu malata; languì sotto il peso di una sofferenza opprimente, che le serpeggiava per tutto il corpo, sfibrandola. Od erano invece improvvise accensioni, repentine vampe, tremiti freddi e ardenti, scoppi di lacrime ch’ella non sapeva reprimere; la notte sopra tutto, nell’incubo del dormiveglia, le avveniva di balzar dalla coltre, madida di sudore, convulsa, vedendo insane immagini accendersi nell’oscurità.
Allora con la voce dell’anima chiamava il suo fratello scomparso.
Poi tornò a casa. Disse che Arrigo l’aveva ricondotta, ed era súbito ripartito per continuare il viaggio da solo. Ma il pronunziar quel nome le faceva male, il pensare a lui la colmava d’un singolare spavento.
Dov’era? che faceva? perchè fuggire? perchè lasciarla sola, dopo che insieme erano stati così presso alla felicità? Quando sarebbe tornato?... Forse mai. Le pareva che non lo avrebbe riveduto mai. Ed in tutto il suo corpo rimaneva un bisogno imperioso ch’egli tornasse, per carezzarla, per baciarla, per parlarle ancora una volta con quella sua voce torbida e singolarmente voluttuosa.
Un giorno, per curiosità o per noia, non sapendo che fare, non sapendo con qual mezzo distrarre il suo snervamento, pensò di recarsi alla Posta per vedere se, caso mai, ci fosse qualche lettera di Rafa. Non una ne trovò, ma un fascio; lettere che tutte, con ardenti parole, affrettavano il suo ritorno e la supplicavan di scrivergli non appena tornata.
Ella non voleva più curarsi di lui, tanto era piena di tristezza e la vita le pareva inutile.
Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; più volte giunse fino alla sua casa ed immutabilmente la trovò chiusa. Egli non aveva nemmeno scritto a Filippo; nessuno poteva darle notizia di lui.
Quante lacrime pianse, quanti giorni passò di attesa e di malinconia! Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora una specie di rancore sordo le si levava nell’anima contro lo scomparso, che lontano da lei conduceva una vita ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l’orlo del più dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, che l’abbattevano sempre più, mettendole intorno agli occhi due grandi cerchi neri e nelle braccia e nelle ginocchia e per tutto l’essere una infinita stanchezza. Si doleva dell’amor perduto, ma insieme di tutte le speranze ch’eran morte con esso. Quei fratello doveva aprirle il cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell’amore, condurla piacevolmente verso il paradiso de’ suoi frivoli sogni.
Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva desiderato spezzare, con il triste peso nell’anima d’una colpa non vinta nè consumata. Cos’eran quelle orribili parole ch’egli le aveva dette? Cos’era mai quella improvvisa tragedia nel loro sorridente amore? Spesso la memoria di quella faccia sconvolta le incuteva paura; il pensiero stesso di quell’unica notte le riviveva nella mente come la sensazione d’un incubo angoscioso.
Cominciò con pensare che, s’egli pure tornasse, non avrebbe più potuto stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli nel viso livido la disperazione di quel mattino. Ed ora considerò anche il pericolo di cui egli le parlava, comprese lentamente l’orrore ch’egli le aveva dipinto, guardò nel precipizio sul quale non sapeva d’essersi chinata.
Il suo lieve cuore ne fuggì via come una timida farfalla.
Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe snervanti giornate, che la opprimevano di malinconia. Per quell’estate imminente aveva pensato che la sua vita sarebbe ormai diversa, ed eccola invece di nuovo nella odiata bottega, tra i vincoli mediocri della sua famiglia, più malcontenta, più sola che mai.
Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi ombrosi, rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. Si sentiva battere il cuore troppo giovine, aveva una gran voglia di ridere, e non poteva. Camminando, trovava qualche inseguitore; le dicevan cose provocanti, la tormentavano, chi per il suo bel collo nudo, chi per il suo piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ciò che non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, era di fermarsi davanti alle modiste, con l’ombrellino poggiato su la spalla, un piede innanzi all’altro, in estasi. Che bei cappellini di paglia usavano quell’anno!...
Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia d’innamorati che vedeva camminar sottobraccio per i viali dei giardini. Era il momento che i tigli fiorivano ed i lunghi rami dei lilla si sciorinavano sui prati. La sera, qualche finestra rischiarata le metteva un brivido nel cuore; qualche uomo, per la strada, nel passarle accanto, le faceva sentire il bisogno di stringersi tutta in sè stessa, come se l’avesse toccata; una musica la tormentava, un libro la snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire.
Un giorno incontrò Rafa. Ne divenne rossa fino alle radici de’ suoi capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma egli le si mise appresso. Allora, per liberarsi da quell’inseguimento, su l’angolo d’una piazza, irresoluta, si fermò.
Rafa le parve quel giorno più bello che nel tempo trascorso, e quand’egli la supplicò d’un convegno con le più calde parole che sapeva, quando le propose lì per lì d’entrare in una confetteria vicina, dove certo non sarebbero veduti, a ber qualcosa e discorrere un poco... senza sapere perchè ubbidisse, quel giorno Loretta lo seguì.
Per inerzia, o perchè s’annoiava, o forse per una tentazione indefinibile, divenne con lui meno severa che per il passato. Ricominciarono a passeggiare luogo il viale solitario, verso la gabbia dei vecchi fagiani, a correre in automobile per i dintorni, a scendere nelle trattorie di campagna per bere il fresco vinetto biondo che una paesanella portava, con due larghi bicchieri, sopra un vassoio d’opaco stagno, pieno di ammaccature.
Poi Rafa, con una lenta pazienza, la indusse ad altro. Trovarsi nei giardini, correre le strade maestre, scendere nei villaggi, poteva tuttavia essere un rischio per lei... Venisse per una breve ora nel suo piccolo appartamento: era una casa tranquilla, sicura, lontana dalle vie frequentate; si poteva, da un terrazzo del primo piano, sorvegliar la strada e nessuno l’avrebbe veduta entrarvi nè uscirne, mai. Avrebbero discorso in pace, lontani dalla gente curiosa, ed egli prometteva, giurava, di rispettarla, con tanto maggior scrupolo quanto più ella mostrasse d’aver fiducia in lui...
Forse perchè lo voleva ella stessa, un giorno si lasciò persuadere.
Nell’afa del caldo mese il pomeriggio abbagliante percoteva i tetti, le finestre delle case; pendeva su la città scintillante una rossa cupola di fuoco.
Mentre saliva le scale, si rammentò quel tremore che aveva conosciuto le prime volte nel recarsi a trovare il fratello, e siccome il cuore le batteva troppo forte, sul pianerottolo si fermò a riprender fiato. Ma egli era dietro l’uscio e le venne incontro.
— Cosa mi fate fare!... — esclamò Loretta, varcando la soglia.
Nel buio dell’anticamera vide un trofeo d’antiche armi, e vide, a ridosso del muro, un lungo attaccapanni tappezzato d’un cuoio fosco.
— Siete in casa vostra, — le rispose Rafa con un gesto ed un accento pieni di solenne galanteria, mentre non sapeva come nascondere la propria trepidazione.
Grano cinque o sei camere, mobiliate con eleganza, piene di fiori quel giorno; camere taciturne, ambigue, pervase da una certa insidia, che pur tradivan nella squisita leggiadria dell’arredo quella particolare freddezza, quella imprecisabile vacuità, che nelle case degli scapoli grávita come un senso di continua disabitazione. Rafa le serbava di fatti per i suoi piaceri e solo qualchevolta vi dimorava nei mesi d’estate, quando la sua famiglia era in campagna.
Benchè di cuore ingenuo, Rafa era per lunga esperienza un conoscitore di donne ed aveva, nel desiderarle, una rara e difficile virtù: la pazienza. Si era spesso trovato a debellare una caparbia onestà, un pudore astuto, sicchè non aveva mai rinunziato a credere che anche Loretta finirebbe tosto o tardi con cedere al suo piacere. Forse capiva ch’ella si sarebbe arresa piuttosto al suo denaro che a lui, ma Rafa era tra quegli uomini avveduti che non si perdono in queste distinzioni sottili.
Era un po’ sazio d’amori galanti e trovava o noiosi o pericolosi gli amori dei salotti; era stanco pure di rincorrere le sartine per via, come un inseguitore stradaiolo, quando, nelle sere d’inverno, sciamano dai laboratori nelle contrade buie; stanco di adocchiare sui palcoscenici le mime e le ballerine, di cogliere quelle primizie che le mezzane della città presentavano a lui prima che a qualsiasi altro. Gli bisognava ora un’avventura più complessa e più rara, che potesse in ugual modo appagare i suoi sensi, la sua vanità e quel certo sentimento idillíaco non ancor deluso dalla sua inveterata abitudine di donnaiuolo. Cercava da lungo tempo un’amante, la quale fosse in tutto conforme a’ suoi gusti e lo potesse finalmente riposare da quella caccia infaticabile ch’egli dava ai piaceri fugaci. E Loretta era veramente colei che possedeva tutto il fascino, tutte le femminili attraenze ch’egli poteva desiderare nell’amante sognata; era fanciulla per di più, e la pericolosa delicatezza di questo pregio lo tentava sommamente, pur impaurendolo un poco.
C’era un fratello di mezzo, ma non, egli supponeva, un fratello intrattabile. Poi, quanto maggiori fossero i rischi, tanto più grande lo allettava la tentazione. Aveva d’altronde provato a guarirsi di questo capriccio, ma non gli riusciva, e nemmeno era più nel caso di riflettere, perchè ormai s’era così fortemente invaghito della ragazza, che avrebbe corso qualsiasi pericolo pur di non rinunziare a lei.
Di Loretta pensava che avesse una virtù irritante ma fragile: qualchevolta s’era persino chiesto se fosse davvero innocente, poichè, sopra tutto negli ultimi giorni, gli pareva di sentirla quanto mai debole contro la tentazione. Fra le quattro mura di una stanza non disperava di lei.
Ed ecco, l’aveva nella sua casa, disarmata, sola, fra il gran silenzio di un pomeriggio soffocante; ecco gli stava di fronte, gli sorrideva, un po’ incerta, un po’ confusa.
Oh, quante volte aveva immaginata quest’ora! Se ne sentiva commosso in modo singolare, si trovava impacciato, quasi timido, e non sapeva che dirle.
Dopo un lungo indugio, la condusse a visitare la casa, parlandole con serietà, per non far nascere in lei alcun sospetto. Così le fece apprezzare un gran numero di quadri, di stampe, di gingilli, di fotografie.
Passando per una stanza, intravvidero nell’altra un letto vasto, chiuso da una cortina.
— Ebbene? — ella domandò, quando furon tornati nella sala e furon seduti l’uno di fronte all’altra, perplessi.
Fuori divampava l’estate, con le sue fiumane di luce, co’ suoi roghi di splendore; lì nella profonda sala, dietro le persiane chiuse, dietro le stuoie calate, alitava una freschezza riposante.
Allora egli prese una sua mano, e lentamente, con una specie d’insidia, la carezzò.
— È strano, — disse, — ma tu m’intimidisci. Ho sempre avuta una certa paura di te. Su la tua bocca vedo così spesso una specie di derisione...
— Davvero? Che bizzarrìa!
— Del resto hai ragione: mi devi trovare quasi grottesco. Gli uomini innamorati sono molto spesso ridicoli.
— E le donne? — ella fece.
— Le donne, io credo, non lo sono quasi mai.
— Che? grottesche?
— No, innamorate.
— Ah, non saprei... Ma certo lo confessano più raramente.
— Dimmi, — egli riprese con calore, — dimmi che verrai spesso, che verrai ogni giorno... Io ti voglio vedere ogni giorno! Siamo talmente al sicuro qui...
— Ho sete, — ella rispose.
Rafa le portò a bere un’aranciata così fresca, che appannava il cristallo della caraffa; poi bevve a sua volta, nel medesimo bicchiere.
— Gli altri anni, a quest’ora, sono già in campagna, — disse Rafa. — Il caldo mi fa male. Però quest’anno mi è impossibile partire; l’idea di non vederti più mi riesce insopportabile. Ma tu cosa pensi fare durante l’estate?
— Ancora non so nulla; non dipende da me.
— E da chi dipende?
— Forse da’ miei genitori, forse... — aggiunse con esitazione, — da mio fratello.
— E non da me in ogni modo?
— Da voi? come da voi?
— M’hai detto una volta, nel parlarmi d’altre cose: «La mia famiglia m’annoia; verrà forse un giorno nel quale sarò libera, interamente libera, perchè voglio cantare.» Ti ricordi d’avermi detto questo?
— Si, me ne ricordo, e ripeto: Verrà un giorno, forse prossimo, nel quale sarò libera.
— Ecco, e pensando a quel giorno, io pure ho fatto un sogno... ma così bello che non oso dirtelo.
— I sogni... — ella scherzò, — i sogni han questo di buono, che servono a raccontare le cose troppo difficili a dirsi.
— Hai ragione, Loretta, — egli ammise. — Dunque, un sogno. Ch’io ti prendessi una villetta, non troppo lontana da Villa Giuliani, piccola, per te sola. Una villetta nascosta, con un bel giardino, un frutteto, una scuderia. Saresti libera, nessuno saprebbe chi sei. Qualche volta, per non rimaner sola, mi apriresti il cancello.
— Ah... ed è questo il sogno?
— Sì, è questo.
Ella riflettè un momento, poi disse:
— Continua.
— Che vuol dire?
— Dopo l’estate...