Colei che non si deve amare: romanzo
Part 23
Sotto la tavola, con il piedino calzato di raso, batteva il ritmo della danza. Riempiron le coppe un’altra volta, e furon vuote. Le saliva, da quel vino pungente, un calor lieve alle gote; i suoi occhi brillavano fra le ciglia orlate d’un luminoso tremito. Ora, godendo il caldo benessere che le scorreva per le vene, s’abbandonò indietro, contro la spalliera, tese le braccia nude su la tovaglia, e sorrideva come in un rapimento, in una estasi che le avvolgesse tutto il corpo, tutto il suo morbido corpo desideroso.
— Se fossimo soli ti bacerei... — confessò con un leggero tremito.
Di là dalla vetrata, nel giardino, una grande magnolia si vestiva d’argento nel chiaro di luna, portando sovr’ogni ramo un magnifico fiore.
Ella poggiò i due gomiti su la tavola e si prese la faccia fra le mani:
— Senti....
— Di’.
— Vienmi vicino, più vicino....
Egli si sporse innanzi per udir le sue parole.
— Non avrai più paura, dimmi?... non avrai più paura questa notte, che c’è tanto profumo?... — gli mormorò sottovoce, con un brivido che la impallidì.
Poich’egli non rispondeva, gli prese un polso, lo strinse.
— Dimmi, dimmi!... Perchè non vuoi rispondere?
— Ho più paura che mai! — rispose. E tremò.
Or qualcuno cantava, sul terrazzo, laggiù.
Uscirono. V’era molta gente, seduta a gruppi, che ascoltava il concerto. Lor due si misero in disparte e si fecero servire il caffè. Eran quasi nascosti da un grande cespo di rosse azalee, che propagavan le lor vaste ombre su la ghiaia lucente. Tra la foltezza degli alberi non si poteva discernere il lago, ma ogni tanto si udiva l’acqua sciacquare contro la riva.
Egli disse alla sorella:
— T’annoierai la sera; qui non c’è nulla da fare.
— E se pure ci fosse, — rispose — non vorrei far nulla. Sto bene così.
— Ti senti stanca per aver remato?
— No, affatto. Ma quello Sciampagna mi dà una deliziosa vertigine....
L’azalea fiorita buttava dietro le sue spalle una specie di rosso mantello damascato.
— Qualche volta, — ella disse — qualche volta, Rigo, son io che ho paura di te. Sopra tutto quando non parli e mi guardi.
— No, Lora; io non ti farò mai alcun male.
— Chissà? — ella rispose.
— Perchè dici questo?
— Non saprei perchè lo dico; è una sensazione indefinibile. Forse tu mi odii un poco....
— Io?....
Là presso, dentr’una vasca invisibile, udivan l’acqua d’una fontana sgorgar sonnolenta, fra gli alberi. Egli si levò, le pose un braccio sotto il braccio, ed insieme s’inoltraron per il giardino. Loretta s’impauriva dei piccoli rospi verdi che saltavano traverso i sentieri. S’allacciaron l’uno all’altra strettamente, perchè nell’ombra si sentivano più sicuri, e scesero verso il terrazzo che accompagnava per un tratto l’insenatura della riva. Tra la darsena e l’approdo c’era una lunga fila di barche legate, che dondolavano.
L’acqua portava un mantello d’argento, che le aveva buttato sopra la luna. Veniva una tristezza indicibile da quella chiara calma lacustre. S’appoggiarono alla ringhiera del terrazzo, percorso da una spalliera di rose vanziane; il muoversi dell’onda luminosa li addormentava in una specie di funesto incantamento.
Egli pensava di stare sopra l’orlo d’un precipizio, e di cadervi lentamente, insensibilmente, sprofondando in una vacuità piena d’oblìo. Sentiva il suo corpo disperdersi nell’annientamento, il suo dannato amore finire in un urlo.
Ella pensava d’essere una reginetta, che abitasse un gran castello su le rive d’un lago incantato, e di scendere in una barca, la notte, lei sola, sotto la luna, senza remi, senza vele, pigramente, dolcemente, per dormire. E più andava, più il lago si faceva buio, più diveniva nella notte una immensa disperata solitudine; e man mano che s’allontanava col vento, le sembrava di smarrirsi nella perduta ombra, di navigare in una buia distanza, dalla quale forse non sarebbe tornata mai più... Aveva paura e si stringeva a lui.
Un cigno dormiva, con il bel collo piegato su l’ala, ondeggiando come le barche legate in fila.
Non lontano dalla sponda passò un battelletto, con un fanale rosso a poppa ed uno bianco a prua. V’era gente, che cantava in coro, e si udivano le parole.
Il ritornello diceva:
«Tela lina molto fina che si mette ogni mattina la mia bella al suo levar...
tutto quanto le darei per far come fai con lei, per saper quel che tu sai, per star dove tu le stai...»
— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io non lo sono più.
Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena:
«Tutto quanto le darei per far come fai con lei...»
— Vanno a pesca? — domandò Loretta.
— Forse vanno solo per cantare.
Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando si toccavano, l’interiore fantasma s’impossessava del loro turbamento. Era un male che cominciava col desiderio d’un bacio, e passava dall’uno all’altra, come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava, s’attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto l’oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata nell’essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana, così che potesser tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a sentirne la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma senza riuscire ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete e la fontana c’era quel póllice di spazio che non li lasciava bere.
— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho dovuto amare! — esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san nulla; nessuno sa nulla di tutto ciò.
Questo accenno religioso della confessione spaventò la fanciulla, come se, d’improvviso, l’abito nero del sacerdote, l’ombra dell’intercolunio, le mistiche nuvole dell’incenso, l’alito caldo che passa per la grata con il bisbiglio delle parole colpevoli, e la rampogna, e la condanna, e la minaccia di penitenze perpetue, le componessero nel cuore sbigottito l’immagine del suo peccato mortale.
— Perchè dici queste parole così nere? — domandò. E si strinse a lui, più vicina, quasi per trovare in lui un rifugio. La barca dei cantori lontanava nella sera lunare, e fievole si udiva di tratto in tratto il ritornello giocondo:
«Tela lina molto fina che si mette ogni mattina...»
— Hai pensato, — egli riprese, — hai pensato a quello che avverrebbe se avessi una volta il coraggio, il terribile coraggio che mi è mancato finora?
— Due cose ho pensato: o che tu non mi ami veramente, o che il tuo cervello è malato. Se la nostra felicità è in noi, perchè dobbiamo spaventarla con tante riflessioni? Tu mi comúnichi a poco a poco il tuo male. Quando, per la prima volta, mi agitò questo immenso desiderio, súbito avrei voluto esser tua. Guardare più in là mi sembrava inutile, mi sembra inutile ancora.
— Ma, dimmi, — egli fece; — tu che parli con tanta leggerezza, conosci dunque il valore dell’offerta che mi fai? Comprendi cosa vuol dire questa frase che ripeti senza sgomento: «Essere tua?» Comprendi che ciò significa regalare, sacrificare a me tutta la tua vita?
Ella parve maravigliarsi di queste parole; ma tuttavia rispose a fior di labbro, senza convincimento:
— Sì, certo, lo comprendo.
— No, Lora, — egli corresse con indulgenza, — tu non lo comprendi. Verrebbe inevitabilmente un giorno, e forse non troppo lontano, nel quale diresti a tuo fratello: «Réndimi ora la mia vita, perch’essa è mia, e voglio viverla.» Ma pensi che allora io potrei cederti ad un altro? Pensi che, dopo un delitto come questo, si possa tranquillamente ricominciare la strada per la quale si andava prima? Tu sì, forse, perchè hai vent’anni ed un cuore spensierato. Ma io? Dimmi, che farei allora? Conosci la gelosia? Conosci quell’altro tormento, più grande, che si chiama il rimorso? Vedi: c’è fra noi una differenza fondamentale: tu mi ami perchè puoi dimenticare, perchè non conosci, e quasi non sai che sono tuo fratello... invece io ti amo appunto, e più disperatamente, perchè so, perchè so con profonda paura, che sei la mia sorella....
A testa china, guardando l’acqua insidiosa, che scintillava come una buia stoffa intessuta con fili d’argento e produceva un rumore appena sensibile urtando contro il muro della darsena, ella parve meditasse profondamente il senso di quelle parole.
— No, Rigo!... — esclamò d’un tratto, afferrandosi al suo braccio con una forza convulsa, — no! tu non sei mio fratello. Non ho mai pensato per un attimo che tu fossi mio fratello. Mi piaci, e nello stare con te sento che mi desideri come un vero amante. Préndimi!... fa di me quello che vuoi, per un’ora o per sempre, fin quando sarò bella e mi troverà bella il tuo amore... Non senti? Sono tutta profumata come un fascio di rose... Préndimi!... stríngimi fra le tue braccia, come se fossi un gran fascio di rose... Ma ridi! ridi!... perchè non posso più vederti così buio... Ridi ancora una volta... ridi!
La barca ripassava di lontano e si udiva cantare:
«Tutto quanto le darei per far come fai con lei...»
XIV
— Sali e spógliati, Lora — egli le aveva detto a piè dell’ascensore, forse perchè temeva di affrettare quella imminente ora notturna. — Córicati presto e riposa bene.
— Ma tu non sali? — domandò ella indugiando.
— Sì, fra poco. Ancora non ho sonno; rimango a fumare un’altra sigaretta.
— Io pure non ho sonno... — ella fece.
Ma egli la persuase con dolcezza:
— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. Va e dormi.
Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi scese di nuovo nel giardino, tornò verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da ogni altro pensiero.
— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si toglieva, ne sentì l’odore.
Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di batista gli sbocciò nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e là, per la camera, con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese il crepitìo del pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L’odore di quei capelli empì l’aria per dov’egli passava.
La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò che per una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, prima di coricarsi. Quell’odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto insieme, gli alitò sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra per togliersi la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere lentamente, giù dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo piede uscirne, polito come un gioiello d’avorio, inquieto nella sua forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi parimenti l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi, prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini, prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che portava indosso e lasciarla scivolare giù, come una guaina, con un sorriso lento....
Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava.
Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno d’agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si moltiplicava intorno a lui, nell’ebbro giardino.
Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano.
D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò il giardino in fretta, e salì.
Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente nella poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando nel miracolo della notte, ove tremava con una specie di furiosa intensità la magnificenza delle stelle.
— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata?
Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui le due braccia senza rispondere.
— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora.
— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un po’ velata.
Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso batteva la bianchezza del raggio lunare. — Fa umido la sera, — egli osservò; — non rimaner fuori troppo a lungo.
Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le disse; — dormi bene. Addio.
— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà nella sua femminile indolenza, ne’ suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui: siéditi.
Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente. Il calore di quel dolce corpo gli si propagò nelle vene come un piacere avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte.
Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con trepidazione.
— Non devi lasciarmi sola... Questa notte più che mai sento il bisogno di esserti vicina, molto vicina, perchè sarebbe una vera malinconia mettere una parete, chiudere un uscio, fra me e te... Non vedi che notte magnifica? C’è un odore di gelsomini che vola per l’aria come una polvere ubbriacante. Poi mi sento piena di torpore, questa notte... Báciami!... Ho le mani calde, senti... Mi fanno male... Brúciano. Voglio rimaner qui tutta la notte, a parlarti, a carezzarti, piuttosto che rimaner sola.
Cacciava le dita ne’ suoi folti capelli, come alle volte si fa, nelle pellicce tepide, l’inverno. E continuava:
— Là, nel giardino, m’hai dette cose talmente gravi, che ne sono turbata; vorrei piangere, ma in fondo al mio cuore v’è una gioia che ride, una specie di speranza inesprimibile... Non lasciarmi sola. Od anche mi piacerebbe fare una cosa che non ho fatta mai: venire nel tuo letto, addormentarmi vicino a te... Báciami! E poi dimmi qualcosa di veramente pericoloso... Anche una parola innocente, se non vuoi dirmi altro... Ti amo, e sola non potrò dormire... perchè ho voglia che tu mi baci. Senti come la mia bocca è innamorata... Bàciami! Sono tua... tua... préndimi! Non desidero altro che soffrire di te... per te... Fammi un po’ male... dammi un bacio, uno solo, senza fine.. chínati...
Queste parole, dette vicino alla sua bocca, lo addormentavan come la musica d’un soave malefizio, fasciavan i suoi sensi dolorosi d’un ineffabile ristoro, e chiudendo gli occhi egli s’irrigidiva per ascoltarla. Su la sua carne fredda passava un gran brivido di piacere; una consumazione insensibile, uno struggimento senza fine si propagava in lui, sotto la carezza di quella voce.
Ella disse ancora, snervata, spossata:
— Guarda: chiudo gli occhi... dormo. Chínati un poco, báciami!... ho tanto sonno... ti amo. Sii dolce con me... Ascolta: non c’è rumore, nessuno ci guarda... báciami!
Come un pazzo egli le baciò la bocca, la fronte, le tempie, il collo, i polsi, le mani, con un roco ansito nella gola soffocata, e la baciò per tutta la sua carne profumata finchè il respiro gli venne meno. Poi si levò scapigliato, si sciolse da lei che lo teneva, la ricacciò con violenza sui cuscini, corse nella sua propria camera, vi si chiuse.
Ella dette un piccolo grido, e vibrante com’era sotto il flagello di quei baci, ruppe in un convulso di lacrime, poi restò per qualche attimo quasi priva di vita.
La mezza luna saliva sopra le montagne, alta, limpida, lontana dalle stelle.
Egli si buttò sul letto, mordendo i cuscini, aggrappandosi alle coltri, per dominare il tumulto che dentro lo schiantava, e non udir quella voce sommessa che dietro l’uscio lo supplicava, e non guardar più oltre nella terribile possibilità di quell’ora.
La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo glorioso fulgore, disseminando nella curva dell’infinito una più grande magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall’ombre notturne, invase dall’ambiguità del silenzio, si vestivan di bianchi splendori nell’incantesimo della notte.
Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembrò di comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. Non più intese per il pavimento il rumore de’ suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione d’accostarsi all’uscio interno, che li divideva, e mettersi ad ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse, ed ella entrò.
Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balzò giù dal letto, rimase attonito a guardarla.
— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata.
— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati aveva una luce insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito così ridente.
— Non dormirai stanotte?
— No.
Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa.
Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo.
Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, come un turbine di coriandoli d’oro.
Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non la udì, e gli si appese al collo. Non aveva più busto, non aveva più che una vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti da un pettine solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la nuca.
Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sentì così vicino lo spasimo della dedizione che s’attorcigliò a lui come un’edera, gli si avvinse intorno come un nodo.
La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l’aria soffice, divampava dall’aperto giardino come un incenso invisibile: ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest’odore possente. Una fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili d’argento nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un’ombra si mutava subitamente in splendore.
Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio desiderio colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di quell’ora. Nulla più li divideva, se non il terrore di quella immensa gioia; l’indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un peccato infinitamente più grande.
Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido felice di quel vertiginoso dolore.
Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, ed il suo peso non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l’uscio serrato, la portò nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli, cadde sul pavimento, rimbalzò; le belle trecce le si diffusero per le spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò sul letto, e, curvatosi, immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva contorcersi e tremare di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le sue disperate labbra egli la baciava.
Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar nelle tempie l’urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d’ogni altra cosa che non fosse quella carne viva.
E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere...
. . . . . . .
Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore; nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l’aveva irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di voluttà.
Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano già il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava ne’ suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e li offriva crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore; si torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell’impazienza dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire.
Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un male opaco, denso come fumo, greve come piombo, traboccò nelle sue vene, pervase il più profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in quel male torbido, così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, cercò di respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir infranta per sempre la disperata sua verginità, d’un tratto le forze l’abbandonarono, la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo grido.
Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di lui, la fronte carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che si movevano per maledirlo...
Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, con più irte spine. Balzò indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fuggì.
Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle splendevano così vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano, di poterle quasi toccare...
La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici un profumo voluttuoso di baci. E sentiva solamente il bisogno di giacer supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur affranta com’era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite così gonfie di vita, che mai l’urto del suo sangue le avesse portato al cervello una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi malato di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta l’anima sua, poich’egli portava in sè il piacere inebbriante, e si sarebbe inginocchiata con umiltà pur di goderne ancora la struggente inquietudine.
Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la notte, d’improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s’era trovato curvo nell’attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei.