Colei che non si deve amare: romanzo
Part 22
Ma invece accadeva la cosa più imprevedibile, si elevava contro di lei la più inattesa e formidabile nemica. Poich’egli non s’era innamorato d’una donna che fosse bella o giovine soltanto, che potesse avere una bocca più fresca della sua, una pelle più morbida, un corpo più voluttuoso; non solo d’un’amante che fra le coltri lo sapesse meglio accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare la sua vanità; non insomma d’una fra quelle tante che son tutte destinate a perire, a passare, a conoscere anch’esse il tormento della fine... Ma invece aveva scaldato in sè il più divorante fuoco, s’era lasciato invadere da una rossa demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il demone della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, quello dopo il quale tutti gli altri non hanno più sapore.
Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, una sorella di vent’anni, ancora intatta, che forse, che certo amava lui; una sorella che aveva in più di tutte l’altre il dono d’essere il peccato, il dono di portare nel suo grembo il sacrilegio, ne’ suoi baci la dannazione, e di chiamarsi «sorella», ossia di nascondere in questo nome trasparente come la purità il significato più divino e più terribile che sia nell’amore.
Forse i grandi peccati propagano intorno a sè una specie di atmosfera malefica, di ambiguità quasi tangibile, per la quale inevitabilmente giungono a farsi avvertire dalle vigilanze altrui. Il primo giorno che questo dubbio era balenato nella sua mente, ella súbito l’aveva respinto, se n’era sdegnata contro sè stessa, s’era trovata abominevole per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura che l’aver pensata una tal cosa potesse rendere una tal cosa verisimile.
E si mise con affanno a cercare un’altra spiegazione, a scoprire un’altra verità, meno orrida... meno affascinante! Se questo pensiero assiduo le martellava nel capo, ella compiva uno sforzo quasi fisico per allontanarlo da sè.
E però tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne aveva; tornava, perchè noi ci somministriamo senza volerlo, con una gioia crudele, tutte le immaginazioni che ci dànno più tormento; perchè l’orrido ci attrae, perchè il peccato, anche il peccato altrui, è la più grande suggestione che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, perchè pensando alla possibilità di questo amore, alle sue gioie più che umane, ella sentiva nascere in sè le radici, fremere in sè i tormenti di questo inconfessabile amore.
E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, ella cominciò a pensare quale sarebbe stata la sua tortura se questo dubbio avesse presa la consistenza della verità. L’onda sensuale di quella colpa ineffabile si frammise alla sua paura, alla sua gelosia, corse in lei, facendole intendere l’ebbrezza che quei due potevano sentire se veramente s’amavano. E mentre andava cercando le prove che questo amore non fosse, in verità ella era tentata e soggiogata dalla voluttuosa paura di scoprirne l’esistenza.
Con lei d’altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, poichè non credeva ch’ella potesse avere sospettato. A lui stesso, qualche rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, cosa che in addietro non accadeva mai. Gliel’aveva descritta con frasi calde, ma vigilando insieme le proprie parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva pure mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una frase innocua ci rivelano una grande verità. Molti eran venuti, nel modo più naturale, a parlarle di lui e di lei, narrandole particolari futili, cose prive per sè stesse d’ogni colpevolezza.
Li avevano insieme veduti per istrada, nei teatri, alle corse, altrove; li avevan anche ammirati, perchè sembravano volersi molto bene. C’era chi gliel’aveva descritta: una bionda, ma d’un biondo color cenere, col visino fresco, il profilo non del tutto puro e però graziosissimo, la bocca sempre in sorriso, il corpo ammirevole.
Non gli somigliava affatto affatto; aveva l’aria un po’ di scapatella, e così alcuni, da principio, avevano supposto che fosse una sua piccola amante... Ecco, alle volte, com’è facile ingannarsi!...
. . . . . . .
— Inségnami a remare! — ella disse allegramente, nel pomeriggio di quel primo giorno.
— Non ti pare che faccia un po’ caldo ancora? Sarebbe meglio attendere più tardi.
— No, súbito, súbito!
E calzata di bianco, con una gonnella di tela bianca, che le scopriva le caviglie, un cappellone di paglia piegato sul viso, ella scendeva con ilarità per i viali del fragrante giardino, che aveva tanti profumi e tanti colori quanti ne può adunare insieme una primavera italiana.
Ella si divertiva; tutto questo era nuovo per lei; non s’era forse mai trovata in un albergo elegante, ben di rado aveva inteso parlare i linguaggi stranieri, non s’era mai sentita così libera e così felice come in quel giorno.
Aveva una bella camera, con un terrazzo verso il lago, e la camera d’Arrigo era comunicante con la sua. Sul terrazzo, ricoperto da una tenda a striscie bianche e turchine, le avevan messo una seggiola a sdraio, di vimini, con molti cuscini. Appena giunta vi si era distesa, un po’ stanca, e s’era messa a guardar intorno, a sognare.
Le si apriva dinanzi il lago immutabilmente azzurro, con le sue rive dense di villaggi, sparse di campanili e di torri, il lago solcato in ogni senso da uno sciame di barche, leggere come petali di fiori sopra una fontana. Pareva le muovesse un dolcissimo vento, non la fatica dei remi, e cullassero il sonno di gente oziosa. Udiva ogni tanto una sonagliera di cavalli squillare, lontanando per il bianco scintillìo delle strade maestre; vedeva le automobili passar veloci, fragorose, lasciandosi dietro una gonfia nuvola di polverone, i battelli giungere ad intervalli, carichi d’una folla gioconda, che facendo ressa per le scale montatoie sbarcava sui pontili d’approdo.
E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel cuore il senso della giovinezza; voleva in un giorno solo tutto vedere, tutto godere.
S’era côlta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo ne aveva tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. Andavan ora verso la darsena per scender in una barca ed allontanarsi dalla riva.
Egli non era più così tetro come nei giorni passati; un senso di beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva quasi che quel cielo così aperto fosse indulgente alla sua colpa, ed in verità un più sano respiro dilatava il suo petto capace. Mentr’ella diveniva più fanciulla e pareva scordarsi fra quella novità il suo torbido amore, egli si compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come si fa per un’amante.
La città era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva in quel sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori esuberanti, con intorno la catena quasi glauca delle montagne, tra l’odor vegetale dei prati maggenghi, nell’aria limpida e sana. Egli non aveva più il terrore che alcuno sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata una qualche purità. Non voleva pensare più a nulla, ma solamente godere con pieno abbandono quei giorni di oblìo.
In fondo comprendeva che la nostra coscienza è talvolta una semplice paura dell’opinione altrui.
Scendevano verso la darsena per i viali del giardino traboccante, mentre di poco il sole aveva sorpassata l’ora del meriggio e traeva da tutte le cose un insostenibile fulgore. Con il suo vestitino di tela bianca, la gonnella corta, un velo azzurro su le spalle, il gran cappello di paglia a larghe tese, ella pareva più giovine di qualche anno e la sua irrequietezza era veramente quella d’una bambina.
Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava sassolini per rompere lo specchio delle fontane, faceva una piccola corsa, tornava. Era un po’ accaldata, gli occhi le brillavano, il suo petto si gonfiava per respirare a lunghi sorsi quell’aria profumata, e parlava, parlava, ed ogni piccola cosa la faceva scoppiare in una risata così limpida che i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla.
Egli non viveva di sè, ma di lei sola viveva, con un profondo tremore d’anima e di amor carnale. Udendola ridere, una grande allegrezza empiva il suo recesso cuore; s’ella correva per il giardino, avrebbe voluto egli pure mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le dava godimento, anch’egli ne traeva piacere, nè mai si ricordava per l’innanzi d’aver concepito in un modo così elementare il senso della felicità.
Ma v’era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva incapace d’allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio non mandava nessuna chiarità; una parte religiosa e recondita, che in lui pesava come su la terra un feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava con spavento e con viltà il rimorso della colpa inesorabile.
Ma quando l’udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava gioia, correva per entro le sue vene, scendeva in lui come una musica divenuta piacere; quando la vedeva muoversi, ridere, vivere, splendere, gli pareva che ogni movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua perfetta nudità, e mille volte, in quell’ebbro giardino, tra i fiori gonfi di pòlline, coricava la sua bianca gioventù nel meraviglioso peccato...
— Remi bene tu? — ella domandò al fratello, saltando nella barca ed aggrappandosi a lui per non perdere l’equilibrio.
— Una volta, sì, remavo bene; ma ora forse ne avrò perduta l’abitudine.
Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perchè nessuna vigilanza importuna turbasse il loro intimo godimento. Egli remò con lentezza finchè furono discosti dalla riva, ed ella, cantando, reggeva il timone. Il lago era fermo, senza un’onda nè una scìa. Nella sua limpidità, le alte montagne propagavano una immobile ombra, che pareva subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l’aria, l’acqua, la montagna, tutto nello spazio brillava d’un glorioso trémito.
Arrigo la guardava: ell’aveva posato i piedi su lo stesso appoggiatoio contro il quale premeva egli stesso nell’inarcarsi per remare; la gonna corta erale un poco scivolata in su, ed egli vedeva le sue fine caviglie uscire dalle scarpette scollate, poi salire con ugual simmetrìa, come fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella in un principio d’oscurità. Portava le calze di seta, color cenere, traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, ogni tanto per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, ridevano entrambi, senza parlarsi.
In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolìo della barca navigante, comprendevano come la più dolce cosa fosse guardarsi e tacere.
Egli l’osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua carne s’impregnava d’una trasparenza bionda, come i cálici delle rose tee; la vellutatura della sua pelle brillava minutamente, l’ombre ne parevano più scure. L’esaminò, e si avvide, forse per la prima volta, ch’ella non aveva la bocca pura, non la bocca dei suoi vent’anni, limpida e quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, troppo rossa, troppo viva, una bocca di donna già molto baciata, già esperta di tutte le lussurie che insegna l’amore. E allentandosi nel colpo della remata, con il corpo all’indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca impura.
Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, lasciava ella pure che le palpebre le scendessero a metà su gli occhi un po’ ebbri di luce; un senso di stanchezza beata le si diffondeva per il viso, per tutto il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica. Ed egli più non rivide in lei quella che nel giardino saltellava tra i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma un’altra, che aveva su la bocca il riso della donna perduta, e pareva quasi addormentarsi dopo aver patito un violento piacere, un’altra, ch’egli si raffigurava distesa in un letto d’amore, nuda, con le braccia lente lungo i fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, nuda e stanca in un letto d’amore, con il capo vôlto da un lato fra i capelli semisciolti, la bocca umida, gli occhi appassiti, scuri come le violette...
Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva s’allontanava, l’altra era pur lontana, tutto pareva cedere al sonno, sentirsi opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio di sole. Passaron presso un pescatore, che aveva la sua barca ferma e la lenza nell’acqua. Piano piano, senza far romore, scivolaron oltre.
Egli l’osservava: teneva in una mano e nell’altra le due funicelle del timone; ma le due mani le riposavan nel grembo, semiaperte, quasi addormentate, sicchè al più leggero strappo del timone avrebber forse lasciati sfuggire i due cánapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan un po’ scure su la bianchezza della gonna. Anch’esse, come la bocca, non rivelavano alcuna purità. Eran fatte per tutti i peccati, erano destinate ad infliggere carezze tormentose, avevan nella lor forma innocente qualche segno che ne tradiva l’attitudine al vizio. E sul viso caldo, su la bocca un po’ arsa, per tutto il corpo affaticato dal lungo desiderio, egli sentì passare la carezza di quelle mani lascive, una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli una voluttà piena di morte, dalle radici dei capelli fino all’ultime sue vene. Allora lasciò i remi, si curvò innanzi e la baciò.
— Che fai?... — diss’ella come destandosi, maravigliata.
— Ti amo, — egli rispose, circondandola con le braccia, e guardandola negli occhi pieni di sole, tutto proteso e curvo su di lei, con la bocca immersa nel suo vivo respiro. Per scuotersi da quel torpore, ella si stirò con indolenza sotto di lui che le pesava un poco adosso, e levate le braccia, con un movimento pieno d’amore gliele strinse al collo, rovesciando il capo all’indietro, chiudendo gli occhi, beata.
Su l’acqua, su tutta l’acqua, parve correre in un tremor di luce il palpito delle loro anime innamorate.
— Báciami... — ella profferì, quasi volesse tradurgli con parole quella pienezza di gioia che le inebbriava i sensi. — Báciami ancora una volta, come hai fatto prima... così... così...
Egli la baciò di nuovo su la bocca umida, golosamente, come si sugge un favo di miele. Ed ella passava le dita nella sua capigliatura, gli scopriva le tempie, la fronte, pettinando piano piano i suoi capelli con una prolungata carezza.
— Mi sento felice... — ripeteva, gonfiando nel respiro la sua gola giovine. — Vorrei dire tante cose inesprimibili... vorrei quasi cantare, sì, cantare di gioia!...
E volse gli occhi tutt’intorno, per quella vampa infinita, e le parve di abbracciare in sè stessa tutto lo splendore che vedeva.
Egli la fissò profondamente, con una ferma potenza negli occhi:
— Sei mia, o cosa pensi? — domandò con affanno, quasi con ira. E così forte la strinse nelle sue ruvide braccia, ch’ella parve sentirne dolore.
— Perchè mi domandi questo? perchè fai così?... — disse, con un’ombra di paura.
— Nulla, è nulla... non badare a quel che dico. Ridi, Loretta, ridi ancora!
E si levò, si rimise a remare. Su la sua faccia era nuovamente scesa quell’espressione di violenza e di tormento che spesso lo contraffaceva; tutto il suo corpo straordinariamente agile si piegava, si distendeva, con impeto nello sforzo di arrancar sui remi; lo snello battelletto correva; l’acqua sferzata saltava con rapidi arcobaleni.
— Che hai? Perchè ti stanchi così?
Egli non rispose, anzi remò più forte.
— Lascia provare a me, — diss’ella; — voglio remare anch’io.
E fece atto di levarsi.
— Non ti muovere, non ti muovere, se no cadrai.
— Voglio remare anch’io; lascia che provi.
— Sì, aspetta. — E ansante abbandonò i remi.
— Come sei forte! Ora si correva!
Egli le sorrise nel tergersi il sudore che gli colava dalla fronte.
— Allora vuoi remare?
— Sì.
— Bene, proviamo: io mi siedo su l’altro banco e tu verrai qui.
Cambiò posto, mise in acqua un altro paio di remi e le tese una mano per sorreggerla mentre passava. Quando fu seduta, la baciò ancora su la nuca e su la tempia, la cinse, la tenne imprigionata. Ridendo, ella premeva la guancia contro il suo collo nudo; poi disse:
— Perchè mi hai fatta quella domanda, Rigo?
— Volevo sapere se mi ami, se mi ami davvero... — egli rispose con una timidezza d’amante.
— E non lo sai dunque?
L’altro non rispose; le insegnò a tenere i remi, le accompagnò il braccio nella remata.
— È facile! — rispondeva la fanciulla. — Vedi che so remare anch’io?
— Piano, fa piano, senza stancarti... Non affondare troppo il remo nell’acqua; così, guarda. Snoda il polso quando ti pieghi avanti, fletti la mano in basso quando dái la remata... Così, va bene.
Ella si divertiva; guardava un remo, poi l’altro, che non andavano insieme.
— Perchè non si cammina? — fece, indispettita.
— Si cammina adagio adagio.
— Voglio fare come fai tu.
— Abbi pazienza, ora t’aiuto.
Si mise anch’egli ai remi e navigaron fino a sera; fin quando su le due rive, sparse d’indaco e d’oro biondo, cominciarono a suonar da lungi le campane di tutte le chiese.
XIII
S’erano vestiti rapidamente per il pranzo; egli era entrato nella sua camera ad allacciarle il vestito, poi era mutamente rimasto a guardarla mentr’ella finiva di lustrarsi l’unghie e di togliersi la cipria dal viso. Le dolevan un po’ le mani per l’asprezza dei remi e se ne lamentava ogni tratto con una voce di bimba viziata. Per consolarla, egli le prese carezzevolmente le mani fra le sue, dicendole:
— Domani remerai di nuovo, il dolore passerà.
Eran poi scesi a pianterreno, discorrendo fra loro di cose gaie, s’eran fatto apparecchiare un tavolino sul terrazzo ed avevano comandato copiose vivande, perchè una fame robusta li pungeva dopo quella giornata d’aria libera.
Le vetrate erano aperte verso il giardino; gli sciami notturni, densi come polvere infuriata, ronzavano in larghi túrbini assalendo i globi elettrici sospesi nella compattezza del fogliame; saliva dietro la montagna dell’altra sponda una mezzaluna bianchissima nel cielo ancor pieno di crepuscolo.
Molta gente pranzava intorno a loro, e Loretta, curiosamente, osservava l’un dopo l’altro que’ numerosi commensali. Parlando, considerava i gioielli che vedeva brillare indosso alle signore, poi sorrideva di certe scollature ferocemente ossute, di certe pettinature strette e rade come gomitoli venuti agli ultimi fili. Ma v’eran lì presso tre giovani signore, che Arrigo suppose fossero Americane, le quali, senz’essere compiutamente belle, pur avevano in tutta la persona que’ robusti e gentili segni di eleganza che formano la particolare bellezza di questa nuova stirpe atlantica. Simili per nobiltà di sembianze a giovani dogaresse, queste repubblicane d’oltremare possedevano già, nei loro profili antichi e limpidi, quella verace purezza di origine che in esse, figlie di mercanti, consacrerà l’imminente aristocrazia. Erano vestite con amabile sfarzo, erano coperte di gioielli, e Loretta le ammirava.
— Vorrei essere molto ricca per avere un bel filo di perle, — disse al fratello con gelosia, toccandosi la gola nuda, che portava la sua gioventù come una stupenda collana.
— Ti piacciono tanto le perle?
— Sì, tanto! Sono il gioiello che preferisco.
E soggiunse con una specie di rancore, dopo aver riflettuto:
— Com’è stupido esser poveri!
— Allora, — egli le domandò, guardandola — tu vuoi diventar ricca ad ogni costo?
— Io sì! — rispose con fermezza. E l’avidità, la venalità, il piacere del lusso, la smania di molte ambizioni ancora insoddisfatte balenarono insieme nel suo volto.
Pur tacendo, egli parve assalito da un malessere intimo, ed ella, senza dubitare che tali parole dovessero farlo soffrire, aggiunse:
— Per questo non ho voluto perdere di vista Rafa. Rafa mi potrebbe dare tutto quello che voglio.
Gli occhi del fratello divennero estremamente grandi e fissi, la sua bocca ebbe una contrazione irritata. Si volse alla finestra e guardò fuori, verso la riva notturna, verso il lago pieno di stelle, che nella ferma sua limpidità si copriva d’un lenzuolo d’argento.
— Non lo credi anche tu? — ella fece ancora.
— Certo! — egli rispose con asprezza; — Rafa può pagarti bene.
Ella subitamente arrossì; nel suo pudore di fanciulla si sentiva ledere tuttavia da quella frase crudele.
Abbassò gli occhi e tacque.
— Non mangi? — disse Arrigo dopo una lunga pausa.
— Mi hai resa triste... che peccato!
— Via Lora, non ti offendere!....
E le tese la mano sopra la tavola, quasi volesse far la pace con lei.
Era molto ghiotta, le offrivano cose delicate, poi quel giorno aveva molta fame: dimenticò.
— Voglio bere un bicchiere di Champagne, — diss’egli, — come la prima sera che abbiamo cenato insieme, ti ricordi?
— Io mi ricordo ogni cosa ch’è stata fra noi, — ella rispose con tenerezza. — Tutto ricordo, e non dimenticherò.
Il maggiordomo portò la bottiglia senza romperne i suggelli, poi la ravvolse, l’imbavagliò, d’un tovagliolo bianchissimo, e la mise a raggelare in un secchio appannato, che un treppiede reggeva presso la tavola. D’improvviso ella fece una riflessione:
— Vorrei sapere cosa la gente pensa di noi.
— Perchè?
Ella segnò con un gesto solo sè stessa, lui, la bottiglia di Sciampagna:
— Scommetto che mi prendono per chissà chi... — disse. — Veramente non ho l’aria d’essere tua sorella, nè tua moglie.
E rise; la sua bocca umida scintillò d’un riso inverecondo.
— Scommetto — riprese — che mi credono magari una «cocotte»!
— Sei pazza! — esclamò il fratello ridendo egli pure.
Ma questo nome non le dava noia, che anzi pareva in un certo senso lusingarla e chiudere nella sua volgarità un significato pieno di seduzione.
Voleva dire per lei possedere molti armadi stracarichi d’abiti sontuosi, molti cofani pieni di gioielli splendenti, e ballare nei carnovali, e ridere nelle cene, ed avere nella sua casa profumata un gran letto d’amore.
Ella si sentiva invincibilmente attratta verso questa vita di piacere, nè il suo corpo era fatto per il desiderio d’un uomo solo. Non albergavano in lei sogni di maternità e di famiglia, ma il suo cuore volava impaziente in cerca d’altre gioie meno tranquille. Quella bottiglia di Sciampagna, che le metteva nel capo tanti pensieri giocondi, non era per lei solamente un vino aggradevole al suo palato, ma un simbolo quasi di tutta quella vita che le piaceva ed a cui la chiamava un fervido bisogno di godimenti. Ella voleva essere desiderata, infondere il piacere, prodigare la gioia, perchè la sua missione femminile non altra era se non quella di tentare, di esasperare, d’infliggere con il suo corpo voluttuoso il tormento e il gaudio che ardon nell’essenza dell’amore.
Il turacciolo saltò con rumore sotto la furia della bianca spuma e dalle coppe ricolme sprizzarono minutissime scintille. Ella v’intinse le labbra, golosamente, bevve d’un fiato; egli sorseggiò il bicchiere con lentezza, guardandola; poi si fece ricolmar la coppa e la bevve d’un sorso.
Un’orchestra nel giardino attaccò il valzer della «_Vedova Allegra_»; dietro un gruppo d’alberi s’intravvedevano confusamente i suonatori, seduti in cerchio sovra un palco rotondo, illuminato a palloncini giapponesi, che di quando in quando il vento faceva oscillare.
I gelsomini di bella notte spandevan nell’aria limpida ondate di buon odore.
— Com’è bello qui! come tutto è bello qui! — ella esclamò gioconda. — Ma tu non parli... Che hai?
Egli aveva bevuti tre o quattro bicchieri di Sciampagna, l’un dietro l’altro, cupamente; si mise a ridere d’un riso innaturale e disse:
— Ascolto la musica; questo valzer è una persecuzione, lo suonano dappertutto.
— Mi piacerebbe ballarlo, — ella disse; — ballarlo con te.