Colei che non si deve amare: romanzo

Part 21

Chapter 213,877 wordsPublic domain

Ed entrò nella camera per mettersi all’opera.

— Ossia, lascia stare, — disse Arrigo. — Partirò forse domani.

— Come vuole, — rispose il domestico, guardandolo con una curiosità rispettosa. — Qui ci sono le chiavi.

E le depose sopra un tavolino.

— Che ora è, Filippo?

— Sono le cinque meno un quarto.

— Allora vattene pure; non ho più bisogno di nulla per oggi.

— E non si cambia il signore?

— No, questa sera non mi cambio.

— Sta forse male il signore?

— Sto benissimo; va pure.

— Allora a rivederla, signor Arrigo.

— A rivederci.

Stava per uscire, quando il campanello squillò. Arrigo d’un balzo fu ritto.

— Chi è? Va a vedere chi è — disse febbrilmente.

Avanzò dietro l’uscio per ascoltare. La intese nell’anticamera, riconobbe il fruscìo della sua gonna, l’udì parlare, intese che diceva:

— Parte? Voleva partire? Ma, come mai?

Quasi di corsa ella entrò nella camera, vide i bauli chiusi, vide la sua faccia sconvolta e si fermò attonita. Per le cortine calate filtrava un giorno vaporoso; la strada mandava rumore, i veicoli stridevano; dai quadri, dagli specchi, da ogni cosa lucida saettava un polveroso riverbero.

— Parti? — ella domandò, senza osare avvicinarsi.

Il fratello non rispose.

— Parti?

— Forse.

— Come forse? Hai già i bauli pronti. E non mi dicevi nulla?

— Perchè dirtelo? — egli rispose con asprezza. — Parto domani: ecco.

La ragazza divenne assai pallida, lo guardò nel viso, e tacque.

— Anzi dovevo partir oggi, ma ho perduto il treno.

L’ombrellino che portava le sfuggì di mano, ed ella non si chinò a raccoglierlo. Fece due passi per andargli vicino, ma si fermò.

— Allora...

— Nulla, nulla! Parto domani, è deciso. Domani parto.

— E dove andrai? — gli domandò la fanciulla dopo una lunga pausa, con la voce che le tremava.

Quel suo pallore, quel suo tremore gli producevano al cuore la sensazione d’una carezza. Egli fece con la mano un gesto vago:

— Non so, non importa... molto lontano. Per respirare!

— Ah...

Egli si compresse con le due mani il petto e ripetè:

— Per respirare!

Capricciosa com’era, bambina com’era, ella s’andò a sedere sopra una poltrona e ruppe in lacrime. Egli si mise a camminare senza guardarla; ma quando le passava presso aveva ogni volta la tentazione di afferrarla tra le braccia. Ella era poggiata contro la spalliera, il viso raccolto nel braccio, a metà seduta sul fianco, a metà inginocchiata. Le usciva di sotto la gonna la balza d’una sottanella greggia con i pizzi bianchi; ad ogni suo singhiozzo gonna e gonnella facevan romore. Una mano le cadeva lungo il fianco, stringendo un fazzolettino intriso di lagrime.

La guardava e soffriva. Era una cosa sua, nella sua casa, nella sua camera, vicino al suo letto; avrebbe potuto chinarsi e baciarla, dirle una parola d’amore, fra i baci, e farla sorridere di nuovo. Era così facile far sorridere quella sua bocca rossa! Avrebbe anche potuto svestirla, prenderla in braccio come una bambola viva, odorosa, disciogliere i suoi capelli, assaporare la sua bocca, coprirle di carezze la gola, il seno, le spalle, stringerla fino al dolore nelle sue braccia forti, sciuparla con la sua passione, saziarsi di lei... Tante cose avrebbe potuto, e non osava. Nessuno era fra loro, e pur non osava. Quale forza oscura impediva il suo terribile amore? Quali abissi erano in lui, che si colmavano di spavento?

E quasi gli piaceva di vederla soffrire. Nulla disse, non le diede neppure una carezza, e tuttavia si sentiva felice ch’ella fosse lì, felice di non essere partito, di non aver rinunziato ancora, per sempre, a quel tormento ineffabile.

Camminò per la camera toccando vari oggetti ch’erano sui tavolini. Prese le chiavi lasciate dal domestico, se le mise in tasca, e suonarono. Andò verso la finestra semiaperta, si lasciò investire, avvolgere, dalle tende che un soffio di vento gonfiava come pigre vele; passò vicino ad un vaso dov’erano alcune rose ancor fragranti, che cadevano, raccolse un pugno di petali, e tenendoli nel palmo vi tuffò la bocca, vi morse.

Dalla strada veniva sempre quel rumore di veicoli e di gente, or forte, or lieve, quel rumore incessante, confuso, discorde, che sale dalla vita di tutti, mentre, dietro i muri e nel silenzio, per le case degli uomini, passa talvolta la tragedia senza mandare un grido.

Un lume d’oro si diffondeva nella camera col cader del giorno; una lama di sole, entrando per la tenda gonfia, colpiva uno specchio su la parete opposta rompendolo nei colori del prisma.

Ella si levò; aveva gli occhi rossi, i capelli in disordine, un singhiozzo fermo a sommo del petto, nel gonfiore della gola. S’avvicinò a lui, esitante, lo prese per un braccio:

— Davvero te ne vai?

Egli chiuse gli occhi per non guardarla.

— Sì, Loretta, vado via...

— Perchè?

— Lo sai perchè.

Ella si torse, con un movimento femineo, come per fargli sentire su tutto il corpo la carezza della sua persona; gli venne contro, gli nascose la faccia ancor umida contro la spalla, e disse piano, ma con un singolare brivido:

— Portami via con te.

Egli ebbe un sussulto.

— Con me?...

La visione gli balenava in tutto l’essere, radiosa.

— Sì, con te! dove tu vuoi... con te.

Le sue braccia gli si annodavan intorno al collo, formando una fragile, fortissima catena. E così vicini, così avvinti, guardarono per un momento la felicità che passava nel loro impossibile sogno.

Andare via, fuggire, perdersi, vivere tra gente straniera, che ignorasse il loro peccato; contaminarsi della colpa irredimibile, scendere nel divino perdimento, con la sola paura che fosse necessaria per goderne ancor più... Ed ella, che ignorava il peccato, tremò, come se ne fosse già tutta coverta.

Ma egli ancora si vinse, ancora si sciolse da lei.

— No, lásciami, lásciami! Tutto questo è un tormento che uccide!

Gli errava per la faccia livida una buia disperazione, le sue mani brancolavano sul tremore di lei. Era venuta ella stessa in tanta esasperazione che ormai non poteva essergli vicina senza che una specie di svenimento le scendesse per tutte le vene, soave come una morte che disánimi a poco a poco, senza far male. Talvolta un dolore acutissimo le batteva nel grembo, la torceva come una mano crudele.

— Anch’io non posso più... — balbettò. — Quando mi tocchi, quando mi guardi, mi sento così male, così male...

Egli ripetè sordamente:

— Lásciami.

— La notte non dormo, — ella disse; — la mattina non riesco a levarmi dal letto. È come se mi avessero battuta. Mi ammalerò. Tutto questo, perchè ti voglio bene. Di giorno, qualche volta, bisogna che mi butti sopra una poltrona e stia lì ferma, come se fossi morta. Allora mi sembra che tu venga, e mi baci, mi baci... Fa tanto male... Se tu sapessi come fa male!

Egli rise d’un riso rauco, affannoso; ella ricominciò:

— Anche tu sei cambiato; diventi pallido, qualche volta mi fai paura.

Gli strinse ancor più le braccia al collo, e qualche lacrima tremò nella sua voce.

— No, non andartene, — disse. — Oppure, se parti, conducimi via con te.

Egli scosse il capo con violenza, come per ribellarsi alla tentazione che lo assaliva.

— Pórtami via! Saremo felici qualche giorno insieme...

Ne’ suoi occhi di fanciulla perduta brillava lo splendore della sua calda anima, il dolore della gioia non goduta.

— Hai paura forse? hai paura?... — ella domandava.

— Ho paura di me.

— Non dirmi di no... È la prima volta che ti chiedo qualcosa. Vuoi che ne divenga malata? Io ti starò vicina coma fossi una piccola cosa tua; non ti accorgerai di me. Qualche giorno soltanto... non dire di no! Farai di me quello che vorrai, anche nulla se vorrai. Sarà un secreto nostro, nessuno mai lo saprà. Pensa, Rigo, qualche giorno per noi due soli...

Lo tentava con tutta la sua grazia, con tutte le insidie della sua femminilità, con il calore che usciva da lei come il profumo da un cálice, lo tentava con le sue braccia avvinghianti, con la sua voce torbida.

— Pórtami via con te... non ho paura, io, dell’amore...

Moriva il sole nello specchio; negli occhi loro passava il miracolo di una lontana felicità.

XII

La tentazione lo vinse; poichè una fatalità voleva ch’egli soffrisse tutto l’abominio del suo peccato.

Per dare un pretesto alla famiglia, Loretta simulò di star male, d’essere accasciata da uno di que’ mali primaverili che vengono con la prima calura. Il fratello propose allora di condurla seco a respirare un po’ d’aria salubre, in qualche paese di collina o su le rive d’un lago tranquillo; e benchè la insolita premura di Arrigo dovesse un poco sorprenderli, tuttavia l’onesto padre finì con accondiscendere a quella partenza.

L’albergo dove scesero aveva un grande giardino, che dondolava su l’acqua azzurra le sue spalliere di selvatici rosai; un giardino esuberante, che allora, sul finire del Maggio lacustre, aveva più fiori che foglie, più ombre che sole. L’albergo era quasi pieno, ma di que’ forestieri un po’ lugubri, che viaggiano tutta la vita, chiusi ermeticamente in sè stessi, maltrattati ed insensibili come i loro bauli. Mangiano, dormono, guardano il cielo, cercano di adunare ne’ propri occhi la maggior confusione possibile di cose vedute: son puntuali come l’orario, minuziosi come la carta topografica, pieni di ricordi come un albo di cartoline illustrate; delle cose altrui si curano poco, delle lor proprie, sembrerebbe, ancor meno.

E il lago faceva oscillare le sue calme onde luminose davanti alla contemplazione de’ lor occhi senza colore; le montagne, fasciate di vapori turchini, buie di foreste, bianche di ville, drizzavano contro il cielo fiammeggiante i loro impetuosi vértici; la riva, coltivata a vigne, dorata di frumenti, sciorinava la sua pigra fecondità sotto la magnificenza del sole.

Eran dunque partiti, ma non senza contrasti, poichè la famiglia non vedeva di buon grado quella inattesa partenza. Certo nessun dubbio contaminava quelle anime semplici; ma, forse un presentimento oscuro, un sospetto senza precisione, generato anche dalla lor titubanza, persuadeva i genitori a non favorire questa soverchia familiarità del fratello con la sorella minore.

Inoltre, da qualche tempo, Loretta era mutata in un modo singolare; le si leggeva nell’espressione del volto un non so che d’ambiguo, d’insolito; ed era mutata proprio da quando Arrigo aveva cominciato a prendersi cura di lei. Ella, involontariamente, odiava questa sua famiglia, dalle idee grette, severe, meschine, questa famiglia ch’era il solo inciampo alla possibilità d’ogni suo desiderio, ed oscuramente lasciava sentire quest’odio, lasciava comprendere ch’era solo felice quando poteva uscirsene con Arrigo, evadere dalla prigionìa familiare, allontanarsi dalle mediocri loro abitudini.

Ed il primogenito, che una volta bazzicava così di rado nella casa paterna, or vi giungeva quasi ogni giorno, qualche volta stralunato, qualche volta con l’attitudine e con il pretesto di colui che voglia nasconder la ragion vera della sua visita. Non era stato mai tenero d’affetti familiari, e queste sue più che fraterne attenzioni per la sorella minore sembravano per lo meno singolari. Poi, quest’uomo arrogante, che non aveva mai sofferto alcuna ingerenza ne’ fatti suoi, or qualchevolta appariva titubante, quasi umile, e si studiava di dare una ragione d’ogni suo passo; talvolta guardava il suo vecchio padre, la sua vecchia madre, con uno sguardo paurosamente filiale, che i suoi occhi non avevan mai saputo esprimere.

Paolo, il fratello minore, il giovine dal cranio rotondo, dagli occhi un po’ intontiti, Paolo, che mostrava per la sorella un’antipatia irriducibile, per il fratello un certo disprezzo, non lesinava le sue ironie un po’ grossolane su que’ due che se la facevano da signori, prendendo a prestito le penne del pavone. E poi c’era quel terribile Riotti, che per nulla al mondo avrebbe rinunziato a soffiare quali che malignità su quanto accadeva nella casa del vicino. Non che la sua mente sobria potesse mai giungere a concepire manco per sogno la possibilità d’un amore simile; ma egli vedeva la cosa sotto un altro punto di vista, e cioè vedeva che la figlia ultima dell’occhialaio stava per divenire in femmina ciò che il primogenito era stato in maschio. E comprendeva benissimo, lui, che facessero buona lega insieme, que’ due caporioni, e s’aiutassero del loro meglio a scandalizzare la gente per bene.

Oh, lo aveva detto in casa del Ferrante! detto e ripetuto ben forte! «Ma sì! era proprio ad un uomo di quel genere che dovevano confidare la loro ragazza! e una ragazza — senza farle torto — che di serio non aveva nemmeno un capello. Perchè non le insegnavan piuttosto a diventare una buona madre di famiglia? Altro che vestitini e ciprie e gingilli e teatri e villeggiature! Anche le villeggiature adesso! Ma sicuro, alla fine di Maggio, quando ancora non fa gran caldo — anzi, la sera si sta meglio con il soprabito che senza, ed è il momento migliore per la città, — alla fine di Maggio si sente il bisogno d’andare a prendere una boccata d’aria sui laghi. Figuriámoci!... un viaggetto per i luoghi e per gli alberghi eleganti, a imparare altri capricci, come se non ne avesse abbastanza! Ma, già, quando si è ricchi!... quando si può!... Il signor Arrigo, lui, di soldi ne ha a palate! Spende, spande, viaggia, tiene appartamento e cameriere. Poverino! E perchè allora non invita suo padre, o meglio sua madre, a vedere un po’ di lago, che sarebbe tanta salute per lei? Nossignore! Invita la sorella invece; e perchè? Perchè ha le «toilettes» eleganti, perchè va in giro come una farfalla, perchè è una civetta, la signorina, e questo a lui piace, si sa, a lui!... a quello sciupone! a quel borioso! La finisse con gli scandali, e pensasse una buona volta a riparare i suoi malanni! O non cercasse almeno di corrompere anche la sorella, che, scherzi a parte, ne sapeva già più di Bertoldo! E lui, il vecchio, debole anche in questo, come in tutto, debole fino alla viltà! Del resto, facessero poi loro, che lui, Riotti, com’era suo principio, negli affari altrui non desiderava mettere il becco...»

Ma Loretta non aveva pazienza con i suoi di casa; quando appena la contraddicevano, dava in ismanie, dichiarando che intendeva esser libera e vivere a modo suo. Finissero di seccarla una buona volta per i suoi vestiti troppo eleganti, per i suoi cappellini ed i suoi mantelli, visto che una ragazza dell’età sua non poteva già convocare il consiglio di famiglia prima di scegliersi una camicetta!... Quindi le facessero il santo piacere di non volersi mischiare anche delle sue «toilettes», dal momento che non potevan nemmeno rimproverarle di spender troppo, e ciò in grazia del suo buon gusto, della sua grande abilità nel fare le compere. Che se poi Arrigo di tempo in tempo le faceva qualche regalo, nessuno in fin dei conti aveva il diritto di trovarvi a ridire. E volevano saper la ragione per la quale andavano così d’accordo lui e lei?... Ma era naturale! Avevano gli stessi gusti, e dopo tutto eran fratello e sorella. Inutile! non cercassero di far di lei una bottegaia, perchè un marito dei loro non lo avrebbe sposato mai. La lasciassero in pace! la lasciassero in pace! Quanto a lei, saprebbe trarsi d’impaccio da sola. E finalmente anzi aveva deciso: voleva studiare e diventar cantante. Questo le avrebbe servito almeno ad esser libera.

Cantante!?... Il fratello Paolo ne scoppiò a ridere, d’un riso cattivo, insultante. Lo andò a raccontare al Riotti, il quale, appena la vide, cominciò con chiamarla Adelina Patti. Fece anzi un lungo e dettagliato racconto d’una serata in cui aveva inteso la celebre cantante; criticò la scuola moderna, la dizione moderna, la musica barbara e le grottesche teorie dei wagneriani; poi spiegò tutti gli inconvenienti che può incontrare una donna sul teatro. Ma poi concluse che, alla fin fine, se questa era proprio la immutabile sua vocazione, si mettesse almeno a studiare seriamente, perchè sul teatro, come in tutte le cose, si riesce o non si riesce, ma quando non si riesce, poichè il denaro occorre lo stesso, le donne per lo più arrivano a fare un altro mestiere... E la voce? Ma sapeva lei quanto ci vuole per giungere a trovare l’intonazione giusta? E le movenze? i gesti? la padronanza della scena? Aveva dunque un’idea approssimativa dell’assiduità che occorre per imparare tutto questo? Anni ed anni di studio! Poi bisogna esserci nati sul teatro, od entrarvi molto giovani...

Secondo lui per Anna Laura era già troppo tardi.

In merito a questa gita, Arrigo ebbe dal canto suo qualche noia con Clara Michelis.

Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi nel suo cuore attento e geloso. Ella pure aveva notate alcune circostanze fuggevoli, senza valore per sè stesse, che potevano parer accidentali, ma che, legate insieme da quel sottile intuito che ha la donna quando ama e quando si sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo.

Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura che l’amante si prendeva de’ suoi doveri fraterni, e trovava strano che una ragazza di vent’anni ed un giovine come lui se ne partissero insieme, senz’altro scopo nè altra meta che di veder la primavera fiorire su le rive d’un lago tranquillo.

Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, e da qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, come se un funesto pensiero si agitasse dietro la sua fredda impassibilità. Questi due fatti, il suo mutamento e le sue premure fraterne, eran nati insieme. Le rare volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, gli occhi dell’amante non avevan osato più guardarla in faccia, s’eran fatti obliqui e fuggevoli, s’eran empiti insieme di sospetto e di lampi. Nella casa dell’amante aveva scoperta qualche traccia d’un’altra visitatrice; nel suo letto stesso aveva sentito che quest’uomo non era più suo, non era più di nessuna, tranne che d’un suo terribile nascosto amore.

Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non potè impedirgli di partire, anzi nulla confessò a lui de’ suoi dubbi angosciosi, e rimase ad aspettarne il ritorno con il perdono su le labbra, la morte nel cuore.

Ella non si vedeva, non si sentiva più giovine; la vecchiezza vicina, questo ch’è forse il più terribile supplizio, la più irrevocabile condanna per l’amore, le faceva comprendere che ormai ella doveva solamente rassegnarsi e perdonare e patire in silenzio, perchè lottare nè ribellarsi non poteva più. Arrigo era stato l’ultimo episodio nella sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: l’ultimo ed il primo.

Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva più pace. Si sentiva sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva più rigogliosa. Quest’uomo, che aveva prima lottato per averla, ella poi lo aveva conteso, lo contendeva ad altre con ogni mezzo, per tenerlo presso di sè. Da dominatrice era diventata la sua schiava; perchè non si stancasse di lei gli aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti i vizi; per essere la sua amante, s’era alienate molte conoscenze, s’era veduta male accolta in qualche sala della più severa società; per passare qualche lunga notte, fino all’alba, con lui, per sedersi su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria casa, quand’egli veniva a trovarla, non s’era quasi curata dei testimoni domestici nè della bambina che intanto cresceva e vedeva; perch’egli fosse ricco, si era fatta più povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che pure amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, pur di non perderlo, pur di riavere qualche volta i suoi violenti baci.

Ed ora si contentava di poco; sapeva ch’egli era giovine, che aveva bisogno di vivere, ch’era un ambizioso, un uomo in balìa d’una sorte precaria, e gli perdonava molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche volta per giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di piangere per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; e pur avendone la certezza ella non osava ribellarsi nè muovergli alcun rimprovero. Sapeva che i suoi amori eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava talvolta per capriccio, talvolta per opportunità, e rassegnatamente aspettava di vederne l’ultime faville, le ceneri.

Ormai si contentava di poco, di così poco! Ch’egli venisse a darle un bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche volta restasse a tavola con lei, o venisse dopo il pranzo, prima d’andare a teatro, senza nemmeno togliersi il soprabito, senza ch’ella potesse baciarlo con piena libertà, per non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare i suoi capelli così ben ondeggiati. Si contentava d’andare qualche volta a casa sua, quand’era troppo gelosa, troppo triste o troppo innamorata... Per lo più non lo trovava. Lo aspettava; metteva in ordine, guardava tutte le sue cose; gli portava mazzi di fiori, glieli disponeva nei vasi. Toglieva la polvere da’ suoi gingilli, riordinava i suoi vestiti, i suoi libri; metteva l’ora del proprio orologio con gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; Filippo era un amico per lei. Spesso gli dava un po’ di denaro o gli portava un regalo, e intanto, fra un discorso e l’altro, cercava di far raccontare al domestico tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone.

Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand’ella non aveva più nulla da fare, si metteva in una poltrona, al buio, ed aspettava. Era paziente; si sentiva quasi felice.

I suoi giorni d’amore divenivano sempre più radi, e però le bastava di sapere ch’egli veramente non ne amasse un’altra, che a lei rimanesse anche solo per abitudine o per riconoscenza; le bastava che ogni tanto egli le sorridesse, con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, lui così forte, lei così fina, e le dicesse ancora, per ingannarla forse, che l’amava, che l’amava, con quella stessa voce che gli aveva udita nei primi giorni, quando non era ancor sua. E le bastava che una volta ogni tanto ella potesse coprirlo de’ suoi baci avidi e gelosi, de’ suoi baci in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore, poich’ella era più malata che mai, più innamorata, più ardente che mai. Certo v’era una grande tristezza in tutto questo, ma ella non se ne lamentava; cercava di essere buona, umile, per soverchiarlo con la propria dolcezza; e di quel poco era contenta, perch’ella amava sopra tutto l’amore che aveva per lui.

Ma ora un terribile spavento s’era aperto nell’anima sua; le era parso d’indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, ne era ormai pressochè certa. Non più il gioco lo distraeva da lei, non le amanti d’una notte, non le cene, i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la sua violenta gioventù. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora negli occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli fra le braccia ella sentiva l’inimicizia, l’avversione, che quest’uomo celava ora contro di lei. Dunque s’era innamorato, dunque glielo avevano tolto; nel suo cuore insensibile era nata una passione selvaggia... E per chi? per chi?

Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando nella sua vita con quella pazienza femminile che noi non conosciamo; poi un barlume, un dubbio era balenato nella sua mente, le si era infitto nel cuore, seducendo lei stessa, mentre l’atterriva, con la sua potenza nefanda.

Ch’egli avesse amata un’altra donna, anche giovine, anche bellissima, questo era forse nella sorte naturale delle cose; le pareva che in tal caso avrebbe saputo comprenderlo, perdonargli e rassegnarsi anche a questo nuovo dolore. Poich’ella stessa era desiderabile ancora e poteva sperare di vincere con la pazienza, con l’amore suo più forte, con l’indulgenza sua più grande, infine con uno qualsiasi tra que’ mezzi femminili che valgono a ricuperare un possesso perduto.