Colei che non si deve amare: romanzo

Part 17

Chapter 173,740 wordsPublic domain

Ma quest’allegrezza fu breve; breve per entrambi. A poco a poco furono lontani da quella gente, da quel frastuono, si ritrassero in un mondo loro, temendo quasi che alcuno ve li sorprendesse, mentre ambedue, per una onestà inconsapevole, si ribellavano contro la forza del loro così perverso amore.

Noi abbiamo talvolta, nel nostro pavido istinto, una certa riluttanza davanti alla felicità, e nulla è così sbigottito come un’anima semplice che s’affacci sopra un grande peccato.

Il pranzo era finito: portavano i dolci; il caffè versato fumava nelle tazze. Dall’alto era caduto su la tovaglia qualche fior di glicine; alcune piccole zanzare, contorte dall’agonia, si dibattevano fra le briciole, senza più volo.

— E Rafa? — disse Arrigo improvvisamente.

— Oh, non parlarmi di lui ora! — ella esclamò con un gesto vivace. — Non lo posso più soffrire!

Egli ebbe la vanità o la crudeltà di domandarle:

— Perchè?

Ella fece un gesto vago.

— Forse non puoi comprendere... Nessuno di voi può comprendere il cuore d’una fanciulla.

— Oh, come parli! — egli esclamò sorridendo.

— Perchè? ti faccio ridere?

Il fratello si mise a guardarla, fissamente, insidiosamente, con un’espressione ambigua; ella sostenne un poco il suo sguardo, poi chinò la faccia nell’ombra del cappello.

— Se mi guardi così, Rigo, mi fai arrossire...

— Sei tanto bella, fiore mio!... — egli esclamò, piegandosi un poco verso di lei, come attratto dal respiro della sua bocca.

Ed ella gli sorrise dal volto chino.

— Ma se non ti piaccio... — mormorò, con una civetteria timida.

— Sei tanto bella! — diss’egli ancora; — tanto, che mi fai male...

Ella non aveva pudore; sollevò la faccia, la sua bocca rise, viva, invermigliata, piena di colpa. Le splendevan gli occhi: non aveva pudore.

— Ed allora perchè?... — fece con esitazione.

— Cosa dici?

— ... perchè non mi vuoi?

La domanda era tanto grave, ch’ella stessa tornò a nascondersi. L’altro nulla rispose; accese una sigaretta, quasi volesse ubbriacarsi di fumo.

Poi, quand’ella non si aspettava più nessuna risposta:

— Perchè sei mia sorella, — disse.

Ella si strinse nelle spalle, meditò.

— Questo nome ti pare così terribile?

— Sei una bambina, — egli osservò gravemente.

— Una bambina?... — E sorrise crollando il capo. — No, piuttosto un’altra cosa, molto semplice: soffro e non voglio più soffrire. Voglio bene a te, a te solo, e chiunque tu sia, voglio bene a te! Infine, di cosa mi rimproveri? Perchè sento questo amore? Ma non è mia colpa. Forse perchè ne parlo? Ma che servirebbe il tacere, se tu, che pure taci, non fai che pensare continuamente alla stessa cosa?

E le sue piccole mani si allacciarono strettamente alle mani di lui, che non sapeva rispondere, che non osava più guardarla. Poi divenne mansueta, persuadente, insistente:

— Ascóltami, Rigo, ascóltami! Quel coraggio che dovresti avere tu, l’ho avuto io per la prima. Ora non condannarmi: aiutami! V’è una certa paura in tutto questo, è vero, ma bisognerà pur vincerla...

Egli la guardò stupefatto.

— Non bisogna vincerla, — disse oscuramente. — Anzi bisogna guarirne.

— È dunque un male così grande?

— Sì, un orribile male. Anche il parlarne, anche il pensarvi è male.

— No, — ella disse con fermezza. — No!

— Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome di sorella... Non senti come suona male su la mia bocca?

— Un nome!... cos’è un nome? — ella fece.

— Ma è tutto, poichè vuol dire qualcosa, poichè racchiude il peccato più grande che vi sia nell’amore.

Ella ebbe un gesto vago, ed un sorriso.

— Non importa, — rispose. — Io non ti considero per tale; non sento affatto che tu sia mio fratello. Paolo è mio fratello, tu no. È una cosa del tutto diversa. Non mi ricordo nemmeno più com’eri, quand’eri mio fratello, cioè quand’eravamo bambini. Ora tu sei un altro.

Fece una pausa, indi ricominciò:

— Del resto è naturale che fra noi ci sia una differenza. Tu hai avute tante altre amanti, sei stato carezzato, baciato, adorato da tante... Quello che puoi avere per me somiglia tutt’al più al desiderio che potresti avere d’un’altra. Invece io...

— No, Lora, questo non lo dire! non lo dire! È assurdo! Ma dunque non vedi che faccio sopra me stesso uno sforzo terribile per salvarti?

— Per salvarmi? Per salvarmi, dici? Ma io non voglio essere salvata! A che scopo? Perchè un giorno magari mi prenda Rafa, od un altro come Rafa? Io sono libera, capisci? padrona di fare con me quello che voglio. E son io che ti cerco, non tu. Se hai paura del rimorso, io lo voglio portare tutto su me stessa. Guarda: ragiono freddamente, so quel che dico. Amo te, voglio esser tua; solo questo mi piace. Voglio carezzarti, farmi carezzare, viverti vicino, essere innamorata di te, gelosa di te... E son io che voglio, non tu; io sola... ti basta?

Egli guardò quella fanciulla di vent’anni, quel fiore semplice, che aveva un cálice così profondo e maturo, così odoroso e perverso. Una specie di ammirazione tacita nacque in lui, come se ne avesse paura.

— Loretta, — egli disse, — alla tua età non si può saper ancora cosa è bene e cosa è male, o per lo meno qual è il male troppo grande.

— Il male troppo grande è non avere il coraggio d’essere felici, — ella disse, inconsapevole forse delle sue parole.

Entraron due giovini bellimbusti, allegri e chiassosi, che imbaldoriavano quella sera in compagnia di due cortigianelle, così rosse di belletto e così eccentricamente vestite, che molti, fra que’ satolli borghesi, ebber l’aria di scandolezzarsene. Le due ragazze ciarliere, tenendosi al braccio dei lor galanti, camminavan sui tacchi alti con un passo dinoccolato ed uno sconcio dimenìo dell’anche, ogni tratto scoppiando in certe risate stridule che ferivano i timpani altrui come la nota falsa d’una chitarra scordata. Eran gaudenti o nottambuli di basso ceto e donne di bassa galanteria; adocchiaron passando la tavola d’Arrigo; un d’essi lo salutò. Conoscenze antiche, forse del tempo ch’egli tavernava con una cricca di fannulloni equivoci per le bottiglierie malfamate. I sopraggiunti sedettero ad una tavola vicina e si misero manifestamente a parlar di lui. Arrigo, intuendo i loro discorsi, per la prima volta si doleva che lo avessero sorpreso in quella trattoria campestre, quasi clandestina per un giovine signore, e sorpresi lor due soli, che parevano amanti, che dovevano a tutti parer amanti, e forse portavano impressa nel viso l’incancellabile ombra del loro peccato.

Loretta capì che qualcosa lo molestava e domandò:

— Chi è quel tale che t’ha salutato?

— Un avvocatello senza clienti, — rispose Arrigo; — un brutto tipo.

— E quelle due ragazze?

— Oh, non saprei!

— Discorrono di noi

— Me ne sono accorto.

— Cosa posson dire?

— Nulla di buono, certo. Mi spiace molto che ci vedano insieme, perchè il mondo certe cose le indovina, e Dio sa come.

— Credi?

— Non costoro, forse; ma quando ci saremo fatti vedere troppe volte insieme, qualche altro, chissà mai...

— Bene, in séguito vi penseremo.

Entrambi tacquero. Nel giardino le risate squillavano; chi aveva troppo mangiato lasciava che il proprio stomaco operasse in pace la fatica della digestione; frattanto, nel calor del vino, si tenevan propositi gai. Ai bimbi s’era lasciata la briglia sul collo e scarrieravano con alti gridi sotto i pergolati; uomini e donne, con quella vampa di ardore nel viso che vien dal cibo soverchio e dal generoso vino, riversavan su le tavole ancor ingombre il sale dell’aneddoto, il pepe della barzelletta grassa. I mariti, gli amanti, gli innamorati pensavano alla notte vicina.

Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po’ tempestosa traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni tanto una ragazza vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli in disordine, con un amator mellifluo che le stava intorno. Respiravan una boccata d’aria, e via di nuovo, strettamente, accanitamente, nel tramestìo della danza.

Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga ondata sul padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, esuberanti e grevi come la più ricca vendemmia, spandevan sopra il giardino un lungo e profumato brivido, lasciavan cadere a scosse qualche fiore morto, che lungamente strisciava su la ghiaia, di qua, di là, dappertutto, con un prolungato fruscìo.

Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si misero a cantar serenate.

Que’ due che s’amavano, d’un tratto non parlarono più.

La sera, e la musica, e quel profumo d’aperta campagna, tormentavan la tristezza del loro sogno nascosto. Volersi bene era triste, desiderarsi era un grande peccato, rifiutarsi l’uno all’altra era più che soffrire...

Egli chiamò il cameriere, pagò in fretta, disse alla sorella: — Andiamo, camminiamo.

Uscirono. S’era levata una chiara luna su la campagna imbiancata; i fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, or folti or radi, segnavan nella purità della notte certe immobili ombre, quasi violette.

Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili d’argento; un’acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava un rumor così lieve che pareva esser solamente una freschezza.

Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste li accompagnavan nel chiaro di luna.

— Mi vuoi bene? — ella domandò, piano, avvincendosi a lui. Egli sciolse il braccio, lo girò intorno alla sua cintura, se la strinse vicina, senza rispondere.

Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichità, vivi d’una occulta vita notturna.

Allora, paurosamente, in quell’ombra si baciarono. Bocca su bocca, nel profumo della notte, nel tremore dei loro sensi, follemente si baciarono. Quel bacio li percorse dalla fronte alle caviglie come una molteplice carezza, li snervò, li vinse, fece del loro amore un nodo strettissimo e doloroso.

C’era nel breve bosco la menta selvatica che odorava troppo forte.

Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che le vene battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata felicità... Quel bacio si moltiplicò su la bocca, su gli occhi, su la fronte, sul collo... su la bocca.

Essere così pieni d’amore, e non potersi amare! Essere così vicini, così soli, in una bianchissima notte, con la viva primavera intorno, la primavera che soverchia e dà la vertigine... Lì nel bosco, tutte l’erbe odorose che vampavano come incensieri; la menta, il basilico, la ruta; un’acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, già lontana; tra il fogliame, per la campagna rorida, i gelsi torti, gli albicocchi tutti un fiore...

Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno di stelle. Cadevan, le piccole stelle, per l’aria infocata, come una pioggia, un turbine di minute scintille rosse...

Ella era di loro due la più forte, perchè del peccato non conosceva che il nome: egli era il più sperduto ed il più ebbro, perchè del peccato godeva sino al fondo l’estenuante malefizio.

Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con spine, logorava lentamente la sua tenace volontà. Già stava presso a dimenticare, a vincere il nome insormontabile, (un nome... — aveva ella detto, — cos’è un nome?...) e già guardava con occhi limpidi nel peccato mortale. Voleva esser cinico, apparecchiarsi una festa soave, non sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si lasciava cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, quasi per avvezzarsi a quel coraggio formidabile.

Ma quando era già per dire a sè stesso, ed a lei, la parola più temuta, un rombo enorme saliva nella vastità del suo spirito, e subitamente, quasi venisse chissà da qual remota lontananza dell’essere, quasi risorgesse di sotto il peso della sua volontà, quasi fossegli commista nel sangue, indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda, malinconica, gli appariva nella mente.

E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza, affaticato dalle sventure, guardarlo con que’ suoi pallidi occhi, più dolorosi che gli occhi d’un animale ferito, guardarlo e ripetergli mutamente, come quando era uscito dalla casa: «Sei stato tu! sei stato tu!...»

Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato più grande con la più piccola paura. Non aveva in sè che una forza: quella del proprio desiderio; una sola incoscienza: quella della propria femminilità. Nel suo turbato cuore di vergine il senso della tragedia si disperdeva in un sottile piacere.

Poichè nell’amarlo non cercava in lui che un amante, così le pareva naturale dirgli: «Préndimi nelle tue braccia, se anche porto un nome che ti fa paura! Préndimi e stringimi, per questo, più forte!» Poichè vicino a lui si sentiva protetta, invaghita, sottomessa e piena di brivido, poich’egli guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento di vergine, l’altre paure, l’altre angosce, non erano per lei che ripudiabili ombre.

E così gli diceva con persuasione, con impeto, la parola più temuta, perch’egli la conducesse via con sè, verso la camera dove sarebbero stati soli, nel cuore della notte, senza che sguardo umano li vedesse.

E sognava egli pure quella camera, la camera dove lentamente, paurosamente, l’avrebbe svestita, velo per velo, con brividi, come si scopre un tesoro vietato.

Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, poi le tenui braccia odorose, con i polsi azzurri di vene, che avrebbero fatto un nodo, un nodo forte nello spasimo, intorno al suo collo, ed il seno ancora non baciato, erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da un’ombra che vestiva naturalmente la sua nudità...

Ed egli pensò di spegnere il lume nella camera per aver più coraggio, ma desiderò filtrasse un chiarore, una penombra man mano più discernevole, forse dai lampioni della contrada, forse da una lampada velata nella stanza vicina. E sentì l’odore del suo corpo disciolto, quello stesso, ma più dolce, ch’ell’aveva su la bocca, nel baciarlo; un odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come se nelle pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assaporò la freschezza di quella carne primaverile, immaginò di carezzare la sua tonda spalla ignuda, insinuò la mano brancolante nel tepor vellutato delle ascelle, si raccolse nelle strette braccia il suo busto flessibile come un virgulto, sentì contro sè stesso il palpito infrenabile del suo grembo, il viluppo della persona ch’ella farebbe contro la sua persona, per offrirsi e per difendersi, concepì la gioia selvaggia di poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo della verginità fuggente, la udì piangere nell’ebbrezza, ridere nel dolore... poi la vide com’era, snella, arcata, forte nella sua tenuità, impallidire un momento di quel pallore ch’è presso alla morte, e balenar tutta bella d’amore in quell’odio esultante con cui la vergine si dà...

Ma d’improvviso ella si era sentita male. Veramente, come nella sua visione, egli l’aveva veduta sbiancarsi di quello stesso pallore, s’era sentito afferrar le braccia dalle sue mani convulse, poi, vedendola barcollare, l’aveva sorretta contro di sè.

— Che hai, Lora?

Non rispose; le battevano i denti; tremava.

— Lora! Lora! che hai?

— Nulla... — balbettò, — passa...

Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. Rifecero il cammino; egli la sorresse fino alla vettura.

Il cocchiere cicalò; il cavalluccio riprese a trottare verso la città del suo martirio, dove c’eran il sasso aspro, la rotaia sdrucciolevole, la posta e la stalla. Di qua, di là dalle due siepi, odorosa nella candida notte, la terra lavorata coltivava grani e frutti per la città vorace; qualche grillo innamorato della luna levava il suo canto stridulo, infinitamente maggiore di sè.

Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un cerchio ferreo, che martellava. Per lenirsi quel dolore prese una mano del fratello e se ne fasciò la fronte.

— Soffri?

— Sì, un poco.

Egli le circondò la fronte, da una tempia all’altra, di tanti piccoli baci.

— Tienmi vicina, molto vicina... e guarirò.

In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio aprivano i lor càlici gonfi di primavera.

— Ti senti ancor male?

— Sì, un male dolce...

Di là da un filare di pioppi riapparve, come una vasta nuvola sospesa nel firmamento, la vampa rossa della città. Sopraggiunsero le prime case, con muraglie bianche di luna. Ora i grilli eran cento, eran mille, perduti nel fieno maggengo, ed uno, fra tutti più iracondo, pareva inseguirli da presso lungo la siepe di biancospino.

D’un tratto ella rovesciò la testa contro la sua spalla, come se un principio di svenimento la soverchiasse.

— Rigo, mi sento male... — balbettò premendosi il petto.

— Ma che hai? — diss’egli, smarrito; — perchè soffri così?

Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso tutto bianco.

— Stordita mi sento... non so...

— Vuoi fermarti? Che vuoi fare?

— Nulla; ora passa... passa... Ti amo...

Quando furono all’ultima cascina, il canto randagio del grillo si disperse lontano, infinitamente lontano, e morì. Ma di fronte apparve il dazio monumentale, maestoso come un arco di trionfo, sotto il cielo stellato. Le guardie daziarie, sedute presso il casello, ridevano e fumavano, ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di bimbi alcuni vagabondi giocavano alla riffa d’un venditore ambulante; un divoratore di stoppa infiammata spalancava davanti agli spettatori attoniti l’enorme sua bocca fuligginosa.

— Ti amo... — ella disse ancora, in un soffio, all’amante pallido.

E il cilicio della colpa inconsumabile rivestì come un mantello di spine la loro carne disperata.

VIII

Arrivò inaspettato in casa di Clara Michelis verso l’ora della colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva più; gli aveva scritto più volte senz’averne risposta, era stata ripetutamente a casa sua, ma senza mai trovarlo. Non poteva considerare come insolito il fatto che Arrigo la trascurasse; però egli non s’era mai dimostrato noncurante a quel segno.

La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand’egli giunse. Fu il domestico a chiedergli per primo se avesse già fatta colazione.

Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, dov’egli sedette con l’aria d’un uomo affranto.

— Ho avuto molto a fare in questi giorni, — disse a mo’ di scusa. — Perdonatemi di non essere venuto.

Nè la figlia nè i domestici si meravigliavan ormai della sua presenza in quella casa; egli n’era divenuto un poco il padrone, tutti sapevano per qual verso, ed ormai nessuno più vi badava. Quel giorno la sua faccia era pallida, concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue mani un po’ irrequiete.

— Sono stato occupatissimo, — ripetè, come se non sapesse cos’altro dire.

Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette a guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza e di rassegnazione. Aveva un gran timore di lui quando lo vedeva giungere a quel modo. Anch’ella era sciupata, e siccome pensava di rimaner sola, era venuta a colazione in vestaglia senz’aver finito di racconciarsi. La cipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po’ logora; il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della scollatura, aveva un’apparenza di cosa malata; nel mangiare, qualche leggerissima ruga le si formava agli angoli della bocca e presso gli archi de’ sopraccigli. Forse aveva pianto nella notte insonne; gli occhi le si erano come smorzati e volgevano verso l’amante uno sguardo pieno d’angosciosa dolcezza.

Adelina invece appariva tutta fresca ne’ suoi diciassett’anni fiorenti; ma quel signor Arrigo la impacciava un po’, quando, invece di scherzare con lei come di consueto, veniva con quella sua faccia da can mastino e la guardava ogni tanto con i suoi occhi violenti come quelli d’un uccellaccio notturno.

— Cos’avete mai avuto a fare in tutti questi giorni? — domandò Clara finalmente, cercando che le sue parole avesser un tono scherzoso.

— Molte cose, — diss’egli. — Vi racconterò.

E súbito, per mutar argomento, si rivolse alla signorina:

— E voi, Lela, come va? — Cercava di sorridere, ma la sua faccia era contratta.

— Lela va benissimo, — rispose allegramente la fanciulla. — Mi pare invece che lei non stia molto bene.

— Perchè?

— Ma non s’è guardato nello specchio stamattina?

— Ah... non ho avuto il tempo di radermi la barba: ecco la ragione. Poi mi duole un po’ il capo.

— E non mangia?

— Sì, mangio; ma ho poca fame.

— Forse volete prendere qualcosa per il mal di capo? — interruppe Clara, guardandolo con occhi già pieni di perdono.

— Grazie, è un cerchio nervoso; non importa.

— Desiderate un brodo? un’ala di pollo?

— Grazie, grazie; raccontátemi qualcosa piuttosto.

— La mamma non avrà nulla da raccontarle, perchè se n’è rimasta in casa tutti questi giorni, — disse Lela con una cert’aria di sottinteso e di malizia.

— Ah, sì? — fece Arrigo, sogguardando rapidamente Clara.

Ma ella chinò il viso e finse di non aver udito.

— Allora mi racconterete voi qualcosa, — disse Arrigo.

— Quello che faccio io non le può interessare: però, se ci tiene...

— Sicuro.

— Ma sa che è molto brutto lei stamattina!

— Vi pare?

— Proprio! Si curi.

— Com’è impertinente questa figliola! — esclamò la madre sorridendo.

— Mi curerò, — fece Arrigo; — ma intanto aspetto che mi raccontiate qualcosa.

— Dunque: sono stata due sere fa in casa De Vincenzi, dove la mamma non è venuta perchè aveva l’emicrania, come lei stamattina. Vi sono andata con la Miss. C’era un piccolo ricevimento di signorine.

— Chissà quanti pettegolezzi! — egli fece, con amabilità.

— Da parte mia, no; sa bene che non sono pettegola affatto. Naturalmente, se le altre parlano, ascolto. Ho inteso dire, per esempio, che il suo amico Varni ha preso a schiaffi l’altra sera un ufficiale, il tenente Maffei, quello che fa la corte alla contessina Sala, per un litigio durante una cena... È vero?

— Si, è vero.

— E si son battuti?

— Non ancora; forse oggi, forse domani, perchè i padrini hanno cercato di accomodare la cosa.

— È stato per gelosia, non è vero? Così mi hanno detto.

— Esattissimo. E poi?

— E poi che al teatro della Varietà c’è una ballerina Americana, molto bella, che balla la danza di Salomè a piedi nudi... — ella narrò senza rossore, con una voce piena di reticenze.

— Ma cosa t’interessi mai di queste cose, Lela! — osservò la madre severamente.

— Scusa, mamma, lo hanno raccontato; che colpa ne ho io?

— Bene; e poi? — fece Arrigo.

— E poi che al loro Circolo si gioca ora una partita fortissima, e che forse Missolungi vincerà il Gran Premio di domenica.

— Missolungi no; credo piuttosto Arianna.

— Ma Arianna, — ella discusse, con sicura competenza, — porta quattro chili di sopraccarico; inoltre don Carletto Malespini, suo proprietario, ha sempre la jettatura.

— Può darsi. Andrete alle corse domenica?

— Andrò con la Miss, ma nel prato. Saremo una comitiva di cinque o sei signorine.

— E voi andrete? — domandò Arrigo a Clara.

— No; sapete bene che mi ci annoio.

— Una volta non era così.

— Già, una volta... ma ora è diverso, — ella disse con una certa tristezza.

— Bene, — ripetè Arrigo alla fanciulla; — e poi?

— Oh, ma lei è molto curioso, sa! E dice che siamo noi le pettegole!

Egli rise; la sua faccia sciupata dalla notte insonne per un momento scintillò.

— Senta, — fece Lela, — lei conosce bene il Max Borsaro, il minore dei due, non quello che fa il letterato, l’altro, il biondo?

— Sì perchè?

— Mi dica: è vero che s’ubbriaca ogni sera, e quand’è ubbriaco ne fa e ne dice di tutti i colori?

— Beve molto, è vero; ma ce ne son altri che bevono più di lui.

— Solamente lui, pensi, mi hanno detto che sia fidanzato con una mia amica, la Nónaro, pensi!...

— Ah, davvero? quella piccina, bionda, che si vede sempre in carrozza con sua madre, dappertutto?