Colei che non si deve amare: romanzo

Part 16

Chapter 163,775 wordsPublic domain

— Verrò un’altra sera, se vi fa piacere, — Arrigo rispose con una certa umiltà. — Questa sera fa così bel tempo, che preferisco mangiare all’aperto.

— Bene, bene; dicevo per dire.

Stavano mettendosi a tavola; Paolo era già seduto davanti al suo tondo; aspettava. Padre e madre si tenevano in piedi, un po’ irresoluti, come se ricevessero in casa loro una visita inconsueta.

— Questo è mio padre e questa è mia madre, — pensò Arrigo fugacemente, guardando i due poveri vecchi.

E una pietà nuova gli sorse dal cuore, acuta come una sofferenza.

— Ti avverto, — riprese Paolo — che la «tua» Loretta si dà certe arie addirittura da principessa. Cerca, se puoi, di non scaldarle la testa.

Ella scattò su come una viperetta:

— No, mio bel signorino! la testa non me la scaldo, io! Pensa tu piuttosto ad essere meno triviale, e ci guadagnerai.

— Insomma, caro Arrigo, — intervenne il padre, — la mia casa è un inferno. Si sente sempre strillare. Che brutta cosa!

E la sua mansuetudine si accontentò di questo calmo lamento. Arrigo, preso da non so quale tenerezza improvvisa, gli andò vicino e gli pose una mano su la spalla:

— Via, papà non ti crucciare. È la stessa cosa in tutte le famiglie; quando si vive insieme c’è sempre qualche contrasto.

— Bah!... — disse il vecchio a mo’ di conclusione, — se voi ve ne andate, noi cominciamo a mangiare.

La domestica aveva portato la zuppiera e la madre versava nelle fondine; poi tutti e tre curvarono le facce sopra il fumo denso, che odorava, e cominciarono lentamente, golosamente a mangiare.

L’antica tavola famigliare era troppo grande per quelle tre persone; i posti vuoti vi lasciavano una specie di tristezza, come se alcuno, che avrebbe dovuto esservi, ne avesse disertato. Per primo se n’era andato il maggiore, il primogenito, quello nel quale il padre si riconosce, in cui la madre ricorda la sua prima carezza. Per lungo tempo la sua seggiola era rimasta lì, davanti al posto vuoto, al tovagliolo di bucato chiuso nell’anello d’alluminio, quasi ch’egli potesse tornare di pasto in pasto; e non tornò. Poi se n’era andata la sorella maggiore, a farsi un’altro focolare, con altri affetti; ed ora manifestamente si allontanava l’ultima, quella che per ultima aveva allietata la casa de’ suoi strilli, quella che ai vecchi ricorda più da vicino la giovinezza ed è come l’ultimo fiore d’un albero laborioso, il più fragile ed il più bello.

Se ne andava, e restavan i due vecchi ad ingoiare amaramente il cibo greve, con un figlio taciturno, che forse rimaneva, solo perchè sentiva il possesso, l’eredità della casa, scendere nelle sue mani tenaci.

Tra il fumo della minestra questi pensieri salivano alla mente dei due vecchi, e rivedevano essi forse quella lor stanza d’un tempo, quando intorno alla tavola quadrata c’erano quattro testoline di bimbi, e bisognava gridare, faticarsi, lavorar più duramente, ma ciò non era molesto, se ad ogni tratto una vocina limpida si levava dalla nidiata per chiamare: papà, mamma! con quell’accento infantile in cui trabocca l’istintivo amore.

E pareva che, guardando Arrigo, entrambi gli dicessero mutamente: «Sei stato tu! sei stato tu!»

— Non la ricondurre troppo tardi, — la madre disse ad Arrigo. Ed il silenzio tornò nella stanza, rotto appena dal rumore che i cucchiai facevano battendo le stoviglie sonore.

Quando Arrigo e Loretta si trovaron nella strada, soli, e si guardarono, la colpa ch’era già entrata nelle lor vene li soverchiò entrambi di dolcezza e di paura. Non osarono parlarsi a tutta prima. Loretta prese il braccio d’Arrigo e s’avviarono lungo il marciapiede, fra la gente folta, a passi frettolosi. Il rumore della contrada li stordiva; quello stordimento era per entrambi delizioso.

— Dove andiamo? — domandò infine Loretta.

— Camminiamo. Ancora è presto, — egli rispose con una voce assorta.

La serata era dolce, un po’ snervante, piena di languori. Navigavano per l’aria quasi ferma certe larghe ondate di vapori biondi, che oscillavano vicino ai tetti e salivano alte nello spazio, facendosi più rare, più tenui, fino alle prime stelle. In quella vaporosa pigrizia dell’aria i vasti romori delle cose parevano accrescersi d’una maggiore sonorità. Tutto quanto aveva un’anima, reale o fittizia, era nella pienezza della sua vita; ogni cuore si sentiva spinto a desiderare più in là di sè stesso.

Avevano da poco acceso i lampioni, che splendevan d’una luce quasi azzurra sotto il cielo ancora intenso di trepidazione solare; alcune finestre chiuse raccoglievan nelle vetrate i fuochi e le raggiere del tramonto.

— Com’è bello camminare a quest’ora, — disse Loretta al fratello, serrandogli fin poco il braccio, su cui pesava.

— Ti piace? — egli domandò, trasfondendo in queste due parole così brevi tutta la dolcezza che gli traboccava dall’anima.

— Sì, mi piace; con te mi piace. — E dopo una pausa continuò: — Sai?... ho tremato tutto il giorno....

— Perchè hai tremato?

— Pensavo che tu verresti... — ella confessò, piegando il viso.

Egli ebbe un movimento nervoso e disse:

— Era meglio dimenticare.

— Ah, no!

In quei pochi minuti ch’eran vicini si sentivano già presi, avvinti l’uno all’altra, e soffrivano e godevano d’una gioia ch’era dolore.

Stavano bene insieme: lei bionda e sottile, armoniosa; lui, con la sua persona elegante, con il suo passo franco. Molta gente si voltava a guardarli.

Giunsero nelle strade più centrali; Arrigo le disse:

— Non mi dare il braccio. — Ella obbedì senza rispondergli; ma gli rimase vicina.

Entrarono da un fiorista a comprare fiori; poi, camminando, si fermavano a guardare i negozi dalle mostre scintillanti. Arrigo salutava molta gente. Loretta ogni volta gli domandava: — Chi è?

Allora egli diceva un nome, una frase che dipingesse la persona, uno di quei riassunti schematici ed incisivi che valgon meglio d’una lunga biografia.

Un tale: — si fa chiamare avvocato, ha una bella moglie, sua moglie ha un amante ricco, egli lo sa.

Un altro: — ha dovuto lasciar l’esercito per debiti; a teatro prende solo il biglietto d’ingresso e fa visite in tutti i palchi; la notte gioca, e vince sempre.

Un terzo: — ha una scuderia da corse che gli costa cara, ma dicono che faccia anche l’usuraio, così riesce a pagarne le spese.

E via di séguito.

Su lo stesso marciapiede passarono due donne elegantissime, provocanti. Vedendo Arrigo gli sorrisero; Arrigo, a sua volta, non salutò, ma sorrise. Restò dietro i loro passi un lungo solco di forte profumo. Loretta si rivolse a guardarle; domandò:

— Le conosci?

— Sì.

— Chi sono?

— Quella di destra era una mima: adesso è mantenuta da Rinaldo Bastìa, un fabbricante di cornici, padre di quel Bastìa che s’è ammazzato pochi mesi or sono. L’altra è una che vive di rendite... rendite giornaliere, quando ne trova.

— Sono due belle donne.

— Peuh, non c’è male!

— Perchè ti hanno sorriso a quel modo?

— Che modo?

— Non saprei; come se avessero qualcosa da dirti.

— Non saprei; per abitudine forse.

— Sei stato amante anche di quelle?

— Amante no; ne ho conosciuta una, la mima, qualche anno fa.

Loretta rimase un momento a riflettere, poi disse;

— Ma che piacere provi tu nel cambiare tante donne?

Arrigo si mise a ridere.

— Lo stesso piacere, — disse — che voi donne provate a cambiar d’abiti.

La sorella non fece altri commenti.

Dopo aver taciuto qualche tempo, e quasi di malumore, disse:

— Io, per esempio, se avessi un amante, sarei molto gelosa.

— Ah, sì? — esclamò Arrigo, guardandola. — E cosa faresti?

— Non so cosa farei; credo non sia possibile saperlo prima, ti pare?

Poi gli domandò ancora:

— Le amanti che hai avute eran gelose di te?

— Sì, tutte! — egli fece con spontaneità.

— E tu?

— Io?....

Di nuovo guardò la sorella, attentamente, lungamente, poi le riprese il braccio, poichè la dolce ora del crepuscolo andava mano mano facendosi buia. Le confessò:

— Vedi, per ingelosirsi, bisogna essere innamorati. Io, veramente, non lo sono stato ancor mai.

Ella gli fu riconoscente di questa risposta e n’ebbe una gioia visibile, pur tacendo.

Andarono avanti, attraversarono una piazza, presero un’altra via.

— Come sarei contenta se tu volessi bene a me... — diss’ella, piano, chinando la faccia, per nascondere la bocca che profferiva quelle parole.

— Ma te ne voglio, Lora, — egli rispose.

— No... dev’essere un’altra cosa... non lo diresti così.

— Come dovrei dirlo?

— Niente, non dire niente.

Ella improvvisamente si sentì piena di tristezza; nella sua voce tremava quasi un dolore.

— Vuoi che andiamo a pranzo? — domandò Arrigo.

— Andiamo.

— Ti condurrò in una trattoria che non conosci; è fuori di porta, in mezzo alla campagna, e le tavole sono in giardino. Vuoi?

— Sì, Rigo.

Salirono nella prima vettura che trovarono, senza badare al vetturino, che, malcontento della corsa troppo lunga, non cessava dal bestemmiare tra i denti. Piano piano, su gli aspri ciottoli, il cavalluccio cominciò a trottare.

Ora qualche strato di nebbia rosea intorbidava la trasparenza del cielo; pioveva per intorno una chiarezza pervasa d’ombre; lungo una strada fiancheggiata d’alberi li investì, li ravvolse, li inebbriò, il profumo dei tigli che fiorivano.

Loretta si era tolto un guanto, aveva preso una mano del fratello ed intrecciava le dita nervosamente nelle sue.

— Ho quasi voglia di piangere... — confessò con una voce tormentata.

— Perchè, Lora?

— Non so... non so; oppure non te lo posso dire...

— Non dire niente, Lora, ma non piangere, — fece Arrigo, tentando con ogni sforzo di reprimere la sua commozione. E le carezzò la mano.

— Perchè mai non sono più allegra come l’altra volta?

— Invece devi essere allegra! dobbiamo ridere! Non pensare ad altro.

Ella si tese a lui come per fargli conoscere il suo amore.

— Vorrei che tu mi volessi bene... — disse di nuovo, tutta fremente, in un bisbiglio. — Ma invece questo non può essere... È vero che non si può?

Egli le rispose con serrarle una mano, e, turbato, non aggiunse parola.

— Senti, — fece Loretta, — spiégami una cosa. Perchè io, che sono tua sorella, voglio bene a te?

— Taci, non dire così.

— Ma è vero! Se fosse una cosa brutta, come pare a noi, essa non accadrebbe. Invece, vedi, tutto quello che potrei sentire per un altro, per un estraneo, lo sento per te. Mi fa male, molto male...

— Loretta, mia Loretta... — egli mormorò con una trepidazione paurosa.

— No, sii buono, voglio parlare, voglio parlarne con te.

Lasciò la sua mano, e raccostatasi a lui, gli sfasciò, gli ravvolse il braccio con il suo braccio morbido.

— Questo amore mi ha presa tutta in un momento... prima non lo sapevo.

Si protese a lui, così che gli moveva sul fiore della bocca i riccioli della sua fronte bionda, e pregò sottovoce:

— Dammi un bacio... piano, piano... Fa buio, nessuno vede...

Le loro bocche innamorate s’incontrarono, godettero tutto il dolore del male che li struggeva.

E andarono via lentamente, al trotterello del cavallo stanco, per corsìe diritte, per strade oblique, per vicoli tortuosi, penetrando nel dedalo della città crepuscolare che or si costellava di lumi, come un immenso naviglio fermo su l’ancoraggio notturno. Quando furono di là dalle barriere, nelle zone del suburbio che quasi non conoscevano, parve ad entrambi d’esser giunti assai lontano da quella grande ostile città che li teneva prigionieri, sottomessi al divieto, e parve loro d’esser come due sconosciuti per una terra quasi straniera, liberi finalmente dalle intollerabili sorveglianze altrui.

Nella dolce serata primaverile il suburbio era spesso di gente, uscita fuori da’ formicolai di cinque piani o dalle piccole decrepite case, per gremir la strada con tutte le figliolanze, dopo le parche cene. Era vigilia di festa, un sabato sera; le comitive inauguravan per ogni contrada l’allegrezza del giorno domenicale. Le trattorie, le taverne, le sorbetterie riboccavan di gente, assiepavan di tavolini il marciapiede popoloso. Alle porte dei teatri e dei balli suburbani s’addensava una baraonda irrequieta levando alto il frastuono della sua tumultuosa ilarità.

Su l’ingresso dei cinematografi, sfavillanti d’una luce quasi violetta, gli strilloni dalla tunica o verde o rossa, dalla voce rauca, dalle maniere ciarlatanesche, alternavan le lor grida strabilianti adescando la folla con manifesti atroci e cartelli sanguinolenti come il paniere del boia.

Ogni tanto una chitarra sbucava da una contrada buia, un fonografo urlava la sua canzone asmática, un bambino picchiato strillava da una portineria, come un’anima dannata.

E il cavalluccio trottava; il cavalluccio insensibile ai tepori della primavera, ugualmente stracco e rassegnato nelle intemperie dell’inverno come nelle canicole dell’estate, zoppiccava sul sasso nemico, piano piano, con quella irremovibile filosofia che vien dopo la disperazione; povera vecchia macchina fatta d’ossa e di dolori, indifferente alle stratte, alle frustate, alla premura de’ clienti, quasichè sapesse ormai che tutto il suo destino era di camminare, a forza d’inciampi e di asma, piano, ma camminare.

La campagna vicina mandava tra l’ultime case qualche odore agreste, e già compariva tutta sgombra, quasi ravvolta in un’aria violacea, per le contrade laterali che non erano più selciate. In una d’esse il vetturino svoltò.

— Non sono mai venuta fin qui, — disse Loretta. — Sembra d’essere in campagna; senti che buon odore!

Avevano falciato qualche prato là intorno; i mucchi dalla fienatura odoravano di fragranze vegetali nella sera primaverile. Anche il ronzino, a quell’odor di maggengo saporito, pareva sentirsi dilatare nei fianchi magri l’anima ingorda, e puntava più forte. Il vetturino si cacciò un mozzicone di sigaro fra i denti e prese a canticchiare; con la frusta schioccante accompagnava la sua monotona cantilena. Questo fece ridere Loretta.

— Com’è buffo! — disse piano al fratello. E gli si accostò, con una piccola risata, che gli diede in faccia il suo fresco respiro.

Egli non parlava; una specie di torpore, una sensazione mai conosciuta fasciava dolcemente il suo spirito comunicandogli una stanchezza fisica, una specie di sensuale abbattimento. Per una breve ora gli piaceva scordare che la sua piccola compagna, colei della quale era dolce sentirsi il braccio sotto il braccio ed il respiro nel viso, fosse la sua medesima sorella, uscita dal grembo medesimo che aveva data la vita, nutrita con lo stesso latte, cullata nella medesima cuna: la figlia del suo padre e della sua madre, la sorella germana.

Egli aveva nel medesimo tempo un immenso orrore, un orrore inconsapevole, di sè stesso, e in ciò trovava nondimeno la sua più forte voluttà. Gli piaceva udirla parlare; quella voce, che gli pareva di non aver conosciuta mai per l’addietro, gli entrava sin nell’intimo del cuore prodigandogli quasi una lenta ed affaticante carezza. Ch’ella dicesse di amarlo, ch’ella osasse dirgli che lo amava, che il suo desiderio gli fosse così palese, così pronto a lasciarsi cogliere, ch’ell’avesse un bisogno quasi malato di fasciarsi intorno alla sua persona e fargli sentire la trepidazione delle sue morbide membra ancor intatte, ch’ella parlasse a lui come al suo primo innamorato... tutto questo lo stordiva, lo tentava, lo inebbriava, metteva nel suo cuor forte una pulsazione veemente, nelle sue vene concitate un brivido quasi di terrore, ne’ suoi nervi rudi una specie di tormento, del quale assaporava con lentezza tutta la perversità.

In lei veramente era il possesso vietato, era la gioia che non doveva conoscersi, era il delitto e la somma voluttà.

Quand’ella gli parlava d’amore, avrebbe voluto a sua volta, risponderle: «Sì, ti amo! sei la prima che amo, la sola che potrò mai amare... Tu muovi dentro di me una gran tempesta che m’inebbria...» Ma di questo si vergognava, e le parole che suonavan dentro gli parevano impossibili a dirsi. Allora taceva, lasciando a lei che parlasse, a lei, poich’era quasi una bambina, una piccola bambina, e tutto poteva dire.

Ma solo nel chiamarla, nel parlarle, nel profferire il suo nome, egli metteva un infinito amore. Non era più solamente il desiderio di lei, quel desiderio veemente che l’aveva assalito, facendolo schiavo e torcendolo fino al dolore; adesso era qualcosa di più, una specie di tristezza, un furor chiuso e torbido, che lo possedeva sin nell’intimo e lo feriva come una spina infittagli nel cuore.

Egli, che non aveva mai affrontata la propria coscienza, aveva ora paura di sè. Temeva qualcosa d’oscuro; c’era fra lui e lei una forza indefinibile, ignota, che lo atterriva; sopra il suo colpevole amore pendeva quasi una minaccia più che umana. Voleva esser aspro, e non gli riusciva che d’esser dolce; voleva non guardarla, ed i suoi occhi, senza volerlo, andavano incontro a’ suoi. Quand’era pur lontano e distratto, ne aveva senza tregua l’immagine fissa nella mente. Voleva pensare ad altre donne, ad altri amori, ed ella furtivamente gli si annidava tra le braccia con una promessa più forte; voleva respingerla da sè, quasi per purificarsi di questa colpa, e la colpa gli ritornava, gli affluiva nel cuore per tutte le vene, come un’ondata di voluttà.

Il cavalluccio trottava; la campagna uguale riposava dal lavoro diurno, rotta dai casolari, percorsa dalle strade, segnata dalle siepi. Qualche filare di pioppi, traverso la vaporosa pianura, s’allontanava a perdita d’occhio nella notte bianca. Dietro loro si addensava la città, sovrastata da una luce rossastra, ch’era, nell’aria ferma, il riflesso delle sue molte luci.

Di là da una siepe videro un gregge di pecore che pernottava; s’era sparso nel praticello, a piccoli gruppi, e biancheggiando vi dormiva. Il cane accorse su la proda, tutto ispido, ed abbaiò.

— Guarda, — disse Loretta con un’ammirazione infantile, — guarda come sono bianche e come dormono vicine.

Quelle pecorelle addormentate davano al suo cuore di bimba una tenerezza singolare. Soggiunse:

— La vita nelle campagne dev’essere migliore che nelle città. Perchè non mi porti via, Rigo?

— Portarti via? Ma dove?

— Dove non importa. Una settimana sola. Vorrei fare un piccolo viaggio con te, starti vicina sempre, giorno e notte, non lasciarti mai, giorno e notte... Che felicità, pensa!

Il fratello scosse il capo, e tacendo le diede una carezza sul dosso delle mani, poi su le ginocchia.

— Portami via... — ella disse ancora, supplichevole.

— Non si può.

Incontrarono in quel punto un’allegra comitiva che tornava in città cantando. Apparve di lontano un villaggio, e, prima del villaggio, dietro una casa, un gruppo d’alberi folti ove brillavano molti lumi.

— Vedi: è là che si pranza, — disse Arrigo segnando il chiarore. — Viene molta gente in estate perchè vi si mangia bene.

Giunsero. Un cameriere di onesti modi si avanzò dalla soglia incontro ai sopraggiunti.

— Vuoi aspettarci? — domandò Arrigo al vetturino. — Ti farò pranzare.

L’uomo guardò la sua bestia con un’aria misericordiosa:

— È sotto da nove ore... — disse; — dovrei andarlo a cambiare.

Ma poi, più che il suo paterno amore per l’animale stracco, potè la golosità del pranzo promessogli, e rispose con aria di condiscendenza:

— Bene, se proprio vuole, posso anche aspettarli.

Entrarono, traversarono alcune sale ingombre di tavolate chiassose, giunsero nel giardino e sedettero sotto il pergolato.

— Com’è bello qui! — fece Loretta, guardandosi attorno.

Gli alberi alti, collegati da una intelaiatura di fil di ferro, formavano una specie d’immenso padiglione, percorso da un glicine tutto fiorito. Fra i densi grappoli turchini i lampioni elettrici divampavan d’una luce intensa, quasi violacea, nella quale turbinavano a sciami le farfalle notturne.

L’odor soave del padiglione fiorito si respirava con l’aria, lo si assorbiva come una bevanda, e l’abbondanza di quella fioritura che s’arrampicava intorno a tutti i tronchi, si addentrava nel folto dei rami, correva per i pergolati, si lanciava da un albero all’altro, dall’uno all’altro lampione, assalendo la casa, le finestre, le ringhiere, parendo ne’ suoi mille fiori non essere che un solo fiore, dava a quel rustico giardino l’apparenza d’una corte azzurra nel mezzo d’un bosco incantato.

Sotto i pergolati erano in un gran numero le comitive allegre che pranzavano e banchettavano; quasi tutta gente ricca del suburbio, festeggiante il sabato sera. Quel buon sangue popolano, acceso dal vin forte, scoppiava in risate sonore; i camerieri affaccendati passavano portando piatti fumanti; i bicchieri e le posate mandavano un allegro tintinnire. Nel fondo, sopra un terreno ben rischiarato, alcuni uomini in maniche di camicia stavano giocando alle bocce; altri, raccolti in gruppo, commentavano i colpi. Al primo piano della casa, in una sala che aveva le finestre aperte verso il terrazzo, si danzava gaiamente al suono d’un pianoforte.

Un’ondata d’allegria pervase i loro giovani cuori, perchè ognuno può sovente annullare l’anima propria per ricevere l’altrui, sopra tutto quella dei semplici, che sono i più comunicativi.

Eran un po’ storditi entrambi di quella passeggiata serale per le campagne semibuie; avevan nel cuore e negli occhi il fantasma della lor colpa imminente, soffrivano entrambi il dolore dell’amore. Si erano sentiti per un momento soli nel mondo, affacciati sopra un pericolo, sopra una tentazione, che superava i loro pavidi sensi; — ed ecco si trovavano in un giardino pieno di gente, di gente un po’ triviale, che mangiava con robusta fame, parlando e ridendo forte; la luce aveva abbagliato i loro occhi un po’ torbidi, l’odore delle vivande aveva solleticato i loro stomaci sani, e la musica trascinante che veniva dal terrazzo, e le coppie danzanti che si vedevan passare dietro le finestre in un fascio di luce, avevano dato ad entrambi il desiderio di allacciarsi l’uno all’altra, ben vicini, ben forte, e buttarsi a cuor perduto in quel ballo, e non aver più paura di quel loro amore che li faceva tremare.

Arrigo diede un piccolo colpo sul piatto vuoto, che gli luccicava davanti, e disse:

— Ho fame!

Prese un pane, lo ruppe. Loretta cominciò a sbottonare il guanto che ancora le calzava la mano destra sino a mezzo l’avambraccio, se lo fece scorrere in giù lentamente, ne trasse fuori le dita ad una ad una, si guardò la mano, sopra e sotto, l’intrecciò con l’altra su l’orlo del piatto. Quella sera ella non portava il braccialetto di Rafa; i suoi due polsi nudi, minuscoli, eran densi di vene; la luce obliqua li dorava d’una biondezza tenue. La sua faccia un po’ stanca prendeva un bel colore, tutto da lei spirava quella indefinibile seduzione che la donna comunica quando ha molto pensato all’amore.

Mentre il cameriere imbandiva, si misero a guardare i loro vicini e riderne.

Una donna esageratamente grassa e rubiconda eccitava l’ilarità di Lora. Sedeva nel mezzo d’una tavolata numerosa, ov’eran molti bimbi che cicaleggiavano sbrodolandosi il mento con le salse gocciolanti. E le mamme a rimbrottarli, e gli uomini a lanciar loro qualche scappellotto. La grassa commensale portava una camicetta scollata, d’una seta a pallottole bianche su fondo blu; era forse una ricca bottegaia, che andava in bagordo, il sabato sera, con tutto il parentado.

— Sa, — diceva il cameriere ad Arrigo, — abbia pazienza per stasera, signor conte! Il sabato viene tanto popolo che non si ha tempo di servire come si deve. Ma nei giorni della settimana è tutt’altra cosa. Poi, se volesse telefonar prima, si potrebbe prepararle qualche piatto speciale.

Un bimbo, col tovagliolo annodato intorno alla gola, si mise a correre fra i tavolini per acchiappare una farfalla moribonda. Capitò vicino alla tavola d’Arrigo e il cameriere lo frustò via col tovagliolo, quasi fosse un can randagio.

Ella rideva del cameriere, del bimbo, della farfalla e della donna grassa; rideva di tutto, per una súbita gioia ch’era entrata in lei. Nella luce azzurra che pioveva dall’alto, i suoi lineamenti si avvolgevano d’un contorno quasi vaporoso, i capelli biondi le facevan cadere una leggera nube su la fronte.