Colei che non si deve amare: romanzo

Part 18

Chapter 183,759 wordsPublic domain

— Sì, lei. Ha diciannove anni, pensi! È carina, ma non sa pronunziare l’esse; fa ridere. Poi ha la smania di parlar francese... noti, con una pronunzia deplorevole... Sì, quella insomma. Di fatti, l’altra sera, in casa De Vincenzi non è venuta. Il fidanzamento per ora non è ufficiale, ma tutti sanno che avverrà. E del resto, durante il carnovale, a tutte le feste non hanno fatto che ballare insieme, parlarsi piano e nascondersi.

— Se è vero, gli farò i miei augurii.

— È verissimo; glieli faccia pure. Lui è piuttosto un bel giovane, ma un ubbriacone a me non piacerebbe. Pensi che schifo avere un marito il quale sappia sempre di vino o di liquori! Lei non s’ubbriaca mai?

— Molto di rado, signorina...

— Meno male! Ah, un’altra cosa...

— Sentiamo.

— No, questo non lo posso dire, se no la mamma mi sgrida! — ella esclamò, guardando la madre con una occhiata piena di civetteria.

Egli pure guardò Clara, sorridendo, e disse:

— Facciamo conto che la mamma non ci sia.

— No, no...

— Coraggio!

— Bene; lei conosce quella che chiamano la Tizianina?

— Di vista.

— Lela!... — rimproverò la madre.

— Eh, ormai!... Dunque m’hanno detto che ha lasciato il suo barone ed è scappata con un maestro di scherma.

Arrigo e Clara scoppiarono a ridere; quella impertinenza li divertiva; il domestico nascose la faccia nel vano del saliscendi per dissimulare una risata.

— Per bacco! — esclamò Arrigo; — si raccontano molte belle cose nei ricevimenti di signorine.

— Che vuole? Dappertutto è così. Poi c’è ancora quello che non le dico: il più bello...

— Sentiamo, sentiamo!

— Ah, questo poi no! Ma le assicuro che certe amiche mie ne sanno più... più di lei!

— Ci vuol poco, signorina; io sono un uomo serio.

— Peuh... peuh!

— Come? Ne dubitate? Sapete forse qualcosa anche sul conto mio?

— E quante ne so! Si metta bene in mente che in città non succede cosa, dal mattino alla sera nè dalla sera al mattino, senza che noi lo si sappia. Chissà per qual verso, e però tutto arriva. Per esempio, — questo è un altro discorso — ma chi ha detto che lei ha una sorella tanto carina?

Arrigo si sentì rabbrividire fin nell’intimo, preso da una sottile angoscia, e mentre i suoi occhi paurosi scrutavano all’intorno, si sentì a suo malgrado una leggera vampa salire al viso. Egli era sotto lo sguardo vigile dell’amante, e non seppe come dissimulare il proprio turbamento.

L’altra continuava:

— Non so bene chi me lo abbia detto; non me ne rammento con esattezza. Ma lei perchè non me ne ha mai parlato?

— Semplicemente perchè non ne ho mai avuta l’occasione, — egli spiegò, riafferrando la padronanza dei propri nervi.

— Quanti anni ha?

— Venti e mezzo.

— Non frequenta nessuna società?

— Vive piuttosto sola; è una ragazza originale.

— Come si chiama?

— Anna Laura, ma la si chiama Loretta.

— È bionda, vero?

— Sì, bionda.

— Alta?

— Un poco più di voi.

— Mi piacerebbe vederla.

— Un giorno o l’altro ve la farò conoscere.

La colazione era finita; entrò miss Dora per avvertire la signorina che si preparasse alla sua lezione di pianoforte; il professore verrebbe a momenti. Lela, con quella istintiva indulgenza delle fanciulle verso le colpe materne, comprese che la sua presenza diveniva inutile, salutò l’uno e l’altra, — non era indiscreta — e se ne andò.

Rimasero di fronte, senz’alcun testimonio, gli amanti, nella prima inquietudine dell’esser soli, e tacquero per alcun tempo. Il caffè ancor tepido fumava lievemente nelle tazze minuscole. Ella congiunse le sue mani lunghe, un po’ scarne, vi poggiò sopra il mento, e stette a guardarlo senza dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima silenziosa. Egli, un po’ impacciato, a viso chino, giocherellava con la miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi.

— Perchè non ti sei lasciato vedere in questi giorni? — domandò finalmente Clara, con una voce timida.

— Non potevo, lo sai che non potevo... — egli mormorò senza levare gli occhi.

— Non so nulla io; so che mi hai fatto morire.

— Bah... non si muore per così poco! — egli esclamò nervosamente.

— Cosa ti ho fatto?

— Tu? Niente. Anch’io non ti ho fatto niente, — diss’egli divenendo aspro.

Ella fece un atto quasi umile di rassegnazione e tacque a lungo. Poi osservò:

— Potevi almeno scrivermi una parola.

— Ti volevo scrivere infatti, anzi pensavo di venire io stesso; ma ero così nervoso, così terribilmente nervoso...

— Cos’è accaduto?

— Nulla — egli esclamò quasi con rabbia; e ripetè: — Nulla.

Ella si levò, leggera, flessuosa, muovendo nella vestaglia di seta il suo corpo di signorina, gli si fermò presso, e con un atto dolce, che solo hanno le antiche dolorose amanti, gli carezzò i capelli.

— Sei triste?

Egli non rispose.

— Sei malato?

Egli le prese repentinamente un braccio, che aveva nudo fino al gomito fuor della manica larga, e lo baciò.

Si levarono; andarono in una saletta vicina, una di quelle stanze intime che la signora d’una casa adorna con amore con leggiadria, perchè somiglino a lei stessa; e rimasero in piedi, vicini, perplessi, come se ubbidissero entrambi ad una specie d’esitazione.

Sui tavolini le scatolette d’argento, le boccette di cristallo, scintillavan nella penombra; un buon odore di mughetti freschi empiva la stanza.

Ella conosceva quelle ore, conosceva quel viso di lui. Dalla tenda pertugiava un vapor di sole color d’ambra.

— Che hai dunque? — domandò con paura.

— Ho perduto ancora, — disse Arrigo duramente, senza guardarla.

— Ah... — ella fece, impallidendo. E chinato il viso, restò a fissarsi la punta della scarpina, che si agitava fuor dalla balza della vestaglia ondosa. Una lacrima le scivolò dalle ciglia per il viso bianco.

— Stanotte? — gli domandò.

— Stanotte, ieri e prima d’ieri: tutti questi giorni, — egli spiegò sordamente. Una pausa, una lunga pausa, da entrambe le parti, angosciosa.

— Molto?

— Sì, molto. Ho pagato tutto quel che potevo, non ho più nulla e devo ancora.

— Perchè hai fatto questo? — ella mormorò timidamente. — Mi avevi giurato...

— Non tormentarmi, Clara, non tormentarmi! Se tu sapessi!...

In verità pareva un uomo perduto; la disperazione alterava il suo viso.

— Cálmati, — ella fece mansuetamente. — Non dico nulla.

Ma una specie di singhiozzo le contorse la bocca. Ella era quasi povera: s’era impoverita per lui.

— Quanto devi? — domandò.

— Quindicimila lire, e per questa sera. — Buttava le parole aspramente come se gli ardessero la bocca. — Ne ho pagate settantamila in tre giorni, ne devo quindici ancora.

Ella si lasciò cadere le braccia lungo i fianchi con un gesto pieno di sconsolatezza, e disse fievolmente:

— Sai bene che non posso più...

— Ma io non ti chiedo nulla! — egli rispose con ira, scrollando le spalle.

Una luce tetra gli balenò negli occhi, una specie di sarcastico riso gli orlò la bocca; s’andò a cacciare in una poltrona profonda, piegando il mento sul petto.

— Non fare così! non fare così!... — ella gemette, cacciandosi le dita fra i capelli, premendosi forte le tempie come per contenerne i battiti. Poi camminò verso di lui quasi macchinalmente, s’inginocchiò sul tappeto come se vi cadesse, e poggiandogli la fronte su le ginocchia ruppe in lacrime.

Egli le posò una mano su la nuca, lievemente; si morse il labbro, come per inghiottir qualcosa d’amaro che gli salisse alla gola, e con una voce soffocata le disse appena:

— Via, non piangere...

Ma ella singhiozzava più forte.

— Clara... — pregò egli, scoprendole dai capelli tutta la fronte.

Ella si lasciò sollevare; gli mise le braccia intorno al collo e nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel piangere lo baciava.

Or da una sala più lontana si cominciaron a udire le note del cembalo, durante la lezione di Lela.

Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace. Ogni tanto s’interrompeva; la mano del maestro correggeva un accordo, rifaceva una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela tornava da capo.

— Clara, non piangere...

Fra le lacrime aveva già un sorriso.

— È stata una grande aberrazione, — spiegò Arrigo. — Ho perduta la testa. Non so... forse mi volevo stordire. Di cosa? Non ti saprei dire. Tre notti, quattro notti, senza quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo, perdo senza rimedio, perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola poche ore fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne’ miei panni, se non pago è la rovina.

— Sì, capisco; ma cálmati, non ti crucciare.

Lo carezzava, piano, come una madre.

— Ah... sono disperato! — egli esclamò in un accesso di scoramento.

— Taci, non dire così.

— Vedi: la mia vita è sempre in bilico sovra un precipizio. E tutti rideranno quando finalmente vi cadrò.

— Povero amore mio... senti, senti... non devi dire queste cose. A tutto si rimedia. Io...

— No, tu no! Tu sei stata sempre troppo buona con me.

Ella trasse un profondo sospiro:

— Oh, se mi ascoltassi un poco!... se tu mi volessi ancora un po’ di bene!...

— Te ne voglio, Clara, lo sai...

— No, no... — E c’era nel suo viso l’espressione d’una rinunzia inconsolabile.

— Non piangere dunque. Sii buona, guárdami. Se tu sapessi quanto mi ha fatto bene venire qui. Ero come un pazzo. Ma non piangere, via, non piangere!

Con un fazzolettino minuscolo ella si rasciugò gli occhi; ma più li tergeva, e più eran lacrime nuove. Allora egli la baciò su la bocca, su gli occhi, su la fronte. Quella bontà e quel dolore lo vincevano insieme, senza simulazione. Ella, incoraggiata, insinuò le dita fra i suoi capelli folti. Era in lei un gesto abituale; quelle sue lunghe dita sottili vi entravan come un pettine.

— Se fossi ancor ricca come una volta... — ella disse. Ma vedendo ch’egli si turbava, súbito corresse: — No, non sei stato tu: siamo stati un po’ noi, tutt’e due insieme... Bisognerà mettere un sesto a tutte queste cose. Ho molte gioie ancora, ho la casa... Dovresti aiutarmi.

— Sì, Clara, vi penseremo.

— C’è anche un po’ di denaro alla Banca, ma quello...

— Non voglio, non voglio, Clara!

Con una carezza ella gli impose di tacere.

— Quello è di Adelina, e non dovrei toccarlo. Ma, insomma... lo renderò. Certo: noi venderemo la casa, perchè Lela non ci deve perder nulla, è vero? Ma anche tu non devi soffrire. Io non posso vederti così. Va presto, va e ripósati. Non pensare più a nulla. Dormi qualche ora. Io telefonerò súbito all’amministratore. Mi farà certo una scenata... ma non importa.

— No, Clara, non voglio! non è possibile! non posso più accettare! — egli esclamava con sincera veemenza. — Sono venuto da te perchè mi sentivo solo e perduto... ma non voglio rovinarti ancora. Potrò forse trovare altrove quel che mi abbisogna; lasciami cercare almeno.

Ella strisciò contro di lui, lo avvolse nelle sue braccia deboli, sorrise con fedeltà, vicino alla sua bocca.

— No, amore, tu devi solo dormire, fare un buon sonno; vedi come sei stanco? Prima di sera tutto sarà in ordine. Non pensarvi più.

— Come sei buona! come sei buona!... — egli balbettava, un poco tremando. E con un atto di vera ribellione contro se stesso:

— Ah, che vigliacco sono io! — esclamò.

— Taci, taci... — ella disse chiudendogli la bocca. — Va e dormi. Riposa tranquillo fino a sera. Verrò a svegliarti io, se vuoi... — Fece una pausa, le si gonfiaron un po’ le vene del collo, gli occhi le brillarono; — Vuoi?...

Egli vide in un baleno il gran letto su cui s’era seduta Lora... Una terribile ombra gli si addensò nella fronte.

— Vuoi?... — fece ancora l’amante.

— Sì, vieni, — diss’egli con una voce opaca. E non la guardò.

Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace.

IX

Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo sfavillante attendeva la maggior prova dell’anno. Il prato, invaso da una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l’ondeggiare degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella vampa del sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d’una borsa gonfia di denaro, e dall’alto scanno dominavano la folla come forsennati arringatori.

Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani, gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo.

Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere l’ippodromo: gente latina, memore de’ suoi circhi romani, applauditrice d’aurighi, amatrice di competizioni, partigiana d’un colore. Dalla tribuna reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa può raccogliere insieme.

Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con l’abito grigio a lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnúccoli, veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina; giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al séguito d’una o di più nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in società; giovinottini di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo enorme, e certe pose ancor dubbie fra il «dandy» e l’allenatore; vecchi scapoli, dai calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la tuba d’altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri a quattro, i tiri a sei...

Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l’oroscopo della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilità. Proprietari di scuderia che si dànno un gran da fare; poi si lascian carpire qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. Fantini amenissimi nella loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti già dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e dipinti, s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di sigaro, fra un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere.

Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra occasione per innamorare una ragazza ricca o debellare una bellezza restìa; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi, studiosi d’accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi mondani; cortigiane un po’ sciupate dalla notte di vigilia del Gran Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna; cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità chi non vorrebbe affatto ricordarsi d’averle per caso conosciute una sera. Cortigiane libere, venute sole, con una certa spigliatezza di «sportswoman», in abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi gioielli che portano con semplicità, noncuranti di sciuparsi l’abito, passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve, sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di signore con una certa millanteria, contente d’avere in comune con esse la medesima sarta e le stesse avventure d’amore.

Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere puri sangue, cioè d’aver perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una piccola scimmia curva e leggera.

Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola cosa, domandandogli un’infinità di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch’era un piccolo capolavoro di grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo, quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell’aprirsi, fra il giallo della rosa tea e l’incarnato della rosa di Francia; un colore che somigliava a lei, poich’era voluttuoso, morbido e leggero.

Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, dall’altro ripiegata spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico, intonato con il colore dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori la sua personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di là curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva.

Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa insolenza. La bottega paterna era già così lontana da lei e dalla sua immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di possedere nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile.

Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ciò le stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi capelli sul lato che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell’ala, e così parevano più voluminosi ancora.

Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè la sua bellezza insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine.

Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de’ suoi occhi ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con la forma del suo corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato, troppo desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini.

Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile, vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue spalle ne parlassero, piano, ma continuamente. Una specie di oscura gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante sospettoso.

Avrebbe voluto condurla via, per sè solo, in una casa nascosta, in una terra lontana, e là, forse, osare... osare quel grande inconsumabile peccato.

— Dimmi, Arrigo: dove partono i cavalli?

— Non vedi? Partono laggiù.

Erano su la tribuna, ritti, vicini, fra la gente che assiepava. Egli additò verso il fondo della dirittura i nastri abbassati, là dove il giudice di partenza ordinava i competitori.

— Come si chiama il nostro cavallo?

— Dómino.

— Lo abbiamo vincente o piazzato?

— Uno e l’altro.

— Che colori porta?

— Giubba rossa, tracolla nera. È il terzo, vicino allo steccato.

— Dammi il canocchiale.

Per guardare si protese innanzi, afferrandosi al suo braccio.

— Non vuol star fermo, — disse.

— È un cavallo bizzarro: se parte bene vince, se no...

— Sono partiti!... — ella esclamò, stringendo il suo braccio. — Dómino è davanti!

— C’è tempo, — egli fece; e si mise a guardare.

Passarono in gruppo serrato, levando su dal terreno un rimbombo veloce; alla curva si piegarono come un sol corpo su lo steccato.

— Dómino cede, — disse Loretta che li seguiva palpitante.

— No, è tenuto, — rispose Arrigo. — La corsa per lui è ottima.

Si confusero laggiù, tra gli alberi. Ogni tanto, nel folto, un po’ di bianco, di giallo, di rosso, e qualche criniera. Comparvero lontani, all’ultima curva, già distanziati l’un dall’altro, e bassi, appiattiti sul terreno, fra un saettar di scudisci, sbucarono in dirittura.

— Sono tre, mi pare, insieme, — disse Loretta.

— No, Dómino è sempre in testa, ma per poco, — fece Arrigo, attento al canocchiale.

Giungevano. Da la folla si levava qualche clamore, qualche nome indistinto:

— Dómino! Dómino! Canopic! Smallah!....

— Vince! vince! — esclamava Loretta, stringendo nervosamente il braccio del fratello.

Erano alle tribune, in quattro, lottando, vicini. E la folla pareva spingere col suo fiato, con la sua forza, il cavallo per cui parteggiava.

— Smallah!... Smallah!... — fu da più parti un grido.

— Al diavolo! — esclamò Arrigo. — Dómino è battuto.

A pochi metri dal traguardo la piccola morella montata in giubba verde, era scattata fuori, per una corta incollatura, e vinceva.

— Smallah! Smallah! — si urlò da più parti, applaudendo. E nell’aria oscillò quella specie di pausa che segue le prolungate concitazioni, come avvien nel mare dopo l’ondata.

— Che peccato! — fece Loretta. — Hai perduto allora?

— Ho Dómino piazzato e non perdo nulla; ma credevo di vincere.

— Ti secca molto? — ella domandò al fratello, vedendolo un po’ rabbuiato.

— Bah! sono sciocchezze! Andiamo.

Scesero. A piè della scalinata s’incontrarono viso a viso con Rafa. Tutti e tre, per un moto istintivo, rimasero perplessi.

— Addio, Giuliani, — disse Arrigo seccamente.

— Buon giorno, Ferrante, — rispose l’altro, molto impacciato, levandosi il cappello con un saluto cerimonioso. Loretta, ch’era più padrona di sè, gli mandò un rapido sorriso. Arrigo fece atto di proseguir oltre, ma Rafa, superata la prima confusione, mostrò di non volerli abbandonare. Dopo lungo riflettere aveva concluso fra sè che il miglior espediente fosse quello di farsi presentare a Loretta dallo stesso fratello, e ne spiava l’occasione.

— Hai vinto, Arrigo? — gli domandò.

Stava di fronte a loro, fra le due ringhiere della scalinata, ed impediva il passaggio.

— Ho Dómino piazzato, — questi rispose, non potendo farne a meno.

— Ed ora che giuochi? Dammi un buon pronostico.

— Nel Gran Premio ho già presa Arianna: ma voglio coprirmi sul cavallo francese.

— Quale? Fontenay?

— No, Gabriel. Fontenay non può far nulla. Ho visto i galoppi.

Loretta era rimasta un passo lontano, quasi nascosta nel cespo di rose che s’arrampicava su le colonne della tribuna. Disegnava qualche arabesco nella ghiaia con la punta dell’ombrellino ed ascoltava i discorsi dei due con un’aria indifferente.

— Ho inteso dire che Missolungi può vincere, — ella fece d’un tratto, levando il viso, con l’aria più naturale del mondo.

— Vuoi presentarmi a tua sorella? — domandò Rafa, con voce titubante, arrossendo un poco.

Arrigo esitò un attimo, impercettibilmente.