Capitan Riccardo

Part 3

Chapter 33,945 wordsPublic domain

— Domani a mezzanotte — gli disse con voce rapida e sommessa — aprirete con questa chiave, che con le altre tutte mi fu consegnata come era obbligo di suddito fedele, dal padrone del castello, la porticina all’angolo della torre. Salite per la scaletta che dà in una stanza nella quale... troverete la vostra amica.

Egli s’inginocchiò, prese la chiavetta, baciò la mano morbida e bianca che ella gli porgeva, balbettando per l’orgasmo confuse e sommesse parole.

— Sempre se dimani non saremo in mano dei nemici — disse lei sorridendo.

— O Regina — esclamò il giovane — perchè il nemico giunga fino a voi fa d’uopo ch’io sia morto!

— No, colonnello Riccardo. Voi dovete vivere per la vostra Regina e... per la vostra amica.

II.

Quando Riccardo uscì per la stessa porticina onde era entrato e si trovò all’aperto, già l’aurora tingeva di rosa la balza d’oriente. L’aria fresca del mattino lo calmò alquanto, chè in lui era avvenuto un rimescolamento di tutto l’esser suo, tratto così violentemente a nuovi pensieri e a nuove speranze che per lo innanzi non aveva osato nemmeno di vagheggiare. Ricordava con quale convincimento, quantunque molti indizi glielo avessero fatto sorgere, aveva respinto il dubbio che la sua amica di quella notte fosse appunto la Regina; con quale convincimento che non fosse possibile che egli, povero diavolo, avesse avuto una tale sorte. Ora accettava una tale sorte senza chiedere più oltre, risoluto a subirne, qualunque fossero, tutte le conseguenze.

Ma era amore il suo? Non avrebbe saputo dirlo: certo il fascino onde si sentiva compreso aveva dell’amore l’ardenza del desiderio; nonpertanto ben sentiva che non sarebbe stata mai possibile una completa fusione delle loro anime, ben comprendeva che la donna e la regina avrebbero sempre formato due esseri a parte e che egli non avrebbe dovuto mai confonder l’una con l’altra e l’altra con l’una. Ma checchè sentisse il suo cuore, il pensiero ch’egli fosse stato assunto così in alto, che egli avesse avuto la fortuna di un re lo sbalordivano; e come se anche in lui fossero due personalità distinte, l’una quella di un povero avventuriere, l’altra di un predestinato a un avvenire che si confondeva in un mistico miraggio, comprese che di una tale doppia vita avrebbe dovuto vivere ormai, se ella l’avesse di nuovo dimenticato dopo essersi servita di lui per scongiurare il pericolo che la minacciava.

Perocchè quello strano amore aveva anche questo di singolare, che a lui era proibito di chiedere e di volere. Nelle _romanze_ che le vecchie del paesello narravano l’inverno accanto al focolare, così alcuni poveri diavoli erano stati amati dalle fate, che erano lasciati lungo il giorno nella loro miseria e poi la notte, vestiti da principi, in palagi incantati vivevano nelle dolcezze e nelle delizie degli amori; ma guai se avessero osato esprimere un solo desiderio: le fate sarebbero volate via per non tornare mai più.

Nè il giovane aveva mai pensato alla disparità degli anni: come abbiamo già detto, la di lei meravigliosa bellezza non aveva punto subito gli oltraggi del tempo, ed era fresca e giovanile come l’avevan vista i sudditi fedelissimi, ed ammirati da tanto splendore di leggiadria in un giorno di maggio del 1768 in cui ella era entrata a Napoli, giovanetta di sedici anni appena. Per quanto il giovane fosse più intelligente e più colto di quel che non fossero in quei tempi gli uomini della sua condizione, la regalità circondava di tal mistico velo i voluti da Dio a padroni dei popoli che essi nulla avevano di comune con gli altri mortali nella mente di coloro che erano usati a considerare la regalità come una emanazione divina, come la considerava Riccardo che pur sapeva come alle volte la regalità avesse desideri, passioni, voluttà, abbandoni del tutto umani!

La spianata dietro il castello era deserta; il giovane era incerto dove dirigersi per trovar la banda che aveva dovuto giungere coi primi albori, quando vide venire alla sua volta un vecchio che già sapeva ai servigi del duca.

— Per ordine del mio padrone — disse quel vecchio che salutò togliendosi il cappello — gli uomini della vostra banda sono alloggiati nel fienile là in fondo. Per voi e per coloro che m’indicherete ci è una casetta attigua nella quale ho fatto disporre l’occorrente.

Il giovane era distratto: quel vecchio l’aveva fermato presso l’angolo della torre dalla Regina indicata, nella quale vide una porticina di ferro così bassa ed angusta che faceva d’uopo chinarsi quasi carpone per penetrarvi.

— So, so il luogo — rispose Riccardo.

Di un tratto si sovvenne di Vittoria.

— E gli altri uomini qui giunti anche stanotte? — domandò.

— Ah, quelli che hanno a capo una donna vestita da uomo? Gesù, quante ce ne tocca vedere di questi tempi! Li abbiamo alloggiati in un altro fabbricato vicino, con una stanza che lei ha voluto tutta per sè.

— Sta bene, potete andare — disse Riccardo.

Intanto volgeva gli occhi intorno per studiare le posizioni; che ben comprendeva quanto grave fosse il suo compito. Due eran le strade per le quali i Francesi potevano sopraggiungere, ma entrambe per un buon tratto si svolgevano lungo un piano disalberato, luogo ai suoi punto favorevole, non essendo usati di combattere in aperta campagna. Egli però aveva già concepito un piano che avrebbe assicurato la fuga della imprudente Regina. Bisognava con una lunga resistenza attirare tutte le soldatesche del nemico intorno al castello, lasciando una delle bande in agguato nel bosco per accorrere e prendere il nemico tra due fuochi. Sarebbe stato quello il momento favorevole per la fuga delle regale ospite, del duca e della figliuola che avrebbero potuto giungere in breve alla marina di S. Eufemia.

Tutto compreso del compito a lui affidato, aveva distolto il pensiero da ogni altra preoccupazione. Quando giunse al luogo indicato dal vecchio, udì delle voci che riconobbe per quelle di Pietro il Toro e del Magaro.

— Non era proprio questo il tempo di abbandonarci così in balìa della sorte! — diceva il Magaro.

— Taci, scioccone — aveva risposto Pietro il Toro — lo vedrai giungere tra poco. Non doveva informarsi di che si tratta, di ciò che si deve fare?

— Proprio così — disse Riccardo entrando.

Fu accolto da un grido di gioia. Gli uomini tutti merendavano seduti intorno ad alcune tavole cariche di cibi e di grossi fiaschi, ed erano assai contenti.

— Qui staremo ottimamente — esclamò il Ghiro — buon formaggio, buoni salami e buon vino. Evviva il duca di Fagnano!

— Compagni — fece Riccardo con aria grave — mangiate, bevete, riposate; ma non per questo siamo qui. Due compagnie di Francesi marciano contro di noi e per impossessarsi del castello. Pensate che se ciò avviene, se riesce il loro disegno, la nostra rovina è certa. Essi faran del castello una fortezza inespugnabile per noi che non abbiamo artiglieria. Perchè ci han lasciato liberi finora sui nostri monti? Perchè mancavano di un luogo sicuro in cui poter raccogliersi numerosi e far quindi delle sortite contro di noi avendo alle spalle un appoggio ove rifornirsi di viveri e d’onde poter sorvegliare i nostri movimenti. Dunque, compagni, per noi è questione di vita o di morte: se i Francesi s’impadroniranno del castello in breve o i nostri corpi penzoleranno dalle forche o giaceranno preda ai lupi ed alle volpi in fondo ad un burrone.

Tutti avevano smesso di far merenda e ascoltavano cupi in viso le parole del giovane. Solo il Ghiro continuava a mangiare a piene ganasce; pure quando il giovane s’interruppe alzo il capo e con la bocca ancor piena disse:

— Io osservo una cosa, col rispetto dovuto al nostro capo: certi discorsi non dovrebbero farsi e certe cose non dovrebbero dirsi mentre un povero uomo si sta empiendo la pancia!

Uno scroscio di risa accolse le parole del Ghiro che continuando affettare il salame guardava in giro co’ suoi occhietti allegri. Le fronti si rasserenarono, tornò la spensieratezza in quegli uomini che viveano dell’oggi, incuranti del domani.

— Posso aggiungere — disse Riccardo, lieto di veder tornati i suoi all’indifferenza del pericolo — che il duca, in compenso de’ vostri servigi, darà una piastra al giorno a ciascun di voi finchè ogni pericolo non sia scongiurato.

— Evviva, evviva! — esclamarono tutti. — Su, beviamo alla salute del duca e del nostro capitan Riccardo.

— E inoltre — riprese questi — se qualcuno cadrà morto o ferito per la difesa del castello, quando il Re nostro signore sarà tornato sul suo trono, prenderà cura delle vedove e degli orfani.

— Evviva il Re! — gridarono quegli uomini, che si erano alzati in piedi e sollevavano in alto i bicchieri.

Pietro il Toro si era tenuto in disparte; quando il tumulto cessò e gli uomini tornarono intorno alle tavole si accostò a Riccardo.

— Siete stato dunque al castello? — gli chiese.

— Sì: ne torno adesso.

— E non avete inteso niente nel cuore, niente?

— Che vuoi tu dire?

Pietro il Toro guardò il giovane; pareva che lottasse con un suo pensiero il quale stesse per prorompere in parole; pure si contenne.

— Nulla — rispose. — Non è ancor tempo, non è ancor tempo. A proposito: bisogna fare una visita al vecchio Carmine...

— Digli che venga qui. Io non ho tempo. Bisogna provvedere a mettere delle scolte in alto sui colli che dominano le strade. Te ne occuperai tu che non hai pari in questo.

— Me ne occuperò io; ma intanto ci è qui un’altra banda: quella di caporal Vittoria.

— Lo so.

— E un tal servizio dovrebbe essere ripartito.

— Invitala a venire da me.

Pietro il Toro scrollò il capo.

— Vi ricordo che caporal Vittoria è una femmina.

— Che però vale dieci uomini.

— È vero, ma è pur sempre una femmina. Sarebbe meglio andaste voi di persona. Evitiamo discordie!

Il giovane rimase un istante pensoso. Ripugnava a lui dopo ciò che ella gli aveva detto nella notte, dopo ciò che aveva compreso dell’anima di quella donna, di andar da lei. Non voleva alimentar quella passione che non avrebbe potuto dividere e che sarebbe stato un gran pericolo per lui, specialmente adesso. D’altra parte comprendeva che Pietro aveva ragione ben conoscendo l’animo superbo di lei. Era in tale preoccupazione quando una voce dall’uscio disse:

— Si può entrare?

Si rivolse di botto, chè aveva riconosciuto quella voce. Un bel giovanotto vestito di velluto nero, con una fascia rossa che ne cingeva la vita sottile, il cappello a cono di velluto anch’esso, apparve sulla porta. Era armato di pistole e di pugnale e si appoggiava su una carabina dal calcio intarsiato d’argento.

— Caporal Vittoria, caporal Vittoria! — mormorarono gli uomini di Riccardo.

— Su, tutti in piedi! — disse questi voltosi alla sua banda — onoriamo il valore anche in una donna.

— Grazie — rispose Vittoria facendo segno agli uomini di sedere. — Anche i miei attendono a far merenda. Ma bisogna pur pensare al da farsi. So che fra poco il duca c’inviterà al castello. Ma a te, capitan Riccardo, non han dato una stanza?

— E una bella stanza, anche — disse Pietro il Toro — in cui è preparata una buona merenda.

Ella quantunque si sforzasse di mostrarsi tranquilla, pareva inquieta, preoccupata, nè osava di alzar gli occhi in viso a Riccardo, che provava come un malessere vicino a quella donna, della quale assai volentieri sarebbe divenuto l’amico. Non che non ne subisse l’acre fascino, anzi appunto per questo temeva il prolungato contatto con lei. Troppo complessa era la vita del suo cuore, troppe preoccupazioni gli dava la ripresa degli strani rapporti con chi esser doveva per lui da una parte sacra e inviolabile come regina, dall’altra cara e desiderata come amante, perchè osasse impigliarsi in un nuovo Legame. Ed era ben singolare che in lui l’immagine di Alma per quanto cercasse di stornarne il pensiero, persistesse pur sempre nell’anima sua.

— Se volete, farò merenda con voialtri — disse lei di un tratto, rivolgendosi più a Pietro che a Riccardo, pur con un certo sforzo nella voce come se molto le costassero quelle parole.

— Non possiamo offrirvi che quanto ci hanno offerto — rispose Pietro, il quale aveva compreso che la compagnia di Vittoria non riusciva punto gradevole al suo giovine amico.

— Vò innanzi per insegnarvi la via — disse poi, incamminandosi verso una scaletta che saliva alle stanze superiori.

Trovarono imbandita una mensa che per la qualità dei cibi differiva dalle altre in cui sedevano gli uomini delle due bande. Vittoria si era tolto il cappello, e la nera riccioluta capellatura scendeva fin sugli omeri, facendo vieppiù risaltare il sano pallore del viso di lei illuminato da due grandi occhi neri che talvolta balenavano cupi.

— Ho fame — disse poi, affettando una tal quale disinvoltura. — E tu non hai fame, capitan Liccardo?

— Io no — rispose, pur sedendo dirimpetto a lei, mentre Pietro già si era servito di un buon pezzo di carne.

— Bevi almeno...

Prese una bottiglia ed era per mescere il vino nel bicchiere, quando, rimanendo col braccio ripiegato, alzò gli occhi in viso al giovane e gli disse:

— Nelle mie montagne chi accetta a bere del vino, vuol dire che accetta anche l’amicizia di chi glielo offre; e tu accetti la mia, non è vero?

— Perchè ne dubiti? — rispose lui bevendo di un fiato il vino che ella gli porgeva.

Non rispose, ma appariva, per quanto simulasse calma e spensieratezza, che era turbata da un pensiero. Si diede a mangiare in silenzio; poi con aria sbadata, come se non desse importanza alcuna alle parole:

— Credi tu — disse — che, dopo giunta la mia banda sia andata a riposare del lungo cammino? Mancava un’ora all’alba, mi ammantellai e me ne andai gironzando intorno al castello. Ci era una finestra illuminata sulla torre innanzi lo spiazzo. Attraverso i vetri vidi due ombre, quella di un uomo e quella di una donna. Poi era già l’alba allorchè tu uscisti. Chi era quella donna?

— Non la conosco — rispose lui impallidendo.

— Non la conosci? Via, per quanto io oramai sappia più come si carica un fucile e come si tende un agguato, non sono così inesperta di certe cose da non comprendere che una donna non riceve di notte un uomo nelle sue stanze senza che quest’uomo almeno la conosca. Ed è anche una bellissima donna.

— Che ne sai tu? — gridò il giovane.

— Eh, via, non andare in collera! Non sono un uomo, per poter suscitare la tua gelosia! Lo so perchè stetti colà in agguato con gli occhi a quella finestra, finchè lei non comparve. Fu un istante, ma mi bastò. La riconoscerei fra mille, anche fra venti anni. Sai tu a chi somiglia, lo sai tu?

— A chi? — chiese lui trasalendo.

— Alla Regina, proprio a S. M. la Regina. A casa mia avevamo due bei ritratti del Re e della Regina, chè mio padre era sindaco e li aveva avuti in dono per metterli nella sala del Decurionato.

Egli la fissava per leggerle in viso se le fosse balenato un qualche sospetto circa quella rassomiglianza, ma si rassicurò almeno in questo poichè ella proseguì:

— Ed ho visto anche la figliuola del duca; ah, che bella creatura! Sai, ero così anch’io prima che il destino avesse fatto di me... quel ne ha fatto. Tu, se la mala sorte non mi avesse messo del veleno nel sangue, tu non avresti osato di alzare gli occhi su me, ed anche io ora mi chiamerei con un bel titolo di baronessa o di marchesa. Ero una bella ragazza e portavo in dote ben ventimila ducati ed ero figlia di signori assai potenti. Ora sono a capo di una banda di...

— Di fedeli sudditi di S. M. il Re che combattono in difesa di diritti concessi da Dio.

Ella piegò il capo, mescè del vino in un bicchiere e lo bevve.

— Diciamo pur così... Non voglio contradirti — rispose, con un amaro sorriso.

Pietro il Toro comprese che quel discorso non riusciva piacevole al suo amico, onde volle venire in suo aiuto.

— Bisogna intenderci — disse — sul come disporre le scolte. Noi intanto perdiamo il tempo in discorsi e se i Francesi sopraggiungono non sarà coi discorsi che salveremo la vita.

— Il tuo caporale parla arditamente — osservò Vittoria con aria sdegnosa. — A nessuno dei miei ho permesso mai d’interrompermi.

— Perchè — rispose Pietro il Toro piccato — fra i vostri uomini non ce n’è nessuno che abbia preso fin dall’infanzia cura di voi; nessuno che vi abbia visto venir su con la tenerezza di un padre; nessuno che abbia arrischiato la vita per salvare la vostra.

— È vero: non ho avuto mai nessuno che mi amasse così.

Il bel viso si era rabbuiato e gli occhi le si erano velati di malinconia.

— Andiamo, andiamo — esclamò poi come se avesse inteso vergogna di quella tristezza — Pietro il Toro ha ragione. Io metto i miei uomini ai tuoi ordini, Pietro, poichè il tuo capo si è rifiutato di prender lui il comando. Va in mio nome e scegli coloro che ti sembrano i più svelti e i più avveduti. Intanto so che il duca fra breve ci chiamerà a consiglio. Si aspettano altre bande perchè pare che l’affare sia serio e che tutte le vie sieno battute dal nemico; e noi siamo ben pochi.

— Pochi no; con la tua e la mia banda e con gli armigeri del duca ammontiamo a centoventi uomini ben capaci di tenere a bada il nemico...

— Finchè _essa_ non sarà al sicuro!... — disse lei sbadatamente.

Sapeva dunque qualcosa? Aveva indovinato? A chi si riferiva quell’_essa_ detto con affettata semplicità? Eran queste le dimande che Riccardo si rivolgeva pure sforzandosi a non far trasparire dal volto il suo pensiero.

— Vado dunque — disse Pietro alzandosi e avviandosi verso la porta.

Rimasti soli, sì l’uno che l’altra sentivano l’imbarazzo della loro reciproca situazione. Lui al certo più chiaramente le leggeva nell’anima, mentre ella sentiva un mistero nel contegno del giovane.

Ella si alzò e appressandosi a lui gli mise una mano sul braccio.

— Noi dunque — gli disse con voce diversa dall’ordinaria, tanto era dolce — combatteremo l’uno a fianco dell’altro. È stato questo il mio desiderio ardente anche allorchè credevo che non ti avrei mai più riveduto. Ebbene, vuoi essere il mio fratello d’armi, come un tempo si diceva? Vedi che serbo ancora qualche ricordo dei libri che leggevo a casa...

E disse ciò sorridendo amaramente.

— Sì — rispose lui commosso — sì, sarò il tuo fratello d’armi.

— Non temere, non temere: non ti chiederò il tuo segreto. Comprendo che ne hai uno che spiega tutto, spiega tutto e perciò vedi che non te ne voglio. Però penso che se ci fossimo incontrati... e se tu fossi stato quale io... ti avrei voluto, di che non saremmo stati capaci noi due! Ma il destino ha voluto così! Io ci credo al destino, e tu?

— Anche io — rispose lui gravemente.

— Senti dunque... Se mai difendendo il castello e... e le persone che vi son dentro io dovessi cader ferita... se morrò in sul colpo non voglio da te che un bacio, solo un bacio sulla fronte, ma se cadrò ferita promettimi che mi ucciderai, perchè non voglio, intendi? non voglio cader viva in mano di quella gente... Avrei chiesto un tal servigio ad uno della mia banda, ma mi sarà ben dolce di morire per la tua mano... Me lo prometti?

— Te lo prometto.

— Se cadrò prigioniera, ci ho già pensato. Catturammo un povero diavolo di farmacista e pel suo riscatto non volli che del veleno, un potente veleno che conservo in questa fiala.

E in ciò dire mostrò al giovane una fiala d’oro.

— L’ho sperimentato, sta sicuro: uccide in men di un _amen_; l’ho sperimentato su un povero cane ferito; girò tre volte su se stesso poi cadde come fulminato. Ah, un’altra cosa... Se morrò, mi trarrai dal collo una catenina che ha sempre portata meco. Me la diede mia nonna, l’unico essere che mi abbia veramente amato in questo mondo... e la terrai per mio ricordo.

— Sei ben triste tu; perchè sei così triste? — disse Riccardo che si sentiva compreso da una grande tenerezza per quella giovane donna la quale gli si rivelava tanto diversa della sua fama — Non è certo la prima volta questa che ti sei accinta a combattere. La tua fama è sparsa dovunque e il nome della tua banda desta il terrore nei nostri nemici.

— È vero, è vero. Al _Passo del gatto_ eravamo in venti contro ben centocinquanta Francesi; noi però eravamo sull’altura appostati dietro i castagni del colle e combattemmo per tutta una giornata, finchè rimanemmo solo in cinque; ed io andavo carponi raccogliendo le munizioni dei morti. Ed ero così allegra, mentre intorno a me gemevano i feriti, e giù in fondo vedevo mucchi di cadaveri che i colpi della mia carabina facevan divenire sempre più grandi. Eppure ero stata così lieta e tranquilla aspettando i soldati, nè alcun pensiero di morte mi passò pel cuore. Quando assaltammo Soriano, mi divertivo nel tirare al bersaglio alla chierca di quei monaci grassi e grossi che avevan fatto comunella coi nostri nemici: e nel bosco di Rosarno io sola credo di averne uccisi più di dieci di cotesti stranieri, e prima e poi ero allegra come un fringuello. Ora invece, non so perchè, non so perchè, sento come una tristezza. Credi tu che sia paura, credi tu che sia paura?

E lo guardava con gli occhi scintillanti mentre con mano vigorosa ne stringeva le braccia.

— Chi oserebbe supporlo? — rispose lui.

— È dunque inesplicabile questa mia tristezza. La morte non mi spaventa: infine, tanto qui che colà... Del resto, ho la tua promessa che manterrai non è vero, che manterrai!

— Sì — rispose Riccardo — se prima di te non sarò io costretto a chiederti un tal servigio.

In questo s’intese un calpestio su per la scaletta: poco dopo comparve il vecchio che la mattina aveva additato a Riccardo il luogo in cui avrebbe trovato la banda.

— Il signor duca vi aspetta nel castello — disse volgendosi ai due capibanda.

— Ed ora — fece lei gaiamente — assumiamo l’aspetto di comandanti d’esercito ed andiamo al Consiglio di guerra.

Uscirono sullo spiazzale che era tutto deserto, come deserte erano le campagne, chè l’arrivo delle banche e la voce dell’imminente sopraggiungere dei Francesi avevan fatto fuggire gli abitanti i quali prevedevano quali danni avrebbe arrecato a loro l’urto delle due fazioni. Anche il paesello che biancheggiava in fondo pareva sentisse l’appressarsi della tempesta: le case dei benestanti eran chiuse, e i poveri che non avevan potuto altrove rifugiarsi, se ne stavano accovacciati nei loro tuguri, non osando uscir fuori in busca di che sostentarsi. Finallora quel luogo era rimasto immune dai danni della guerra, chè la banda di capitan Riccardo se n’era tenuta lontana per risparmiare appunto al paesello gli orrori di uno scontro il quale, qualunque ne fosse la sorte, riusciva sempre

[riga mancante nell’originale]

che essa fra poco sarebbe stato il teatro di una lotta sanguinosa forse anzi ne sarebbe divenuto il centro.

L’istesso vecchietto li aspettava innanzi al gran cortile per le cui diverse scale si saliva agli appartamenti. Tutti gli armigeri del duca vi si erano raccolti e bisbigliavano tra loro come per comunicarsi gravi notizie. A tutti pareva ben strana quella risoluzione del loro signore di opporsi ai Francesi: è vero che egli apparteneva alla Corte dei Borboni e che si era con essi rifugiato in Sicilia. Ma poichè non si era opposto al nuovo governo, i suoi beni erano stati rispettati, nè i Francesi erano apparsi in quelle contrade che per fare vani tentativi contro la banda di capitan Riccardo. Perchè dunque con una resistenza di cui non si comprendeva l’utilità esporre tanta povera gente non solo ai rischi di una difesa che non avrebbe potuto durare a lungo ed alle crudeli rappresaglie che ne sarebbero derivate?

Eran questi i discorsi che bisbigliavano tra gli armigeri e i guardiani del duca. Pure era tanta la tradizionale riverenza ai voleri di lui, era tanto il timore che incuteva il suo nome che nessuno aveva osato rifiutarsi. Era nella coscienza di tutti che presto o tardi i Borboni sarebbero tornati nel loro regno, e di quale vendetta non sarebbe stato capace il loro signore e padrone contro chi si fosse rifiutato di accorrere in sua difesa?