Capitan Riccardo

Part 4

Chapter 44,000 wordsPublic domain

— Siamo tra l’incudine ed il martello — diceva un vecchio guardiano che portava ad armacollo un arrugginito fucile. — Da venti anni avevo messo in un canto questa vecchia carabina ed ora ho dovuto riprenderla. Tra l’incudine ed il martello, ripeto. Se buscherò una palla in fronte chi penserà a mia moglie e ai miei figli? Ed anche che ne esca vivo, non sarò appiccato come una carogna?

— Sì, ma se ti rifiutavi, quando il duca tornerà col Re, e non passerà molto tempo, non saresti stato impiccato lo stesso?

— E perciò dico che siamo tra l’incudine e il martello.

— Io osservo però — disse un giovane contadino dagli occhi arditi, sulla cui folta capellatura posava a sghembo il cappello a cono — che dei due mali devesi scegliere il minore; io scelgo quello che mi impone il dovere checchè accada. Se non difendiamo noi il Re, che è il padrone dattoci da Dio, chi lo difenderebbe? E col Re non difendiamo le nostre case, le nostre famiglie, le nostre chiese nelle quali questi eretici maledetti, come dice il parroco, fanno le più brutte cose?

— Tu temi per la tua giovane e bella moglie — disse uno degli armigeri — perchè sai che ai francesi piacciono le pollastrelle.

Il giovane ebbe un lampo d’ira negli occhi.

— Io ci ho palle e ci ho polvere per custodirla, e non sono un gallo da farsela fare sul muso. Parlo così perchè così sento; sono i vigliacchi... non dico per te, massaro Biase: tu sei vecchio e i vecchi tengono alla vita assai più dei giovani... sono i vigliacchi che esitano quando si tratta di difendere la propria casa e la propria religione...

— Sì, ma voi non pensate ad un guaio più grosso — aggiunse il vecchio Biase guardandosi intorno e parlando vieppiù sommesso — che ci si accumuna coi... coi briganti? Pei francesi non sono che briganti coloro i quali scorazzano pei nostri monti con le armi in pugno...

— Come eran briganti i repubblicani per noi all’epoca del Cardinale — disse un armigero che aveva fatto parte delle bande sanfediste. — Per briganti li fucilavamo.

— E dunque?

— E dunque, poichè siamo nati incudine bisogna pur subire i colpi di chi è martello. Ora è martello per noi tanto il Re legittimo quanto quello che si dice sia ora seduto sul trono di Napoli. Rispondo adesso ad Angiolino — e in così dire si rivolse al giovane dal cappello a sghembo — che i vigliacchi son coloro che arretrano innanzi alle bocche delle carabine, non coloro che disputano sul perchè si debba esporre la vita. Quando il sangue sale agli occhi, allora non si pensa più nè al come nè al perchè, e si uccide finchè non si resta ucciso.

— Ebbene, volete vi dica perchè il duca che avrebbe potuto fuggire magari travestito, ha deciso di difendersi, volete ve lo dica?

— Sì, sì, tanto più che forse l’ho ben compreso anch’io.

— Per quella signora amica di sua figlia.

— Lo credo anch’io.

— Che dev’essere un pezzo grosso.

— Io so ch’è un’assai bella femmina, alla quale il duca bacia la mano, come farebbe col parroco e col vescovo.

— L’hai visto tu?

— L’ho visto coi miei occhi. Io finora sapevo che la mano si bacia soltanto ai frati ed ai sacerdoti... Ma zitto, zitto: ecco capitan Riccardo con... con... Diavolo, ma quella lì è una bella femmina!...

— Non lo sapevi? Una femmina di cui si contano cose terribili. Se volesse darmi un bacio io direi di no, quantunque sia così bella... temerei che invece di un bacio mi desse un morso...

In questo, preceduti dal vecchio familiare del duca, entrarono nel cortile i due capibanda. Tacque il bisbiglio e gli occhi si rivolsero curiosi sui due giovani, bea noti per la loro fama. I quali, salendo una scaletta, furono in breve innanzi a una porta guardata da due valletti in livrea simile a quella che Riccardo aveva già visto la notte precedente.

— Il duca vi attende — disse uno dei valletti aprendo la porta e facendosi da parte.

Il duca sedeva innanzi a uno scrittoio ingombro di carte. Dietro a lui scendeva una cortina di seta che impediva si vedesse nell’attiguo gabinetto verso cui furono attratti gli occhi di Riccardo che innanzi a colui il quale nella riunione dei capobanda era intervenuto per mandare a monte l’elezione di un capo supremo, non seppe trattenere un certo senso di disdegno che gli si dipinse nell’aperta e franca fisonomia. Il duca pareva preoccupato; poi, vedendo entrare Vittoria, sorrise e le si rivolse dicendo:

— Si tratta di rendermi ora un servigio assai più importante dell’altra volta. Allora si trattava della mia vita; ora si tratta di quella di mia figlia e... della sua amica.

In ciò dire volse lo sguardo al giovane, il quale comprese che il duca sapeva essere stato lui la notte innanzi ricevuto dalla Regina.

— Il nostro mestiere è appunto di rendere cotesti servigi — rispose lei — e purchè non ci se ne chieggano degli altri...

Il duca arrossì, ben comprendendo l’allusione, ma si rimise tosto e continuò:

— Comprenderete che non mi lusingo punto di riuscir vittoriosi. Noi commettemmo una grande imprudenza qui venendo ingannati da coloro che dicevano trionfante in questa provincia l’insurrezione. Sperammo darle maggior vigore con la nostra presenza e renderla vittoriosa anche nelle altre. Potemmo giungere fin qui senza destar sospetti, ma pare che la nostra partenza dalla Sicilia sia stata denunciata dalle spie che ivi hanno assoldato i francesi, e che si sospetti il vero, cioè esser noi qui rifugiati. Ora, che bisogna fare? Io so il vostro piano — e in così dire si volse a Riccardo — e l’approvo. Che ne dite voi?

— L’approvo anch’io — rispose Vittoria a cui era diretta tale domanda — quantunque l’ignori. Io non voglio sapere altro che il dove e il quando si dovran menare le mani.

— A noi bisogna che il nemico accorra qui con tutte le sue forze onde lasci libera la strada che mena al mare.

Mentre il duca parlava Riccardo teneva fisso lo sguardo sulla cortina che aveva visto muoversi, onde era sicuro che qualcuno vi fosse dietro. Chi mai poteva essere se non la Regina? Vittoria aveva seguito lo sguardo del giovane e fissava anche lei il punto da lui fissato mentre si mordicchiava le labbra e fiamme d’ira le si accendevano nello sguardo.

— So — continuò il duca — che esso si avanza per tutte le vie e con esso viene anche un commissario civile con le più ampie facoltà; ciò che mi fa credere ben fondati i miei sospetti. Tocca a voi disporre i vostri uomini perchè la difesa possa protrarsi a lungo; a me di preparare la fuga e di carpire il momento propizio. Di più vorrei dirvi, ma chi comanda qui non sono io: io non posso che invidiar voi chiamati a rendere un così gran servigio alla causa regale; il vostro nome resterà memorabile nella storia di questa guerra e desterà una nobile invidia nei cuori più fedeli e più devoti. Nulla vi prometto, chè il vostro servigio è superiore ad ogni premio, ma Colei la cui semplice lode sarebbe per un cuor generoso il premio più ambito, saprà un giorno spander su voi la sua grazia.

In questo la cortina, tratta da una bianca mano, si aprì e nel vano della porta comparve la Regina.

— E la sua riconoscenza! — disse con voce grave.

Il duca si rivolse con un gesto di sorpresa e insieme di dispetto; ma l’abitudine cortigiana lo vinse e dissimulando fece un profondo inchino e si trasse in disparte. Riccardo e Vittoria si erano alzati e si tenevano muti ed immobili; però nessuna sorpresa si leggeva nel volto di Vittoria, come se a lei già fosse nota la presenza in quella casa di Sua Maestà.

— Sì, la riconoscenza — riprese lei. — Lo so, signor duca, che in cuor vostro mi rimproverate il mio intervento, ma ho ubbidito a un impulso che non ho saputo dominare. Perchè nascondere la mia presenza qui a questi due cuori valorosi e fedeli che si apprestano a sacrificar la loro vita per la nostra salvezza? Si può ben venir meno al convenzionalismo della Corte allorchè si tratta di esser riconoscenti con chi è disposto a morir per noi!

— È questo il dovere di ogni suddito fedele — disse il duca.

— Sì, ma ai tempi che corrono non è da tutti inteso: ora noi se sapremo, quando Dio vorrà, punire coloro che ci si ribellarono, e quindi si ribellarono a Dio che ci diede il regno — e qui i suoi occhi si accesero di ferocia — sappiamo premiare coloro che nello infortunio si serbarono fedeli. Duca, coprite col nome di questo giovane un brevetto di colonnello che Sua Maestà il Re ha firmato in bianco.

— Ma... — fece il duca.

— Così voglio! — esclamò lei con un’occhiata tanto fiera che il duca piegò la testa, e fattosi allo scrittoio prese un foglio che riempì e che poi porse alla Regina.

— Ed ora — disse questa porgendo al giovane il brevetto — nessuno vi contesterà il diritto di portare il titolo del vostro grado, che avete conquistato con le vostre eroiche imprese. Il grado che vi è conferito è il premio del Re; ora eccovi il premio della Regina.

E sciogliendosi un ricco nastro dal seno lo porse al giovane inginocchiato.

— Alzatevi, colonnello, e che Iddio vegli su voi e sui sudditi al par di voi fedeli e valorosi.

Durante tale scena Vittoria e il duca si erano tenuti immobili, compresi da un sentimento diverso, ma per entrambi assai amaro. Il duca sentiva istintivamente una certa repulsione per quel giovane che sapeva essere un trovatello di quei dintorni, la cui fortuna gli metteva nell’anima un livore del quale non avrebbe ben saputo dire la causa, se non fosse perchè era figlio della gente a lui soggetta. Si sa che da noi il proprio compaesano si odia assai più che lo straniero, e che la fortuna di persona che ci è legata per rapporti o di patria o di amicizia, o di semplice conoscenza fa assai più invidia della fortuna che tocchi a persona la quale non abbia con noi alcun rapporto. Sapeva inoltre che la notte innanzi quel giovane era stato ricevuto dalla Regina, la quale s’era intrattenuta circa due ore con lui, e vagamente aveva inteso discorrere di una certa avventura in Napoli della Regina con uno dei capibanda invitati da lei ad una riunione: tutto questo lo irritava e gli produceva un sordo risentimento per l’ostinatezza ad avventurarsi in quel viaggio del quale su lui sarebbe ricaduta tutta la enorme responsabilità se mai alcun sinistro fosse accaduto alla Regina, e che in ogni modo gli sarebbe costata la confisca di tutti i suoi beni fin allora rispettati dai francesi. Ah, gli costava ben caro il favore ottenuto della successione al titolo ed ai feudi di suo fratello, per la quale non si era andati tanto pel sottile e si era chiuso un occhio sulla illegalità dell’investitura!

Vittoria invece da un ben altro sentimento aveva stretto il cuore. A lei non era sfuggito con quale ardore di passione la Regina contemplava capitan Riccardo; a lei non era sfuggito che rapporti più intimi intercedevano tra il giovane e la superba figlia di un’imperatrice. Quantunque avesse ben compreso che dal giovane non poteva ottenere che un’affettuosa amicizia, pure il vedere a sè dinanzi la donna che le contendeva l’amore di Riccardo le produceva un’angoscia ineffabile. Non era la Regina per lei, era la rivale, e tutta la selvaggia passione che il giovane le aveva suscitato le fremeva nel cuore e le ardeva vieppiù nel sangue.

Carolina d’Austria intanto, capace d’intendere i cuori dal viso e che di nulla si maravigliava di ciò che era un effetto delle umane passioni, ben sapendo che ci è da aspettarsi anche le più strane e insieme le più nuove cose dall’incontro di due cuori e di due giovinezze, guardava con una certa diffidenza quella donna della quale non ignorava l’indole e i casi. Pure le si rivolse con un benevole sorriso, chè nessuno più di lei sapeva dissimulare gli affetti dell’anima.

— Noi sappiamo — disse — di quale eroico ardimento, di quanto virile coraggio siete capace voi che, unica del vostro sesso, avete preso le armi per difendere il buon diritto. Già da gran tempo avevamo in animo di premiare la vostra fedeltà e di attestarvi la nostra benevolenza. Accettate questa catena che porterete in ricordo della vostra Sovrana.

E in ciò dire si staccò dal collo un laccio d’oro che avevan nel mezzo un medaglione contesto di gemme e lo porse alla giovane donna che lo ricevette in silenzio e senza genuflettersi come era obbligo di ogni suddito fedele.

La Regina ne parve punta; poi un sorriso di disdegno ne sfiorò il labbro superbo, fece un cenno della mano, volse una fredda occhiata a Riccardo e disparve dietro la cortina che ricadde non così prestamente che il giovane non vedesse la malinconica e pensosa figura di Alma allora allora entrata nella camera attigua.

— Io non ho più nulla ai dirvi — fece il duca dopo un istante di silenzio e volgendosi a Vittoria. — Sua Maestà, con quell’audacia che è nella sua natura leonina ha voluto concedervi un onore che renderebbe superbo un principe. Nell’interesse di lei, per non compromettere la sua salvezza, se ella non vi ha raccomandato di serbare il segreto su quel che avete visto ed inteso, ve lo raccomando io che mi do maggior conto dei pericoli cui andremmo incontro se si propalasse il segreto della sua presenza qui.

— Io ho ben altro pel capo che di pettegolare! — rispose Vittoria con accento altezzoso.

Riccardo taceva, ma avendo ben compreso di non esser punto nelle grazie del duca, aveva assunto un’aria di fierezza provocante.

— Non dico per voi — proseguì il duca — ma questo giovane potrebbe esser tentato di farsi bello del grado ottenuto senza aver fatto nulla ancora per meritarlo e...

Riccardo ebbe un lampo di sdegno negli occhi; con un fiero gesto mise in capo il cappello e facendo un passo si piantò innanzi al duca.

— Sappiate, signor duca di Fagnano — gridò — che io a capo della mia banda sono ben più di un colonnello, che io non venni da me qui, ne fui pregato da voi; nè per voi sarei venuto e sarei disposto a rischiare la mia vita per salvare la vostra del tutto inutile. Nè vi venga in mente di darmi alcun ordine, che io ne ricevo solo da Sua Maestà la Regina, intendete? Ed ora, addio!...

Il duca aveva retroceduto, livido in viso.

— Ma io... — balbettò.

— Ma voi sappiate che i miei uomini non riconoscono per nemico che il mio nemico, qualunque esso sia!

— Ben detto, colonnello, ben detto! — esclamò Vittoria, contemplando il giovane con occhi pregni di amore e insieme di ammirazione. Poi voltasi al duca:

— Ma, dite un po’, credete d’aver che fare coi rammolliti della Corte, voi? Io vi sarei saltata addosso se aveste osato di rivolgere a me quelle vostre stupide parole.

E poichè Riccardo aveva preso già la via dell’uscio, lo raggiunse e scese con lui le scale, lasciando il duca che stringeva i pugni per la rabbia mentre mormorava:

— Ah, dover sopportare le insolenze di simile gente che un tempo offriva il groppone alle mie scudisciate! Ma mi vendicherò di quel maledetto bastardo, mi vendicherò, ed anche di lei, di lei che mi ha imposto il suo capriccio!

III.

Per tutto il giorno Riccardo e Vittoria, coadiuvati da Pietro il Toro, avevan disposto le due bande per la difesa del castello lasciando una parte di esse sotto il comando di quest’ultimo nascosta nelle casucce attigue al fienile che avrebbe dovuto prendere i francesi alle spalle quando questi fossero impegnati nell’assalto del castello. Nessuno doveva mostrarsi al di fuori e perciò i luoghi scelti per la difesa erano stati ben provveduti di vettovaglie e di munizioni. Per tutte le vie e i sentieri che dai monti sbuccavano nella vallata il duca aveva mandato delle spie che appena scorto il nemico avrebbero dovuto far ritorno a briglia sciolta per darne a lui l’avviso. Sapeva bene che se qualche sinistro fosse capitato alla Regina il responsabile non solo verso il Re, ma anche innanzi alle Corti straniere come innanzi a tutti che combattevano pel buon diritto sarebbe stato lui, e lui anche causa del disastro.

E quale maggior disastro della cattura di lei, o se lei rimanesse ferita in uno scontro? Avrebbe dovuto opporsi, è vero, al rischioso tentativo voluto dalla Regina, cui anche il Re e i Principi si erano opposti sulle prime; ma trasportato dalla superbia e per non menomare il suo credito in quella Corte nella quale sperava di salire ai più alti gradi, non aveva voluto confessare che lontano dalle sue terre il suo prestigio si fosse affievolito. I grandi signori che col Re erano fuggiti in Sicilia, mentre i loro vassalli e gli abitanti dei loro fondi si battevano contro l’invasore per un proprio sentimento d’indipendenza, facevan credere che fossero essi a tener viva quella guerra e trovavano il loro tornaconto ad esagerare e ad inventare notizie di vittorie sulle armi francesi. Quei signori non solo lavoravano pel presente ma più per l’avvenire, presentendo prossima una restaurazione.

Il duca di Fagnano, più avido e più ambizioso di tutti, e che aveva sue segrete ragioni per tenersi nel favore del Re e della Regina, se si fosse rifiutato di accompagnarla temeva che altri si offerisse in sua vece, e se, come si faceva credere, quantunque egli ne dubitasse, il viaggio della Regina avesse avuto un trionfale risultato pari a quello del Cardinale, il suo rivale ne avrebbe raccolto i frutti. Bisognava dunque affrontare i rischi che in ogni modo, qualunque fosse stato l’esito, avrebbe pur sempre fatte valere. Solo ebbe una certa titubanza allorchè la Regina fidente; ma come rifiutare un tanto onore che vieppiù accresceva il suo credito e il suo prestigio nella Corte?

Ora, che avrebbe detto i suoi rivali nel favore del Re se alla Regina fosse capitato un sinistro il quale chissà quante gravi conseguenze avrebbe potuto addurre nella politica? Non sarebbe stato anche la sua rovina? E i suoi nemici, perchè ne aveva moltissimi a Corte, non avrebbero di nuovo messo in campo certe voci sul conto suo intorno alla illegittimità dei suoi diritti al titolo ed ai feudi del fratello? E per questo, quando si vide alle strette, quando seppe che i Francesi avevano avuto sentore della loro discesa in Calabria, egli concepì il piano di attirarli nel suo castello onde le due uniche strade che portavano alla marina di S. Eufemia fossero sgombre di essi; perciò, quantunque sdegnasse un tale aiuto, quantunque, come abbiam detto, sentisse un odio istintivo pel capitan Riccardo, la cui banda era più vicina delle altre, fu costretto a chiedergli che accorresse in suo soccorso. Impegnato il combattimento, per una via sotterranea avrebbe posto in salvo la Regina e la sua figliuola con gli altri famigliari venuti con essi dalla Sicilia; e già di là dal colle, nel punto in cui s’apriva la sotterranea via, aveva mandato per attenderli una lettiga, con alcuni cavalli.

Nell’uscire dal castello i due giovani avevano camminato un pezzo in silenzio. Poi Vittoria si era fermata e trattenendo per un braccio il compagno gli disse:

— Ho una cosa da darti.

— Che cosa? — chiese lui.

— Questa collana. Non so che farne io. Io non porto di cotesti gingilli.

— È un premio pei tuoi servigi! — rispose lui evitando di guardarla.

— I miei servigi? O che li rendo a lei io? O che per lei rischierei la pelle? E se io muoio, a quella lì importerà tanto quanto importa a me dello agnello che ho mangiato stamane!

— Stanotte parevi così lieta delle lodi che aveva fatto di te la Regina e del dono che ti avrebbe mandato!

— Ah, sì, stanotte!... Ma, sai bene, in una notte, questa che abbiamo in noi, anima o... vattelappesca, può ben mutare! Eppoi, vuoi che te la dica? Credevo che le regine fossero diverse da noi, invece... son come noi... se non peggio. Però ha del sangue nelle vene, fors’anco avvelenato come il mio. Se quella lì avesse potuto, sarebbe stata un capobanda al par di me... e... e non avrebbe rifiutato gli amanti quella lì. Dunque, la vuoi questa catena?

Egli si fermò, grave e scuro in viso, fissando la donna con occhi severi.

— Senti, Vittoria — le disse infine — io ti amo come un buon fratello. Attraverso uno strato che dicono di malvagità e di ferocia dovuto alle sventure della tua vita che hanno inacerbito la tua natura, io scorgo un’anima che sarebbe stata salda, forte, potente nel bene: se sei uomo nelle azioni sei rimasta donna nei sentimenti. Ebbene, non parlar così della tua e della mia Regina. Anch’essa è un’anima inacerbita dalle sventure, travolta dalla tempesta.

— Tu l’ami dunque! — disse lei, fissando alla sua volta il giovane.

— Pensa che ella è nata su uno dei troni più eccelsi e che ha diritto di vita e di morte sugli altri uomini, pensa che ora è qui, sola, fuggiasca, minacciata da un nemico che, come ho inteso dire, ha tagliato la testa alla sorella di lei, un’altra potente regina; pensa che si è affidata a noi, alla nostra lealtà, pure essendo noi a suo confronto dei miserabili che non avremmo avuto neanche il diritto di alzar gli occhi fino alle sue ginocchia. Che se queste mie parole non ti fan rimordere delle tue parole, se tu non intendi difenderla o la difenderai fiaccamente... lungi, lungi da me il pensiero che tu voglia tradirla... ebbene va, parti coi tuoi. Resterò io solo a difenderla, io solo a proteggerne la fuga, io solo a salvarla!

— L’ami tu dunque? — ripetè lei.

— Che mi chiedi, che mi chiedi! Non lo so, anzi no, non l’amo, ecco, non l’amo. Un tal sentimento non è possibile, non è naturale tra un uomo come me e... una donna come lei. Ma essa è la mia Regina, intendi? essa si è affidata a me, ed anche se sapessi che, tornata sul trono, si dimenticasse di me, come si dimentica la fonte in cui, arsi dalla sete, ci dissetammo, io... io morrei volentieri per difenderla e per salvarla.

— Come ti amerebbe, se non ti ama, se sentisse le tue parole; come ti amerebbe, se non ti ama, se vedesse il tuo sguardo! — mormorò Vittoria.

Poi, riacquistando il predominio su sè stessa, imponendo al suo volto di dissimulare la sorda angoscia dell’anima, con accento grave pressochè solenne, soggiunse:

— Ove sarai tu sarò io, per lei o per te, non so, ma io la difenderò come tu la difenderai.

— Grazie — disse Riccardo che rivolse alla giovane donna uno sguardo di profonda riconoscenza. — Ed ora separiamoci. Ciascuno attenda al dovere che ci incombe.

— Sì — rispose lei — sì, separiamoci... è meglio, è meglio così. Se dovremo combattere e tu avrai bisogno di me, chiamami, chè anche in mezzo alla mischia più feroce io sentirò il tuo grido.

Ciò detto si allontanò a gran passi. Il giovane la seguì un buon tratto con gli occhi, poi mormorò con un sospiro:

— È forse quello l’amore, è forse quella la passione, che io vo’ cercando altrove!...

No, lui lo sapeva: non era quello, come non era il fascino che l’avvinceva alla Regina: era un altro l’amore, puro, semplice, spoglio di ogni interesse, senza i brividi del desiderio, e senza le lusinghe dell’ambizione, che nell’anima sua era un’idea vaga, un sentimento nebbioso, nel quale si delineava la siderale figura di Alma.

Intanto la notte era discesa e un silenzio profondo incombeva per la campagna. Pareva che il luogo fosse del tutto deserto, che vuote fossero le case, inabitato il castello. Pure in quel silenzio gli uomini delle bande vegliavano con in pugno le carabine, le orecchie tese e gli occhi alle feritoie.

Riccardo si era chiuso con essi nell’ala del castello che guardava la via donde i Francesi sarebbero giunti. Si era rincantucciato in un angolo e pel cuore gli passavano le ore che lentamente l’avvicinavano a quella segnata, verso la quale si tendeva tutto l’esser suo. L’orologio del castello vibrava gli squilli ch’ei sentiva ripercuotersi nell’animo, mentre il cuore gli si stringeva per una dolorosa preoccupazione che il nemico assalisse il castello in quell’ora, che ella di nuovo fuggisse lontano da lui come si era tenuta lontano per tutto un anno!