Part 2
Ma doveva egli abbandonarsi a tal fascino? Quale abisso si sarebbe spalancato ai suoi piedi se avesse ceduto, se volgendosi avesse toccato con la sua la bocca di quella donna, il cui fiato gli bruciava le carni? Ora che di nuovo la mano della sconosciuta si era a lui distesa, ora che di nuovo vedeva attraverso lo spiraglio delle tenebre nelle quali fin allora era stato avvolto una striscia di luce, doveva ubbidendo a un volgare istinto darsi in balia di una donna che l’avrebbe trascinato nella sua rovina?
E non solo dall’ambizione era trattenuto, dall’ambizione rappresentata dalla sconosciuta che dopo un anno di oblio di nuovo lo chiamava a sè, ma da una immagine bianca e luminosa che vedeva a sè dinanzi delinearsi nelle tenebre che aveva gli occhi dolci e il mite sorriso di Alma.
Onde egli spronava a furia il cavallo,: come per fuggire alla tentazione che portava in groppa.
— Perchè sproni così, perchè sproni così? — gli diceva quella donna, vieppiù vieppiù avvinghiandosi a lui.
Egli non rispondeva, curvo sul cavallo continuando a dar di sprone, sicchè di molto e in breve ebbe sorpassato i due armigeri.
— Fermati, via — gli diceva lei — i tuoi compagni sono indietro di molto.
Ma egli continuava nella corsa dirotta, spingendo il cavallo che saltava siepi e muricciuoli, ben comprendendo che se per poco si fosse fermato quella donna l’avrebbe avuto in sua balìa.
Anch’ella anelava; pure con voce rotta gli diceva:
— Nè la mia nè la tua banda potranno raggiungerci. Se i Francesi son giunti, la furia del tuo cavallo ci porterà in mezzo ad essi. Tu fuggi come se avessi paura. Dì, hai paura di me dunque?
— Sì — diss’egli non sapendo frenarsi — di te... di te... — E fuggiva per le tenebre, tanto più che già aveva scorto da lungi confusamente il castello ducale, e lui, che conosceva i luoghi, sapeva bene che fra pochi minuti sarebbe giunto. Respirò, chè ogni pericolo gli pareva cessato. Ormai dovevano star bene guardinghi, poichè, come lei aveva detto, avrebbe potuto cadere in mezzo ai nemici.
Arrestò il cavallo, ma intanto aveva inteso che le braccia di lei si erano allentate.
— Ah, dunque di me hai paura, di me hai paura! — mormorava tristamente.
Riccardo non rispose e smontò dal cavallo: anche Vittoria ne scese.
Il castello biancheggiava in fondo silenzioso.
Ella disse:
— Pare che tutto sia tranquillo qui.
— Non ti fidare. Non sarebbero ricorsi a noi se il pericolo non fosse imminente.
— Le bande sono ancor lontane... Se ci colgono qui soli, bada, non intendo cader viva nelle loro mani. Alcuni ufficiali han detto che vogliono far di me la loro amante, gl’imbecilli! Avevo già disposto un certo agguato che ho dovuto sospendere per venire qui. Vedi che piaccio ancora come donna anche ai nemici!
E disse ciò con un accento di profonda amarezza.
Il giovane taceva contemplando il castello. Fra poco dunque, fra poco la sconosciuta gli avrebbe svelato il suo segreto: essa era là che lo aspettava in quell’ora della notte; essa era là che vegliava e forse aveva inteso lo scalpitio del cavallo. Ma bisognava aspettare gli armigeri che aveva di tanto sopravanzato.
— Perchè non sediamo? — disse lei. — Stando così siamo esposti ad esser visti. Che guardi tu?
— Ascolto se odo il passo dei cavalli che eran con me.
— Siedi dunque.
Egli sedette a piè d’un albero vicino a lei.
— Dunque ti dicevo — continuò la donna che volgeva di tanto in tanto, quasi timida ed irresoluta lo sguardo acceso al giovane pur sempre distratto — che avevo teso un agguato a quegli ufficiali, i quali in una taverna, in presenza di un uomo della mia banda travestito da carbonaro avevan detto di voler fare di me la loro amante. Ah, come mi sarei divertita se mi fossero caduti nelle mani; che bel servizio avrei lor fatto! Piaccio dunque ancora come donna, quantunque sia vestita così! Da quanto tempo non vesto le gonne, da quanto!...
Poi, dopo una pausa, gli disse quasi irata e con accento superbo:
— Ma lo sai tu che io ero una signora, che nelle mie vene scorre sangue di signori, che in un tempo ero la più bella signorina del mio paese che mi si citava come una meraviglia perchè sapevo leggere e scrivere, lo sai tu?
— Sì, lo so — rispose lui — ho inteso narrare la tua storia.
Ella chinò il capo e stette pensosa un istante.
— Che vuoi farci? — disse poi con un sospiro — ognuno ha il suo destino... In me si sono fusi i due sessi: sento in me la donna come sento l’uomo. Per esempio, quando ti vidi la prima volta, non so perchè, intesi vergogna dell’abito che vestivo, e in quel tempo in cui non ti ho veduto più, pensando a te, io mi rivedevo con le mie belle vesti signorili, con lo strascico, col fisciù, col cappellino, con le mie belle chiome di un tempo spartite sulla fronte e ricadenti in anella sugli omeri! E dire che ne avevo visto dei bei giovani!... Anche il Vizzarro, che fu il mio primo e solo amante, era un bel giovane... però, vuoi che te lo dica? Non l’ho amato d’amore, no, non l’ho amato d’amore. Sai quel che mi fecero soffrire per lui? Sai che per tanti mesi mi tennero legata, e mi bastonavano, e mi schiaffeggiavano, comprendi? E lui intanto, lui che era riuscito a fuggire, lui se la godeva con... È vero che venne poi per liberarmi, ma non tanto per liberar me quanto per...
Non proseguì: come sopraffatta da orrendi ricordi nascose la faccia tra le palme; onde egli, scosso dai suoi pensieri, la guardò e se ne intese commosso. Per distrarla le disse:
— Bisognerebbe intenderci sul modo come difendere il castello...
Lei si aspettava una parola più dolce, quella che aveva invocato con l’anima sua; non ottenendola parve sentisse sdegno e vergogna insieme del suo abbandono.
— Intenderci? — esclamò con voce aspra e sollevando il capo con fierezza. — È presto fatto: chi non fa nessun conto della vita la esponga ove è maggiore il pericolo... È questa la tattica della mia banda: ne hai tu una migliore?
Fu interrotta da uno scalpitar di cavalli: egli si alzò, sollevato da un gran peso. Eran quelli gli armigeri al certo che giungevano in tempo per interrompere quel colloquio così imbarazzante per lui. Non amava quella donna da cui si sentiva amato con passione così prorompente; non per tanto incominciava a subirne il fascino fisico acuito dall’amor proprio lusingato. Nelle parole di quella donna, che per la sua ferocia destava il terrore dovunque apparisse con la sua banda, ci erano degli accenti di una ineffabile dolcezza: parlando a lui in quell’ora della notte, in quel silenzio, in quella tenebre, era divenuta la donna in tutta l’ineffabile vaghezza della beltà dell’anima e delle forme: non era la guerrigliera famigerata, trista eroina di tante storie di sangue, era un cuore amante che si offriva timidamente, che pur cercando di dissimulare i suoi fremiti, pulsava di desiderio. Se gli si fosse offerta in un impeto di sanguinosa passione, egli si sarebbe lasciato vincere per poi dimenticare; ma, lo aveva ben detto lei, era quella la prima volta che amava d’amore. Quale sinistra influenza avrebbe avuto quella donna sulla sua vita se egli avesse ascoltato più l’ardente voce del sangue che quella della ragione? E quando, poi? quando la sconosciuta, che aveva ormai dei diritti sulla sua vita, lo chiamava a sè; quando di nuovo vedeva a sè dinanzi un raggio di luce nel quale si delineava il suo avvenire sottratto all’obbrobrio del presente, perchè lui bene aveva coscienza di quanto indegna, rovinosa fosse quella guerra, che se aveva un nobile e patriottico principio, era degenerata in una orrenda lotta di ladroni!
I due armigeri intanto si erano avvicinati.
— So che debbo seguirvi — disse il giovane. — Aspettate che lasci le disposizioni per la banda.
Poi voltosi alla donna, che non era stata punto riconosciuta, sicchè i due armigeri credevano fosse un uomo, il capo dell’altra banda, le disse:
— Mi affido a te per le disposizioni: te la intenderai con Pietro il Toro. È meglio però che le due bande siano divise.
— Tu dove vai? — chiese lei con voce che la mal frenata emozione rendeva roca.
— Scusate, capitano — disse uno degli armigeri — la signora ha detto che avrebbe atteso fino a due ore innanzi l’alba. Bisogna far presto.
— È una donna dunque che ti aspetta! — esclamò lei cupamente.
— Siamo intesi, non è vero? — continuò il giovane senza rispondere alla domanda. — I nostri uomini non potranno tardare.
Vittoria non rispose; si era avvolta nel mantello e nascondeva in esso la faccia.
— Andiamo dunque — disse Riccardo volto agli armigeri.
E si allontanò da quella donna che, rimasta sola, stette immobile un istante, poi mormorò:
— Via, ciascuno ha il suo destino: un tale amore avrebbe fatto di me un’anima dolce, timida, buona, ed io son destinata alla ferocia, alla strage, alla devastazione! Guai, guai a chi mi si parerà dinanzi al primo scontro! Senza pietà, oramai, senza pietà!
I due armigeri seguiti dal giovane si diressero per un viottolo che conduceva dietro il castello, dal cui mezzo sorgeva una torre massiccia che aveva al basso una angusta porticina. Ivi si fermarono, e uno di essi avvicinate le labbra al buco della toppa fece sentire un sibilo sottile.
Poco dopo la porta si aprì, ma appena quanto passar potesse il braccio di un uomo.
— Siete voi? — chiese una voce di dentro.
— Sì, ed è con noi capitan Riccardo.
— Ho l’ordine d’introdurlo subito. Fate che si avvicini.
— Avvicinatevi — disse uno degli armigeri a Riccardo.
Il giovane si appressò alla porticina. Poco dopo questa si aperse, pur rimanendo in parte assicurata a massicce catene.
— Entrate — disse la voce.
Il giovane si curvò e con qualche sforzo riuscì a passar oltre. Nel rialzarsi intese che la poderosa porta di ferro gli si chiudeva alle spalle con un gran rumore di catenacci. Trovossi in un angusto vano rischiarato fiocamente da un lumicino. Vide quattro uomini armati nei quali riconobbe alcuni armigeri del duca di Fagnano.
— Dovete deporre le armi — disse uno di questi uomini.
— Le armi, io? Non me ne sono mai separato — rispose il giovane. — Ed è strano che mi si voglia far deporre le armi pur essendo chiamato per adoperarle.
— Ma nessuno ha ii diritto di presentarsi armato dinanzi alla signora che ha chiesto di voi.
— Me lo prendo da me un tal diritto. Dite alla signora che se mi vuol ricevere così come sono... Via, è inutile insistere: andate a portar la mia risposta.
Dovettero comprendere che il giovane non avrebbe ceduto perchè uno degli armigeri, dopo aver confabulato coi compagni, salì per una scaletta e in breve disparve.
— Che il capitan Riccardo mi segua — disse poco dopo dall’alto della scala.
Il giovane si tolse il mantello, che raccolse sul braccio. Nel pittoresco costume adottato dai capibanda: giubba di panno bruno sulla quale si ripiegava il collo della camicia, panciotto e braghe di velluto turchino con quattro fili di bottoni argento, stivali di vacchetta fin su il ginocchio, una cinta di cuoio gialla affibbiata alla vita da due massicce borchie d’argento, e cappello a cono con un ciuffo di penne di gallo e lunghi nastri di velluto; in tal pittoresco costume vieppiù bella e fiera appariva la sua figura. Quando entrò nell’anticamera che aveva alle pareti due grandi specchi e che, quantunque fosse già vicina l’alba, era illuminata dai ceri di un gran candelabro, volse uno sguardo alla specchiera, e soddisfatto del breve esame si avvicinò alla porta che vide innanzi a sè e presso alla quale si temevano ritti due valletti in una livrea che non era quella del duca.
I due valletti s’inchinarono e uno di essi aprì la porta. Il giovane la varcò pur cercando di dissimulare la sua emozione; ma sentiva come un tremito per le membra credendo che si sarebbe trovato dinanzi alla sconosciuta di quella notte fatale; invece retrocesse con un grido di sorpresa.
A sè dinanzi, ritta presso un tavolo, aveva visto Alma, la figliuola del duca.
La soave leggiadria della giovinetta era divenuta vieppiù luminosa e bianca: pareva che da lei s’irradiasse un nimbo che tutta l’avvolgeva, ond’egli abbagliato non giungeva a discernerne i tratti: ne vedeva soltanto l’ineffabile assieme. Si tolse il cappello e si tenne ritto a lei dinanzi non trovando parole da rivolgerle.
— Ho l’incarico di pregarvi — disse la giovinetta — di pazientare un momento.
Egli sentiva che il cuore gli tremava, che non gli sarebbe possibile profferir parola. Per quanto sapesse che era quello il castello di lei, che lei era tornata in compagnia della sconosciuta che dicevano sua amica, non si aspettava di vederla, nè di trovarla lì sola: gli pareva così strano che lei gli avesse rivolta la parola, gli pareva così strano ch’ei respirasse la stessa aria che lei respirava, così inaudito che la stessa luce avvolgesse entrambi, da non credere a se stesso, da non credere ai suoi occhi, da non credere alla sua vista. E alla presenza di quella creatura avrebbe parlato a quella donna, la cui immagine si associava ad una folle notte di amore? Gli pareva qualcosa di così indegno, di così sacrilego come se il candore della siderale giovinetta potesse restarne macchiato.
— Noi del resto ci conosciamo — riprese la duchessina. — Non foste voi che, or fan molti anni, trovaste e mi rendeste una collana che avevo perduta?
— Sì — rispose lui, più con un cenno della testa che con le labbra.
Ah, quel ricordo come lo respingeva nella miseria, nella oscurità, nella vergogna del suo stato! Ella gli ricordava gli anni in cui era un povero contadinello, un povero figlio della gleba nato per strisciare sul suolo che i privilegiati della fortuna calpestavano! Pure quel ricordo, che lo aveva colpito al cuore, produsse in lui come una reazione. Era proprio a lui che si era ricorso per difendere quella casa, era proprio a lui che si chiedeva di esporne la sua vita per difendere quella di lei! Ebbe negli occhi un lampo di fierezza, si raddrizzò sulla persona e disse:
— E spero adesso di rendervi un servigio ben più grande difendendo il vostro castello.
— Non a me — rispose lei con alterezza — ma a colei che sola qui ha il diritto di comandare e che si è degnata d’incaricarvi della sua difesa.
In ciò dire si rivolse; la porta in fondo si era aperta ed una donna vi era apparsa. A quelle parole e a quella visione Riccardo era rimasto come intontito.
— Se Vostra Maestà ha degli ordini da dare, suoni onde io possa accorrere.
— La Regina! — mormorò il giovane, retrocedendo come se avesse visto ed udito qualcosa di spaventevole.
Carolina d’Austria, che aveva fatto voto di vestire di nero finchè non fosse tornata sul suo trono di Napoli, fissava il giovane con una espressione di compiacenza e insieme di ammirazione, quantunque nel vederlo così sbalordito non potesse trattenere un sorriso che rispondeva a un suo interno pensiero.
— Va, figliuola mia, va — disse rivolgendosi alla giovinetta, ma pur continuando a fissare Riccardo. — Il segreto della mia presenza qui non doveva esser nascosto a questo nostro fedelissimo e valoroso soldato, mentre per tutti io non sono che un’amica della duchessa di Fagnano.
La giovinetta fece una riverenza e mosse per andar via, ma giunta all’uscio guardò Riccardo con uno sguardo vago che rapidamente distolse.
La Regina e il capobanda rimasero soli.
Era lei, era lei la sconosciuta, lei, la Regina? Ah, no, no, per quanto tutti gl’indizi più evidenti lo persuadessero che non poteva essere altra. Con uno sforzo della mente richiamava l’immagine di quella donna che aveva avuto tra le braccia nella penombra di un’alcova e la paragonava alla donna che aveva dinanzi in tutta la sua regale maestà. Sì, i tratti eran quelli, gli occhi azzurri e dolcissimi eran quelli, ma il resto, il resto sfumava come in un sogno. Possibile, possibile che egli per tutta una notte avesse avuto fra le braccia quella regina? Possibile che avesse baciato quella bocca, che avesse affondato la mano nella massa di quei capelli? Possibile che tutte, tutte le bellezze di quella figlia d’imperatori fossero state sue, e che egli avesse baciato quella fronte su cui posava un diadema regale?
No, esser doveva ben altra la donna che gli si era data, che le somigliava forse. Somigliava? Ma la voce non era la stessa e non ne sentiva ancora l’eco in tutto l’esser suo?
Tutti questi pensieri gli passarono rapidamente pel capo. Intanto si teneva immobile, mentre la Regina, per dargli forse il tempo di riaversi e per studiarne la fisonomia, fingeva di leggere un foglio, pur di sottecchi non perdendo di vista il giovane.
Ma poichè il silenzio incominciava ad essere imbarazzante per entrambi, ella lasciò cadere il foglio sul tavolo e gli si rivolse dicendogli:
— Mi siete raccomandato da una mia buona amica che molto vi deve. So che una notte a Napoli rischiaste la vostra vita per salvar la sua; so inoltre che siete valoroso e leale...
Egli ascoltava vieppiù sbalordito. Il mistero dunque continuava? Mentiva quella figlia d’imperatori, mentiva come la più umile, la più comune delle donne, o era proprio così, proprio così come ella diceva?
— Sedete — disse lei — dobbiamo discorrere un pezzo, e non siamo qui a Corte dove dareste scandalo ai cortigiani.
Sedette, potremmo ben dire, come un automa, tanto quel che accadeva parevagli strano.
— Quell’amica — continuò la Regina che aveva tra labbro e labbro un malizioso sorriso — ha vissuto sempre memore di voi; ma ben gravi ragioni le impedirono per tutto un anno di attenere le sue promesse. Per quanto la Provvidenza l’abbia posta assai in alto, anche lei ha i suoi dolori, circondata com’è da malvagi e mortali nemici, dei quali trionferà, trionferà... e allora i cuori devoti, i cuori fedeli avran da lei il compenso che meritarono.
— Non è qui dunque? — chiese lui con voce tremante.
La Regina lo guardò con una cert’aria tra il dubbio e la meraviglia, quindi rispose:
— Qui vi è soltanto la vostra Regina, intendete?
Egli lesse negli occhi di lei il significato di quella frase che lo fece trasalire come chi di un tratto vegga rischiarate le tenebre da un lampo.
— Intendo — rispose, incominciando ad acquistare un po’ più di franchezza.
— La vostra Regina — continuò lei — si trova in un gran cimento, come... vi ha scritto la vostra amica. Venuta qui per giudicare sul luogo sulle sorti della guerra che contro gli stranieri ed i sudditi malvagi combattono i nostri, fidò troppo sulle assicurazioni altrui e sperò di poter compiere senza pericoli un tal viaggio. Invece le nostre spie ci han fatto sapere che al certo qualche cosa è trapelato della nostra presenza qui e che il nemico si avanza per precluderci la via. Pare che si voglia assaltare questo castello in cui ci credono rifugiati. Intanto una nave ci aspetta nelle acque di S. Eufemia. Quale è dunque il vostro avviso? Fuggire od aspettare di piè fermo il nemico, fidando sulla difesa delle bande che si possono raccogliere?
Egli si era del tutto rimesso dalla sorpresa e dall’emozione. Comprendeva che il suo avviso avrebbe di molto pesato sulla risoluzione da prendere. Non più al suo cuore, ma alla sua mente si faceva appello: non all’innamorato ma al guerrigliero eran rivolte quella parole. Ond’egli rispose:
— Sa la Maestà Vostra se altri soldati guardano le strade che menano a S. Eufemia? Perdoni se oso interrogarla...
— No: le due compagnie che per diverse strade marciano contro il castello erano le uniche disponibili: il grosso dell’esercito nemico è tenuto a bada dagl’Inglesi di Scilla.
— E allora — disse lui — bisogna attirar qui il nemico; e mentre le nostre bande difenderanno il castello, la Maestà Vostra con poca scorta prenderà la via di S. Eufemia.
— Ero anch’io di questo avviso — disse la Regina. — Siete voi sicuro dei vostri uomini?
— Come di me stesso. Bisogna però che Vostra Maestà mantenga l’incognito. Avrei preferito che neanche a me si fosse svelata.
— Avreste insomma preferito di trovar in mio luogo la vostra amica?
— Ebbene sì — proruppe lui che aveva del tutto riacquistato il predominio su se stesso, comprendendo il perchè la Regina giuocasse quella commedia. — Ebbene sì, perchè più franco e più libero parlar potrebbe l’animo mio.
— E che le direste? Sentiamo. A me piace la franchezza: parlate dunque senza ambagi fidando, sia pure, sulla mia indulgenza.
Per quanto imminente e terribile fosse il pericolo che le sovrastava per quanto il decoro regale le imponesse un contegno severo, un dolce pensiero traspariva dal bel viso di lei che si conservava meravigliosamente giovane. Aveva poggiato i gomiti sulla tavola, e i begli occhi azzurri fissi su Riccardo avevano una espressione d’interesse e di benevolenza profondi.
— Le direi — disse il giovane — che per tutto un anno ho portato nell’anima e nel sangue il ricordo di quella notte in cui a me parve che una dea fosse discesa per concedermi un’ora di gioia sovrumana a prezzo di tutta una vita di dolori. Che da quella notte ho vissuto come se la mia vita fosse esaurita, ben comprendendo che gioie simili non si rinnovellano, e che ero condannato alla più terribile delle pene: di vivere senza speranza in un unico desiderio. Le direi che pur non sapendone il nome, la invocavo col nome che il mio cuore le dava e che le mie labbra mormoravano come una preghiera; e sempre chiuso nel mio dolore, nel mio desiderio infinito, nella delusione di ogni mia speranza, presi le armi per difendere la mia Regina e cercai la morte negli scontri coi nemici sol perchè forse la mia morte avrebbe ricordato il mio nome a colei per la quale io ben mi sentivo indegno di vivere, ma ai cui piedi avrei voluto morire per ottenere uno sguardo ed un sorriso!
Ella continuava a fissarlo, ma un’ombra di malinconia si era diffusa pel suo volto.
— Ah! — mormorava colle labbra tremanti — se di un tale amore fosse stato irraggiata la giovinezza mia, se a contatto di un tal cuore il mio si fosse temprato all’amore!...
Poi quando il giovane tacque, ella che al suono delle di lui parole aveva inteso come tutto un languore per l’esser suo, stette ancora intenta, quasi per risentir l’eco della voce dolcissima.
— Continuate — gli disse — continuate.
— Che io continui? — rispose lui con un amaro sorriso. — Ahimè! è tanto, tanto lontano da me quella dea che in un’ora m’apparve: così in alto, così in alto che la mia voce può giungere ad essa solo come un fievole lamento. Che può importare a lei di chi ebbe per poco abbagliati gli occhi dal sole e poi di nuovo ripiombò nelle tenebre? Ben pietoso sarebbe stato il destino se mi avesse lasciato giacente nel fango in cui ero vissuto!
— La mia amica fu dunque ben sconsigliata nel discendere fino a voi! — disse la Regina aggrottando le ciglia.
— No, no, no: ella ha messo una stella nel mio cielo tenebroso, un fiore nel roveto della mia esistenza — proruppe lui. — Che Dio la esalti vieppiù: che Dio, il quale ne prova l’animo invitto con tanti dolori, benedica quella fronte coronata di stelle, come io la benedico, come la benedirò allorchè cadendo trafitto dai suoi nemici, volgerò a lei l’ultimo sospiro dell’anima mia!
Ella aveva chinato il capo e fissava una chiavetta con la quale andava giocherellando. Il giovane, acceso dai ricordi di quella notte, contemplava con occhi ardenti la Regina, non potendo più oltre dubitare che ella fosse colei di cui finallora aveva ignorato il nome. Sentiva che le sue parole ne avevano commosso l’animo ed acceso il sangue; la vedeva palpitante e languente; e se il ritegno, la riverenza che le doveva non l’avessero tenuto a freno, e se la dignità e il regale decoro non avessero imposto a lei un severo contegno, quelle braccia si sarebbero aperte a lui pel quale tutto quel lungo anno di vana attesa era disparito, come se quell’ora fosse la continuazione della notte fatale in cui ella gli si era data.
Ma intanto la luce dell’alba filtrava attraverso le fessure delle finestre: quella del lampadario impallidiva.
La Regina si alzò, e rivoltasi a lui che si era alzato e si teneva dritto in piedi pallido in viso e con gli occhi supplichevoli: