Capitan Riccardo

Part 16

Chapter 163,834 wordsPublic domain

— Capperi, signor maggiore... non so se... con buona pace del signor ufficiale di guardia... certo ha bene aperto gli occhi prima di lasciar passare quei due frati che Sua Eccellenza il Commissario ha voluto presso di sè... Con buona pace dunque del mio superiore, io credo che uno di quei frati sia... una donna!

— Che imbroglio è questo! — gridò il maggiore. — Una donna qui... travestita da frate a quel che intendo... nelle stanze del Commissario? Sergente La Harpe; se il vino vi ha dato le traveggole ne avrete per un mese di prigione di rigore.

— Lo sapevo, lo sapevo! — borbottò il sergente — e perciò non volevo dir nulla. Ma quella lì è una donna... ci scommetto i miei galloni guadagnati alle Piramidi contro un bicchiere di vinello annacquato.

— Svegliate l’ufficiale di guardia. Vediamo un po’ come va questa faccenda — ordinò il maggiore.

La commozione di Riccardo entrando nella stanza attigua a quella in cui suo padre agonizzava era profonda; pure la riuscita del suo disegno lo confortava alquanto. Nessuna forza al mondo ora gli avrebbe impedito di veder suo padre, nè si dava pensiero di quel che avrebbe potuto accadergli, da uomo avvezzo alle arrischiate imprese. Vittoria, ancora indispettita, si sentiva parata a tutto, ben comprendendo anche lei che un gran pericolo lor sovrastava, specialmente dopo l’incontro col sergente che al certo aveva dovuto riconoscere in lei una donna, se non proprio quella che aveva incontrato altra volta nel fondaco di massaro Cicco. Ella era là per Riccardo, e come l’aveva seguito nel castello l’avrebbe seguito anche altrove, per quella inesplicabile dedizione della sua volontà alla volontà di lui.

— Che lo avvisi almeno, che lo avvisi! — disse Carmine, e facendo segno che si fermassero sulla soglia della camera.

Quando Carmine entrò, i due valletti che dormicchiavano presso al letto del duca, si scossero.

— Riposa? — chiese loro Carmine.

L’ammalato giaceva supino con gli occhi socchiusi.

— Sì, da un pezzo — risposero sottovoce. — Ha chiesto di voi, e noi gli abbiamo detto che sareste tornato fra breve.

— Andate dunque a dormire nei vostri letti. Veglierò io.

— Ma il dottore ci ha ordinato di non muoverci...

— Non vi ha imposto il signor duca di ubbidirmi in tutto? Che bisogno ha della vostra presenza qui se ci sono io? Inoltre, nell’anticamera vi sono i due frati che in nome suo ho indotto a venir qui, certo per discorrere di cose assai gravi e segrete.

I due valletti, in verità, avevano protestato solo per isgravio di coscienza, ben lieti di poter dormire nei loro letti. Si alzarono e andarono via, mentre Carmine si avvicinava al giacente.

— Carmine! — disse il duca, sollevando pesantemente il capo.

Due candele spandevano un fioco chiarore per la stanza, lasciando nell’ombra il lettuccio.

— Signor duca, signor duca — disse Carmine piegandosi su lui — siete in grado di sopportare una nuova che v’inonderà l’anima di gioia?

Il vecchio spalancò gli occhi, il volto gli si accese, fissò Carmine balbettando senza poter proferire parola. Infine fece uno sforzo.

— Parla — disse borbogliando — parla. Una gioia? E vuol Dio farmi morire con una gioia nell’anima?

Nello sguardo gli sfavillava il pensiero del figlio, ma non osava interrogar Carmine, tanto vana gli pareva una tale speranza. Lo fissava interrogandolo con la muta espressione del viso.

— Sì, il Signore ve la farà questa grazia — rispose Carmine. — Egli è qui, rischiando di essere ripreso; è qui, avendo saputo del vostro male. Furono i suoi compagni che ne aprirono la prigione...

Il vecchio parve trasfigurato: lo sguardo fin allora velato gli si era acceso come se tutta l’anima vi fosse affluita.

— Lui qui, qui, il figlio mio?

— In veste di frate per deludere i sospetti.

Il vecchio soffocava dalla emozione; si levò a sedere agitando le braccia verso la porta ove era apparsa la figura di un monaco tutto chiuso nel cappuccio.

— Figlio mio, figlio mio! — rantolò il moribondo.

— Padre, padre mio! — gridò Riccardo, e lasciando cadere il cappuccio si prostrò al lato del letto, baciando e ribaciando la mano tremante che il padre gli porgeva.

Col cappuccio sul volto Vittoria si teneva immobile, appoggiata, allo spigolo della porta.

Per un pezzo non si udirono che i singulti di Riccardo ed il rantolo del vecchio che lo sforzo e la emozione aveva vieppiù prostrato. Aveva messo la mano sul capo del figliuolo e con gli occhi in alto, le labbra tremanti, pareva che pregasse.

— Sei tornato! — disse infine con voce lenta e tra l’uno e l’altro rantolo. — Non ti aspettavo più, non ti aspettavo più! Perdonami se ho dubitato di te... Lo so che non potevi amarmi... Fu tua madre, che ti mandò, perchè la gioia dell’ultima ora compensasse i dolori di tutta la mia vita. Debbo ad essa se tu ti sei inteso mio figlio quando eri già fuggito da me! Alzati, che io ti vegga... Che l’immagine tua si chiuda negli occhi miei. Alzati.

Riccardo si alzò. Con gli occhi ancor gonfi di lacrime contemplava il padre in preda ad una tenerezza profonda che sentiva prorompere da tutto l’esser suo. I loro sguardi si confondevano, e le anime in quel muto linguaggio fondevansi come se cancellar volessero quei trenta anni nei quali eran vissuti l’uno ignoto all’altro. Nè il padre nè il figlio pensavano al pericolo che sovrastava in quell’ora solenne per essi.

— Io muoio — continuò il duca — muoio perchè la mia vita trascorsa nel dolore non può continuare nella gioia; muoio benedicendo il destino che ha voluto i miei occhi si chiudessero nell’unico raggio di sole della mia esistenza. Io voglio, intendi? io voglio che tu proclami il tuo diritto, che tu prenda il mio nome: questo t’impongo, nè con ciò intendo che tu venga meno al tuo dovere. Carmine ti darà il mio testamento. Il ceppo della nostra famiglia metterà in te nuovi rampolli, e se il tuo cuore ha parlato, se, come Carmine mi ha detto, tu porti nel cuore un amore per la figlia di colui al quale perdono, tutto tutto perdono, che lassù pregherò anche per lei!

— Padre — rispose il giovane — io non andrò via se prima non vi saprò guarito.

La commozione, il dolore, gli avevano per così dire tolto il senso della realtà. Egli aveva obliato che era in mezzo ai nemici, aveva obliato che già era condannato all’estremo supplizio anche prima che il Consiglio di guerra si fosse riunito.

— Ah — disse il vecchio, che non poteva farsi illusioni — nello stato in cui sono io non potrei salvarti se i tuoi nemici ti scoprissero. Va, fuggi, figlio mio, poichè questo il destino ha voluto. So che ogni istante della mia gioia è un pericolo mortale per te. Va, e che possa ben presto rientrare qui, nel castello dei tuoi padri, superbo del tuo nome e del lustro che a tal nome avrai dato; che vi possa rientrare al braccio della sposa del tuo cuore, nelle cui vene pure scorre il nostro sangue.

— Essi vengono, essi vengono! — gridò Vittoria di un tratto, correndo al giovine e tentando di trascinarlo verso la stanza attigua ove era la finestra a piè della quale Pietro il Toro aspettava.

Ma il giovine, incurante del pericolo, sordo alla voce di lei, aveva preso fra le mani il capo canuto del padre e singhiozzando lo copriva di baci.

In questo la porta della camera si aperse, e il maggiore comparve sull’uscio seguito da alcuni ufficiali che sostavano, mentre il loro comandante si avanzava gridando:

— Tradimento, tradimento, signor duca. Questi due frati non sono quel che voi credete. L’uno di essi è una donna, la famigerata Vittoria che ha assassinato tanti nostri poveri soldati; l’altro si ha ragione di credere che sia il prigioniero ieri evaso.

E voltosi all’uscio:

— Sergente La Harpe, sergente de Chantal, avanzatevi: riconoscete voi in questi due sedicenti frati colui e colei che erano a capo delle orde che difesero il castello, il prigioniero e la complice della sua fuga?

— Sì, son dessi, son dessi! — gridarono i due sergenti entrati a capo di un drappello che in men di un baleno aveva circondato i due frati, i quali si erano ritratti infondo, e che addossati con le spalle alla porta che si apriva nella camera attigua, non si erano perduti di animo; avevano slacciato la tonaca gettandola in un canto, e erano apparsi formidabilmente armati, ma calmi e risoluti.

Ma in quel terribile istante, nel quale tutti comprendevano che qualcosa di tragico era per accadere, il vecchio si sollevò sul letto, stese le braccia, e con uno sforzo sovrumano giungendo a dare alla sua voce un accento imperioso che dominò il tumulto, disse:

— Riconoscete tutti in quel giovane il mio figlio legittimo, Riccardo duca di Fagnano, marchese di Santa Maria, barone di Montemerlo, unico signore e padrone, dopo di me, di questo castello, il cui dominio mi fu riconosciuto da Sua Maestà l’Imperatore... Avanzati, duca di Fagnano, onde questa gente possa ben vederti in viso.

Il vecchio pareva trasfigurato e nella penombra gli occhi gli lucevano, accesi di orgoglio e di nobile ardire. Un silenzio di stupore tenne dietro alle parole del duca, mentre Riccardo si avanzava nel mezzo della stanza. Era ancora con le vesti brucciacchiate e sbrandellate del giorno in cui fu assalito il castello, ma nella nobiltà dell’aspetto, nella fierezza dello sguardo compresero tutti che egli era veramente quel che il vecchio aveva detto.

Il maggiore era per parlare, quantunque ancora in preda allo stupore per quel caso così strano del quale non giungeva a darsi conto, quando il giovane che già si trovava circondato da tutti gli accorsi, ufficiali e soldati, disse con voce lenta e sicura:

— Io comprendo che voi non vedete in me che un nemico, ancor bagnato dal sangue francese, ancor con le carni rotte dalle ferite che i vostri gl’inflissero. Io comprendo il vostro stupore nel sentire che il capo di quegli audaci che osarono combattere voi conquistatori dell’Europa, è il figlio di colui che venne qui per punirci di un tal delitto. Ma la vita ha di questi strani casi, strani per voi come per me che ignoravo fino a due giorni or sono di essere figlio di un nemico del mio Re, e del quale io, se la fortuna mi avesse arriso, avrei dovuto essere giudice e forse carnefice come egli ha l’obbligo se non di essere il mio carnefice, di essere il mio giudice.

La parola del giovane calma, lenta, improntata ad una profonda malinconia, nera ma senza tracotanza, aveva accresciuto lo stupore degli astanti che si scambiavano degli sguardi di meraviglia, nessuno osando, neanche il maggiore, d’interromperlo.

Il giovane continuò:

— E se sono qui, fra voi, pronto a subire la mia sorte, io che mercè due amici devoti potei infrangere le sbarre della vostra prigione e fuggire, gli è che il mio cuore di figlio non seppe più oltre resistere nel sapere mio padre moribondo per causa mia. E tornai qui fra voi miei nemici, tornai qui come capitan Riccardo. Ora, proclamato innanzi a voi da mio padre per duca di Fagnano, son pronto a giurare di non prendere più le armi contro di voi, di lasciar questi luoghi come avrei fatto se la triste nuova non fosse giunta al mio orecchio.

— Figlio mio, figlio mio! — mormorava il vecchio che prostrato dall’immane sforzo era ricaduto sul suo lettuccio.

Il maggiore taceva pensoso, non sapendo a qual partito appigliarsi. La lealtà del giovane gli aveva destato una grande ammirazione, come il suo affetto filiale una grande riverenza. Soldato fra i più prodi, riconosceva di aver dinanzi un valoroso ed era sicuro che il giovane avrebbe attenuto la promessa. D’altra parte, come sotto gli occhi del padre morente trarre prigioniero il figlio, che sol per compiere un sacro dovere, con temerario ardire era tornato fra i suoi nemici?

Volse attorno lo sguardo per leggere nel viso degli altri il loro pensiero e comprese che essi erano al par di lui commossi ed ammirati.

— Qui non comando io — disse infine il maggiore. — Il signor Commissario civile ha pieni poteri; tocca a lui dunque di accettare o respingere il patto che imponete. Il Commissario civile che vi ha riconosciuto per figlio non vorrà certo vi si faccia violenza.

Parve al maggiore che fosse questo il mezzo di cavarsela senza compromettersi. Un mormorio di approvazione corse per gli astanti che continuavano a guardare con curiosità benevola il loro nemico, a cui accresceva prestigio l’esser figlio di uno dei più nobili signori di quel Regno e che oramai aveva il diritto di sostituire al suo nome di guerra quello altamente illustre della sua famiglia.

— Grazie, signor maggiore — rispose il giovane mentre si muoveva per tornare al letto del padre.

— Beninteso — continuò il maggiore trattenendo il giovane con un gesto — che un tal patto non riguarda che voi, non i vostri amici e i vostri dipendenti, quelli che vi furono complici anche nella fuga e che vi accompagnarono qui; e perciò io ordino che sia arrestato quel fraticello, il quale se non erro è una vecchia conoscenza di molti di noi che lo han visto con la carabina impugnata ed il coltellaccio al fianco.

— Questo non sarà mai! — esclamò Riccardo mentre il maggiore si rivolgeva ai soldati. — Chiunque sia, è venuto qui con me e con me ne uscirà, dovessi anche presso al letto di mio padre morente versar tutto il mio sangue.

E in ciò dire aveva armato una delle pistole che portava alla cintola, e spianandola verso il gruppo dei soldati e degli ufficiali: — Brucerò le cervella al primo che si farà innanzi — esclamò con accento risoluto.

— Grazie, capitan Riccardo... avete saldato ogni debito, grazie, — disse Vittoria che era balzata nel vano della porta.

Poi voltasi agli astanti rimasti perplessi:

— Sì, sono una vostra vecchia conoscenza... Vi ho inseguiti, ferendovi alle spalle per tutti i monti e per tutte le vallate; mi avete chiesto pietà mentre dopo avervi atterrato vi premevo con i ginocchi, e vi ho visto pallidi e smorti deporre le armi quando capitaste negli agguati che vi avevo teso. Venite, venite nei boschi ove andrò ad aspettarvi; venite, vigliacchi...

Ciò detto disparve: si udì il rumore di una finestra che si apriva, poi un tonfo giù nella via...

— Fuggita, fuggita per la finestra... Si accorra, si accorra — gridava il maggiore slanciandosi per le scale seguito dagli ufficiali e dai soldati sconvolti dalla audacia di quella donna.

VIII.

All’alba di quella notte Tommaso duca di Fagnano, Commissario civile per S. M. il Re Giuseppe Bonaparte spirò fra le braccia di suo figlio.

Sedato il tumulto per la fuga di Vittoria, che non era stata raggiunta dai soldati, i quali si eran messi sulle sue tracce, la calma era tornata nel castello, avendo ognuno rispetto pel dolore di quell’uomo che era tornato presso al letto di suo padre pure essendo certo di cadere in mano dei suoi nemici. Il maggiore e gli altri ufficiali che a lungo avevano commentato l’accaduto conchiudendo col dire che ogni loro responsabilità era salva finchè vivesse il Commissario, si erano ritirati nelle loro stanze, financo lieti della fuga di quella donna che li toglieva d’imbarazzo. Invero sarebbe stato ingiusto che ella fosse tratta in carcere mentre libero rimaneva colui che a quel pericolo l’aveva esposta.

Tutta la notte Riccardo aveva vegliato al letto del moribondo, di cui le tante svariate emozioni avevano affrettato la fine. Impotente a profferir parola, rantolando sul suo letto di morte, stringeva di tanto in tanto la mano del figliuolo, al quale volgeva gli occhi stanchi, che però esprimevano una gioia profonda. Il vecchio Carmine se ne era stato in disparte, rispettando quel silenzio solenne, nel quale però le anime del padre e del figlio si intendevano, nel quale quella separazione di trent’anni era compensata dall’intensità appassionata di quell’ora.

Il morente era affissato in un sol pensiero, che suo figlio era là, che il destino glielo aveva ridonato, e a lui pareva che gli avesse ridonato anche quella poveretta che da trenta anni lo aveva atteso nel buio e nel silenzio della fossa. Era lo sguardo di lei che ritrovava negli occhi del figlio, era la mano di lei che si sentiva nella sua! Non era stato mai così felice come in quell’ora che ben comprendeva esser l’ultima della sua vita e nella quale sentiva finalmente in tutta la sua pienezza la gioia dell’anima tranquilla e soddisfatta. Non pensava punto all’avvenire di quel figlio: qualunque fosse, egli era certo che Riccardo avrebbe mantenuto integro il nome dei suoi padri, al quale forse avrebbe accresciuto lustro e decoro. Gli bastava di sentir là il figlio suo, di vederlo presso al letto dopo aver disperato, dopo aver creduto che sarebbe morto solo ed abbandonato nel castello dei suoi padri fra gli stranieri freddi ed indifferenti che ve lo avevano ricondotto; gli bastava intendere il muto linguaggio della mano di lui che premeva la sua, degli occhi di lui che cercavano i suoi, e di leggere in quegli occhi con l’angoscia profonda l’amore che gli si era destato, amore di figlio nuovo per lui, pur parendogli come se da gran tempo l’avesse a sua insaputa portato nel cuore.

Fluttuava intanto per l’anima di Riccardo un contrasto di sentimenti che nulla toglieva al suo dolore di figlio e nulla al suo amore per quel vecchio che fra poco sarebbe disceso nel sepolcro. Egli sarebbe rimasto di nuovo solo al mondo; quantunque il nome ed il titolo che era suo diritto e suo dovere di assumere potessero aprirgli la via ad un felice avvenire, pure non un solo istante egli aveva obbliato gl’impegni che aveva assunto allorchè era un povero avventuriero. Doveva rinunciare a tali impegni? Doveva rinunciare ad esser capitan Riccardo e ricominciare un’altra vita col pomposo titolo di duca di Fagnano? No, no, finchè capitan Riccardo non avesse mantenuto le sue promesse, finchè non avesse adempiuto il suo dovere. Bene ora avrebbe potuto alzar fieramente il capo innanzi a colei che aveva vagheggiato fin da fanciullo, ma non voleva farlo, non l’avrebbe fatto perchè disdegnava d’ottenere come duca di Fagnano ciò che ella avrebbe creduto una viltà, fors’anco un’infamia di concedere a capitan Riccardo. Non voleva farlo anche per un dubbio che gli era sorto nell’animo. Ella così fiera, ella così sdegnosa, avrebbe accettato da lui ciò che egli, assumendo il nome ed il titolo di duca di Fagnano e facendo riconoscere i suoi diritti anche della Corte di Sicilia, avrebbe tolto all’usurpatore de’ suoi beni, e per conseguenza a lei?

E mentre questi pensieri si alternavano pur senza distrarlo dal pietoso ufficio di confortare l’agonia del padre suo, l’immagine di Vittoria gli si delineava dinanzi, di Vittoria che forse non avrebbe mai più riveduta; però aveva tratto un gran sospiro di sollievo allorchè alcune parole dei reduci dal vano inseguimento gli avevan fatto comprendere che ella si era posta in salvo con Pietro il Toro. Ma dove, con quel compagno della sua vita, devoto fino ad arrischiar la vita per lui, dove si era rifugiata, e quale ne sarebbe il destino?

Carmine, seduto all’altra sponda del letto fissava il giovane e vedendolo così sprofondato nei suoi pensieri tentennava il capo compassionandolo. Non sapeva persuadersi come il giovane da se stesso si fosse indotto a promettere che sarebbe passato in Sicilia. E dunque inutile era stata la sua rivelazione; non solo inutile, ma anche dannosa per quel vecchio specialmente, che moriva per le conseguenze d’aver ritrovato il figliuolo? Se avesse taciuto, Riccardo sarebbe evaso lo stesso ed il padre non sarebbe stato colpito dal dolore di dover perdere il figlio appena ritrovato. Era dunque lui la causa di un tanto infortunio, lui che non aveva saputo resistere all’incitamento di Geltrude! E quali pericoli non avrebbe corso in Sicilia se ivi fosse giunta notizia dell’accaduto, quale pericolo per Riccardo, nel quale lo zio che era di tutto capace e che era assai potente, avrebbe visto un rivendicatore dei diritti usurpati? Se avesse taciuto, forse in Sicilia Riccardo sarebbe giunto a farsi uno stato, protetto com’era dalla Regina; ma con quel nemico non ci era da temere che ricorresse al tradimento per liberarsi del nepote? E chi avrebbe vegliato su lui, ora che i fidati amici Pietro il Toro, il Ghiro, il Magaro eran dispersi; chi avrebbe vegliato su lui, così generoso, così leale, così incurante dei pericoli?

Verso l’alba il giacente, che finallora era stato assopito, si ridestò di un tratto; la mano che per un pezzo era stata inerte strinse quella del figliuolo e lo trasse a sè, mentre gli occhi già velati si volgevano lentamente verso il giovane.

— Riccardo — mormorò il morente — Riccardo, figlio mio!

— Padre! — disse lui chinandosi sul vecchio.

— Sento che muoio... muoio benedicendoti perchè debbo a te l’unica ora di gioia della mia vita... Ah, con quale esultanza avrei invocato la morte se avessi saputo che mi sarebbe stata apportatrice di un tal bene!

— Voi non morrete, padre mio, voi non morrete!...

— No, no, sento che già le ombre si addensano, e nell’ombra ben discerno una immagine luminosa che mi sorride... quella della madre tua... che fu l’unico grande amore della mia vita. Carmine — disse poi, voltosi al vecchio — grazie e che Dio ti rimuneri. Fosti tu l’angelo tutelare di mio figlio, tu cui debbo questa gioia suprema...

Tacque un istante; poi, come se vedesse a se dinanzi cosa che irresistibilmente l’attirasse, si sollevò col capo, fissando in alto lo sguardo che aveva una espressione di gioia profonda.

— Sì, sì... disse con un grido di esultanza — eccomi... eccomi... Rachele.... Figlio mio!... Eccomi!...

E ricadde pesantemente sui guanciali; pur gli occhi rimasero immoti e fissi nell’alto, mentre la luce in essi era spenta; immoti e fissi come se continuassero a contemplare un’immagine radiosa.

— Morto! — esclamò Riccardo quando intese che il cuore non batteva più.

— Morto! — esclamò Carmine mentre cadeva in ginocchio.

Il giovane aveva ripiegato il capo presso al capo del padre, ed era stato per un gran pezzo immobile.

La nuova si sparse rapidamente, e la stanza si riempì d’ufficiali, alcuni dei quali erano deputati dal maggiore a quel che occorreva pei funerali che esser dovevano solenni. Riccardo non si era mosso dalla sponda del letto su cui giaceva il cadavere di suo padre. Non piangeva, ma si sentiva in preda a un dolore profondo che il simile non aveva mai inteso in vita sua. Gli pareva come se avesse sempre amato quell’uomo a cui doveva la vita e che per lui era morto; l’affetto si era di un tratto rivelato in lui con tutta la profonda tenerezza di un sentimento per lunghi anni custodito nel cuore.

Una mano che si era posata sulla sua spalla lo scosse. Alzò gli occhi e vide a se dinanzi il maggiore che gli disse con un accento che aveva l’impronta della severità e insieme della deferenza.

— Sarebbe meglio che ella si traesse in disparte. La stranezza del caso, ora che tutta la responsabilità è a me dovuta, impone una certa riserva che intenderà. Con ciò non intendo impedirle che ella compia i suoi doveri di figlio.

— Ha ragione — rispose Riccardo che si alzò. Volse un lungo sguardo al cadavere del padre che già i valletti si accingevano a vestire e si ritrasse nella stanza attigua, seguito dal mormorio degli ufficiali che commentavano l’accaduto di quella notte.