Part 15
Rimase sbalordita, che non poteva dubitarne avendo ora ben riconosciuta la voce. Riccardo in casa sua, Riccardo che era evaso in quella notte, Riccardo che i Francesi cercavano a morte!
Non rispose ma si precipitò per le scale, spaventata da una parte; ma dall’altra non le pareva vero che ella finalmente entrasse per qualche cosa nelle avventure di quel giovane pel quale aveva inteso sempre un grande affetto. Ma giunta innanzi alla porta sostò. E se non fosse lui? E se fosse un malvivente camuffato da monaco questuante, uno dei tanti sbandati che ad onta della sorveglianza dei Francesi infestavano quelle campagne? E chi era l’altro? Non Pietro il Toro, non il Magaro, non il Ghiro, compagni inseparabili di Riccardo, che altrimenti avrebbero fatto sentire la loro voce!
Aperse uno sportellino nel mezzo della porta e guardò. Era proprio lui, proprio lui: ne vide il viso maschio e fiero attraverso i lembi del cappuccio, quantunque smagrito e sofferente. Non indugiò più oltre ed aprì la porticina.
— Voi signor Duca — gli disse facendosi da parte. — Che onore, che onore per me! Vi siete ricordato che questa è casa vostra e più che mai ora, perchè sapete bene che il molino io l’ho in fitto...
— Buona Geltrude — rispose lui entrando — io non sono che Riccardo, vi ricordate? Riccardo che più di una volta ebbe da voi riempite le tasche di pane e di castagne.
— Sia comunque, avete fatto bene a venire da me.
— Badate però che mi si insegue, mi si ricerca, e se mi colgono da voi...
— Speriamo che non vi colgano — fece lei pur non potendo dissimulare la sua esitanza ridestata dalle parole del giovane. — Ma lasciate che chiuda.
In ciò dire sprangò la porticina, prese il lume e salì la scaletta seguita dai due.
— E cotesto vostro compagno chi è? — chiese lei, chè la curiosità vinceva nell’anima sua ogni altra apprensione.
Il compagno di Riccardo non aveva sollevato il cappuccio che gli scendeva fin sulla fronte, lasciando all’ombra il resto del viso. Nella tonaca monacale, appariva di membra snelle, con certe linee che svegliarono i sospetti di Geltrude, la quale l’andava esaminando con evidente interesse.
— È un amico che ha rischiato più volte la vita per me e che vuol dividere la mia sorte, buona o cattiva che debba essere.
— Ah! un amico! — disse fra i denti Geltrude non lasciando di squadrare il compagno di Riccardo con uno sguardo inquisitore.
— Ebbene no — disse Vittoria facendo cadere il cappuccio — non un amico: un’amica, invece, cara comare, ma che vale quanto un uomo se non di più, se mai avete inteso discorrere di Vittoria che difese il castello.
— San Francesco di Paola! — esclamò la vecchia giungendo le mani e con una viva espressione di spavento e insieme di ammirazione. — Voi, voi che dicono così terribile, che bevete il sangue di nemici, che uccidete un uomo come io tiro il capo ad un pollastro, voi che siete così bella! Ah, se i Francesi sapessero che siete in casa mia! E dire che siete tanto vicina ad essi che stamane han mandato tutta una compagnia per ricercarvi!
— Non perdiamoci in parole, buona Geltrude — disse Riccardo, il quale aveva visto che alle parole della vecchia, Vittoria era divenuta cupa in volto. — Noi abbiamo dato appuntamento qui a Pietro il Toro che è andato alla ricerca di Carmine.
— Carmine è al castello — rispose Geltrude che non rimuoveva gli occhi dalla giovane donna, la quale pareva assai seccata dalla curiosità che destava.
— Lo so: so che il povero duca, quantunque riavutosi, lotta ancora tra la vita e la morte, e che il suo stato è disperato. L’ho appreso da alcuni carbonai. Io son qui per compiere un debito sacro: quello di rivedere mio pa... quello di rivedere il duca.
— L’avete già visto dunque, se volete rivederlo! E come avete avuto il cuore di lasciarlo? Non vi ha detto Carmine chi voi siete, che cosa è per voi quel povero vecchio? Fui io, fui io che lo indussi ad andare al castello per compiere la missione che la povera madre vostra gli aveva affidato. Egli tentennava adducendo tante stupide ragioni... Sapete come è Carmine! Un bravo uomo, un cuor d’oro, che vi ama come un figlio, ma si affoga in un bicchier d’acqua; e se non fosse stato per me, voi ancora ignorereste la vostra nascita. Come dunque vi ha fatto il cuore di fuggire, di lasciar vostro padre, quel magnifico castello, tante richezze ed anche... perchè no? oramai si può ben dire, la certezza di un matrimonio pel quale non c’è più bisogno di divenir generale? Vi ricordate quel che vi dissi un giorno, quando mi accorsi che diventavate pallido in viso a vedere una certa bella creatura, quando vi sorpresi che la guardavate con l’anima negli occhi, cacciando dal petto certi sospiri... Non ho ragione, non ho ragione? ditelo voi.
Queste ultime parole erano state dirette a Vittoria che se ne stava immobile e in silenzio. Alla dimanda della vecchia si scosse e con tono brusco rispose:
— Che ne so io, che ne so?
E per nascondere il turbamento si avvicinò alla finestretta. Non voleva confessare a se stessa di essere scontenta di sè, di sentirsi umiliata dal fascino di quel giovane, fascino che a lui la teneva avvinta senza potersene staccare. Che aveva fatto di lei quella passione scoppiata di un tratto come un incendio in una foresta inaridita dalla lunga canicola! Perchè non era andata via anche lei con gli altri? Perchè non aveva ripreso la vita d’un tempo in cui ella era padrona di sè e libera come lo sparviero? A che ostinarsi a seguir quell’uomo che era stato ben leale con lei e le aveva tolto ogni speranza? Ah, i tempi in cui, come Riccardo aveva ben detto, ad un semplice corrugar del ciglio vedeva impallidire i più feroci: quando ella a capo della sua banda passava come furia devastatrice pei villaggi presi di assalto: quando vedeva sgomenti ed avviliti a sè dinanzi i catturati in una scorreria che imploravano pietà!... A che l’aveva ridotta quell’amore che la umiliava pur non potendo ad esso sottrarsi? E non poteva neanche maledir quell’uomo che senza volerlo l’aveva così sconvolta; non poteva nulla rimproverare a quell’uomo che fin dal primo istante le aveva aperto l’animo suo! Ah, se avesse potuto odiarlo per come l’amava, avrebbe trovato nell’odio, nella vendetta, un rimedio a’ suoi mali! Che era avvenuto dunque in lei, che era avvenuto? Un’altra anima dunque si era sostituita alla sua, un’anima nata per essere schiava, nata per godere della catena onde era avvinta, nata per inebbriarsi nella voluttà del dolore?
E un tale spasimo non avrebbe avuto mai fine, mai fine, chè ella ben sentiva ornai infranta la sua vita. Della donna di un tempo solo restava in lei la fierezza. No, se anche egli fosse venuto meno ai suoi impegni, al suo dovere, all’amore della sua vita, e le avesse aperto le braccia per darsi a lei, ella oramai si sarebbe rifiutata, pure agonizzando di acuto desiderio. Le parole della vecchia Geltrude erano state delle spine velenose che ad una ad una le si erano conficcate nel cuore; pure sentiva che se egli per lei avesse a tutto rinunciato, ella non l’avrebbe voluto.
Ed intanto era là con lui: ed intanto lo seguiva come trascinata dietro a lui da una fatalità tremenda! E fin dove, fin dove l’avrebbe seguito riluttante, sdegnata, avvilita, fin dove?
Era questa la domanda che si rivolgeva. L’avrebbe seguito financo in Sicilia, ove l’aspettava una Regina, e dove egli col nome superbo dei suoi padri avrebbe potuto fissar quella creatura che finallora era stata così in alto per lui quanto una stella per una lucciola? Si sarebbe rassegnata a vedersi reietta, trascurata, o peggio, compatita come un meschino essere, sol degno di pietà? Ebbene sì, rispondeva a sè stessa, sì; sentivasi vile a tal segno, sentivasi a tal segno nel dominio di quel fascino strano!
Che era dunque avvenuto nella sua compagine, nel suo cuore, nelle sue viscere?
— Giungono — disse Riccardo che attraverso i vetri della finestretta aveva visto due ombre scendere pel sentiero che metteva al molino — giungono! Dio sia ringraziato!
Non potevano essere a quell’ora che Pietro e il vecchio Carmine.
Invero, poco dopo fu picchiato alla porta del molino. Geltrude era corsa ad aprire, spaventata da una parte pel pericolo che correva, ma assai soddisfatta dall’altra di essere in mezzo a quell’avventura.
— Salite, salite — disse sottovoce ed aprendo la porticina tanto da poter passare un uomo. — Lui vi attende da un pezzo impaziente, povero giovine!
— Zitto non far chiacchiere — disse bruscamente Pietro il Toro — chè ne va della vita.
— Temo di essere stati notati, d’essere stati seguiti. I Francesi, che finora si eran tenuti sicuri, son divenuti assai diffidenti, tanto che mal veggono la mia assiduità presso il letto del povero duca. Sarebbero ben contenti di cogliermi in trappola!
E il vecchio Carmine, che era entrato l’ultimo, si mise ad origliare e a scrutar la campagna che era buia e silenziosa.
— Salite, via, salite — diceva Geltrude — Se vi dico che quel povero figlio non ne può più dall’ansia! Ma intanto datemi notizie del duca. Povero signore, quando, dopo tanto aver sofferto, poteva dirsi felice!
— Il duca non giungerà a dimani — rispose Carmine con voce afflitta.
— Ma aspettate un po’ — fece la vecchia sbarrando il passo ai suoi due amici. — Bisogna che soddisfiate una mia curiosità... nell’interesse di... via, voglio ancora chiamarlo col nome che gli ho dato sempre... di Riccardo. È venuto qui travestito da frate questuante e seguito da un fraticello, che è poi una donna... la famosa Vittoria. Vorrei sapere mo’ se se la intendono, perchè capite?....
— Va là, vecchia chiacchierona — esclamò Pietro dandole un urto che la fece venir meno. — Ti par momento questo di rivolgerci tali domande?
Carmine intanto era entrato nella stanzuccia in cui Riccardo l’aspettava. A vederlo corse a lui con le lagrime agli occhi.
— Riccardo... signor duca — fece il vecchio — siete tornato, posso ancora vedervi! Ah, che avete fatto, che avete fatto! Vostro padre vi avrebbe liberato, vostro padre era venuto nella prigione per cercare il modo di salvarvi, e la trovò vuota, sicchè credette che non vi avrebbe visto mai più. Che avete fatto, che avete fatto!
— Io voglio veder mio padre, intendi? voglio vederlo, a qualunque costo!
— Dio del Cielo!... certo sarebbe una grande consolazione per lui; ma come fare, come fare? Sapete che i Francesi non volevano lasciar entrare neanche me? Il povero duca dopo avermi consegnato mia carta per voi era caduto in deliquio; io credetti che fosse morto e corsi a chiedere soccorso. Poi rinvenne ed ordinò che io non mi muovessi dal suo capezzale, ma mi sono accorto che mi si sorveglia. Ora, come farvi entrare, come?
— Io voglio veder mio padre a qualunque costo, intendi?
— Capisco, capisco, perchè, scusate la franchezza, dovete sentir rimorso di quel che avete fatto...
— Trova tu un mezzo. Io son risoluto, se non potrò giungere a lui di nascosto, son risoluto ad entrar nella sua stanza anche se fosse custodita da un battaglione di soldati.
— Come si fa, come si fa? — balbettava il vecchio grattandosi la testa come in cerca di un’idea.
Parve che gliene fosse balenata una perchè alzò il capo col viso di chi discuta seco stesso un’impresa.
— Si potrebbe — disse con lentezza di chi vada formando a poco a poco un disegno — far credere che il duca abbia voluto per confessarsi un monaco del vicino convento e che io sia andato a chiamarlo. I Francesi non veggono di buon occhio i frati, ma non oseranno opporsi a un desiderio del Commissario... Non vi par questo un mezzo acconcio?
— Qualunque sia — disse Riccardo. — io l’adotto.
— Ma se vi scoprono?
— Se mi scoprissero e non potessi fuggire approfittando della loro sorpresa, diranno che la mia è stata una bravata.
— A meno che vostro padre per salvarvi non svelerà l’esser vostro, come avrebbe fatto se...
— Andiamo dunque — disse Riccardo — andiamo. Se il povero padre mio deve morire, sappia almeno che suo figlio non è un ingrato e che per vederlo ha posto in rischio la vita.
— Vengo anche io — disse Vittoria che finallora si era tenuta in disparte. — Non è solito che i frati vadano a due a due?
— Per me è un dovere l’espormi a tal rischio — rispose Riccardo. — Perchè vuoi anche tu affrontarlo?
— Vengo anch’io — ripetè lei con tale accento di risolutezza che Riccardo comprese che non si sarebbe rimossa.
— Ed io — fece Pietro il Toro — vi aspetterò sotto la finestra della camera attigua a quella del duca. Carmine me l’ha già mostrata, perchè io preveggo che la cosa non passerà liscia. I Francesi sono in preda a mille diavoli per la evasione di stanotte. Per deludere la loro vigilanza e giungere fino a Carmine ho dovuto mettere in giuoco tutta la mia astuzia. La cosa non passerà liscia, vedrete.
Geltrude li accompagnò fin sull’uscio di strada. Quando li vide andar via così preoccupati che non le rivolsero la parola, nel chiudere la porta mormorò indispettita:
— Ed io non saprò nulla, dovrò attendere fino a domani! Non meritavo d’esser trattata così; neanche una parola, neanche una parola!
Fecero la via silenziosi, chè ognuno era turbato da tristi pensieri. A che dunque era giovata quella fuga se dovevano di nuovo ricadere in bocca al lupo? diceva fra sè e sè Pietro il Toro. Ma ineffabile era il cruccio di Vittoria che vedeva l’opera sua resa del tutto inutile; eppure ella aveva sperato, vagamente sperato, che quella suprema prova di devozione avesse influito nell’anima di Riccardo da indurlo a rinunciare al progetto di andare in Sicilia. Ora aveva compreso che niente sarebbe valso a rimuoverlo, neanche la vista del padre morente, quantunque egli per compiere un pietoso ufficio si esponesse ad essere ripreso. E lei lo seguiva con tanta umile rassegnazione! Ma dove era andata, dove, la sua fierezza? Non era divenuta peggio di una di quelle donnicciuole che in tanto disprezzo aveva tenuto fin allora, le quali vivono schiave di un uomo, nella dedizione non solo del loro cuore, ma anche della loro volontà?
E giungeva financo a rimproverarsi d’aver sottratto a Pietro quel documento che provava la legittimità della nascita di Riccardo e che la superbia del padre di Alma, se mai un giorno Riccardo dichiarasse l’amor suo, avrebbe creduto indispensabile per assentire alla loro unione. Quante volte era stata tentata di lacerarlo, ma non aveva osato, come non aveva osato di restituirlo a Pietro, il quale in tante vicissitudini non aveva avuto il tempo di accorgersi che il documento, custodito da lui gelosamente per trenta anni, era andato perduto. Era giunta a considerare una tale sua colpa così grave da sentirne onta, lei che aveva vissuto senza leggi per tanti anni, e di violenza e di rapine. Ma donde erano sbocciati quei sentimenti in lei? Qual veleno serpeva pel suo sangue da renderla così incerta, così perplessa, così fluttuante da non aver l’energia d’appigliarsi a un partito e che la faceva seguire quell’uomo il quale aveva per lei solo una fredda commiserazione?
Altri pensieri si avvicendevano nell’anima di Riccardo. In lui non era venuto meno il proposito di attenere il suo impegno con la Regina, ed inoltre si sentiva spinto da una forza irresistibile verso quella Sicilia ove era anche Alma, Alma, alla quale, senza quasi averne coscienza, convergevano i suoi pensieri. Tutte le fortune che finallora gli avevano sorriso l’avevan lasciato insoddisfatto, scontento, come se in fondo al suo cuore vi fosse una aspirazione, una sola e che non sapeva ben definire. Nè il poter risorgere con un nome e uno stato cospicuo, sol che si fosse piegato alle offerte del duca, lo incoraggiava a quell’aspirazione che era sempre per lui uno di quei luminosi sogni nei quali si ha coscienza di sognare. Pure non osava dire a sè stesso che da quei pochi incontri con Alma poteva trarre argomento che non le fosse del tutto indifferente, e più d’una volta si era rimproverato di aver creduto che nella notte dell’assalto Alma si fosse turbata nel trovarlo in intimo colloquio con la Regina.
Non pertanto al disopra di ogni dovere ci era quello di tornare a quel povero vecchio che giaceva agonizzante. Se mai avesse dubitato, se mai avesse creduto un’allucinazione senile l’esser lui figlio del duca, anche a non prestar fede alle testimonianze di Carmine e di Pietro il Toro, il letale effetto che su quel vecchio aveva avuto la sua fuga era tale da farne prova. Era lui che involontariamente l’aveva ucciso; per colpa sua quella vita trascorsa nei dolori, nell’esilio, nella solitudine, si chiudeva con un dolore tanto più micidiale in quanto era stato preceduto da una gioia così intensa, la gioia di un padre che ritrova suo figlio. Egli non si sentiva colpevole di avere opposto un rifiuto alle offerte del duca, ma il rimorso ne avrebbe atrocemente logorato il cuore se non fosse accorso al capezzale di lui anche sfidando il pericolo d’essere ripreso. Gli doveva una tale riparazione e un tale compenso: il ritorno di lui già libero, già padrone di sè, di quale conforto non sarebbe stato pel morente, che avrebbe visto nel temerario ritorno una prova suprema di amore e di pietà filiale!
Erano giunti intanto al principio dello spiazzo innanzi al castello: il luogo era deserto, chè da gran tempo i soldati si erano dati al riposo.
— Concertiamo il da fare — disse Carmine sostando.
Gli altri gli si raccolsero intorno aspettando che egli parlasse.
— Certo l’ufficiale di guardia m’interrogherà prima di lasciarci entrare. Oramai sanno che io sono un confidente del duca e mi lasciano entrare ed uscire a piacere; ma temo che pei due frati ci vorrà il permesso del capitano.
— Non credo che possano sospettare di nulla. Un evaso che ritorna da sè coi suoi complici!...
— È vero ma, ripeto, ora abbondano di precauzioni.
— Se non vi lasceranno passare per la porta — disse Pietro il Toro — ci è la finestra della camera attigua a quella del duca.
— Non vorrei ricorrere a tali estremi.
— Eppure il diavolo mi dice che a tali estremi bisognerà ricorrere se non per l’entrata, per l’uscita. Io starò vigile sotto la finestra.
— Siamo intesi — disse Carmine. — Ed ora andiamo, ed il buon Dio ci aiuti!
E precedendo i due frati si avviò verso la porta del castello che era socchiusa e presso la quale si teneva immobile un soldato in sentinella.
— Che gente? — gridò quando vide appressarsi quelle tre ombre.
— Carmine, il confidente del duca — disse Carmine avanzandosi.
— Bene; e quegli altri due?
— L’uno è il reverendo... il reverendo padre Francesco del vicino convento, l’altro... un fraticello che l’accompagna. Il duca vuole riconciliarsi con Dio.
— E bisogna che tu ti concilii con l’ufficiale di guardia — disse il soldato bruscamente. — Cotesti fratacchioni non han mai messo il piede fra noi. Sergente — disse poi volgendosi allo interno — avvisate l’ufficiale che due monaci chieggono di essere condotti nella camera di Sua Eccellenza il Commissario.
Poco dopo un ufficiale, che al certo era stato allora allora svegliato, apparve sulla porta.
— Cosa c’è? — disse. — Anche i frati adesso?
— Sissignore, signor tenente — rispose con umile voce Carmine. — Ho fatto tanto, tanto cammino per giungere al loro convento, ed anch’essi sono stanchi, poveretti, da non poterne più.
— Poveretti! Bisognerebbe dar fuoco ai loro conventi che son ricettacolo di ladri e di assassini.
— Gesù, che dite mai? Padre Francesco è un santo uomo e il suo convento una vera casa del Signore; perciò il duca, che in altri tempi l’aveva assai a caro, l’ha fatto chiamare; povero duca, che al certo non giungerà al dimani! Sarebbe venuto qui, in bocca al lupo, padre Francesco, se avesse avuto da rimproverarsi cosa alcuna, lui che è un vero servo di Dio?
L’ufficiale stette un po’ esitante: invero le parole di Carmine erano convincenti. Come diffidare di chi spontaneamente chiedeva di entrar nel castello, e come dubitare che il Commissario avesse fatto chiamare quel frate, se l’affermava quel vecchio contadino che per tutta la giornata non si era dipartito dal letto del malato? Inoltre, svegliato a mezzo il sonno voleva tornare a letto, onde volgendosi con un gesto d’impazienza a Carmine:
— Conducili tu stesso e non mi si stiano a rompere più le scatole.
E andò via borbottando:
— Un antico convenzionalista, un amico di Marat e di Robespierre sentir bisogno delle chiacchiere di un fratacchione! Già speriamo che un altro flusso di sangue ce lo porti via, chè in verità è una vergogna per i soldati di S. M. l’Imperatore essere sotto agli ordini di un borghese che non sa neanche come si smonti un fucile!
Carmine esultava, Carmine non capiva nei panni per la gioia, ma si guardò bene dal mostrarlo. Si rivolse ai due frati che si erano tenuti in disparte e disse:
— Venite, padre, venite, che questi bravi soldati sanno il rispetto che si deve ai servi del Signore.
I due frati, che avevano calato sulla fronte il cappuccio, entrarono a capo chino nell’androne, e seguendo Carmine si diressero verso l’ampia scala che metteva nell’appartamento del duca, ma non avevano saliti i primi gradini quando s’incontrarono in un sergente che scendeva e che si fermò a squadrarli.
— Oh, oh — disse il sergente La Harpe che quella sera era più alticcio del solito — pare che ci siamo riconciliati col Papa! Dove andate, se è lecito?
— L’abbiamo detto all’ufficiale di guardia — rispose Carmine, con voce di cui mal dissimulava il tremore.
La scala era vivamente illuminata da una lanterna, la cui luce cadeva in pieno sui due frati.
— Capisco, altrimenti trenta giorni di consegna e di pane ed acqua non mancherebbero al soldato di sentinella che li avesse lasciati passare. Ma ci sono anche per qualche cosa io che ho la consegna della parte superiore del castello...
— Il Commissario li ha fatti chiamare...
— Se il Commissario li ha fatti chiamare... Anche i frati adesso! Non bastavate voi altri che ve la intendete con tutta questa canaglia di briganti. A me non piacciono coloro che, frati o non frati, non mostrano il viso e non guardano negli occhi la gente, come deve fare un buon soldato di S. M. l’Imperatore. Su la testa, scioccone!
E in così dire prese pel mento il più mingherlino dei due monaci e con rapido atto gli fece sollevare il capo. Ma quello gli rispose con un urto così formidabile che il sergente sdrucciolò pei gradini, mentre il frate, cui era caduto il cappuccio, lo rialzava, seguendo in fretta su per la scala Carmine e l’altro monaco.
Il sergente si era alzato e se ne stava perplesso, confuso, col capo in alto, come se discutesse seco stesso sulla possibilità di un caso assai strano.
— Ma non è punto un frate quello lì — diceva con gli occhi sempre in alto, quantunque Carmine e i due frati fossero spariti — non è punto un frate! Per mille milioni di cartucce, da quel che ho visto così come un baleno, mi sembra una femmina, e... e una femmina già vista altre volte... Sicuro, alla taverna, quella sera in cui mi buscai gli otto giorni di consegna. M’inganno? Che l’intruglio che ci dànno per vino mi abbia così offuscato gli occhi? L’ufficiale di guardia li ha lasciati passare, dunque? Una donna nella camera del Commissario che è più dell’altro mondo che di questo! Pure ho buoni occhio io! Mi darà dell’ubbriaccone ma voglio parlarne all’ufficiale di guardia. E l’altro perchè teneva il capo basso, tanto che appena appena nè ho visto la punta del mento! Che mistero è questo?
In tal mentre scendeva il maggiore comandante il battaglione che avendo saputo di alcuni soldati i quali la notte se la svignavano dai dormitorii per andare a far baldoria nel vicino villaggio, aveva risoluto di visitare i dormitorii. Alla vista del sergente tuttora col naso in aria, si fermò sorpreso.
— Sergente la Harpe, che fate qui a quest’ora?
Il sergente la Harpe era un buon soldato, molto stimato dai suoi capi, i quali gli perdonavano il suo irresistibile amore pel buon vino. Fece il saluto militare, ma in sulle prime non trovò parole per rispondere.
— Insomma, perchè siete venuto qui? Perchè siete così confuso?